L'amore mistico

e tenebroso

di "Cime tempestose"

Pietro Citati

Non sappiamo quasi nulla di Emily Brontë, l'autrice di Cime tempestose, il libro più geniale della letteratura inglese del diciannovesimo secolo. Conosciamo soltanto il luogo dove visse per poco più di trent'anni, prima di essere trascinata via, come i cinque fratelli e sorelle, dalla terribile tisi, che rappresentava per lei l'incubo distruttivo che domina il mondo. Abitava nella canonica di Haworth, un piccolo paese dello Yorkshire, dove il padre era curato. In fondo al giardino c'erano le lapidi del cimitero, inclinate come tante capanne abbandonate e flagellate dal vento. Amava i suoi animali: Keeper, "un gattino dolcissimo", un falchetto, l'anatra selvatica, due anatre domestiche, una delle quali si perse, e un grosso cane, che rimase al suo capezzale fino alla morte.
Il vero paesaggio della sua anima era la brughiera, che Emily amò appassionatamente, come il grande simbolo della sua esistenza. La brughiera era deserta, desolata, incoltivata. D'inverno la campagna era spoglia, la strada dura e secca per il gelo: pietre imbiancate a calce fungevano da guida quando era buio o quando le burrasche rendevano indistinguibili le paludi che fiancheggiavano le strade. Durante l'estate, la brughiera era ricoperta d'erica: il sole brillava nell'aria, i canti degli uccelli echeggiavano, tutto sembrava sprizzare felicità; ma era una felicità apparente, perché non c'era speranza né riposo né riparo per gli abitanti della brughiera. Un vento gelido soffiava dal nord, piegando gli abeti rachitici e i biancospini sparuti: i rami chiedevano un'impossibile elemosina di sole; eppure, in qualche raro, improvviso istante, sembrava che quel vento freddissimo facesse respirare e rivivere gli alberi e gli uomini moribondi.
Nella casa abitata dalla morte, Charlotte, l'autrice di Jane Eyre, era il personaggio più vivace, drammatico e ardente. Agiva, chiacchierava, comandava, aveva amiche, scriveva bellissime lettere faceva progetti sempre nuovi, si innamorava: morì per ultima, nel marzo 1855, resistendo sino alla fine e portando un bambino nel grembo, come se soltanto a lei la vita volesse concedere qualcosa. Emily non desiderava esperienze né awenture, non amava insegnare, non voleva una esistenza migliore: per quanto sappiamo, non si innamorò mai, nemmeno del suo professore belga; lavorava volentieri a casa, come una ragazza o una domestica qualsiasi, a cui non interessava vivere né scrivere. Soltanto per qualche mese del 1845 si proclamò ottimista e soddisfatta di sé. Stava preparando nel proprio spirito e nel proprio corpo Cime tempestose, che scrisse con incredibile rapidità in pochi mesi del 1846. Dal romanzo trasse un'energia che prima non,possedeva. In quel momento i rapporti di Charlotte con la sorella cambiarono: se fino allora l'aveva protetta, ora cominciò a nutrire verso di lei curiosità, stupore, timore, comprendendo che Emily possedeva «una mente forte, originale, colma d'uno strano e cupo potere».
Poco dopo aver scritto Cime tempestose, Emily cominciò a morire. «Il raffreddore e la tosse di Emily – Charlotte scriveva ad una amica – non accennano a diminuire. Temo che abbia dei dolori al petto, e a volte mi accorgo che le manca il respiro a ogni minimo movimento un po' brusco... Emily non s'è ancora ripresa. È molto malata. Credo che se tu la vedessi penseresti che non c'è più speranza. Non ho mai visto nessuno tanto pallido e sciupato. La tosse acuta continua incessante, il respiro si muta in un ansito affannoso ad ogni minimo sforzo, e questi sintomi sono accompagnati da dolori al petto e al fianco».
Charlotte era terrorizzata dalla durezza inflessibile della sorella: qualsiasi cosa dicesse, era piena di sdegno e di disprezzo, come se, quasi moribonda, fosse composta da una sovrumana sostanza rigida come il diamante. Non voleva vedere medici. Avrebbe respinto persino lo specialista più qualificato d'Inghilterra, anche se glielo avessero portato a casa in carrozza. Era inutile rivolgerle domande, perché non rispondeva. Era inutile consigliarle cure o medicine, perché non le prendeva in considerazione. Non spiegava mai quello che sentiva. Tollerava a malapena che le sorelle alludessero alla sua malattia. Non cedeva di un passo davanti a nessun dolore, nemmeno se era intollerabile. Né Charlotte né noi, che oggi leggiamo e rileggiamo le sue lettere, riusciamo a comprendere la natura di questo stoicismo. Forse, come immaginò Muriel Spark, Emily credette di poter vincere la terribile battaglia contro la sua nemica. O invece sapeva di non avere nessuna speranza. Lei doveva soltanto dialogare in silenzio con la morte, lottare in silenzio con la morte, soffio contro soffio, ansito contro ansito, violenza contro violenza, disperazione contro disperazione, e attendere in silenzio la sconfitta definitiva.
Il 23 dicembre 1848 Charlotte scrisse alla sua amica più cara: »Emily non soffre più d'alcun dolore o debolezza, adesso. Non soffrirà mai più su questa terra. Se n'è andata dopo una lotta breve e dura. È spirata martedì (19 dicembre), proprio il giorno in cui ti ho scritto. Pensavo fosse possibile averla con noi ancora per settimane e, poche ore dopo, aveva raggiunto l'eternità. Sì, non c'è più Emily in questo tempo, né in questo mondo. Da ieri le sue povere, consumate spoglie mortali sono quietamente raccolte sotto il selciato della chiesa. Al momento siamo molto calmi. Perché non dovremmo esserlo? L'angoscia di vederla soffrire è finita. Lo spettacolo dei suoi dolori atroci non c'è più. La sua tosse roca e profonda si è zittita per sempre. Non la udiamo più la notte, non la udiamo più il mattino. Il giorno del funerale è passato. Sentiamo che lei è in pace. Non c'è più bisogno, ora, di tremare per il gelo o il vento tagliente. Emily non li sentirà... Iddio mi ha sostenuto, cosa che non immaginavo, durante questa terribile agonia».
La calma e la quiete di Charlotte non durarono a lungo. Il 12 aprile 1849 scrisse ancora, ritornando insaziabilmente su se stessa. «Se non ci fosse speranza oltre questa vita, se non ci fosse eternità o vita futura, il destino di Emily e quello che minaccia Anne sarebbero intollerabili. Non riesco a dimenticare il giorno della morte di Emily. Sta diventando un'idea sempre più frequente, fissa e cupa nella mia mente. È stato terribile. Era straziata dal dolore, era consapevole di quanto stava accadendo e ansimava riluttante, eppure contenta di avviarsi verso una vita più felice». Credo che Charlotte si sbagliasse, sia pure per consolare se stessa e la sorella Anne, che sarebbe morta sei settimane più tardi. Nel profondo dell'anima di Emily, nel suo mondo posseduto «da uno strano e cupo potere»,non esisteva nessuna vita felice, sia pure infinitamente remota. C'era soltanto amore, odio, tortura, morte.
Cime tempestose è una creazione assoluta: frutto della pura immaginazione; non deve nulla o pochissimo alle esperienze così povere e austere di Emily Brontë. Il libro è stato creato nella mente, solo nella mente; nel corso di pochi mesi di febbrile, concentratissima scrittura. È misteriosissimo, enigmaticissimo, con continui lampi di tenebra, che ci sconvolgono o, come diceva Charlotte, ci traumatizzano.
Non è un normale romanzo ottocentesco, con un narratore onnipresente, che ci racconta una storia dal principio alla fine, sia pure con pause, variazioni, ricordi e interruzioni. I narratori principali sono diversi, e ognuno ascolta la propria voce nella voce dell'altro.
personaggio che dice per la prima volta "io" è Lockwood, l'affittuario della elegante villa di Thrushcross Grange: è figlio e nemico della solitudine, e appare e scompare dalla scena per un "ozioso capriccio"; per quanto lo spiamo, non riusciamo a comprenderne né la vita, né le passioni, né la funzione.
La narratrice secondaria, Nelly, la domestica, che in realtà riveste il ruolo di narratrice principale, gli racconta durante notti interminabili la storia atroce di Catherine Earnshaw e di Heathcliff, e poi il destino più felice di Catherine Linton e di Hareton Earnshaw, che dà al romanzo una specie di impossibile lieto fine. Le due voci si alternano, si oppongono, si confondono. Col procedere dell'azione, Cime tempestose sembra diventare un romanzo. In realtà, non possiede nemmeno ora una vera struttura narrativa: o è un romanzo come possono esserlo l'Agamennone, Edipo a Colono, Medea, Macbeth, Re Lear. Heathcliff, le due Catherine, Hindley e Hareton Earnshaw, Edgar e Isabella Linton, il figlio di Isabella, Nelly e il coro delle serve recitano in piedi, solennemente, sul loro alto scanno tragico. Noi, in basso, li ascoltiamo rabbrividendo.
Il libro comincia quando il vecchio Earnshaw, proprietario di Cime tempestose, la casa dove infuria il vento gelido dell'inverno e dell'odio, porta con sé, tornando da un viaggio a Liverpool, un bambino dai capelli neri, zingaresco, sporco e cencioso. L'ignoto orfano, che viene subito chiamato Heathcliff, si guarda attorno con uno sguardo fisso, ripetendo all'infinito un balbettio che nessuno riesce a comprendere. Credo che il primo segreto di Heathcliff consista in questo sguardo fisso e nel suo balbettio quasi mostruoso, che rivelano come egli viva in una specie di informe degradazione originaria.
Il carattere di Heathcliff è «tagliente come una sega e duro come una roccia». La Brontë lo tempesta di aggettivi, che rivelano come la sua tenebra possa essere definita solo attraverso una moltitudine di connotazioni negative: è feroce, duro, torvo, selvaggio, fosco, demoniaco, avvolto dalla maledizione, dallo scherno e dal disprezzo. Non getta mai luce: nemmeno un barlume; la sua esperienza affonda nel male assoluto. Mentre racconta, Nelly dedica ad Heathcliff una pagina intensissima. «Vieni davanti allo specchio – gli dice –, e ti farò vedere cos'è che dovresti desiderare. Vedi quelle due pieghe fra gli occhi e quelle sopracciglia folte, che invece di formare un arco s'infossano nel mezzo, e quei due diavoli neri, sepolti giù in fondo, che non aprono mai le loro finestre, ma luccicano acquattati lì dietro, come spie del demonio? Questo devi desiderare: impara a spianare quelle rughe fosche, a tenere quelle palpebre aperte con schiettezza e a trasformare i due diavoli in angeli innocenti». Nelly ha ragione. Heathcliff non apre mai i diavoli tenebrosi dei suoi occhi infossati, salvo che per contemplare appassionatamente la sorella adottiva, Catherine Earnshaw.
Heathcliff ama, adora, venera soltanto Catherine, insieme alla quale fugge ogni mattina nella brughiera e nella foresta, sia d'estate sia d'inverno, a costo di venire inseguito, punito e percosso. Se Heathcliff è la tenebra, Catherine è lo splendore della luce; se Heathcliff è il balbettio informe dell'espressione, Catherine è il fulgore radioso ed effimero della parola. Il suo estro è sempre eccitato: non sta zitta un secondo; ride, canta, tortura la moltitudine dei silenziosi. Vivacissima e sfrenata, ha gli occhi più graziosi e il sorriso più dolce e il passo più lieve di tutto lo Yorkshire. Non conosce né il passato né il futuro: vive nel presente, nell'incantevole presente del mondo; e un semplice fascio dorato di fiori di zafferano, disposto sul suo letto, basta a riempirla di gioia. Non sa nascondere le sue passioni, non conosce discrezione né riserva. Catherine emana fascino: la seduzione più intima, profonda, tremenda; e si guarda intorno coi suoi occhi carezzevoli, qualsiasi cattivo umore cede, nessuno può resisterle, e una primavera di dolcezza e un "costante sorriso di sole" avvolgono i suoi gesti. Ma una sola persona la conosce profondamente: Nelly, la narratrice, secondo la quale Catherine è viziata, imperiosa, violenta, orgogliosa, capricciosa, bugiarda, dura di cuore, come se il suo ritratto fosse opposto e parallelo a quello di Heathcliff. Almeno una volta, la scopriamo abitare il pauroso paese del delirio, come un folletto di Shakespeare.
Quando Catherine si ammala, Nelly racconta con la sua pacifica grazia: «La signora stava seduta, come al solito, nel vano di una finestra aperta, avvolta in un'ampia vestaglia bianca e con uno scialle leggero sulle spalle. I suoi capelli, lunghi e folti, erano stati in parte tagliati nei primi tempi della malattia, e li portava adesso rialzati in semplici trecce sulle tempie e sulla nuca. Il suo aspetto era molto cambiato; ma, quand'era calma, un tal mutamento dava alla sua bellezza qualche cosa di soprannaturale. Lo splendore dei suoi occhi aveva lasciato posto a una dolcezza pensosa e malinconica: il suo sguardo non sembrava posarsi sugli oggetti che la circondavano, ma più in là, molto più in là, si sarebbe detto fuori del mondo». Quando Catherine muore, Nelly commenta: «Non so se ciò dipenda da una mia particolare attitudine, ma è raro che non mi senta quasi felice, quando veglio in una camera mortuaria, purché non ci sia con me nessuno che pianga o si disperi. Assisto a un riposo che né la terra né l'inferno possono turbare, e vi trovo la certezza di un aldilà senza fine e senz'ombra, l'eternità ch'essi hanno raggiunto, dove la vita è senza limiti nella sua durata, l'amore nella sua purezza, la gioia nella sua pienezza». Non credo che queste parole, che appartengono esclusivamente alla pietà cristiana di Nelly, riflettano i pensieri di Emily Brontë. Negli abissi oscuri della sua mente, Emily non aveva mai conosciuto o immaginato il riposo celeste, l'aldilà senza fine e senz'ombre, l'eternità senza limiti, la purezza dell'amore e della gioia. Soltanto Charlotte avrebbe potuto ripetere queste parole.
Sulla scena del grande romanzo, Heathcliff, Catherine Earnshaw e Edgar Linton intrecciano i loro amori. Non è facile descriverli e definirli. L'amore di Edgar Linton per Catherine è semplice, puro, angelico, sebbene spesso sia oscurato dalla più ardente gelosia. Emily Brontë ha per lui una grande considerazione morale e letteraria: lo rispetta, lo ammira, ma non gli attribuisce nemmeno un'ombra dello "strano e cupo potere" che domina la sua mente profonda. Laggiù, in quella parte segreta della sua mente, dove mille sensazioni e sentimenti contraddittori si confondono, abitano soltanto Catherine e Heathcliff. L'amore di Catherine è doppio. Quando parla di Edgar Linton, che diverrà suo marito, dichiara con la passione di una grande attrice: «Amo la terra sotto i suoi piedi, e l'aria sopra la sua testa, e tutto quello che tocca, e tutto quello che dice; amo tutti i suoi sguardi, tutti i suoi gesti, e lui, tutto e completamente!». Dobbiamo crederle? Certamente: dobbiamo credere sempre alle parole lasciate cadere dalle grandi attrici del cuore.
Poche pagine dopo, Catherine sconfessa quello che ha appena finito di dire, e afferma che l'identità che la stringe a Heathcliff è ben altrimenti profonda di quella che la lega a Linton. «Heathcliff è più medi me stessa. Di qualunque cosa siano fatte le anime, certo la sua e la mia sono simili; e quella di Linton è invece tanto differente dalle nostre quanto è la luna da un lampo o il ghiaccio dal fuoco». Subito dopo Catherine nega ancora una volta quello che ha appena detto, e si scaglia contro Heathcliff, che definisce «un'arida distesa di sterpi e di pietre», «un uomo feroce e senza pietà, simile a un lupo: dunque l'opposto della sua natura di luce». Anche questa volta dobbiamo crederle: eppure queste parole violente e offensive non nascondono che Heathcliff è lei stessa, anzi più di lei stessa.
Mentre Catherine ama, sia pure con modi ed intensità diversi, due uomini, Heathcliff ama soltanto Catherine, e qualsiasi altra donna suscita la sua ripugnanza e la sua ferocia e il suo scherno.
La ama in modo travolgente: quando crede di vederla da morta, i suoi sguardi diventano inquieti, brillanti, ardentissimi; e perfino quando lui stesso è morto, gli occhi non gli si chiudono, e continuano a riderle incontro con »uno spaventoso sguardo d'esultanza che dà l'impressione della vita». Deride l'amore di Linton per Catherine: sostiene che, se Linton l'amasse per ottant'anni con tutte le forze del suo essere meschino, non riuscirebbe ad amarla quanto la ama lui, Heathcliff, per la durata di un giorno solo. Mentre adora disperatamente Catherine, la detesta, la odia, la offende, la tortura e, sia pure con il suono delle parole, la uccide. La tortura specialmente perché vuole essere torturato da lei. ,Puoi torturarmi fino a morte, tu, per tuo divertimento – le dice – e sarai sempre la benvenuta... Tu dici che io ti ho ucciso: tormentami, allora. Le vittime perseguitano i loro assassini».
Ad Heathcliff importa una cosa sola. Che lei, Catherine, stia sempre con lui, accanto a lui, sopra di lui, in qualsiasi forma possibile, viva o morta o fantasma. «Sta sempre con me... Ma non lasciarmi in questo abisso, dove non ti posso trovare! Oh Dio, è impossibile – Heathcliff prosegue con la sua voce scatenata –. Non posso vivere senza la mia vita, non posso vivere senza la mia anima!».
Tutta la sua esistenza è concentrata in lei, unico centro del mondo visibile e invisibile. Senza il minimo dubbio, malgrado le sue letture, Emily Brontë ignorava di stare scrivendo le più grandi pagine di nera mistica amorosa che il suo secolo abbia composto. Nemmeno Baudelaire toccherà questo culmine estatico.
Le parole che Heathcliff rivolge a Catherine non ricordano mai la luce, la tenerezza e il barlume di eros; e quando l'afferra, la stringe con un abbraccio dal quale forse Catherine non uscirà viva. Il suo amore è profondissimo e vastissimo: un mare; «un secchio – egli dice – che riesce a contenere tutte le possibili tempeste del cuore». Non ci meraviglia che la passione di Heathcliff sia implacabile, furibonda, carica di torture, di autotorture, di orribile odio, di sensazioni malvage e ripugnanti. Dietro le spalle di Cime tempestose si agitavano torrenti tumultuosi di sadismo. Ma ci meraviglia che, in quei pochi mesi di sfrenata e concentrata scrittura, Emily Brontë abbia trasformato la sua appassionata conoscenza del male in una musica di incontaminata purezza. Fu il suo dono supremo.
Nell'ultima parte di Cime tempestose, la fronte di Heathcliff, che una volta sembrava così virile e diabolica, è come velata da una nube pesante: i suoi occhi sono quasi spenti dall'insonnia e dalle lacrime che gli bagnano le ciglia; e le sue labbra serrate hanno perduto la loro piega feroce. Diventa come pazzo: sempre, sempre, da un'alba all'altra, supplica Catherine di venire a lui in ispirito. Crede fermamente ai fantasmi: ha la convinzione che possano esistere, che esistano in mezzo a noi. Il giorno in cui Catherine viene sepolta, discende una gran nevicata. La sera, Heathcliff va al cimitero. Soffia un vento gelido, come d'inverno: in giro, una gran solitudine. Due metri di terra rimossa sono l'unico ostacolo che lo separa da Catherine.
Prende una vanga nella capanna degli utensili e comincia a scavare con tutte le forze, fino a toccare la cassa con il ferro: allora si mette a lavorare con le mani. Il legno comincia a scricchiolare intorno alle viti, quando gli sembra di udire un sospiro: il sospiro di qualcosa che sta sopra di lui, e si china verso di lui. Gli pare di sentire un caldo respiro muovere l'aria carica di nevischio. Sa che nessun essere vivente gli è vicino: ma con la stessa sicurezza con cui si avverte, nell'oscurità, la vicinanza di un corpo materiale, sente che lì, sopra la terra, c'è la figura di Catherine.
Un'improvvisa sensazione di sollievo sgorga dal suo cuore e gli invade le membra. Abbandona il suo lavoro angoscioso, e si sente di colpo consolato, indicibilmente consolato. Lei è lì presente accanto a lui, e lo accompagna a casa, e certo sta per parlargli...
Credo che Emily Brontë abbia immaginato, almeno per un istante, di essere Heathcliff, fantasticando un mondo dove i vivi possono vedere i morti e parlare con loro, e i morti possono parlare con i vivi. Niente, anzi, era più certo, come crede Heathcliff, il visionario. La verità definitiva sull'amore cupo, l'amore-passione, l'amore-tortura, l'amore mistico – non è altro che l'immenso mantello tenebroso, che la morte distende per sempre sopra di noi.