La poesia

della relazione

in Antonia Pozzi

Ignorata in vita, oggi riscoperta nel mondo

Graziella Bernabò

La vicenda umana di Antonia Pozzi – poetessa, fotografa e intellettuale milanese degli anni Trenta – fu tanto intensa e generosa quanto, purtroppo, breve e tragica: si concluse infatti con un suicidio nel 1938, all'età di soli ventisei anni. Nel corso della sua breve vita non le fu pubblicato neppure un verso. mentre oggi la sua poesia – che già era stata apprezzata da Eugenio Montale negli anni Quaranta – è oggetto di una crescente e straordinaria riscoperta in Italia e nel mondo.
Quella della Pozzi è veramente la poesia per eccellenza dell'incontro e della relazione con l'esistente nei suoi molteplici aspetti. Vi entrano perciò molti temi: l'amore per la natura e per i luoghi prediletti (con particolare riferimento a Pasturo, il paesino della Valsassina da lei eletto a rifugio dell'anima, e alla Milano popolare di piazzale Corvetto e Porto di mare): l'amore inteso sia in senso spirituale sia come passione fisica; il desiderio struggente e destinato a restare inappagato della maternità: la tenerezza dell'amicizia; la disperazione dell'incomprensione, della solitudine e dei distacchi; lasalvezza costituita dalla poesia. Vi si scorge anche una intensa spiritualità. che non si inquadra però in una precisa confessione religiosa, ma piuttosto consiste in una dimensione sacrale della vita e della morte, del tempo e dell'attesa. Nelle poesie degli ultimi anni compare oltretutto un'apertura – del tutto insolita in epoca fascista – ai più gravi problemi storico-sociali di quel periodo, con un evidente sgomento per le guerre d'Etiopia e di Spagna. e con una forte attenzione alla miseria dei diseredati delle periferie milanesi.
Antonia Pozzi nacque a Milano il 13 febbraio 1912 da genitori prestigiosi: brillante avvocato il padre; aristocratica di antico lignaggio la madre, figlia di un conte e, per linea materna, pronipote di Tommaso Grossi. Antonia crebbe, dunque, in un ambiente ricco e colto, che le consentiva di integrare lo studio con frequenti viaggi, anche all'estero, e con la pratica di vari sport, soprattutto dell'alpinismo. Al Liceo Ginnasio Manzoni si innamorò del professore di latino e greco, il grande classicista Antonio Maria Cervi; ma questo rapporto, iniziato nel 1930, fu reso difficile sia dall'opposizione della famiglia Pozzi sia dal carattere di lui, gentile ma austero e a volte chiuso, quindi in contrasto con quello esuberante e passionale di lei. Nel 1933 Roberto Pozzi impose drasticamente l'interruzione di tale legame, con terribili ripercussioni su Antonia.
Questo amore, vissuto così dolorosamente, anima la sua poesia degli anni 1929-34, nella quale, a tratti di purissima gioia, si alternano momenti di precoce malinconia, un forte disagio nella percezione di sé (da cui i motivi ricorrenti del corpo, del volto e della voce negati, presenti in modo particolarmente evidente nelle poesie La porta che si chiude, Rossori e Il volto nuovo) e un conseguente senso di esclusione dal mondo esterno, come risulta dal bellissimo finale di In riva alla vita, del 12 febbraio 1931:
Sostano i bimbi cantando
con la gracile voce
il canto alto delle campane, ed io sosto
pensandomi ferma stasera
in riva alla vita
come un cespo di giunchi
che tremi
presso un'acqua in cammino.

Una poesia già matura, quella della giovane Pozzi, in cui appare una grande capacità di coniugare concretezza e simbolo, vicino e lontano, finito e infinito. Lo si vede, per esempio, in Prati, del 31 dicembre 1931. dove alcuni elementi concreti - quell'erba alta che spesso Antonia ritrovava e fotografava negli amati campi di Pasturo e le personali difficoltà incontrate nel rapporto con Cervi - diventano il punto di partenza per restituire più ampiamente la tensione dell'anima umana verso un infinito anelato e sempre irraggiungibile:
[...]
Ma noi siamo come l'erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

Tuttavia Antonia, a poco a poco, reagì alla situazione terribile dovuta alla fine del suo rapporto d'amore. Lo fece prima di tutto con la poesia, che le consentiva di trasfigurare il dolore «nella suprema calma dell'arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare»: in questi termini scriveva infatti all'amico Tullio Gadenz 1'11 febbraio 1933. La produzione poetica di quell'anno fu particolarmente abbondante, per cui Antonia poteva scrivere, sempre a Gadenz, il 29 gennaio: «E vivo della poesia come le vene vivono del sangue».
Ma fondamentale per una rinascita fu anche il contatto, per lei sempre salvifico, con le montagne, sia di Pasturo, sia delle Dolomiti e della Val d'Aosta. Antonia poteva perciò concludere La roccia, dell'8 settembre 1933, con questi versi energici e fieri:
[...]
E non parlare di rovina

tu cuore -
fin che uno spigolo nero a strapiombo
spacchi l'azzurro

e una corda s'annodi all'anima
bianca

come le ossa del falco
che sul torrione più alto
regalmente ha voluto
morire.
Nell'anno accademico 193334 la Pozzi cominciò a frequentare, alla Regia Università di Milano, le lezioni di estetica del filosofo Antonio Banfi. Quello banfiano era un ambiente di prim'ordine: Banfi, infatti, si manteneva estraneo alla retorica fascista e al rigido idealismo imperante nelle università italiane, mostrandosi invece aperto alla più moderna cultura europea filosofica, letteraria e artistica. Intorno a lui si riunivano molti giovani intelligenti e brillanti, alcuni dei quali in seguito sarebbero diventati celebri in vari campi. Antonia fece amicizia in particolare con Vittorio Sereni, Remo Cantoni. Enzo Paci, Alberto Mondadori e, in un secondo momento, con Dino Formaggio.
In questo contesto, la Pozzi era apprezzata come studiosa di estetica, ma era totalmente sottovalutata sul piano poetico. Il motivo più evidente del misconosci-mento della sua poesia è rintracciabile in una sorta di sconcerto da parte del gruppo banfiano di fronte alla sua complessa personalità: da una parte, umbratile e fragile; dall'altra, energica, vibrante e passionale. Insomma, una personalità di donna assoluta che, nei suoi scritti saggistici, si poteva soltanto intravedere tra le righe, mentre dalle sue poesie traspariva pienamente.
Nel parlare di lei si deve infatti evitare un equivoco: Antonia approdò, per una serie di circostanze, a una precoce malinconia, ma non perché la sua indole fosse di per sé cupa e chiusa alla vita. Al contrario, per quanto strano possa sembrare se si pensa al suo suicidio, la Pozzi era in realtà potenzialmente molto vitale. Ne aveva piena consapevolezza fin da bambina, e dapprima ne era anche fiera: infatti, appena quattordicenne. nella pagina di diario intitolata Natale 1926, parlava della gioia di sentire in sé «un'anima palpitante, ridente, nostalgica, appassionata». Successivamente proprio la sua meravigliosa sensibilità - a causa di una serie di incomprensioni e di condizionamenti esterni (da parte della famiglia, degli uomini di cui si innamorò e dei compagni d'università) - divenne per lei motivo di sofferenza. Il 12 gennaio 1935 Antonia giunse perciò a scrivere in Sgorgo: «Per troppa vita che ho nel sangue / tremo / nel vasto inverno».
Come altre grandi poetesse del Novecento, la Pozzi pagò un prezzo molto elevato per essersi mantenuta fedele a se stessa in un ambiente culturale che accettava la donna solo se omologata ai canoni di un pensiero maschile che, sebbene per molti versi avanzato, era improntato a un forte e severo razionalismo, mentre non contemplava ancora un'alterità -diremmo oggi una differenza -femminile, e tanto meno poteva fino in fondo comprendere una personalità vibrante e appassionata come la sua. Verosimilmente per queste ragioni, come Antonia scrisse nei Diari il 4 febbraio 1935, Enzo Paci le disse: «Scrivi il meno possibile»; e, come lei stessa riferì all'amica Elvira Gandini, Antonio Banfi le restituì alcune sue poesie con queste parole: »Signorina, si calmi..
La sottovalutazione, sia pure bonaria, della sua personalità, portò di fatto con sé anche quella della sua produzione poetica. In particolare Banfi e i banfiani non capivano come mai per lei la vita e la poesia non avessero senso al di fuori dell'emozione e della relazione.
Questo era considerato una forma di disordine, come risulta da una nota dei Diari del 4 febbraio 1935, dove la Pozzi riferiva un discorso a questo proposito di un giovane amico di cui si era innamorata, Remo Cantoni: «lo penso che tu sei molto intelligente, ma molto disordinata.. Purtroppo Antonia si lasciava condizionare da quelle critiche, tanto da scrivere nella stessa nota: «Il mio disordine. È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi.. Sono parole che possono ricordare la fine dei Diari di Etty Hillesum: «Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite». Oggi tutto ciò è visto come una meravigliosa apertura al mondo: invece, negli anni Trenta e in quel contesto culturale, poteva essere scambiato per una forma di debolezza e di sentimentalismo da arginare.
Antonia ne soffriva molto. Ma - ci possiamo chiedere - non reagiva mai alla negazione di cui era vittima? Ancora una volta ritrovava se stessa nelle sue montagne e nell'esercizio concreto della poesia, che fortunatamente continuò a praticare, nonostante tutto. Lo si vede, per esempio, in tre liriche scritte anch'esse nel 1935, che restituiscono una linea poetica energica e fieramente connotata al femminile: Un destino, Radici e Tempo. Particolarmente interessante è quest'ultima, scritta nel momento culminante della negazione banfiana, il 13 febbraio 1935, giorno del suo compleanno. Infatti la Pozzi rivela qui una positiva coscienza di sé per l'accettazione coraggiosa del suo destino di poeta:
[...[
e se nessuna porta

s'apre alla tua fatica,
se ridato
t'è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua

questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti
ora accetti
d'esser poeta.

La montagna, da sempre presente nella sua poesia, si fa elemento ancora più forte e salvifico nei versi del 1935, come in Radici, del 15 febbraio di quell'anno:
[...]
Radici

profonde nel grembo di un monte
conservano un sepolto segreto
di origini -

e quello per cui mi riapro
stelo
di pallide certezze.
Antonia si riferisce a una montagna ben precisa: la Grigna di Pasturo, che rappresenta per lei un mondo familiare, ma che è anche una madre misteriosa, ancestrale e tuttavia accogliente: le parole "grembo" e "radici" sono infatti ripetute più volte nel corso della poesia.
Non sempre però la Pozzi rimaneva a questo livello di piena consapevolezza di sé e della sua capacità poetica, protetta dal "grembo" materno delle sue montagne. La realtà quotidiana del mondo cittadino le risultava molto più difficile, anche perché non c'era intorno a lei un femminile forte in cui riconoscersi, o anche solo con cui confrontarsi. La presenza dominante e invasiva del padre le aveva impedito una vera confidenza con la madre, nonostante un indubbio affetto reciproco. Le sue amiche più care, Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, erano molto occupate dal loro lavoro di insegnanti e Lucia, oltretutto, aveva ormai deciso per una prossima monacazione. Antonia viveva di fatto nel mondo maschile degli amici banfiani. Era molto amica di Sereni, che le voleva veramente bene, ma che, come gli altri compagni, non aveva compreso la sua originalità poetica, pur leggendo con affetto le sue poesie (tra di loro c'era un fitto scambio di versi).
Eppure le liriche della Pozzi degli anni 1936-38 sono straordinariamente innovative non solo rispetto al suo personale percorso poetico. ma più generalmente rispetto alla poesia italiana del suo tempo. Era un periodo in cui Antonia, con vari amici - soprattuttocon un altro, più giovane, allievo di Banfi, lo studente-lavoratore Dino Formaggio - era solita frequentare le periferie milanesi, in particolare il quartiere operaio di piazzale Corvetto, dove si trovava la "casa degli sfrattati" di via dei Cinquecento. Nelle poesie di quegli anni, sia di Antonia Pozzi sia di Vittorio Sereni (che avrebbe poi in parte ripreso questi suoi versi giovanili nella raccolta Frontiera, del 1941), troviamo una poetica che, almeno in parte, potrebbe essere ricondotta a quella che Luciano Anceschi chiamava, sia pure con una definizione molto discussa, "Linea lombarda". All'idea cioè di una poesia che si esprimesse con tratti rapidi attraverso una serie di elementi riconducibili a una ben precisa geografia cittadina e regionale: da cui i motivi frequenti delle periferie, dei lampioni nella nebbia, dei treni, dei carri, dei crocicchi. del passaggio, della soglia, della frontiera. Su tutto ciò giovani intellettuali in crisi come Antonia Pozzi e Vittorio Sereni proiettavano il loro senso di disancoramento rispetto al mondo esterno, avvertito come inautentico, e il desiderio di aderire a una realtà magari più dura, ma sentita come più vera. Tra le ultime poesie di Antonia Pozzi ce n'è una in cui tutto ciò si esprime compiutamente. Si tratta di Periferia, del 21 gennaio 1938:
Sento l'antico spasimo
- è la terra
che sotto coperte di gelo
solleva le sue braccia nere -
e ho paura
dei tuoi passi fangosi, cara vita,
che mi cammini a fianco, mi conduci
vicino a vecchi dai lunghi mantelli,
a ragazzi

veloci in groppa a opache biciclette,
a donne,

che nello scialle si premono i seni -
E già sentiamo

a bordo di betulle spaesate
il fumo dei comignoli morire
roseo sui pantani.

Nel tramonto le fabbriche incendiate
ululano per il cupo avvio dei treni...
Ma pezzo muto di carne io ti seguo
e ho paura -

pezzo di carne che la primavera
percorre con ridenti dolori.

Temi comuni a Sereni e ad altri poeti di area lombarda sono lo sconfinamento della città nella campagna, le fabbriche, il paesaggio malinconico complessivo. In Antonia però c'è anche una tenerezza tutta sua rivolta sia alla vita, sia alle dolci presenze umane di questi luoghi. Molto personali sono inoltre certe immagini forti, espressionistiche: «l'antico spasimo», la «terra» che «solleva le sue braccia nere»: le fabbriche che «ululano», lei che, nel seguire la «vita» si sente «un pezzo muto di carne». Il tutto implica un senso del corpo e delle emozioni che era insolito nella poesia rarefatta dominante in quel tempo. Antonia Pozzi si mostra capace, in piena età fascista, anche di un'inedita denuncia sociale, quando, nella poesia Via dei Cinquecento, del 27 febbraio 1938, a proposito di una visita alla casa degli sfrattati, si esprime con questo linguaggio forte e crudo:
[...]
E la fame non appagata,
gli urli dei bimbi non placati,
il petto delle mamme tisiche
e l'odore -
odor di cenci, d'escrementi, di morti -
serpeggiante per tetri corridoi
[...]
Tratti espressionistici sono frequenti anche in altre poesie degli ultimi anni, come in Voce di donna, del 18 settembre 1937, in cui la moglie di un soldato assente (verosimilmente per la guerra di Spagna) esprime la nostalgia e lo slancio verso l'uomo amato attraverso una serie di metafore incalzanti ed energiche, che trovano il loro culmine in questi versi, dove compare uno dei tanti fiori "straniati" (per il forte colorismo e per l'insolito collocamento) che sono caratteristici di Antonia Pozzi:
[...]
salvie rosse mi sbocciano sul cuore:
che tu mi chiami

che tu mi usi
con la fiducia che dai alle cose,
come acqua che versi sulle mani,

o lana che ti avvolgi intorno al petto.
[...]
L'espressione schietta dell'eros e il forte senso del corpo, il colorismo audace e la commistione di realismo e visionarietà, di malinconia ed energia - che sono aspetti originali e attualmente molto apprezzati della poesia di Antonia Pozzi - dovevano apparire però eccessivi al gusto poetico di Luciano Anceschi, e di altri critici e poeti di area lombarda legati all'ambiente banfiano. Essi tendevano infatti piuttosto a una nitida poetica degli "oggetti" e a una certa asciutta compostezza, in cui non poteva assolutamente rientrare la 
complessità della lirica pozziana. Il mancato riconoscimento della sua personalità e della sua poesia pesò sicuramente molto su Antonia, ma quella "resa segreta" (La vita) che la portò il 2 dicembre 1938 a cercare la morte presso l'abbazia di Chiaravalle dipese certamente da una ben più ampia serie di motivi, sia contingenti sia remoti.
Qualcosa si era spezzato in lei la sera precedente, quando – durante l'intervallo di un concerto al Conservatorio – Antonia aveva capito, parlando con Dino Formaggio, che era solo illusione la sua speranza di un legame duraturo con quel giovane tanto amato, accanto al quale, oltretutto, aveva sperato di condividere un impegno etico di vita a fianco dei meno fortunati. Tuttavia non può essere stato neppure questo l'esclusivo motivo della sua tragica decisione di morire: semmai fu l'ultimo anello di una catena di incomprensioni e di sconfitte, che avevano purtroppo costellato la sua intera vita, fin dall'adolescenza. Senza contare il fatto che quell'inizio di dicembre era un momento molto cupo per i forti presentimenti di guerra, non scongiurati dagli accordi di Monaco, e per l'applicazione delle sciagurate leggi razziali, che, tra l'altro, avevano spinto ad andarsene dall'Italia, in quanto ebrei, anche Paolo e Piero Treves, due amici carissimi di Antonia. Il suo dolore per questa situazione traspare d'altronde chiaramente dalle sue ultime lettere.
Antonia Pozzi morì la sera del 3 dicembre 1938. La sua non fu però una morte per difetto, bensì per ricchezza di vita, per «tia troppa vita., che aveva «nel sangue», cui tempi e ambienti sfavorevoli avevano impedito di esprimersi compiutamente e che invece oggi – in un contesto storico e culturale finalmente aperto, anche filosoficamente, al significato conoscitivo del "sentire" e alla specificità della scrittura femminile – non appare più come un limite sconcertante, ma piuttosto come lo straordinario punto di partenza di un discorso poetico tutto da riscoprire e da amare.