Dante vivo

Vittorio Mathieu

L'altra notte, non riuscendo a dormire, mi accorsi che ero in grado di recitare le prime tre strofe di «Donne ch'avete intelletto d'Amore», senza lacune (la memorizzazione era avvenuta nella vacanza felice tra l'esame di maturità e l'inizio dei corsi universitari). Al tempo di Dante (e ancora di Cellini) le poesie manoscritte erano il mezzo di comunicazione di massa. "Letterati", che sapessero leggere e scrivere, in una città come Firenze, ce n'erano poche migliaia, ma comunicavano tutti tra loro. Si scambiavano encomi per il lavoro o, più spesso, insulti ed allusioni satiriche, come quelle, rimaste classiche, tra Dante e «Bicci Novel, figliol di non so cui».
I sonetti e le canzoni riunite poi nella Vita nova ebbero, però, una funzione più importante: servirono a diffondere con l'esempio – e non solo con la teoria – una poetica nuova, che muoveva dall'"amor cortese" della poesia provenzale, ma per andare al di là. Protagonista sempre la donna: di animo nobile ("gentile"), non sofisticata ("umile") e atta a rendere visibile il valore ("onesta") grazie soprattutto alla sua bellezza. Il poeta doveva scoprire la donna adatta fin dalla più tenera età, e seguirne poi la carriera di lontano, senza farsi notare, fino alla completa glorificazione; dopo che fosse divenuta, possibilmente, la moglie di un altro. In Provenza la ricompensa per questa attività del cantore aveva di solito un rilievo economico, in cambio della rinomanza che quelle poesie offrivano a un signore feudale. Per contro in Firenze, città mercantile, il poeta in quanto tale era un dilettante, non un professionista. Se non era ricco di suo, si dava all'attività bancaria o alla politica, iscrivendosi a un'arte o corporazione (ad esempio a quella dei farmacisti, come Dante), dato che le pressioni dei sindacati erano molto forti.
Lo scopo dei nuovi poeti non era, dunque, il denaro, e neppure di ottenere le grazie della bella: era il diletto e la gloria, l'apprezzamento di un pubblico ristretto ma esperto, di intenditori. In Toscana tale programma fu rubricato come "dolce stil novo", e Dante stesso – giudicandosene, con la consueta immodestia, il massimo rappresentante – s'incaricò nella Commedia di riassumerne l'essenziale: non pretendere a una propria originalità ma limitarsi a scrivere ciò che "detta dentro" il dio Amore. Questo proposito di tener «strette al Dittator le penne» era apparentemente modesto, ma era una modestia falsa: appunto l'artista autentico non fa nulla a capriccio, ma obbedisce a una spinta che lo trascende.
Veniamo alla canzone «Donne ch'avete intelletto d'Amore». Dante la cita col suo titolo, cioècon tutto il primo verso, nella Commedia: dunque la porta ad esempio. Essa ci dice che il sentimento dell'Amore – pur personificato in un dio – va preso con leggerezza, in una trattazione rivolta a un pubblico femminile («ché non è cosa da parlarne altrui»). Si tratta, per molti aspetti, di una finzione, perché appunto i maschi dovranno ammirare l'abilità con cui il poeta parla "leggermente" alle donne. E questo parlare, che alle donne apparirà leggero, consiste in una lode caratterizzata dall'enfasi: da un'enfasi che non teme il ridicolo dell'esagerazione, e il cui contenuto è tratto addirittura dalla teologia.
Nella Commedia Dante farà di Beatrice addirittura la Rivelazione incarnata, inferiore solo a Maria, Rivelazione incarnante. Nella Vita nova la teologia cristiana non trova posto, ma l'al di là è chiamato egualmente in causa, per significare che nessun oggetto mondano potrebbe fungere da termine di paragone adeguato.
La "leggerezza", che Dante invoca, è tutta nella forma, ma i contenuti non potrebbero essere più massicci. Basti un esempio. Beatrice è immediatamente salvifica, perché «le ha Dio per maggior grazia dato che non può mal finir chi le ha parlato».
L'immaginazione più spinta tocca però i già salvi, in Paradiso. Non mancano di nulla: eppure sentono l'assenza di Beatrice come una mancanza. Tutto ciò è abbastanza paradossale. I beati sanno bensì che, per quanto siano felici, è sempre pensabile una condizione migliore: quella di chi ha meritato di più. Ma (come dice Picarda) fa «parte della loro letizia» il sapere che i gaggi (i premi) sono esattamente proporzionati ai meriti. Per contro questi stessi beati hanno l'impressione di esser privi di qualche cosa che loro spetterebbe, per il fatto che Beatrice non è tra loro. (Il Cielo «non ha altro difetto che d'aver lei»); e di questo difetto i beati si lamentano. Chiedono a un angelo di farlo sapere a Dio: in sostanza, chiedono a Dio di affrettare la morte di Beatrice. Solo Pietà si adopera in favore del suo vivere. "Pietà" qui non significa "compassione", bensì rispetto per la volontà di Dio. Allora questo rispetto induce i beati a sopportare che Beatrice rimanga ancora un po' di tempo in Terra, dove qualcuno, al contrario, teme che muoia; e dirà nell'inferno: «o malnati, io vidi la speranza dei beati».
Non voglio affatto attribuire a Dante paradossali novità teologiche. Per quanto già allora certi teologi vedette (per esempio Abelardo) attirassero alle loro lezioni stuoli di ammiratrici, i teologi da rotocalco, alla dom Franzoni, non erano ancora stati inventati. L'escogitazione paradisiaca di «Donne ch'avete» è funzione di un bisogno tutto mondano di lodare iperbolicamente la donna. Non accade anche oggi, del resto, che le migliori stelle del piccolo schermo – come già del grande – siano esaltate come se fossero «venute di Cielo in Terra a miracol mostrare»? L'appellativo di "diva", o "divina". non è profuso a piene mani? Angeli azzurri sono esibiti, prima e dopo la caduta, in modo tale che, se fossero stati noti a Bisanzio, avrebbero troncato ogni discussione sul loro sesso. Eppure perfino oggi, abituati come siamo ad affermazioni enfatiche, dire che «Madonna è disiata in sommo cielo» farebbe pensare, a detta di un maligno, che qui Madonna ce la siamo già sopportata abbastanza.
La somiglianza tra il linguaggio erotico e il linguaggio dei mistici è stata notata da molti, in particolare dal filosofo Henri Bergson. La formazione di Dante, però, era di teologia dogmatica, non mistica; sebbene, anche in lui, i due aspetti non si escludano, per la loro combinazione dovremo attendere il Paradiso. Per ora, in età relativamente giovane, si tratta in lui di tutt'altro. Si tratta di enfasi "mediatica", come quella delle nostre TV, perché le canzoni che circolavano su quei fogli manoscritti erano i mezzi di comunicazione di massa. Dante si rese conto fin da allora che questo tipo di comunicazione richiede l'iperbole.
Così nella tv di oggi: se piove, diluvia, se il tempo è secco, le zolle si spaccano, le discussioni in Parlamento sono una "rissa", ecc. Quando poi si tratta di Venere, è fatale che la Venere pandemia trabocchi sulla Venere celeste con ogni genere di perversioni. La differenza è che le iperboli della TV d'oggi sono stucchevoli, quelle di Dante divertono. E il sentimento "stilnovistico" che le suscita può ancor oggi esser sentito vicino dall'uomo – e sopratutto dai giovani.
Dante non era un modello di understatement. Se parlava male di qualcuno non risparmiava sostantivi né aggettivi. Se una bella Petra gli ispirava istinti sadici, lo diceva arrotando consonanti da far rabbrividire. Benché guelfo, esprimeva un "orgoglio laico" con termini che neppure Russo Spena oggi userebbe. A qualcuno questo atteggiamento può dispiacere; e, infatti, già nel passato il culto europeo per la poesia di Dante non fu mai così plebiscitario come per il dolcissimo e lagnoso Petrarca. Ma se qualche giovane – qualunque sia il liceo che ha frequentato – vuole trarre dalla poesia un godimento incomparabile con qualsiasi altro, cominci col rivolgersi alle Rime, in attesa di immergersi nella Commedia. Un buon lessico sarà utile per individuare il significato esatto dei termini. Per il resto quella lingua non è punto invecchiata. perché è vivo e giovane ancor oggi il pensiero che essa esprime; anche quando lo esprime in forme paradossali.