Etica e finanza

«Date a Cesare quel che è di Cesare»

Gianfranco Ravasi

Questa riflessione, attorno a un tema così vasto e dagli orizzonti molteplici, sarà piuttosto s ce rispetto alla complessità del problema. Vorrei iniziare con due testimonianze parallele, che porrò in apertura, a cui farò seguire una premessa e successivamente suggerirò cinque principi che cercherò in qualche modo di "colorare" per non rendere la riflessione troppo arida come inesorabilmente essa si configura attorno a questi argomenti.

Due testimonianze

Come prima testimonianza propongo quella di uno scrittore inglese cattolico molto noto, Gilbert K. Chesterton, il quale in una sua opera famosa, Ortodossia, faceva notare un aspetto particolare: «Tutta l'iconografia cristiana –scriveva – rappresenta i santi con gli occhi aperti sul mondo, mentre l'iconografia buddhista rappresenta ogni essere con gli occhi chiusi». Ed è significativo questo aspetto, non perché il cristianesimo elimini la dimensione della contemplazione, dell'intimità, del segreto, della propria coscienza; esso, però, privilegia certamente lo sguardo aperto sul mondo.
La religione ebraico-cristiana è, infatti, una religione storica e quindi idealmente si impolvera, entra nella piazza, non sta nello spazio tranquillo e sereno del tempio, non rimane in mezzo alle volute d'incenso, ai ceri baluginanti, all'interno della preghiera o della scoperta di sé. Entra anche in mezzo alla città dove ci sono il riso e le lacrime degli uomini, dove ci sono anche le bestemmie, dove si svolgono i commerci.
L'altra testimonianza che vorrei proporre la assumo da un noto autore americano di testi sulla comunicazione. Si tratta di Dan Zadra che scrive queste parole: «Se tu e io ci scambiamo un dollaro restiamo sempre con un dollaro ciascuno. Se invece ci scambiamo le idee, dopo tu ne hai due e io pure». Ecco, la differenza fondamentale è questa: l'economia nello scambio suppone sempre un regime di parità, tant'è vero che il gratuito in economia non lo si concepisce; nella morale invece, nella ricerca di pensiero, lo scambio oblativo è necessario, la donazione è fondamentale.
Ecco, allora, una premessa generale che ci invita a guardare i due volti dell'economia e dell'etica e a tentare di intrecciarli tra di loro tenendo ben conto che, parlando di economia e finanza, sarebbe necessario che tutti avessero sempre davanti agli occhi l'appello di alcuni grandi economisti contemporanei. Ho avuto la fortuna di
poter dialogare con due premi Nobel dell'economia che mi hanno lasciato veramente impressionato per l'estrema qualità umanistica del loro messaggio. Intendo riferirmi all'indiano Amartya Sen e all'americano di Harward, Joseph Stiglitz. Questi due premi Nobel dell'economia ripetono - lo dico con le parole di Amartya Sen - che «la finanza è solo un comparto tecnico di un orizzonte che è più umanitario». Guai se l'economista si perde solo nell'interno del gioco monetaristico, se si affida solo alle ramificazioni specifiche dell'economia con le sue norme, coi suoi percorsi e non tiene conto che sono coinvolti degli uomini. E non tiene conto della miseria del mondo, perché anch'essa fa parte di una concezione autentica dell'oikonomia, dell'economia, cioè della gestione - come dice la parola greca - della legge che regola la casa del mondo.
Ecco perché è necessario interrogarci con grande respiro e non fermarci semplicemente a teorie molto tecniche e ristrette. Ed è anche per questo motivo che dobbiamo eliminare letture del problema economico dal punto di vista religioso troppo ottimistiche e fin fondamentaliste. Pensiamo alla teoria cosiddetta retributiva per cui al delitto corrisponde il castigo e alla giustizia corrisponde il premio; se tu sei ricco è segno che sei benedetto da Dio. Noi sappiamo che Cristo per primo scardina questa concezione meccanica di delitto-castigo, giustizia-premio, davanti al cieco nato. «Chi ha peccato perché costui sia nato cieco?» domandano i discepoli sulla base di questa teoria. Si potrebbe dire: «Chi è stato così buono da far sì che questo sia così ricco?». Ebbene Gesù risponde:«Né lui né i suoi genitori hanno peccato», anzi in lui, in questa persona cieca che dovrebbe essere sotto il segno del Maligno, della sfortuna, dell'infelicità, quasi del satanico, ci sarà l'epifania di Dio.
Dobbiamo, però, cercare di schiodare anche l'atteggiamento antitetico, anch'esso un po' fondamentalista, che considera tutto quello che riguarda l'economia un po' peccaminoso, quasi inquinato in sé. È un pauperismo che certe volte c'è stato anche nella storia della Chiesa, pronta a rifiutare qualsiasi legame col denaro, coi rapporti commerciali considerandoli come corrotti e peccaminosi. Si tratta di due estremi - in una sorta di pendolo che si muove - da scartare. Allora noi, evitando proprio i due estremi, tenendo conto della lezione dei grandi economisti, cerchiamo di fare una riflessione - come si diceva -secondo cinque principi che faremo scorrere velocemente.

Il principio dell'autonomia

II primo è il principio dell'autonomia. E qui risaliamo a quella scena che dà il sottotitolo al nostro discorso. Gesù viene interpellato provocatoriamente sulla questione fiscale nei confronti dell'impero romano. È l'unico pronunciamento che abbiamo nei Vangeli di taglio chiaramente economico-politico: «È lecito o no dare il tributo a Cesare?».
La risposta di Cristo è estremamente importante sia nel gesto che egli compie sia nelle parole che dice. Per ora il gesto lo lasciamo quasi sospeso, anche se lo ricordiamo: si fa dare una moneta e domanda di chi sia l'immagine in essa impressa. Si badi a questa parola che sarà fondamentale per il secondo principio che poi enunzieremo: «Di chi è l'immagine?». Gli rispondono: «È l'immagine di Cesare, l'imperatore».
Cristo risponde con quella frase, nel capitolo dodicesimo di Marco, che tutti hanno in mente e che io ricordo nella sua lapidarietà in greco: «Ta Káisaros apódote Káisan kai ta Theoú Theó», «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». il che vuol dire che Cristo riconosce un ambito di autonomia all'economia. Essa cioè ha un suo spazio vitale in cui manifestarsi, ha delle sue norme, delle sue regole, ha una sua grammatica.
Detto in altri termini, rigetta ogni concezione di teocrazia sacrale. Rifiuta ogni concezione che, per esempio, noi di solito vediamo realizzata all'interno delle cosiddette repubbliche islamiche dove il Corano è la carta costituzionale, dove non c'è più distinzione tra il trono e l'altare, dove per esempio il presidente della repubblica è "la guida suprema" religiosa. Si ha, così, la negazione di qualsiasi autonomia dell'economia e della politica.
Questo riguarda anche il diritto perché la shariyya, la norma legale statale è la stessa del diritto canonico. Ecco allora un primo principio da tener ben fisso: dobbiamo riconoscere che esistono anche delle distinzioni, che esistono degli orizzonti da tutelare nella loro autonomia. Il sapiente è l'uomo che sa distinguere.

Il principio della persona

Dopo aver affermato che hanno una loro legittimità la scienza economica, la procedura economica, le leggi interne immanenti all'economia, dobbiamo però sempre ricordare quella parola lasciata in sospeso che, nel greco dei Vangeli, è eikon, "icona": «Di chi è l'immagine?». Gesù, che parlava a degli ebrei, sapeva che i suoi ascoltatori allusivamente sentivano un altro rimando nelle sue parole. Infatti, quando Gesù dice: «Date a Dio quel che è di Dio», qual è l'immagine in questione? È proprio qui che appare il secondo principio, che è il principio personalista, il principio della persona umana.
Anche se non si ha una grande assuefazione col testo sacro, sicuramente si ricorda quella famosa dichiarazione del libro della Genesi (1,27) nel testo della creazione: «Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò». Qual è il parallelismo di "immagine di Dio"? È "maschio e femmina", l'umanità nella sua bipolarità sessuale, nella sua capacità relazionale. La coppia è l'elemento capitale delle relazioni interpersonali. Forse che Dio sia allora anch'egli sessuato? Sappiamo che la Bibbia continuamente combatte questo principio rispetto ai popoli circostanti che consideravano invece la divinità con accanto una dea paredra.

Quando si scatenava la tempesta, per esempio, nel mondo cananeo, che era l'orizzonte indigeno in cui è fiorita anche la Bibbia, si immaginava che fosse la divinità stessa che entrava in orgasmo e faceva scendere il suo seme, la pioggia, che fecondava la terra considerata come un grembo aperto. La concezione teologica era sessuale. La Bibbia questo lo nega. Dio è trascendente, la fecondità è solo un segno per parlare di Lui.
E allora perché si dice che l'immagine divina nell'uomo è l'essere maschio e femmina? Perché l'essere maschio e femmina significa una persona in relazione d'amore, una relazione feconda che assomiglia a quella del Creatore. Il Creatore crea, l'uomo e la donna generano. L'immagine divina della persona umana è situata nella sua capacità di essere veicolo d'amore e di vita.

Ecco allora un ambito nel quale l'economia non può assolutamente interferire, quello della persona. La dignità umana non potrà essere mai sacrificata alle leggi pur legittime dell'economia. La persona con la sua libertà, col suo bisogno di manifestazione non potrà essere considerata semplicemente una pedina nello scacchiere economico, nel piano di una globalizzazione, per esempio. Ecco, dunque, un secondo principio da tenere sempre presente: la trascendenza della persona, il primato della persona. L'essere umano non può essere piegato e finalizzato al semplice gioco del denaro o dell'economia perché ha in sé l'immagine di un altro Signore, che non è l'imperatore. Egli ha su di sé l'imprinting di Dio stesso.

Il principio della giustizia e della solidarietà

Si tratta di un principio complesso e variegato. Faremo solo tre piccole considerazioni prendendo spunto da una parabola di Gesù, l'unico testo dei Vangeli in cui si citano i banchieri. Ed è la parabola di Matteo 25, quella dei talenti. Cinque talenti, due talenti, un talento.
Cominciamo con un elemento che non è primario in questa parabola, ma è importante: l'impegno. Si dice esplicitamente che il destinatario dei cinque talenti li fa diventare dieci; quello che ne ha ricevuti due li fa diventare quattro e c'è, infine, l'inerte che rimane col suo talento in mano, anzi, lo depone nella terra. Il padrone - che rappresenta poi il Padre celeste -dice: «Ma perché non hai preso tà argúría (il denaro, argent), e non l'hai dato tois trapezítais?», «perché non l'hai dato ai banchieri per farlo fruttificare?». Quindi riguardo ai doni di ogni genere, l'impegno della persona è quello di farli fruttificare.
L'uomo è stato messo sulla terra, dice il libro della Genesi (2, 15), per "coltivarla e custodirla". Si ha, così, l'uomo "tecnico", l'uomo "economico" il quale ha il compito di far fruttificare il denaro. Se stiamo al greco di quella parabola, di chi ha ricevuto cinque talenti si dice: «Ergasato ekérdesen». Ergasato deriva da ergazomai che vuol dire "lavorare": è il lavoro. Ekérdesen vuol dire "guadagnò", è il "guadagno": kérdos. Quindi esiste un impegno. L'inerzia, l'essere quasi affidati a una deriva della società non è corretto; ognuno, nel suo piccolo, deve dare il suo contributo con questa sua capacità di ergazomai, érgon, "lavorare", di "opera".
Un'altra considerazione, però, è necessaria: gli esegeti dicono che l'elemento fondamentale di questa parabola è il dono, perché questi dipendenti non avrebbero mai tra le mani cinque talenti,, due talenti e un talento se non fossero stati dati a loro. Anche un talento solo è una cifra altissima: nel regno di Erode il Grande il bilancio dello Stato era di novecento talenti, quindi cinque talenti sono una cifra notevole. Ecco, allora, il tema del dono. Che cosa significa? Vuol dire che i beni economici che tu hai tra le mani non sono stati creati da te: li hai ottenuti, sono parte del dono del mondo.
Si esalta, in Occidente, eccessivamente la proprietà privata. La proprietà privata non è un fine, ma è un mezzo. Il fine qual è? È la destinazione universale dei beni perché Dio ha voluto idealmente stendere sulla tavola del mondo tutti i beni terreni - ecco i doni -ossia tutti i talenti. Purtroppo cosa ha fatto l'uomo? Declinando male la proprietà privata che aveva la funzione di dare a ciascuno il suo, unicuique suum, cosa si è fatto? Noi siamo seduti alla tavola del mondo - noi occidentali soprattutto - e abbiamo cumuli enormi di beni, abbiamo il problema della dieta. Dall'altra parte del mondo ci sono gli altri che facciamo sedere per terra e che sono lì ad aspettare le briciole (pensiamo, ad esempio, al famoso problema del debito dei Paesi del Terzo Mondo).
Ecco perché il dono è una componente fondamentale da ricordare anche in economia. La vorrei illustrare con le parole di sant'Ambrogio che era un alto funzionario dello Stato divenuto poi vescovo. Ebbene lui scrive queste parole a proposito del tema del dono: «La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri. Perché allora voi, o ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? Quando tu, o ricco, aiuti il povero, tu non gli dai del tuo, gli rendi il suo. Infatti la proprietà comune, che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi. La terra è di tutti, non solo dei ricchi. Dunque quando aiuti il povero, tu restituisci il dovuto, non elargisci il non dovuto». Queste frasi sono di una grande incisività: è significativo che questa persona, che aveva avuto un'esperienza della politica e anche dell'economia, non esitava però a ricordare la necessità assoluta di non dimenticare il principio della destinazione universale dei beni donati da Dio all'intera umanità.
La terza considerazione vorrei dedicarla proprio alla giustizia, una componente continuamente proclamata; tutti ne parlano, è invece la pratica ad essere problematica. Evocherei il tema con le parole di un profeta che normalmente viene definito come il profeta della giustizia, Amos. È curioso quello che egli dice in un versetto che a prima vista sembrerebbe essere una provocazione: «Hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali» (2, 6).
Pensiamo quale effetto dovevano avere queste parole quando egli le pronunciava, tenendo conto del fatto che attorno agli anni Trenta del secolo scorso gli archeologi, scavando a Samaria, nella città in cui egli era profeta - egli era di origine contadina, ma era stato inviato da Dio a parlare in pubblico contro il potere non solo politico, che tentava evidentemente di eliminarlo perché dava fastidio, ma anche quello religioso che lo tormentava, perché era una presenza scomoda - misero in luce una sorta di calmiere dei prezzi di Samaria, la sua città. In esso si è scoperto che un ebreo povero che non riusciva più a vivere si vendeva e il prezzo stimato per uno schiavo era lo stesso di quello di un paio di sandali femminili di lusso. La denuncia del profeta era una condanna mirata dell'ingiustizia, non generica, cioè andava al nodo concreto degli scandali della società.
La poetessa ebrea Nelly Sachs (1891-1970) in una strofa di una sua ballata sui profeti, affermava: «Se i profeti irrompessero per le porte della notte incidendo ferite nei campi della consuetudine [cioè nelle nostre abitudini codificate], se i profeti irrompessero per le porte della notte cercando un orecchio come patria, orecchio degli uomini, ostruito di ortiche, sapresti tu ascoltare?».

Il principio dell'utopia

Abbiamo bisogno ancora delle voci dei profeti per illustrare anche questa nuova enunciazione: è il principio che io definirei dell'utopia, una parola sbeffeggiata ai nostri giorni, una parola che non si usa più perché, quando sono morte le ideologie, sono morte anche le utopie, si dice. E effettivamente sappiamo bene che le utopie realizzate sono state tante volte tragiche perché l'utopia di sua natura è, in verità, un andare oltre la storia, nella tensione e nella progettualità verso l'infinito e la pienezza.
Oggi noi, avendo abbandonato qualsiasi idea di utopia, cioè di grande progetto, di ampia elaborazione anche intellettuale, ci siamo ridotti al piccolo cabotaggio, in politica, in economia, nella stessa religione. Diceva La Rochefoucauld, uno dei grandi scrittori moralisti del Seicento francese: «Chi si applica troppo alle piccole cose diventa incapace delle grandi». È inesorabile: diventiamo tutti "orni-nicchi" quanto più ci si ferma al piccolo orizzonte e non si ha più il respiro della tensione, dell'ideale.
Uno scrittore interessante come è Antoine de Saint-Exupéry, autore de Le petit prince, "Il piccolo principe", suggeriva: «Se tu vuoi formare un navigatore non devi insegnargli soltanto come si costruisce una barca con le doghe, la pece, l'antenna, le vele, le mappe. Tu devi cercare di instillare in lui, nel suo cuore, la nostalgia del mare spazioso e infinito. Solo così creerai un vero navigatore, colui che va verso l'immensità, che tende verso l'infinito».
Un grande mistico spagnolo come Fray Luis de Leòn sulla scia di questa idea diceva in spagnolo:
«En Dios se descubren nuevos mares cuanto mas se navega», in Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga. È necessario sempre di più avere questa tensione, questa pulsione ulteriore verso la pienezza.
Cristo arriva al punto di dire una frase che imbarazza ancora ai nostri giorni nella scena descritta nel cap. 19 (vv. 16-24) di Matteo. C'è un giovane ricco che si presenta a lui per seguirlo. È un giovane che tra l'altro ha già una sua spiritualità, ha una sua umanità. Cristo che cosa gli risponde dopo aver visto che osserva tutti i comandamenti? «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi». Si notino due cose. Cristo lo spinge ad essere perfetto, cioè a mettere davanti a sé qualcosa di più alto rispetto all'essere semplicemente un bravo praticante. E secondo, Gesù insegna poi il distacco. Un distacco, però, non pauperista spregiativo nei confronti dei beni terreni. Cristo dice, infatti, al giovane di compiere quasi un'operazione finanziaria: «Vendi quello che possiedi e dallo ai poveri».
All'interno delle leggi dell'economia, ma anche nel rispetto della persona, della giustizia, della solidarietà ci deve essere a un certo momento quello che si chiama amore, un gesto "utopico". Nella Bibbia c'è una rappresentazione, ripetuta due volte, anche se con linguaggio diverso, per l'Antico e per il Nuovo Testamento, e riguarda la comunità dei credenti veri, che conoscono quindi anche il peso e la fatica delle leggi quotidiane ma che sono invitati ad andare oltre, nella pienezza della fede. Nell'Antico Testamento, ci si imbatte in questi versetti del Deuteronomio, il quinto libro della Bibbia: «Non vi sia in mezzo a voi alcun bisognoso [una dichiarazione ideale]; se vi sarà [realisticamente] in mezzo a te qualche fratello bisognoso non indurire il tuo cuore e non rinchiudere la tua mano» (15, 4-7). L'ideale è alto; ma si sa che però nell'umanità non accade così; ecco allora la necessità di correggere se stessi con l'impegno concreto contro le varie povertà.
C'è, poi, un parallelo nel Nuovo Testamento: l'esperienza della comunione dei beni della Chiesa di Gerusalemme. È vero, era una comunità piccola, non c'erano tutti
i problemi complessi dell'economia di oggi; però più spesso dovremmo non recintare tutto sotto il nostro possesso o interesse e praticare quella parola greca che usano gli Atti degli Apostoli (2, 42; 4, 32-35) la koinonía, la "comunione fraterna". I cristiani di Gerusalemme avevano tutto koinà "in comune" fra di loro. Bisognerebbe seguire qualche volta di più quella legge che Gesù ha formulato e che è in contrasto assoluto con le leggi economiche o forse è qualcosa che dovremmo ancora ripensare proprio per avere una migliore economia: è la legge del perdere per trovare, dare per ricevere.

Il principio della fede

Eccoci all'ultimo principio, che potremmo chiamare il principio della fede. Molti ricordano come Gesù chiama la ricchezza: egli usa una parola che non è greca, mammona. È un termine aramaico che ha al suo interno la stessa radice di una parola ebraica a tutti nota. Quando concludiamo le preghiere, diciamo Amen. Si tratta di un vocabolo che contiene la radice aman, che è presente anche in mammona oltre che in amen, e che significa letteralmente "fondarsi su", "fidarsi di": è ìl termine del credere.
"Credere" in ebraico si dice heemin, espresso sempre con questa radice. Gesù chiamando mammona la ricchezza, fa un gioco allusivo, mettendo insieme due adorazioni: c'è il vero Dio in cui tu credi (amen) e dall'altra parte c'è l'idolo che tu adori (mammona). In questa luce si comprende, per esempio, un'altra pagina evangelica: Luca 12, 1521. È la celebre parabola del ricco stolto, il quale è tutto proteso verso i beni materiali, verso il denaro, l'accumulo progressivo: «Demolirò i miei magazzini, ne costruirò di più grandi! Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni!». E subito quella spada di ghiaccio che penetra nella sua vita: «Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita». Perché egli non sa che la creatura è finita e limitata e il bene materiale non può salvarlo dalla morte. Leonardo Sciascia diceva: «L'umanità la si può distinguere sostanzialmente in due categorie che dicono sempre la stessa frase ma con una variante. Ci son quelli che dicono: "La ricchezza è bella anche se morta". E gli altri dicono: "La ricchezza è morta anche se bella"». I primi sono quelli che adorano la ricchezza ed esclamano: «È bella, anche se morta». Ed ecco allora l'adorazione dell'idolo d'oro. E dall'altra parte ecco coloro che invece capiscono che, pur con la sua funzione positiva e la sua bellezza, la ricchezza è però sempre una realtà morta.
Ed è per questo che Paolo quando scrive ai cristiani di Colossi (3, 5), dice: «Quell'avarizia insaziabile che è idolatria». Riusciamo, allora, a capire che la fede è messa in causa. Chi soprattutto fa concorrenza al Dio vivente è il denaro, è la ricchezza adorata, ed è questo il grande rischio per la fede. Ricordiamo la scena del vitello d'oro eretto dagli Israeliti nella valle ai piedi del Sinai: tutti erano andati a prostrarsi. Mosè arriva con le tavole della Legge, con la parola divina, con la morale, con la spiritualità.
Qui bisognerebbe evocare quella musica straordinaria, anche se, incompiuta, di Arnold Schönberg, Moses und Aron, che ha in sé una straordinaria capacità di proporre una meditazione sull'esperienza del Sinai. In quell'opera Aronne canta sontuosamente davanti al vitello d'oro perché la ricchezza, il benessere, sa usare la pubblicità, riesce a conquistare, ha tutta la strumentazione per passare attraverso le menti. Dall'altra parte, invece, Mosè parla sempre con il recitativo secco, proprio perché la sua è una parola sobria, essenziale: è la parola della fede.
Ricordiamo tutti un autore che faceva parte della nostra formazione liceale, Giovanni Verga. Nel racconto La roba si ha la rappresentazione dell'auri sacra fames, di quell'"antica lupa", come la chiamava Dante, cioè l'avarizia. Infatti, Mazzarò, contadino venuto dal nulla, mettendo insieme la "roba", ha costruito quasi un piccolo impero. Ora, «quando gli dissero - scrive Verga nel 1883 - che era tempo di lasciare la sua roba e di pensare all'anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anatre, i suoi tacchini e strillava: Roba mia, vièntene con me!». È la rappresentazione perfetta del principio violato della fede attraverso l'idolatria della ricchezza.

Due testimonianze finali

Ho proposto questi cinque principi, tra i tanti che si potrebbero evocare. Li facciamo ancora passare davanti i nostri occhi e proponiamo una conclusione con una duplice testimonianza. Il principio dell'autonomia: è legittimo avere la competenza economica ed elaborare regole e norme corrette, giuste, efficaci, nell'economia, che non sono sancite dalla religione e neppure dalla morale in senso stretto, come accade anche per la scienza che ha degli ambiti specifici con proprie leggi. Ma chi è coinvolto in queste leggi? È coinvolto l'uomo. Ecco allora il principio della persona da rispettare sopra ogni bene materiale. Terzo: la persona è in relazione. Come si costruisce questa relazione? Col principio della giustizia, della solidarietà, dell'amore. Ma, quarto, tutto questo non dev'essere vissuto solo con regole morali codificate, tranquille, pacifiche. È necessaria la tendenza all'utopia, che ci deve far conoscere che cosa siano la generosità e l'amore così da giungere alla fine al principio della fede autentica che ci impedisce di far sì che le realtà create diventino l'idolo a cui tutto consacriamo. Concludo con due testimonianze diverse così come ho fatto all'inizio, ponendole a suggello della mia riflessione.
La prima è costituita da una sorta di settenario di temi formulato da Gandhi, quindi da una figura che appartiene ad un'altra cultura ma che si ritrova nell'orizzonte universale della moralità e del dialogo interreligioso. Questi sette elementi sono significativi come esame di coscienza per tutti noi cittadini del mondo.
Diceva Gandhi: «1) L'uomo si distrugge con la politica senza principi; 2) l'uomo si distrugge con la ricchezza senza lavoro; 3) l'uomo si distrugge con l'intelligenza senza carattere; 4) l'uomo si distrugge con gli affari senza morale; 5) l'uomo si distrugge con la scienza senza umanità; 6) l'uomo si distrugge con la religione senza la fede [cioè senza l'adesione personale autentica; è facile morire per una religione, difficile è viverla pienamente, diceva Borges]; 7) l'uomo si distrugge con la carità senza il sacrificio di sé».
Ecco, questi sette principi -politica senza principi, ricchezza senza lavoro, intelligenza senza carattere, affari senza morale, scienza senza umanità, religione senza fede, carità senza sacrificio di sé - sono elementi che dobbiamo impastare nel nostro agire per impostare la nostra vita.
Concludiamo, invece, con un respiro forse ancor più alto, anche se più lieve e sereno. Avrei potuto finire anche con qualche battuta sarcastica, perché nel campo dell'economia si potrebbero dire anche cose sferzanti e ironiche. Ne voglio, comunque, proporre una, letta una volta su una rivista americana, il New Yorker. C'era in quelle pagine una battuta che diceva: «Se avete a che fare con una persona che afferma: "Non è per una questione di soldi ma è per una questione di principio", badate bene che è per una questione di soldi».
In finale, invece, voglio proporre le parole di una poetessa a me molto cara vissuta nell'Ottocento. Si chiama Emily Dickinson e la sua poesia è straordinaria, di grandissima intensità. Lei in pratica è vissuta sempre in una stanza del palazzo di suo padre e nel giardino che era all'esterno. Là ha sperimentato tutto il respiro della vita e persino della mistica. In questa poesia ci ricorda che è vero che noi dobbiamo preoccuparci di questo mondo, ma ci ammonisce che la cosa fondamentale è sapere che questo mondo non si chiama "Conclusione". Lo scrive con la maiuscola, perché c'è un "oltre" e noi dobbiamo continuare a cercare quell'"oltre" andando al di là delle cose materiali. Quella "Conclusione", che è "oltre", la filosofia non la sa; ci vuole, dice, l'intuizione. E l'intuizione è la poesia, la fede soprattutto - lei era credente -perché ci permette di capire - e lo scrive ancora con la maiuscola - l'Enigma, il "mistero" dice il Nuovo Testamento, il mistero divino. E finisce ricordando che non basta, per saziare l'uomo, dargli tanti soldi, tante cose, non bastano neppure i narcotici. Ecco le parole di Emily Dickinson:
«Questo mondo non è Conclusione, un seguito è al di là, / un al di là invisibile come la musica, / forte come il suono. / Fa segno e poi sfugge. / Filosofia non lo sa. / È l'intuizione alla fine a penetrare l'Enigma. / I narcotici non possono placare / il dente che rode l'anima».