Leggere l'indicibile

nella vita

Eugenio Borgna

La fragilità e la smarrita stanchezza di vivere, il male di vivere, il dolore e la nostalgia della morte sono stati le premesse alla scelta di morire a 26 anni, nel 1938, e alla poesia, di Antonia Pozzi. Sono poesie che ci consentono di cogliere i diversi modi di rivivere, e di esprimere, gli indicibili turbamenti dell'anima che hanno attraversato la sua adolescenza e la sua giovinezza, e che il linguaggio della poesia fa conoscere nella loro palpitante verità psicologica e umana. Sono poesie che ci immergono negli abissi di conflitti interiori adolescenziali, e che ci avvicinano ogni volta di più agli enigmi straziati del dolore dell'anima che non è se non malinconia, e perduta e inanimata solitudine. Sono poesie che ci dicono qualcosa in ordine al destino di morte che ha accompagnata la vita di Antonia Pozzi a partire dall'adolescenza. Sono poesie dalle quali riemerge la condizione di malinconia, di profonda tristezza, che è stata nella sua anima.

Le prime poesie

Dal cuore dell'adolescenza, a 18 anni, è scaturita una bellissima poesia (Largo) nella quale una esperienza di desolazione e di vuoto interiore si nutre di una estenuata stanchezza e di una stremata nostalgia della morte; e in essa ci sono versi che quasi anticipano ulteriori e disperate scansioni esistenziali. Non questa poesia vorrei citare ma Novembre nella quale. scritta alla stessa età, la nostalgia della morte si fa ancora più acuta: testimoniando di una dolorosa lacerazione emozionale. La poesia è questa:
E poi - se accadrà ch'io me ne vada -
resterà qualche cosa di me

nel mio mondo -
resterà un'esile scia di silenzio
in mezzo alle voci -
un tenue fiato di bianco
in cuore all'azzurro -

Ed una sera di novembre
una bambina gracile

all'angolo d'una strada
venderà tanti crisantemi
e ci saranno le stelle
gelide verdi remote -
Qualcuno piangerà

chissà dove - chissà dove -
Qualcuno cercherà i crisantemi

per me
nel mondo
quando accadrà che senza ritorno
io me ne debba andare.
Non lasciamoci ingannare dalle apparenti incrinature decadenti della poesia: in essa risplendono immagini luminose, e il destino di morte di Antonia Pozzi sembra segnato da una irrevocabile determinazione che, otto anni dopo, la porterà al suicidio. Non c'è bisogno di dire ancora una volta come ogni suicidio abbia in sé zolle insondabili di mistero, e questo in particolare quando il suicidio avvenga in adolescenza: l'età leopardianamente più bella della vita. La morte, così a lungo coltivata nel cuore di Antonia Pozzi, si è rispecchiata non solo nel diario ma anche nelle poesie: specchio dell'anima ferita che bruciava in lei.
A diciannove anni, l'attesa della morte si annuncia in un'altra splendida poesia, che ha immagini misteriose e arcane, temerarie e sfiorate dall'indicibile, La porta che si chiude, nella quale dilaga una angoscia divorante che lascia presagire non lontane decisioni estreme. La pace ritrovata, della quale parla la poesia, non può se non essere quella del silenzio e della morte: metafore, ed emblemi, di una interiorità lacerata e spezzata sulla quale non plana più la speranza.
A vent'anni, i venti gelidi della morte sognata e desiderata sembrano spegnersi ma poi rinascono nel silenzio e nel dolore, come in questa breve poesia (Grido):
Non avere un Dio
non avere una tomba
non avere nulla di fermo

ma solo cose vive che sfuggono -
essere senza ieri

essere senza domani ed acciecarsi nel nulla -
- aiuto -

per la miseria
che non ha fine -.

Le ultime poesie

L'ombra di una radente tristezza, che sconfina nel desiderio e nella attesa della morte, si è così rispecchiata nelle poesie che sono state scritte prima del 1933, l'anno in cui il padre imponeva ad Antonia Pozzi di interrompere la relazione con Antonio Maria Cervi, il suo professore di latino e greco al liceo, ma quale è stata la climax tematica delle poesie dei suoi ultimi cinque anni di vita? In essi non venivamai meno la condizione emozionale di tristezza, e di dolore dell'anima, alla quale si aggiungeva quella di una rassegnazione sconsolata e perduta, non più nutrita di speranze e nemmeno di illusioni. Ne è un esempio Lieve offerta, una poesia scritta a 22 anni:
Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera

come le estreme foglie
dei pioppi, che s'accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati

di nebbia -
Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d'esili ombre -

fino a una valle d'erboso silenzio,
al lago -

ove tinnisce per un fiato d'aria
il canneto

e le libellule si trastullano
con l'acqua non profonda -
Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,

che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,

bianco -
sulle oscure voragini
della terra.

Fra le poesie scritte nel 1935, a ventitré anni, se ne legge una (Convegno) nella quale, con parole di una smarrita dolcezza, si rivive l'immagine di un volto amato, e perduto per sempre.
Nell'aria della stanza
non te guardo
ma già il ricordo del tuo viso
come mi nascerà
nel vuoto
ed i tuoi occhi
come si fermarono
ora - in lontani istanti -
sul mio volto.
Cambia lo stato d'animo, o almeno cambiano i modi di esprimerlo, quando, due anni dopo, in Amor fati, le parole, singhiozzanti e sgargianti, testimoniano di una angoscia disperata:
Quando dal mio buio traboccherai
di schianto

in una cascata
di sangue -
navigherò con una rossa vela
per orridi silenzi

ai crateri
della luce promessa.
Nell'ultima poesia, che è senza titolo, le parole non hanno la loro abituale scansione lirica e trasognata, sgorgando da un'anima ferita e perduta ad ogni speranza. C'è solo l'attesa della morte: questo consumarsi, tramortita dal sole, come un cero sui fiori del suo ultimo autunno.
Abbandonati in braccio al buio
monti

m'insegnate l'attesa:
all'alba - chiese
diverranno i miei boschi.
Arderò - cero sui fiori d'autunno
tramortita nel sole.

Le ultime lettere

Da quella che è considerata l'ultima lettera di Antonia Pozzi, con la data del 1° dicembre 1938, anche se è stata ricostruita dal padre, riemergono pensieri e immagini di una indifesa accettazione della morte. e di una stremata dolcezza, che sembrano essere, almeno in parte, quelle che scorrono luminose e stupefatte lungo il suo cammino esistenziale e lirico. Nemmeno l'imminenza della morte lascia intravedere, nelle parole scritte il giorno prima della attuazione del suicidio, le ombre di un qualche sfinito risentimento. Le sue parole: »Papà e mamma carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto... Deve essere qualcosa di nascosto nella mia natura, un mal dei nervi che mi toglie ogni forza di resistenza e mi impedisce di vedere equilibrate le cose della vita... Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, phe diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. Anche i miei bambini, che l'anno scorso bastavano, ora non bastano più. I loro occhi che mi guardano mi fanno piangere... Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite... Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l'aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Miritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia».
Queste parole, così straziate e così ofeliche, così leggere e così inimitabili, non possono davvero non essere state sue, anche quando in particolare riconducono la decisione di morire alla mancanza di affetto fermo, costante e fedele; e, a questo riguardo, vorrei dire che sono stato incline a ricondurre alla fine della relazione con Antonio Maria Cervi la ragione ultima del suo suicidio. Ma a questa ipotesi è possibile ora aggiungerne un'altra: tra le lettere, finora inedite, inviate a Dino Formaggio, e pubblicate con struggenti fotografie in uno splendido libro curato, e con una sua bellissima postfazione, da Giuseppe Sandrini, se ne leggono due di una grande significazione autobiografica e di una straziata incandescenza emozionale.
(Sono cose di cui è possibile scrivere solo con timore e tremore, e nella coscienza che il mistero della morte volontaria è insondabile: lo ha scritto una volta per tutte Karl Jaspers; e nondimeno riflettere su di essa, sulle possibili cause, ci aiuta forse a ripensare al destino: al destino, in particolare, che ci fa incontrare persone che amiamo, e dalle quali non siamo riamati; con imprevedibili e laceranti risonanze esistenziali quando ci siano in noi, come avveniva emblematicamente in Antonia Pozzi, sensibilità e fragilità, passione e desiderio di assoluto, solitudine arcana e nostalgica).
Vorrei ora citare la lettera, inviata da Antonia Pozzi a Dino Formaggio il 21 luglio 1938, e definita da Sandrini, che alla storia della loro amicizia ha dedicato pagine intensissime, "lunga e trepidante". Non si potrebbe definire meglio, e con maggiore delicatezza, una lettera d'amore bellissima, e nondimeno bruciata da attese e da speranze impossibili. Non conosciamo cosa, e come, il filosofo dell'arte abbia risposto ad una lettera così febbrile, così apparentemente gaia, e in realtà così disperata; ma conosciamo, grazie a questo libro di una rara bellezza, la lettera, non autografata ma trascritta dalla sorella di Formaggio, a lui lasciata il 2 dicembre 1938, il giorno del suicidio. Non è possibile non cogliere nella lettera il grido di una giovinezza definitivamente lacerata da un destino di solitudine e di speranze infrante.
»Dino caro sono venuta a morire in un luogo che mi ricorda la nostra gioia di un'ora: Giugno, mezzogiorno, Abbazia di Chiaravalle e papaveri in fiore. Chiudo gli occhi con quell'immagine stretta al cuore - Anche tu ricordami solo col volto di allora. Addio».
Sono parole di indicibile dolore che ciascuno di noi non può non custodire, con stupore, nel cuore; ripensando al mistero della solitudine e dell'amore impossibile, delle cose sognate e delle cose perdute, del vivere e del morire, del suicidio come speranza contro ogni speranza.

I segreti dell'anima

Nelle poesie, nei diari e nelle lettere di Antonia Pozzi la nostalgia e il pensiero della morte, della morte volontaria, si colgono nella loro stregata fascinazione; e, vorrei sempre chiedermi, come è stato possibile che uno stato d'animo di questa disperata malinconia, e di questa febbrile determinazione, sia sfuggito agli occhi e alla intuizione della madre e della nonna, del padre e di Antonio Maria Cervi, di Dino Formaggio e dei filosofi, e dei poeti, che l'hanno conosciuta? Non ci sono risposte a queste domande: ogni esistenza è ricolma di silenzio e di mistero, di discrezione e di nascondimento, e la loro cifra segreta, luminosa e oscura, aperta alla speranza e trafitta dal dolore, e dalla insicurezza, si accompagna alla nostra vita. La dicotomia, e la scissione, tra la vita interiore, le emozioni realmente provate, e la vita esteriore, le emozioni tenute nascoste, fanno ogni volta ripensare ai segreti insondabili dell'anima, che vivono in ciascuno di noi; e fanno ripensare alle infinite nietzscheane maschere che sono sui nostri volti, riarsi dal dolore, senza essere mai decifrati: come è avvenuto in Antonia Pozzi. Certo, la nostalgia della morte era in lei, già nell'adolescenza, nutrita della domanda temeraria sul senso del vivere e del morire, ma non si sarebbe (forse) trasformata in suicidio senza il naufragare della relazione con Antonio Maria Cervi, e di quella, desiderata, con Dino Formaggio.
Così, immersa in una desertica solitudine, che le poesie non bastavano a riempire (venivano ritenute insignificanti da Enzo Paci), Antonia Pozzi non è sfuggita alla malinconia che si è accompagnata alle fiamme divoranti dell'angoscia. Leggendo le sue poesie, i suoi diari e le sue lettere, non è possibile non confrontarsi con il destino di vita e di morte, di dolore e di immaginazione creatrice, che unisce l'esperienza lirica e umana di Antonia Pozzi, ma con una sua inimitabile grazia, a quelle di Ingeborg Bachmann e di Marina Cvetaeva, di Alejandra Pizarnik e di Sylvia Plath, e di Virginia Woolf. Destini femminili sigillati dai bagliori della ispirazione poetica e della ricerca della morte volontaria, e accompagnati dalla distrazione e dalla noncuranza, dalla indifferenza e dalla solitudine, che hanno incontrato nella loro vita.
Certo, ci si avvia alla morte in modi radicalmente diversi: accompagnati dalla profonda nostalgia delle cose sognate, e desiderate in vita, che non è stato possibile ottenere in vita, come (direi) in Marina Cvetaeva, in Antonia Pozzi e in Virginia Woolf; dalle fiamme ardenti e inconsapevoli dei deliri e delle allucinazioni di Sylvia Plath; o infine dalla coscienza radicale e implacabile della insignificanza del vivere e del morire, della vita e della morte, come in Paul Celan, in Heinrich von Kleist e in Cesare Pavese. Così, almeno, mi sembra: benché il desiderio della morte non possa non avere consumato in loro ogni attesa, e ogni speranza, trascinando con sé il deserto ardente delle emozioni che hanno perduto ogni trascendenza: nel silenzio degli uomini e nel silenzio di Dio.
Cosa ci dice, cosa ci può insegnare, il destino di vita e di morte di Antonia Pozzi? Una cosa soprattutto. Quante maschere noi portiamo nei nostri volti, maschere nietzscheane che si alternano, e si trasformano, che si aprono lasciando visibili i nostri volti, solo nella misura in cui incontriamo persone che ci sappiano ascoltare, che ci sappiano guardare con occhi almeno qualche volta bagnati di lacrime: lo ha scritto Hermann Broch, uno dei più grandi romanzieri tedeschi del secolo scorso. Non bastano talora, al di là di ogni sincera intenzione, l'affetto e l'amicizia, la vicinanza emozionale e la stima, a riconoscere la vera immagine e la vera fisionomia dei nostri volti che, quando alta e ardente è la nostra sensibilità, noi tendiamo a nascondere. Nella sua vita, splendente di gentilezza dell'anima e di immaginazione creatrice, Antonia Pozzi non ha trovato intorno a sé persone capaci di leggere l'indicibile e inesprimibile che stavano al di là delle maschere. che portava in volto, dolenti di amore e di nostalgia.