Il mito greco

Pietro Citati

La mitologia greca non è una costruzione sistematica, non lo è almeno nei grandi poeti, come Omero e Ovidio; se mai, lo è soltanto nei tardi (e spesso eccellenti) mitografi, che razionalizzano ciò che non dovrebbe venire razionalizzato. Non si pud immaginare una costruzione più mobile e vasta. Tutti gli dei ed eroi hanno rapporti con altri dei ed eroi, ogni personaggio edevento trova un'eco in una parte lontanissima della costruzione e persino ogni figura è mobile, perché si presenta in molte forme e varianti, che posseggono tutte lo stesso grado di realtà e verità, non importa se registrate in un grande poema o in un meticolosissimo manuale come la Guida della Grecia di Pausania o in uno scolio in margine ad un testo minore. Le vicende e i personaggi hanno conosciuto dapprima una lunga esistenza orale, poi una lunghissima esistenza scritta. Non sono state raccolte per essere credute (non esiste una fede negli dei greci), ma per venire raccontate senza interruzione, con sempre nuove aggiunte e metamorfosi. Sono trascorsi più di tremila anni dalla mitologia del periodo miceneo eppure tutto vive, muove, palpita, si agita, si esibisce, si contraddice.
Sia gli ebrei sia i cristiani hanno dedicato un culto ai primi capitoli della Genesi, che raccontano la creazione dell'universo, la separazione delle cose, la doppia creazione, spirituale e fisica, dell'uomo, quella della donna e il peccato di Adamo ed Eva, che generò una specie di seconda creazione. Nella mitologia greca non esiste nulla di simile alla creazione biblica originaria: esistono creazioni o ricreazioni successive, come quella di Deucalione e Pirra, mirabilmente raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi. Ma i rapporti tra dei, eroi ed uomini sono complicatissimi. Da un lato, la distanza tra loro resta incolmabile, dall'altro, sebbene non sia stato creato dagli dei, l'uomo, e tanto più l'eroe, è una creatura nobilissima, che leva lo sguardo verso il cielo e le stelle; mentre gli dei osservano le sue vicende, vi partecipano con passione, lo proteggono, lo guidano, lo sorreggono, lo condannano, talvolta senza ragione o per ragioni che ci restano incomprensibili.
Nei tempi più antichi gli dei, gli eroi e gli uomini vivevano insieme. Discendevano dalla stessa razza: conducevano un'esistenza comune, avevano comuni "le mense e i concili". Allora gli uomini vedevano gli dei nel loro "sembiante" e nel loro "splendore". Ancora ai tempi dell'Iliade e dell'Odissea, popolazioni arcaiche, gli Etiopi e i Feaci, vivevano insieme agli dei, banchettavano con loro e li guardavano nel loro "sembiante". Il più famoso tra gli eroi greci, Achille, forma un caso particolare. Come dice il primo verso dell'Iliade, che è al tempo stesso il primo verso della letteratura greca, viene posseduto da una passione, la ménis, l'ira, che appartiene soltanto agli dei: è una parola tabù che né gli dei né gli uomini possono pronunciare. Questa passione, in Achille, esclude tutte le altre, ed egli non può trascurarla o dimenticarla un solo istante. Omero considera la ménis con un doppio sguardo. Da un lato, essa rivela lo splendore divino di Achille: la sua identità con gli dei; e Omero, come tutti i greci, venera la rivelazione divina negli spiriti eroici ed umani. D'altra parte, Omero sa che gli eroi e gli uomini non sono dei e non possono nutrire i loro stessi sentimenti: quindi la ménis incombe su di lui come una colpa sinistra, una catastrofe.
Se dei e uomini appartengono alla stessa razza, tanto più gli eroi sono affini alla natura umana. Non posseggono poteri soprannaturali, non sono polimorfi, non compiono nulla che un uomo non possa compiere, sia pure con le sue forze limitate. Poche generazioni separano l'eroe capostipite dai suoi discendenti, che nei tempi storici abitano la città. Dal profondo della tomba, gli eroi emanano le loro forze sotterranee: proteggono il territorio, guariscono, compiono miracoli, rendono oracoli, ma possono anche inviare malattie e punire gli empi. In primo luogo, gli eroi sono dei mediatori. Sebbene la differenza fra mondo divino e umano sussista, gli uomini entrano in rapporto con gli dei attraverso il riflesso, il barlume, il profumo che colma il mondo eroico. Col passare del tempo, gli eroi si trasformano: i guerrieri di Omero, dominati dal senso della gloria e dell'onore, diventano, nella tragedia classica, uomini lacerati e sofferenti. Così Eracle arcaico è colui (come dice Bacchilide) che mai nessuno vide asciugarsi una lacrima mentre l'Eracle tragico esperimenta nella propria anima i morsi del dolore, che piega l'uomo più forte e temprato.
Infine, avviene la totale separazione tra i mondi. Il sacro diventa proibito. Se qualcuno compie la follia di fissare gli dei negli occhi si perde senza rimedio. Con l'Odissea gli dei si allontanano, si ritirano, abbandonano la terra: nessuno li vede più nella loro figura, ma soltanto nella loro maschera umana. Quando appare Ulisse, l'eroico si scioglie completamente nell'umano: egli è l'ultimo degli eroi, il primo degli uomini. Non appartiene né al mondo degli dei, come Achille con la sua ménis, né a quello per metà utopico dei Feaci. Vuole essere un uomo, nient'altro che uomo: uomo effimero; sebbene il suo orizzonte sia attraversato dalle lampeggianti rivelazioni divine. Nemmeno noi uomini, che non discendiamo come lui da Ermes, possiamo rinunciarvi. La nostra vera esistenza consiste in questi bagliori, che ci giungono dall'alto.
Come racconta Angelo Brelich in un libro famoso, la luce radiosa o sinistra dell'eccezionale avvolge spesso gli eroi greci. Talvolta sono reietti: figli di amori irregolari, bambini abbandonati, rischiano di venire uccisi appena nati, oppure sono salvati e sopravvivono in modo prodigioso.
Alcuni sono segnati, mutilati, zoppi o ciechi, o portano nel corpo l'impronta di una ferita, come Ulisse, o punti vulnerabili, come Achille; oppure la loro mente è visitata da una follia intermittente o continua. Non sono virtuosi.
Compiono incesti o parricidi o matricidi o stupri o assassinii, o massacrano i figli. Sempre, o quasi sempre, sono vittime della hybris: si scontrano contro i limiti del destino, della natura o degli altri esseri umani, e lo scontro è così terribile che ne vengono travolti: travolti dagli altri, ma in primo luogo dalle forze immense che portano dentro se stessi. Tutto, in loro, è eccessivo: passioni, imprese, io, destino. Cercano di realizzare l'impossibile e talvolta, attraverso strade straordinarie, ci riescono. Così diventano i grandi colpevoli e debbono venire purificati dagli dei che spesso, come Apollo, hanno conosciuto le loro stesse colpe. Nemmeno la loro morte è comune: fulminati, smembrati vivi, inghiottiti dal terreno.
Non tutti gli eroi sono guerrieri, come insegna persino l'Iliade. Tra di essi, ci sono inventori, medici, sciamani, indovini, profeti; Pala-mede inventa le leggi scritte, le lettere, i metri e le misure, il numero, i segnali di fuoco, i dadi, gli scacchi. Alcuni, tra i più venerati, fondano città: vengono da molto lontano, fuggiaschi od esiliati e portano con sé il ricordo di un delitto compiuto o il presagio di sciagure nelle quali saranno coinvolti. Appena giunti sulla nuova terra,aboliscono il passato: i criminali diventano prescelti, i perseguitati indossano le vesti dei re e la terra selvaggia ed incolta riceve una legge, un ordine, un'armonia.
Tutti gli eroi greci, senza eccezione, desiderano la gloria, nella quale vedono il solo compimento e la sola giustificazione della loro esistenza terrena. In primo luogo, la ama Achille: con la stessa purezza ed intensità con cui la amava Fkilderlin. Come ad esaudire la sua attesa, l'ultimo libro dell'Odissea gli edifica il supremo monumento. I Greci lo piangono, dal mare vengono la madre e le ninfe marine gridando, le Nereidi gemono, le nove Muse intonano il lamento «per diciassette giorni e diciassette notti ininterrottamente», e la diciottesima notte i Greci lo ardono insieme a pecore e buoi. Achille viene cremato, bagnato di unguento e di miele, le sue ossa sono raccolte nel vino e chiuse in un'anfora insieme a quella di Patroclo. Infine i Greci innalzano sopra di esse un tumulo nell'Ellesponto: «Perché da lontano fosse visibile agli uomini in mare, a quanti vivono ora e a quanti vivranno in futuro». Come vuole la legge della gloria, il tempo è vinto, l'immortalità conquistata.
Eppure Achille, che ama ed esalta la gloria e in apparenza non può fare a meno di lei, denigra la religione della gloria nella quale credono gli eroi greci. «Che peso hanno - dice nell'Iliade ai messi di Agamennone - la gloria, la ricchezza, lo splendore? Ciò che conta è soltanto la vita: questa cosa così fragile e leggera, dura un istante, esce così presto dalla bocca, vale così poco davanti alla forza e alla bellezza degli dei, ma niente vale la vita. Nulla può pagarla o sostituirla o farla dimenticare». Questo è il più sublime paradosso della civiltà eroica greca.