E rieccoci a sussurrare

col conte Leopardi:

«Che fai tu luna in ciel?»

Giorgio Torelli

I versi che abbiamo mandato a mente quando i professori d'antan (non ancora prof) esigevano che le parole inalienabili dei grandi poeti prendessero residenza definitiva nella nostra memoria, affiorano dal profondo di noi non appena i! Caso, le Circostanze o la Vita stessa ne invochino e ne prescrivano la complicità.
più spesso di quanto non avrei pensato, prende a risuonarmi improvvisa, bonaria, accogliente e perfino amorevole (sarà l'età ad addolcire le rimembranze), la voce misurata del professore di Ginnasio che più esigeva, da noi dei banchi allineati, il perfetto trasferimento negli archivi della memoria di quanto fosse suprema poesia. E questo perché, col memorizzare per sempre i versi consacrati dall'alloro, ci saremmo garantiti il perenne ingresso di favore nel repertorio della Bellezza. II nostro Istituto stava in grembo a una provincia colta, smaliziata, esigente e a sfondo ducale. Si chiamava, per meglio dire, "Regio Ginnasio-Liceo". E si ergeva, accigliato e quasi maestoso, in vista di un torrente che l'Appennino - là, nelle lontananze celesti - si sperimentava a lucentare d'acque repentine. Il signor professore (e calco sul "signor", altro che dire "prof" com'è ormai desolatamente in uso) arrivava in città da un borgo circostante. Saliva sul blu della corriera innanzi giorno. E si presentava a Scuola nel momento esatto che l'orologio quasi ferroviario dell'atrio prescriveva. Vestiva sempre allo stesso modo, un'eleganza senza concessioni per non defraudare la dignità dell'insegnamento: giacchetta nera, pantaloni di rigatino, camicia più bianca dei fogli protocollo, cravatta austera senza mai concessioni ad un colore. E lo si vedeva reggere una borsa diplomatica con i compiti in classe ammoniti a matita rossa e blu. Da principio, lo temevamo. Poi, avremmo imparato ad amarlo. E, in fine, a tenercelo memorabile, riservandogli con cuore partecipe il tributo della gratitudine.
Tutto questo per dire - ancor oggi come oggi - che le tante poesie mandate a mente per impera-tivo voler suo, sono rimaste intatte dentro il nostro - e comunque il mio - sentire. Di più: perché, oltre che incorrotte, quelle poesie - volta a volta di Leopardi, Carducci, Pascoli e D'Annunzio (il quartetto di centro) - così come i versi messi per sempre in bella dal Gotha delle lettere italiane, non fanno che riemergere ogni volta che il Caso, le Occasioni, le Circostanze o una petizione interiore ne provochino la chiamata in superficie. Le poesie, apprese e conquistate negli anni dei banchi, fissandole in memoria con ripetute e scandite cadenze volitive, abbiamo finito per indossarle. Le conteniamo alla grande, felici di dar loro vitto e alloggio. E parrà di non crederci. Ma, da quando le abbiamo dovute depositare nei fondali di noi stessi, non si sono mai avariate. E questo perché così insisteva e predicava il signor professore in tight: •Iscrivete in corsivo le poesie nel libro-mastro del vostro ricordare: che stiano lì, che lì rimangano, sempre sensibili al pronto impiego e ad ogni richiamo, per confermare la loro prodigalità».
È veramente accaduto e seguita a manifestarsi. A tutt'oggi, non saprei dire - per esempio - quante volte mi sia accaduto di accrescere il debito personale col conte Giacomo Leopardi da Recanati, lui non bello ma intenso, lui quasi gobbetto e sigillato nel paterno ostello a delibar libroni in sette lingue, lui a sbirciar se mai la Teresina Fattorini, figliola del cocchiere, si affacciasse alla finestra di fronte, già pensandola e chiamandola Silvia per stupendo arbitrio d'ispirazione e ricercando (saranno stati così?) la luce di quegli occhi "ridenti e fuggitivi". Abbiamo traversato la vita col conte Leopardi, che poi morirà di gelato napoletano perché proprio la banalità del peggio è riservata più che mai - altro mistero - ai poeti che ci hanno svezzato. Come chiunque abbia senno e cuore, rimango prigioniero delle sue parole di incanto, quelle stesse che prese una per una sarebbero normali, ma tutte insieme ci fanno strada verso l'Infinito: «Sempre caro mi fu quest'ermo colle / e questa siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando interminati / spazi di là da quella...». Che meraviglia, inoltrarci nella notte di stelle su quella piccola erta marchigiana. E rammentare il tutto del povero Giacomo: le vicende del Passero solitario, i dialoghi con la luna, il pastore che erra nel deserto, Dolce e chiara è la notte e senza vento, Vaghe stelle dell'Orsa, Passata è la tempesta, La donzelletta vien dalla campagna. Non c'è giorno in cui io abbia colto un remoto rumoreggiare di arnesi, senza replicare a fil di labbra: «Odi il martel picchiare odi la sega / del legnaiuol che veglia / nelle chiusa bottega alla lucerna / e s'affretta, e s'adopra / di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba». Leopardi non finisce mai.
E come lo lasci, ti trovi al cospetto del professor Carducci, cattedratico leonino e barbuto, repubblicano intransigente e poi monarchico convertito dal sorriso sabaudo della Regina Margherita.
Giosuè di vita amara, i suoi «cipressi che a Bolgheri alti e schietti / van da San Guido in duplice filar»; la sua «nebbia agl'irti colli»: il Piemonte delle «dentate e scintillanti vette» e quel suo icastico «Sta Federico imperatore in Como», meraviglioso incipit senza un cedimento o una concessione, tutto il lascito carducciano non fa che accompagnarci, quale che sia. E in un attimo, ecco far seguito a Giacomo e Giosuè l'altro professore universitario, il Pascoli di famiglia, il pingue orfano campagnolo che fu messo in croce come anima di troppo morbido intendere (fosse quel che fosse, anche pavido, ai poeti non si fa la tara, ma la riverenza). Grande amico perenne di noi tutti, il Pascoli degli aquiloni, della Romagna solatia, del brusir dei frumenti, di Valentino vestito di nuovo, dell'ora di Barga, delle cavalle normanne alle lor poste, sempre storna la cavallina e inobliabile quel «Meglio morire con la testa bionda / che poi che giacque sul guanciale / ti pettinò coi bei capelli all'onda / tua madre, adagio per non farti male». M'è sempre bastato uno spiffero per accorgermi che stavo dicendo, che rinnovavo: «C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico. / lo vivo altrove, ma sento che sono intorno nate le viole». E via col convento dei cappuccini, via con tutto quel che al professor Giovanni, fratello di sorelle, venisse di getto dal cuore, arrotondando, precisando e tornendo fino all'esito.
È veramente robusta, mi accorgo parlandone, la nostra dotazione da viaggio di poesie definitive. E pretenderei, qui, che alzasse la mano chi dei miei compagni di allora (al tempo che fu bello) abbia mancato di accogliere un qualsiasi evento di pioggia, dapprima filiforme e poi in libera sonorità, senza gemellarla di getto con La pioggia nel pineto di Gabriele D'Annunzio, l'Orbo veggente col monocolo incastonato, coi vezzi, i debiti, le medaglie al valore, le amanti con data di scadenza bruciate sul falò delle passioni, e tuttavia la sapienza del dire da par suo: «Taci. Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane; ma odo / parole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane». Sto citando il far cima di D'Annunzio, che da certa critica supercigliosa vien collocato talora davanti e talaltra dietro la lavagna (e chi se ne importa?). Mi basta riattaccare con lui: «Settembre andiamo è tempo di migrare. / Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori / lascian gli stazzi e vanno verso il mare: / scendono all'Adriatico selvaggio / che verde è come i pascoli dei monti». Che faccio, adesso? Insisto col D'Annunzio di «Fresche le mie parole nella sera ti sien» e via dannunziando, oppure comincio la doverosa ronda a Ugo Foscolo, serotino anche lui: «Forse perché della fatal quiete / Tu sei l'immago a me sì cara vieni, / O sera!»?
Devo stringere e tornare un attimo da dove son partito. E m'è d'obbligo precisare come un giorno quel nostro ieratico professor di Ginnasio (fu un addio venato di rimpianti) venne fatalmente rilevato da altrettanto letterato docente di Liceo, intimo di Dante Alighieri. E fu lui a svelarci Paolo e Francesca, canto quinto dell'inferno, cesellando sul podio della cattedra: «Quando leggemmo il disiato riso / esser basciato da cotanto amante / questi, che mai da me non fia diviso / la bocca mi basciò tutto tremante. / Galeotto fu 'I libro e chi lo scrisse / quel giorno più non vi leggemmo avante». E c'era quel "bascio" ad irretirci e a favorire il malizioso lievitare in classe di clandestini pensieri lascivi. Di altri poeti conoscevamo bene le fotografie. Ma, dell'Alighieri, dovevamo contentarci di quel ritratto da antologie (un gran Raffaello, peraltro) dove veste alla fiorentina, il naso a falcetto, la grinta e la bazza del perseguitato, l'alloro in capo. E fu l'impegno sorgivo del professore a renderci, mano a mano. Dante accessibile, vicino, supremo, ineludibile in qualunque frammento: «E caddi come corpo morto cade». «Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare». «E quindi uscimmo a riveder le stelle». «Quali colombe dal disfo chiamate». «Amor, ch'al cor genti! ratto s'apprende». «Amor, ch'a nullo amato amar perdona». «Caron dimonio con occhi di bragia». «Era già l'ora che volge il disìo / e ai naviganti intenerisce il core». E poi, per Guido Cavalcanti, quel'imbattuto: «Guido i' vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento / e messi in un vasel, ch'ad ogni vento / per mare andasse al voler vostro e mio». Fino ad ammantellarci della Vita Nova per saper dire: «Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quand'ella altrui saluta». E un bel mattino confluire tutti - noi impuniti - nel «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura». Passavano i giorni. Fin quando, quasi alle scadenze della Seconda e Terza Liceo, si approdò ai contemporanei. E vedemmo presentarsi idealmente in classe il ragionier Quasimodo, siciliano coi riccetti, segretario di redazione in un settimanale e, a sua insaputa. futuro Nobel. Lo accompagnavano il libraio antiquario triestino Umberto Saba, navigatore tra le isole dalmate, e il laconico, cupo, gutturale Giuseppe Ungaretti con quel suo contemplare in trincea (l'elmetto del Quindici-Diciotto in capo e il Novantuno carico) un sasso di nessun conto: «Come questa pietra / del San Michele / così fredda, / così dura, / così prosciugata.
/ così refrattaria, / così totalmente / disanimata. / Come questa pietra / è il mio pianto che non si vede. / La morte / si sconta / vivendo». Quasimodo ci avrebbe lasciato detto: «Ognuno sta solo sul cuor della terra, / trafitto da un raggio di sole. / Ed è subito sera». E Saba, parlando a una capra, dapprima ci allibì per poi far nostra l'altitudine delle sue esperienze in versi: «Ho parlato a una capra. Era sola sul prato. Era legata». E poi quel suo amoroso volgersi alla moglie, esordendo a sorpresa con: «Tu sei come una giovane / una bianca pollastra». Ci fu anche Eugenio Montale a frequentare la classe senza mai un sorriso d'intesa. Eugenio stava sulle sue, niente dialoghi. Da giornalista, negli anni Settanta, l'avrei incontrato in casa
sua, diventando spettatore contraddetto di quel pigro e recitato scetticismo (ma anche questo non conta, perché i poeti hanno da essere quel che vogliono purché i versi lasciati in nostra sorte rimangano là, verticali e incorruttibili). In quegli anni. ci accresceva rimpallarci con: «Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d'orto, / ascoltare tra i pruni e gli sterpi / schiocchi di merli, frusci di serpi». E poi esaltarci slanciandoci in: «Portami il girasole ch'io lo trapianti / nel mio terreno bruciato dal salino». O ancora: «Io, per me. amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi / qualche sparuta anguilla». Quanto a Vincenzo Cardarelli, l'etrusco leopardiano che passava l'estate in grembo a una sediola di vimini e davanti a un caffè di Via Veneto (cogitava imbottito dal paltò fin oltre a metà luglio), il suo bel dire ce lo scoprimmo da noi. Insistevamo a recitarlo perché le fanciulle sentissero la sua amarissima riflessione al contemplare un'adolescente in sonno: «Pure qualcuno ti disfiorerà / bocca di sorgiva. / Qualcuno che non lo saprà. / Un pescatore di spugne / avrà questa perla rara». E ancora, in crescendo: ,,Tu ti darai, tu ti perderai / per il capriccio che non indovina / mai, col primo che ti piacerà». E com'è stato (dimenticavo) l'approccio ai ricami di Francesco Petrarca? Non ci fu moi uno di noi che mancasse di sporgersi a qualunque ribalta intonando: «Chiare, fresche et dolci acque / ove le belle membra pose / colei che sola a me par donna».
E mi piace anche ripensare a come nacque adagio l'entente cordiale con Don Lisander Manzoni, così riservato, troppo bravo e poco confidente. L'abbiamo stimato, appreso, tenuto nella più rigorosa considerazione e riletto ogni volta che avvertissimo la cocente esigenza di risentire la gloria della lingua italiana. Ho conosciuto amici che in prigionia o in alto mare, nei labirinti della solitudine e perfino nei campi di sterminio si sono consolati a recitare per se stessi Dante, Manzoni e tutti gli altri che ho detto e potrei dire per ristabilire, con il pieno possesso della poesia, il livello della propria oltraggiata dignità. Accade anche a me di non sentirmi solo, quando mi sia dato di poter commentare la vita con il lascito di quanti hanno vòlto in versi la ventura di amare, soffrire, sperare, credere, invocare. Credo di essere e rimanere incorreggibile nel farmi soccorrere dalla poesia. L'altro giorno, guardavo un insieme di ragazze in jeans stazzonati e code di cavallo in finto biondo. Si prospettavano ambiziose di esistere a modo loro. E non saprei perché (o forse sì) ho sentito salirmi alle labbra, come controcanto, quel che ci ha lasciato dal 1.300 l'ancor caro Franco Sacchetti. Me li suonavo al violino da me i suoi versi di antidoto: «O vaghe muntanine pastorelle / donde venite sì leggiadre e belle? / Qual è il paese dove nate séte? / Che sì bel frutto più che gli altri adduce? / Creature d'amor vo' mi parete / tanto la vostra vista adorna luce! / Né oro né argento in voi riluce. / E mal vestite parete angiolelle. / O vaghe muntanine pastorelle».