I due registri spirituali

di Manzoni

Gianfranco Ravasi

Una memoria personale

È ormai inchiodato nella mente di tutti per il suo capolavoro, quei Promessi Sposi che la scuola spingeva a leggere, non sempre in modo attraente, accanto a qualcuno dei suoi Inni sacri e delle sue Odi. Alessandro Manzoni continua a vivere nel linguaggio quotidiano a causa dei suoi personaggi il cui nome proprio si è trasformato in un nome comune e in una categoria generale: pensiamo solo a "Perpetua" che è ormai la domestica degli ecclesiastici o all'oscuro "Cameade", sinonimo di tutti i personaggi ignoti, o all'"Azzeccagarbugli", simbolo di ogni raggiro giuridico. La pagina viva della memoria di molti conserva intatti frammenti manzoniani, dal celebre «Addio, monti sorgenti dall'acque...» fino a «quel cielo di Lombardia, così bello quand'è bello...», dall'ironico «va', va' povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano» fino alle parole di Lucia all'Innominato: «Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!», per giungere fino al tragico e lapidario suggello «La sventurata rispose» apposto alla vicenda della monaca di Monza. Un'eco del piccolo mare testuale originato dallo scrittore milanese è rimasta nella conchiglia della nostra memoria anche attraverso i suoi versi come l'enfatico «Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza» dell'ode Il cinque maggio o la potente professione di fede nel Dio «che atterra e suscita, che affanna e che consola» della stessa ode. Ebbene, quella che ora propongo non è ovviamente un'analisi critica di questo grande della letteratura non solo italiana, operazione per altro impossibile se si pensa all'immensa bibliografia critica che egli ha generato. La mia sarà soltanto una libera evocazione tematica che nasce dalla personale consuetudine con Manzoni, del quale non di rado frequentai, quando vivevo a Milano, la casa di piazza Belgioioso ora trasformata in museo e in sede dei suoi cultori, allora presieduti dall'amico Giancarlo Vigorelli col quale spesso mi intrattenevo a colloquio proprio tra quelle pareti.
A Manzoni, poi, mi legava il fatto di essere stato per quasi un ventennio Prefetto della Biblioteca Ambrosiana, l'istituzione creata dal cardinale Federico Borromeo, che aveva meritato una scheda descrittiva esemplare proprio nel capitolo XXII dei Promessi Sposi, e per aver preparato – come membro del Comitato d'onore dell'Edizione europea integrale delle sue opere ancora in corso – un ampio saggio sulle fonti bibliche di un testo particolarmente caro allo scrittore, ossia Le osservazioni sulla Morale Cattolica, edizione purtroppo non ancora giunta in porto. Eccoci, dunque, di fronte a quel mare di pagine preziose che Manzoni con molto scrupolo e rigore ha confezionato, pur continuando ad ammonirci che «di libri basta uno per volta, quando non è d'avanzo», come scrive nell'introduzione ai Promessi Sposi.

Il "guazzabuglio" del cuore umano

Cercheremo di mettere in luce ora due registri antitetici del suo animo che, però, si compongono in un contrappunto armonico e coerente. Il primo è segnato da una tonalità cupa: è il netto pessimismo che Manzoni rivela nei confronti della natura umana, di quel "guazzabuglio" che è il nostro cuore, tant'è vero che «quando due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor d'un uomo, nessuno, nemmeno il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce dall'altra, e dir con sicurezza qual sia quella che predomini».
D'altronde, continua lo scrittore, «il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualcosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto». Un realismo amaro, dunque, che attinge certamente alla matrice giansenista della formazione spirituale manzoniana, ma che si trasfigura in un acceso e appassionato messaggio morale, consapevole che «non sempre ciò che vien dopo è progresso», come scriveva nel saggio Del romanzo storico.
C'è nell'ultima pagina dei Promessi Sposi (c. XXXVIII) -opera a cui prevalentemente attingeremo per questa nostra riflessione - una rappresentazione emblematica che illustra l'insoddisfazione, l'irrequietezza, la scontentezza, anzi la radicale "infermità" costitutiva dell'essere e dell'esistere umano. Ecco le parole del Manzoni:
«L'uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, e vede, e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s'è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire, qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo, in somma, a un di presso, alla storia di prima».
Curiosamente non molti anni prima Giacomo Leopardi nel suo Zibaldone aveva annotato una considerazione simile:
«Noi, venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro e incomodo e, sentendovisi star male, non vi può stare quieto, e perciò si rivolge cento volte da ogni parte, e procura in vari modi di appianare, ammollire il letto, cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prender sonno, finché senz'aver dormito né riposato vien l'ora di alzarsi».
Questo stato di insoddisfazione dell'essere umano si dirama poi in pensieri e atti che recano in sé un'impronta etica negativa. Tutto il capolavoro manzoniano ne è una dimostrazione incandescente e drammatica che conferma il detto evangelico secondo il quale «i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce» (Luca 16,8). Scrive, dunque, Manzoni:
«Quelli che fanno II bene, lo fanno all'ingrosso: quand'hanno provata quella soddisfazione, n'hanno abbastanza, e non si vogliono seccare a star dietro a tutte le conseguenze; ma color che hanno quel gusto di fare il male, ci mettono più diligenza, ci stanno dietro fino alla fine, non prendono mai requie, perché hanno quel canchero che li rode».
E questo cancro si rivela nelle opere maligne che i perversi spandono a larghe mani nella storia, nella connivenza di molti e nella rassegnazione dei giusti:
«Non sapevate - dice il cardinale Federico Borromeo a don Abbondio - che l'iniquità non si fonda soltanto sulle sue forze, ma anche sulla credulità e sullo spavento altrui?».

La catena del male e la connivenza del "senso comune"

Così, la violenza dilaga nella società e «il delitto è un padrone rigido e inflessibile, contro cui non divien forte se non chi si ribella interamente». Ecco, allora, il celebre grido presente nel secondo atto del Conte di Carmagnola: «I fratelli hanno ucciso i fratelli: questa orrenda novella vi do». Anzi, il male ha un effetto diffusivo proprio come lo ha l'amore: «I provocatori, i soverchiatori - tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui - sono rei non solo del male che commettono, ma del pervertimento a cui portano gli animi degli offesi». L'odio dell'aggressore genera odio nella vittima, in una catena che non si spezza ma si allunga, ed è vano chiedere un aiuto in questo groviglio perché, come si osserva in modo aspro fino a rasentare lo scetticismo, «volete aver molti in aiuto? Cercate di non averne bisogno». Certo, un antidoto ci sarebbe al male dirompente: «Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe a star meglio».
Purtroppo, però, continua Manzoni, «noi uomini in generale siamo fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi». A questo punto possiamo introdurre un altro limite della nostra natura umana, la sua incapacità di giudizio oggettivo anche perché «la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto che ogni parte sia soltanto dell'una o dell'altro». Siamo infatti tentati di adottare ipocritamente i luoghi comuni nel giudicare, anzi, di tenere come stella polare ciò che Manzoni definisce come il "senso comune", nemico del "buon senso": «Il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». E con ironia continuava con questa pennellata gustosa nel suo ritratto degli ipocriti: «Quei prudenti che s'adombrano delle virtù come dei vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissano giusto in quel punto dov'essi sono arrivati, e ci stanno comodi». Il "mezzo" non significa, infatti, necessariamente perfezione, equilibrio, ragione.
Fulminante e fin divertente, l'ironia manzoniana s'abbatte anche sulle idee fisse che sono un po' come i crampi ai piedi, che bisogna calpestare camminando per potercene liberare. Il modello è certamente donna Prassede che
«con le idee si regolava come dicono si deve fare con gli amici: n'aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche ce n'era per disgrazia molte delle storte; e non erano quelle che le fossero meno care».
In questo era molto simile al suo dotto (si fa per dire) e altrettanto supponente marito Ferrante. L'esito di un simile atteggiamento ha risvolti anche religiosi:
«Tutto lo studio di donna Prassede era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, che era di prendere per il cielo il suo cervello».
Vano è perciò il monito di assumere «il metodo d'osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare» perché «parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell'altre insieme, che, anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po' da compatire».

Il bagliore finale dell'epifania divina

L'ampio quadro oscuro del limite e della miseria umana lascia però spazio in Manzoni a un approdo luminoso, perché «la Provvidenza arriva alla fine». L'uomo, creatura debole e caduca, ha in sé lo stimolo della coscienza che gli artiglia mente e cuore, per cui «è il nostro privilegio, o il nostro peso, se non lo vogliamo accettare come privilegio, l'esser messi tra la verità e l'inquietudine». Anzi, persino al dubbio, se autentico e lacerante, si assegna una patente di nobiltà perché può essere segno di ricerca e di attesa. Scriveva, infatti, nella Storia della Colonna Infame: «È men male agitarsi nel dubbio, che il riposar nell'errore». Alla fine, però, brilla l'epifania divina che, per ricalcare una famosa citazione già evocata, riesce a sollevare chi è atterrato e a consolare chi è affannato. Dio si rivela con la sua grazia a chi lo cerca con cuore sincero.
Assurdo è, perciò, il tentativo di un fantasioso interprete manzoniano recente che ha proposto di intravedere in filigrana ai Promessi Sposi una sorta di sottile e crittografico manifesto o confessione di ateismo e di incredulità. Se è vero che Gesù Cristo non è mai nominato nel capolavoro, è però limpida la professione di fede - dagli echi pascaliani - delle Osservazioni sulla Morale Cattolica: «Tutto si spiega col Vangelo, tutto conferma il Vangelo». Questa luce appare, certo, al termine della lunga galleria oscura delle contraddizioni e delle miserie della storia umana che Manzoni percorre con fermezza. Sull'itinerario tormentato della stessa vita dello scrittore lombardo getta un bagliore la libera ricostruzione che un autore contemporaneo ha voluto tentare.
Intendiamo riferirci al romanzo II Natale del 1833 che Mario Pomilio ha pubblicato nel 1983. Esso prende spunto dalla lirica omonima che Manzoni aveva cercato di comporre come antidoto al dramma interiore causato dalla morte dell'amata moglie Enrichetta Blondel, nel tentativo di sciogliere il grumo di dolore e la tempesta di interrogativi che s'addensavano e sconvolgevano la sua anima. Pregava, dunque, Manzoni in quei giorni dolenti con queste parole forti:
«Sì che tu sei terribile / sì che tu sei pietoso! / Indifferente ai preghi / doni concedi e neghi. / Ti vorrei dir: che festi? / Ti vorrei dir: perché? / Non perdonasti ai tuoi, / non perdonasti a te».
Come scrive Pomilio, sono
«parole e frasi mozze disseminate a distanza su grandi fogli altrimenti bianchi, sì da rassomigliare a lagrime rapprese. E in realtà sono singhiozzi, gemiti repressi, schegge di un discorso ancora informe e balbettato».
È la scoperta dì un Dio sconcertante, ora terribile ora pietoso, ora indifferente ora generoso.
Il grido dell'uomo Manzoni è l'eterno: «Perché? Che cos'hai fatto?». Esso risuona infinite volte negli stessi salmi:
«Fino a quando, Signore, mi dimenticherai? Per sempre? Fino a quando nasconderai il tuo volto? Fino a quando nell'anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni giorno? Fino a quando trionferà su di me il nemico?» (13, 2-3).
Anche quelli della lirica manzoniana sono versi che testimoniano la lotta tra la sottomissione e la trasgressione, tra la fede e la protesta. E già appare il balenare di una risposta: «Non perdonasti a te». Dio non ha risparmiato il dolore a suo Figlio perché l'immensa sofferenza dell'umanità fosse attraversata dalla salvezza. Assumendo su di sé dolore e morte, le qualità specifiche della creatura, Cristo feconda la nostra miseria, ne intraprende la redenzione, nell'attesa della piena liberazione quando «tergerà ogni lacrima dagli occhi, non ci sarà più la morte, né lutto, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21,4). Era questa la meta a cui anelava anche l'autore dei Promessi Sposi, grande e tormentato scrittore, intenso e sofferto credente, come suggeriva Pomilio: «Dopo aver navigato per mari stranieri, verrò, o Signore, a far naufragio nel tuo».