Agape ed eros

Pietro Citati

Nei Vangeli e nelle Lettere di san Paolo scrittore c'è un'immensa omissione, che nel terzo secolo colpì l'attenzione di Origene. Manca il sostantivo eros e il verbo eran. Ora, nella civiltà ellenistica, eros ed eran esprimevano il desiderio, l'affetto, la tenerezza: un desiderio oscuro, che sfiorava le persone e le cose con "voluttà e dolore". Poi eros saliva in alto; e si trasformava nel delirio filosofico con il quale il greco contemplava le forme dell'Essere, e nell'estatico delirio religioso che lo innalzava verso gli dèi.
Con la sua durissima chiarezza intellettuale, san Paolo estirpò queste parole dal vocabolario cristiano. Nel Nuovo Testamento e nelle sue Lettere non c'è piùtraccia di eros. Egli non tollerava né l'eros terrestre né l'eros celeste. Mai, a nessun costo, la nostra morbida tenerezza sensuale poteva trasformarsi, sebbene purificata, nell'amore che un cristiano provava per Dio.
Secondo san Paolo, l'amore cristiano portava un altro nome: agàpe, caritas. Esso era superiore a tutte le altre virtù umane, e ne costituiva il cuore e la musica. Non c'era nulla sopra agàpe: né la profezia, né la lingua degli angeli, e nemmeno la speranza né la conoscenza. L'amore era superiore perfino alla fede. Nel Vangelo di Matteo, Cristo aveva detto: «Se avete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: "Spostati da qui a là", ed esso si sposterà. Niente vi sarà impossibile», e san Paolo - proprio lui che aveva costruito la sua teologia sulla fede - rispondeva, con uno straordinario capovolgimento: «Se avessi tutta la fede, tanto da poter trasportare monti, ma non avessi l'amore, non sarei nulla». Tutte queste virtù - la profezia, il dono delle lingue, la speranza, la conoscenza e la fede -avevano, secondo san Paolo, una mancanza comune. Erano virtù di questo mondo, dove viviamo "gemendo" e aspettando ansiosamente la redenzione. Alla fine dei tempi, quando con un tocco leggerissimo della mano Dio aprirà le porte del suo regno, questi doni verranno meno, come neve sotto i raggi del sole.
Nel nostro mondo intermediario, agàpe è l'unica virtù perfetta, piena e assoluta, come sarà perfetta, alla fine dei tempi, la nostra visione della luce di Dio. Non dobbiamo attendere e rinviare l'attesa. Nell'amore, tutto è già qui: Dio è già dentro di noi. Oggi non sappiamo altro di lui: non lo conosciamo né lo contempliamo nel-
l'estasi; lo incontriamo soltanto nell'amore, che ci colma ed esce da noi come una sovrabbondante acqua soave. Ma se l'amore è il presente assoluto, è anche l'assoluto futuro. Alla fine dei tempi, quando si spalancheranno le porte del Regno, le profezie e la speranza e la fede si compiranno, e dunque verranno meno. Non ci sarà più nessuna virtù umana. Nel vuoto della fine ci sarà soltanto la caritas, che in quel momento si scioglierà nella visione radiosa del volto di Dio.

Malgrado la condanna di san Paolo, eros non scomparve.
Pochi secoli più tardi, il grande fiume platonico e neoplatonico sfociò nel cristianesimo. Origene, Gregorio di Nissa, Dionigi l'Areopagita identificarono eros ed agàpe; e Gregorio giunse a scrivere che eros era la caritas portata al massimo della tensione e della forza. Forse il trionfo di eros fu ancora più profondo nei trattati d'amore del XII e del XIII secolo, quando san Bernardo, Ugo e Riccardo di san Vittore, Guglielmo di SaintThierry, Frate Ivo, Aelredo di Rievaulx tradussero in latino il suo nome. Eros e caritas non si fusero mai così completamente come nei Quattro gradi dell'amore violento di Riccardo di san Vittore.
Che l'amore terrestre e quello divino discendano dalla stessa fonte era una convinzione diffusa tra i maestri spirituali dell'epoca. Ma Riccardo andò molto più lontano. Descrisse i due amori; e vi ritrovò la stessa struttura, le stesse manifestazioni, i medesimi gradi: l'amore che ferisce, che lega, che rende languidi, che fa venir meno. Aveva letto san Paolo e il suo inno alla caritas, nella Prima lettera ai Corinzi. San Paolo sottolineava la pazienza, la sobrietà, la mitezza, la quiete-di questa forza, che «tutto sopporta» e conduce verso il futuro. Riccardo sottolineava, invece, la «suprema grandezza della passione». Sopra i sentimenti di umanità, di amicizia, e di parentela «c'è un amore ardente e imperioso, che penetra nel cuore e infiamma i sentimenti e trapassa l'anima fino alle midolla».
Nei trattati medievali, l'anima arriva finalmente al culmine. Dio si rivela. E come una piccola goccia d'acqua, versata in poco vino, sembra perdervisi completamente prendendo il gusto e il colore del vino: e come il ferro, tuffato nel fuoco, diventa incandescente e si confonde nel fuoco, e come l'aria inondata dai raggi del sole si trasforma in luce, così l'anima si scioglie e si liquefa nella sostanza di Dio. Ma il tocco della grazia è rapidissimo.
L'invasione luminosa di Dio avviene di passaggio, in rari momenti, e appena «per lo spazio di un istante», dice san Bernardo. Dio appare e scompare. Le due sostanze non si fondono: la sostanza umana non diventa sostanza divina; quella goccia d'acqua non è veramente vino, quel ferro non è fuoco, quell'aria non è luce. Forse tutto è soltanto un lieve gioco di Dio con le tenere e desolate anime umane.
Anche in Riccardo di san Vittore, l'anima dimentica se stessa: non ha più né volontà né desideri né pene; la mente si sveste di sé, e si affida alla disposizione divina. Ma, in quel punto, avviene il "rapimento", di cui aveva parlato san Paolo: così impetuoso, profondo e sovrabbondante, come san Bernardo non aveva osato sperare. L'anima viene assorbita in Dio: si trasforma, cambia sostanza. Riccardo non parla, e non vuole parlare, di durata: l'estasi non è misurata col tempo. La metamorfosi in Dio è assoluta: «Quando il ferro è gettato nel fuoco, dapprima lo si vede scuro e freddo. Ma quando dimora nell'incendio del fuoco, a poco a poco diventa caldo, a poco a poco perde il colore scuro, e man mano che diviene caldo prende in sé la somiglianza del fuoco, sino a liquefarsi tutto, e venire completamente meno a se stesso e passare del tutto in un'altra qualità. Così dunque l'anima assorbita dal rogo dell'amore divino e nell'incendio dell'intimo amore, dapprima si scalda, poi diviene incandescente, si liquefa, e infine perde completamente la condizione originaria». Tutto è fuoco e liquefazione, come dicono i Salmi. In questo momento fuori dal tempo, l'anima conosce i misteri della sapienza divina: «Quelle parole misteriose che all'uomo non è lecito proferire».

Forse, nel cristianesimo dei nostri giorni, eros ha perduto la forza, che possedeva nel Medioevo. Platone ci ha abbandonato. Come potremmo immaginare, oggi, un libro come il Paradiso: con quella immensa forza erotica, quella gioia, quella paurosa e lucidissima ubriachezza, quella luce nella luce, che si rispecchia, si riflette, trova sempre nuovi echi, variazioni, modulazioni e riverberi? Al cristianesimo di oggi è rimasto il territorio di agàpe: la virtù di san Paolo.
Nella sua enciclica Benedetto XVI ricorda i disastri che nel secolo scorso sono stati compiuti in nome della asso- Iuta giustizia sociale, riempiendo i gulag e le miniere siberiane di milioni di vittime. Ma anche se questo non fosse accaduto, anche se la storia avesse proceduto regolarmente sui binari bene oliati del progresso, anche se la società avesse avuto una scrupolosa attenzione verso i poveri, nemmeno in questo caso la giustizia sarebbe bastata. La giustizia non basta mai: non conosce gli individui; non cerca di esplorare l'ombra. Perfino nel più perfetto Stato del mondo resteranno sempre gli infelici, gli offesi, gli esclusi e, soprattutto, coloro che non sopportano la vita ed il tempo, perché non sono adatti alla vita ed al tempo. Solo chi coltiva la caritas può fare qualcosa per loro. Egli ha occhi acutissimi per ogni individuo: ne conosce i sentimenti, ne condivide le sensazioni, ne ascolta le vibrazioni, e cerca dì penetrare nella loro ombra. Come diceva Dostoevskij, chi conosce la caritas si spinge negli estremi territori della pietà e della compassione: disposto a perdersi, pur di salvare una sola scintilla umana dalla rovina.