I beni comuni:

una sintesi problematica

Sandro Antoniazzi


L'origine del problema

La questione dei beni comuni risale a una duplice origine: da un lato il saggio di Garrett James Hardin, La tragedia dei beni comuni, scritto nel lontano 1968, che avviò un dibattito molto acceso a livello scientifico; dall'altro la battaglia intorno all' "acqua bene comune", diventata subito popolare in molti paesi, che ha avuto il merito di portare il tema sul piano politico al di fuori dell'ambito scientifico. A ciò si aggiungono gli importanti studi sui commons (beni comuni) dell'americana Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia, e la lunga lotta per la tutela del patrimonio naturale e culturale degli indigeni, che rappresenta un caso storico esemplare di difesa delle proprietà e delle culture collettive. Grazie a questi precedenti si è generato un processo di riflessione, di confronto e di attività che si è ampiamente sviluppato in modo vario, talvolta disinvolto e retorico, e si è diffuso particolarmente in Italia, che per certi versi ne costituisce l'epicentro politico e culturale.
Alla tesi iniziale, sostenuta da Hardin, che i beni comuni dovrebbero essere attribuiti alla proprietà privata, poiché rischierebbero di essere distrutti, se fossero lasciati al libero accesso, venne facilmente contestato che piuttosto basterebbe introdurre le norme per regolarne l'accesso. Su questo tema è notevole il contributo della Ostrom che con l'aiuto di un gruppo di ricercatori ha documentato molteplici esperienze di gestione collettiva di terre, acque, boschi, dimostrando che risultava una soluzione non solo funzionale, ma anche migliore per molte situazioni.
Il proseguimento del dibattito ha portato a riconoscere nei beni comuni un riferimento fondamentale e innovativo per coloro che coltivano una visone sociale della democrazia. Per usare le parole di Carlo Donolo, uno dei maggiori studiosi della materia, "siamo convinti che i beni comuni stanno assumendo un valore centrale per la nostra vita comune e per le prospettive della nostra società nel contesto globale [...]. I beni comuni sono centrali per ogni processo sostenibile, per lo sviluppo locale, per la coesione sociale, per i processi di capacitazione individuale e collettiva. [...] La stessa sussidiarietà è in primo luogo capacitazione del governo dei beni comuni".
In questa prospettiva oggi si colloca una pluralità di studiosi e di persone impegnate in iniziative capaci di trasformare perfino il diritto, sia pure lentamente e con posizioni differenziate. Tuttavia vale la pena ricordare l'opinione del tutto diversa di Mattei e di Hardt e Negri che nel "comune" vedono il principio per un'azione politica alternativa al sistema capitalistico.

Cosa sono i beni comuni

Per entrare nel merito della questione conviene partire dalla natura dell'oggetto, peraltro controversa e alquanto indefinita al punto che molti deplorano che "la diffusione della formula è inversamente proporzionale alla sua perspicuità", come osserva Nivarra.
A livello scientifico i beni comuni sono definiti in base a due criteri: l'accessibilità (devono essere accessibili) e la rivalità (l'eccessivo uso da parte di alcuni danneggia altri possibili utilizzatori), distinguendosi così dai beni privati (non accessibili) e dai beni pubblici (che sono accessibili, ma non rivali). Più in generale Ricoveri li definisce come "risorse collettive amministrate e gestite da comunità locali" oppure "beni che però sono anche relazioni sociali"; invece per certi autori, come Rodotà, 'bene comune' indica più una possibilità di fruizione che una proprietà. Inoltre, mentre per alcuni si tratta di produrne elenchi, per quanto aperti e flessibili, per altri i beni comuni non sono tali per caratteristiche oggettive, ma per i contesti entro i quali diventano rilevanti, come ritiene Mattei. Infine per Hardt e Negri `comune' è in primo luogo "la ricchezza comune del mondo
materiale [...], di più tutto ciò che si ricava dalla produzione sociale e che è necessario per proseguire la produzione".
Maria Rosaria Marella prospetta un elenco ampio e dettagliato che comprende cinque insiemi:
- Beni materiali
- Beni immateriali
- Diritti sociali (sanità, scuola)
- Spazi comuni (città)
- Beni ideali e istituzionali (lavoro, informazione, democrazia)
Altre proposte di estrazione ecologica restringono il ventaglio a tre campi:

- Beni fisici, soprattutto locali (acqua, terre, foreste, pesca)
- Beni di carattere globale (atmosfera, clima, oceani)
- Beni/servizi pubblici (gas, luce, scuola, sanità) Probabilmente risulterebbe realistico restringere il campo ai due settori fondamentali sui quali oggi insistono maggiormente gli sforzi: a) i beni locali, soprattutto fisici, collegati a forme di associazione, comunità e iniziative partecipative anche inedite; b) i diritti connessi alle moderne forme di comunicazione, il cui accesso è essenziale per il nuovo modo di vita e di produzione. A ciò non si deve aggiungere un elenco, bensì una disponibilità ad assumere altri temi che nel tempo si possono presentare come "beni comuni" per un insieme di concause o per coscienza collettiva, senza trascurare l'uso del termine che indica un tema generale come "scienza bene comune, "lavoro bene comune, "democrazia bene comune. Tuttavia, prima di occuparci di questi diversi "beni comuni", è opportuno soffermarci sulle problematiche giuridiche attinenti.

Un diritto finora non favorevole

Non solo il diritto vigente non tratta dei beni comuni, ma dall'unità d'Italia la legislazione è stata rivolta a eliminare ogni forma di proprietà collettiva esistente. La Costituzione stessa esclude esplicitamente che la proprietà dei beni comuni vada considerata come una "terza categoria" oltre la proprietà pubblica e la proprietà privata, dove dichiara: "la proprietà è pubblica o privata" (articolo 42). Naturalmente ci si può richiamare ad altri articoli della Costituzione che rimandano alla funzione sociale della proprietà (articolo 42), alla gestione dei servizi pubblici da parte dei lavoratori e dei cittadini (articolo 46) e ai diritti della persona "sia come singolo sia nelle formazioni sociali dove si svolge la sua attività" (articolo 2), che però mostrano il limite di richiamarsi a principi generali e non specifici.
E stata avanzata la proposta di fare riferimento all'articolo 81 del Codice Civile: "sono beni le cose che possono formare oggetto di diritti", riletto alla luce dell'articolo 118 della Costituzione che recita: "Comuni, Province, Città Metropolitane, Regioni e Stato riconoscono e favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà, anche attraverso misure fiscali". Si tratta di un principio programmatico di grande rilevanza, con il quale è stato introdotto nella Costituzione il concetto di sussidiarietà, che dovrà dimostrare la sua efficacia col dispiegarsi dell'attività legislativa. Un piccolo passo in questa direzione è stato compiuto dalla legge numero 2 del 2009 che all'articolo 23 prevede che gruppi di cittadini organizzati possano proporre e realizzare progetti di recupero di immobili di valore artistico o ambientale a loro spese, con una parziale detrazione dell'imposta sul reddito.
Rilevante e innovativa appare la sentenza numero 3665 del 14 febbraio 2011, emessa dalle Sezioni Unite della Cassazione Civile, le quali, pronunciandosi a proposito di una vertenza relativa a una laguna veneta, hanno esplicitamente riconosciuto forme diverse e alternative di diritti sulla proprietà. Fra l'altro nella sentenza si afferma che "emerge l'esigenza interpretativa di guardare al tema dei beni pubblici oltre una visione prettamente patrimoniale-proprietaria per approdare a una prospettiva personale-collettivistica"; nonché: "ne deriva quindi che là dove un bene immobile, indipendentemente dalla titolarità, risulti per le sue intrinseche connotazioni, in particolar modo quelle di tipo ambientale e paesaggistico, destinato alla realizzazione dello Stato sociale come sopra delineato, detto bene è da ritenersi, al di fuori della ormai datata prospettiva del dominium romanistico e della proprietà codicistica, 'comune', vale a dire, prescindendo dal titolo di proprietà, strumentalmente collegato alla realizzazione degli interessi di tutti i cittadini". Naturalmente la maggior parte delle proposte si pronuncia a favore di un'evoluzione legislativa che dia spazio alla prospettiva dei beni comuni, permettendone un riconoscimento esplicito come "terza specie" di proprietà, accanto a quelle dei beni pubblici e dei beni privati.
In tutt'altra direzione si è orientata la Commissione promossa dal Ministero della Giustizia nel 2007 e presieduta da Rodotà, secondo il quale non bisogna stabilire una nuova specie di proprietà, bensì definire diritti di "non proprietà" o diritti di fruizione dei beni connessi ai diritti fondamentali della persona, che potrebbero valere persino nei confronti della proprietà privata. Tale tesi suscita un indubbio interesse, ma manifesta alcuni aspetti problematici di natura costituzionale e ripone una fiducia eccessiva nelle prerogative del diritto, che corrisponde a una visione meramente giuridica limitata ai diritti individuali, laddove la proposta dei beni comuni è strettamente congiunta alla promozione delle forme di associazione collettiva.
Il gruppo di Labsus (Laboratorio per la Sussidiarietà) avanza la proposta più soft- dei "diritti di cura" - non "di proprietà" - che consentano l'esercizio della libertà responsabile e solidale propria della sussidiarietà, nell'intento di superare il rapporto "domanda dei cittadini - risposta delle istituzioni" e di promuovere una nuova forma di cittadinanza.
A differenza di chi li considera "deboli" rispetto ai diritti civili e politici, in quanto il loro esercizio dipenderebbe aleatoriamente dalle risorse dello Stato, un giurista emerito come Luigi Ferrajoli avverte l'esigenza di una legislazione che si occupi dei diritti sociali in maniera appropriata e concreta, contemplando anche quel genere di diritti che oggi è necessario rivendicare a livello transnazionale, come i diritti universali di mobilità e di residenza.
Infine i fautori dell'alternativa ritengono che l'intera materia non richieda un diritto costituito, bensì costituente e più pluralista che si produca progressivamente dal basso nel corso della lotta politica, evitando gli esiti appiattenti e vincolanti di una legge emanata dall'alto e uguale per tutti.

Il rapporto tra beni comuni e comunità

Lungo la scia tracciata dai lavori della Ostrom, già richiamati, i sostenitori dei beni comuni sottolineano con forza come le risorse collettive possano essere amministrati adeguatamente solo da chi conosca la comunità locale e ne faccia parte. Nella misura in cui insistono più sull'aggettivo comune che sul sostantivo bene, le loro posizioni attribuiscono priorità al valore relazionale dei beni comuni ed esprimono la domanda di partecipazione, implicita nella loro proposta. In quest'ottica i beni comuni sono visti come un'importante opportunità di promozione e diffusione di una nuova socialità in un'epoca dominata dall'individualismo e dal mercatismo.
Compresi i diritti d'uso e gli usi civici, nel mondo esistono moltissime forme di proprietà collettive, che in Italia coprono ancora un sesto del territorio. La legge fondamentale che le regolamenta è la numero 1776 del 1927, sebbene i rispettivi poteri siano stati trasferiti alle Regioni dalla legge 616 del 1977. Gli accertamenti regionali sono tuttora in corso e meritano attenzione e vigilanza per un giusto riconoscimento, anche se oggi sembra superata la tendenza a sopprimere tali diritti, spesso di origine antica: ad esempio, la Magnifica Comunità della Val di Fiemme, le cui origini risalgono al 1111, risulta ancora proprietaria di 20.000 ettari di boschi e pascoli.
Tuttavia, come osserva Giovanna Ricoveri, mentre nel Nord del mondo, dunque in Italia e nell'Occidente sviluppato, occorre soprattutto riproporre il tema dei beni comuni con progetti e iniziative nuovi, nel Sud urge riappropriarsi dei beni comuni. Infatti, sia per le dimensioni dei beni in discussione sia per i principi in gioco, le lotte più importanti avvengono proprio in quest'area, come le lunghe e contrastate battaglie dei popoli indigeni, espropriati dalle multinazionali senza indennizzi, che hanno portato a importanti riconoscimenti dei loro diritti, inclusa la difesa dei loro "saperi".
D'altra parte resta aperta la questione del land grabbing (appropriazione di terre) che si riferisce all'acquisto di enormi distese in altri Stati per garantirsi raccolti, destinati sia all'uso alimentare sia alla produzione di biocarburanti. Si tratta di una pratica adottata dalla Cina in Africa, ma anche da altri Stati come l'Italia, che si colloca al primo posto in Europa per questo genere di accaparramento, dal momento che le sue imprese si sono assicurate un milione e mezzo di ettari di terre: ad esempio, i Benetton hanno comprato un vasto territorio nel Sud del Cile, scontrandosi col popolo Mapuche che vi risiedeva da sempre. Trattandosi di "terre libere", gli Stati le considerano proprie, trascurando le esigenze delle tribù che vi dimorano senza particolari diritti di proprietà, che per loro è un concetto sconosciuto e privo di senso. In realtà questi interventi potrebbero rientrare negli interessi di entrambe le parti, se rispettassero i diritti degli abitanti a condizioni eque; invece più spesso si presentano come vere e proprie forme di nuova colonizzazione, spossessando i popoli originari del legame spirituale con la "madre terra" e dell'habitat naturale, fonte di vita e di nutrimento.
Seppure per motivi differenti, sia Rodotà sia Mattei, Hardt e Negri criticano risolutamente il nesso tra beni comuni e comunità, in quanto limitante e troppo vincolato al passato: per il primo i diritti moderni sono individuali, laddove il riferimento alla comunità rimanda a epoche premoderne, in particolare al Medioevo; per i secondi si tratta di far valere il "comune" come alternativa al capitalismo mondiale, nella quale la questione dei beni locali risulta irrilevante, al punto che Mattei definisce "bucolica" la Ostrom. In queste posizioni appare un'evidente sottovalutazione della comunità, ritenuta un'esperienza esclusiva del passato, con la conseguenza di trascurare l'obiettivo essenziale di ricreare legami sociali, per quanto in forme nuove e partecipate. D'altronde, mentre continua a progredire l'esclusione sociale, che senso avrebbero i diritti umani, se non venissero integrati da diritti comuni che non hanno solo una storia passata, ma anche un futuro? Piuttosto si dovrà porre attenzione al fatto che le comunità non si chiudano, come nel caso delle gated communities, ma collaborino con le altre forme di proprietà pubbliche e private in un continuum cooperativo; nel contempo occorrerà prevedere e garantire forme di partecipazione non restrittive.
Secondo alcuni, l'abbinamento "beni comuni - comunità" è fondato sulla tesi sostanziale, talvolta relegata sullo sfondo, che tali beni appartengano originariamente alla comunità e costituiscano il patrimonio collettivo dell'umanità. A riguardo viene richiamata anche la Somma teologica di San Tommaso per sostenere che per il diritto naturale i beni sono di tutti, mentre è il diritto positivo a distinguere le varie forme di proprietà relative alla loro gestione. Questo principio rientra nella dottrina sociale cattolica attinente alla destinazione universale dei beni, anche se viene ricordato di rado, perché risulta di difficile applicazione, mentre i suoi oppositori rilevano che creerebbe confusione nella misura in cui le grandi questioni attuali, come il sapere, la comunicazione, le tecnologie, non hanno alcun fondamento "naturale". La soluzione della diatriba dovrebbe essere trovata nella distinzione tra due categorie di beni comuni: beni materiali che hanno o possono comportare legami comunitari, e beni immateriali, di conoscenza e di comunicazione, che implicano rapporti diversi, destinati a una continua evoluzione. Il richiamo etico alla "natura" dei beni può contrastare validamente l'eccessivo mercatismo, diffuso anche nelle organizzazioni internazionali: si pensi alla Banca Mondiale che nel World Water Forum tenuto a L'Aja nel 2000 definì l'acqua "bene economico, di rilevanza industriale", quindi di competenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio; oppure all'Unione Europea che nella Carta di Nizza del 2000 non ha inserito la proprietà privata tra i rapporti economici, bensì tra le libertà. In entrambi i casi risulta evidente il prevalere del principio economista, che non si limita al piano terminologico; in realtà il sistema capitalistico tende per natura all'espansione incessante: consolidata la produzione industriale, ora cerca sbocchi nello sviluppo della finanza, nella privatizzazione dei servizi pubblici, nell'accaparramento delle terre, nell'impossessamento dei beni comuni, quindi è normale che in questo confronto di livello mondiale non vinca la giustizia, ma il più forte, a meno che non maturi rapidamente una coscienza collettiva in grado di intraprendere la lotta per i beni comuni.

Beni immateriali, lavoro, globalizzazione

Se il recupero di esperienze collettive riveste un indubbio rilievo sociale, è altrettanto vero che oggi le questioni fondamentali si giocano su scala globale, dove i beni virtuali cognitivi e normativi, come il sapere tecnico, scientifico e specialistico, non si riducono al diritto privato. Al loro centro, per l'intrinseco carattere relazionale universale, si colloca il lavoro comunicativo, che produce conoscenza in quanto bene comune, ossia valore in senso etico, sebbene il processo economico trasformi sempre più spesso la relazione in un "flusso", per cui anche la produzione culturale si traduce in produzione commerciale. In questo contesto le conoscenze e la padronanza dei codici si dimostrano sempre più necessari per non rimanere esclusi dalla produzione sociale, quindi occorre una base condivisa che garantisca a tutti il "diritto d'accesso" a mezzi informativi idonei e costantemente aggiornati, innanzitutto nel campo della comunicazione.
Contrariamente ai beni materiali, i beni immateriali non sarebbero rivali, qualora non se ne impedisse l'accesso mediante il frequente ricorso a brevetti, come nel caso dell'esclusiva dei semi, che ne impone determinati usi, e in modo ancora più significativo nel caso dell'esclusiva delle sequenze di DNA umano, che limita le possibilità di disporne a scopi terapeutici. Naturalmente in settori così complessi non è la "comunità della rete" a regolare i diritti d'accesso, perciò diventa sempre più importante la creazione di un diritto internazionale che definisca le condizioni per l'impiego di questo genere di beni comuni.
D'altronde, col prevalere dei processi comunicativi-informativi, il lavoro cognitivo ne diventa parte costitutiva preponderante e tende a uscire dalla fabbrica e dagli uffici in modo che il lavoratore guadagni in autonomia, ma ne rimanga assorbito per un tempo maggiore. Inoltre, sebbene aumentino enormemente le possibilità di cooperazione, un quadro così vasto e indefinito ne riduce l'incisività concreta, mentre urge che il bene comune della cooperazione diventi uno strumento per realizzare un mondo più umano e vivibile.

Conclusione

Nelle società liberali il compito fondamentale dello Stato è di garantire la convivenza ordinata e la sicurezza di molti individui separati gli uni dagli altri: l'enorme sviluppo dell'economia ne ha solo estremizzato questa caratteristica, esaltando l'individualismo. Proprio da qui deriva l'investimento nella prospettiva dei beni comuni, come alternativa per ricostituire legame sociale.
Per descrivere quanta speranza risieda in questo intento, Carlo Donolo ha dichiarato che il tema dei beni comuni "ha oggi lo stesso rilievo che potevano avere a metà Ottocento la lotta di classe e il socialismo". In questi termini i beni comuni non rappresentano una questione specifica e settoriale, ma un disegno che comprende l'intera società; pertanto la loro proposta deve assumere la dimensione internazionale che negli ultimi venti anni è stata dominata dalla prospettiva liberale, in assenza di una visione democratico-sociale all'altezza di contrastarla. A tal fine sembrano indispensabili due condizioni.
In primo luogo, con l'unificazione del sistema produttivo mondiale favorita dalle tecnologie informatico- comunicative, sono stati introdotti miliardi di persone in una economia dove, nonostante le rispettive differenze, sia i lavoratori dell'Occidente sviluppato sia i lavoratori delle altre aree del pianeta appartengono al medesimo processo generale del capitalismo che ha infranto la barriera fra paesi dell'abbondanza e paesi del bisogno. In questo contesto lottare per i beni comuni richiede di riconoscere i diversi piani convergenti sui quali spingere il sistema verso una maggiore equità per tutti. Infatti è impossibile sostenere una prospettiva sociale mondiale, se essa non riesce a coinvolgere tutte le masse, ossia tanto i lavoratori e i poveri dell'Occidente quanto i lavoratori, i popoli, gli indigeni del resto del pianeta; altrimenti continuerà a prevalere la tendenza liberista, dal momento che le vie d'uscita dal sistema globale sono impraticabili per una singola nazione.
In secondo luogo, per quanto sia mutato rispetto al passato, il lavoro continua a rivestire un ruolo essenziale e insostituibile, perché consente conoscenza, cooperazione e autonomia superiori, nonostante le difficoltà ad avvalersene in modo efficace. In questa situazione il movimento dei lavoratori ha il compito di essere un soggetto collettivo che accolga la sfida della collaborazione fraterna nel rispetto del pluralismo, assumendo la proposta dei beni comuni come indicazione programmatica per contribuire alla soluzione dei grandi problemi globali e per aprire un orizzonte di speranza per le masse di tutto il mondo.

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Nota bibliografica essenziale

Due volumi importanti, perché ospitano una pluralità di saggi con differenti punti di vista, dai quali sono stati tratti diversi riferimenti e citazioni, sono:
1. Marella M.R. (a cura di), Oltre il pubblico e il privato. Per un diritto dei beni comuni, Ombre Corte, Verona 2012;
2. Fondazione Lelio e Lisli Basso, Tempo di beni comuni. Studi multidisciplinari, Ediesse, Roma 2013.

Altri scritti utili sono:
3. Ricoveri G., Beni comuni versus merci, Jaca Book, Milano 2010 (di stampo prevalentemente ecologista);
4. Arena G., Iaione C., L'Italia dei beni comuni, Carocci, Roma 2012 (i due autori sono tra i promotori del Laboratorio per la Sussidiarietà sul cui sito si possono leggere interessanti interventi: v. www.labsus.org).

Scritti rilevanti di taglio politico sono:
5. Hardt M., Negri A., Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano 2010;
6. Mattei U., Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Bari – Roma 2012.

Per quanto riguarda gli usi civici e le proprietà collettive, le fonti risultano disseminate, pertanto è bene ricorrere ai diversi siti, in particolare alle normative regionali, spesso diversificate.