Regole etiche di mercato

al servizio

del bene comune

Bruno Forte


1. Dalla “Populorum Progressio”…

Era stato Paolo VI, il Papa dell’Enciclica Populorum Progressio (1967), ad intuire con singolare lungimiranza, al tempo della “guerra fredda” e dei blocchi contrapposti, che il futuro del pianeta sarebbe stato sempre più connesso, al punto che lo sviluppo dei popoli “dipendenti” avrebbe prima o poi condizionato anche quello delle nazioni del primo e del secondo mondo. L’idea chiave dell’Enciclica di Papa Montini - quella dello sviluppo inteso come realizzazione progressiva e sempre più integrale ed equamente distribuita della dignità di ogni persona umana e delle sue espressioni collettive - era dunque colta nell’ottica di una rete globale di rapporti di inter-dipendenza, capaci di ostacolare o favorire lo sviluppo stesso. Con la sua Caritas in veritate Benedetto XVI riprende l’intuizione del Suo Predecessore, per affermarne e approfondirne il valore permanente: “Pubblicando nel 1967 l’Enciclica Populorum progressio… Paolo VI ha illuminato il grande tema dello sviluppo dei popoli… Egli ha affermato che l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo e ci ha lasciato la consegna di camminare sulla strada dello sviluppo con tutto il nostro cuore e con tutta la nostra intelligenza, vale a dire con l’ardore della carità e la sapienza della verità... A oltre quarant’anni dalla pubblicazione dell’Enciclica, intendo rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell’ora presente. Questo processo di attualizzazione iniziò con l’Enciclica Sollicitudo rei socialis, con cui il Servo di Dio Giovanni Paolo II volle commemorare la pubblicazione della Populorum progressio in occasione del suo ventennale. Fino ad allora, una simile commemorazione era stata riservata solo alla Rerum novarum. Passati altri vent’anni, esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come la Rerum novarum dell’epoca contemporanea, che illumina il cammino dell’umanità in via di unificazione” (n. 8).

2. Alla “Caritas in veritate”…
L’idea chiave dell’Enciclica di Paolo VI è approfondita da Benedetto XVI nel contesto dell’attuale globalizzazione, descritta come “la novità principale” prodottasi negli oltre quarant’anni trascorsi: l’espressione si riferisce all’esplosione dell’interdipendenza planetaria, processo che, “nato dentro i Paesi economicamente sviluppati, ha prodotto un coinvolgimento di tutte le economie… e rappresenta di per sé una grande opportunità. Tuttavia, senza la guida della carità nella verità, questa spinta planetaria può concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni nella famiglia umana” (n. 33). Si individua qui la domanda di fondo dell’Enciclica, che ne ha reso particolarmente impegnativa l’elaborazione e ne mostra la scottante attualità: come valorizzare la globalizzazione, evitandone i pericoli drammaticamente evidenziati dalla crisi economica mondiale in atto, dovuti all’avidità e alla spavalderia con cui alcune agenzie hanno giocato sull’apparente omologazione della finanza virtuale con l’economia reale a proprio vantaggio e a danno dei più deboli, nell’assenza di ogni organismo di controllo capace di incidere a livello planetario?

3. L’economia ha bisogno dell’etica
La risposta del Papa è netta: l’economia da sola non basta a promuovere il bene comune, né, peraltro, la carità come guida dei rapporti personali e sociali è sufficiente, se l’una e l’altra non si coniugano all’individuazione ed al rispetto di norme oggettive, che abbiano carattere di esigitività morale per tutti. “L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona” (45). Al centro della valutazione morale in campo economico deve esserci la dignità di ogni essere umano, lo sviluppo di tutto l’uomo in ogni uomo. “Desidererei ricordare a tutti - scrive il Papa -, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità” (n. 25). Il discorso si fa estremamente concreto: “La dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza e che si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti” (n. 32).

4. Un’economia eticamente responsabile è anche economicamente più efficace
Nell’analisi del Papa ciò è esigito anche dalla “ragione economica”: “L’aumento sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali… ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del capitale sociale, ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile” (ib.). Il mondo, le società, le persone non cresceranno se non insieme! E questo perché “i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani” (ib.). Si comprende in tal senso la preoccupazione del Papa riguardo al ricorso egoistico alla delocalizzazione del lavoro: “Non è lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla società locale un vero contributo per la nascita di un robusto sistema produttivo e sociale” (n. 40). Anche in campo economico, “il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli” (n. 4) proibisce di agire per pregiudizio, considerando l’altro come minaccia e rifiutandogli le garanzie dovute alla sua dignità di persona, specialmente se in particolari condizioni di bisogno e di fragilità. Si pensi al dramma degli immigrati clandestini: “Ogni migrante - afferma il Papa - è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione” (n. 62). O si pensi all’abuso delle risorse energetiche da parte di alcuni paesi, alla crisi ecologica che sempre più ne consegue a danno di tutti (cap. IV dell’Enciclica), all’uso della tecnica non finalizzata alla promozione della dignità della persona ma al potere di alcuni su altri (cap. VI), o ancora alla manipolazione e alla violenza esercitata sulla vita umana, nella varietà delle sue fasi e delle sue espressioni (nn.74-75)…

5. Il “principio di gratuità” in economia
Questo forte richiamo alla sensibilità etica in campo economico e sociale non ha nulla di moralistico. L’Enciclica, ad esempio, non demonizza in alcun modo il profitto e l’impresa, come avveniva nelle letture ideologiche massimaliste. Ciò che deve però caratterizzare il conseguimento del profitto e l’imprenditorialità è l’attenzione all’eticità dei mezzi e dei fini, oltre che al reinvestimento sociale dei profitti stessi. Qui Benedetto XVI avanza un’idea di grande fascino, che appare supportata dalle tante forme di finanza etica e di economia di comunione che si vanno sviluppando nel mondo: la rilevanza del principio di gratuità in economia (n. 34). Se è vero che non si crescerà se non insieme, il reinvestimento di una parte degli utili al servizio della promozione umana e sociale dei più deboli è garanzia di benessere per tutti. “Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica” (n. 35). Ne è riprova l’impatto positivo avuto nelle economie delle varie forme di microcredito e di partecipazione cooperativa. Il Papa della Deus caritas est lancia in tal modo un messaggio di estrema attualità: senza regole etico-sociali oggettive lo slancio della solidarietà e l’impresa economica sono a rischio per tutti. “Senza la verità, la carità… è esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività” (n. 4). Il villaggio globale ha bisogno tanto di amore, quanto di verità. Saranno capaci i grandi della terra e gli esperti di economia di corrispondere a questa sfida?

6. Accoglienza dell’Enciclica
Le reazioni all’Enciclica indicano segnali complessi: se da una parte si registra un largo apprezzamento da parte di organismi di governo, da esponenti della politica e dell’economia, dall’altra non mancano riserve esplicite o implicite. Il direttore della Banca d’Italia Mario Draghi fa sue le tesi del Papa, spiegando che “uno sviluppo di lungo periodo non è possibile senza l’etica. Questa è una implicazione fondamentale, per l’economista… Per riprendere la via dello sviluppo occorre creare le condizioni affinché le aspettative generali, quelle che Keynes chiamava di lungo periodo, tornino favorevoli. È necessario ricostituire la fiducia delle imprese, delle famiglie, dei cittadini, delle persone nella capacità di crescita stabile delle economie” (Non c'è vero sviluppo senza etica, in L’Osservatore Romano 9 Luglio 2009). Il Premio Nobel 1974 per l’economia Paul Samuelson commenta positivamente l’enciclica, sostenendo che “il Papa con la sua enciclica sta cercando di riportarci ad una realtà che potrebbe diventare più vivibile con un ritorno all’etica nella finanza”. Secondo Samuelson in ciò che è avvenuto negli ultimi anni in campo economico-finanziario le regole più elementari del comune buon senso sono state eluse per dar spazio alla “deregulation” più selvaggia, all’arroganza del potere finanziario, alla noncuranza per la dignità umana. Pur accettando i processi della globalizzazione, Benedetto XVI ne denuncia lucidamente i pericoli e gli eccessi che possono far crescere povertà e disuguaglianza: se tali processi fossero ben gestiti, potrebbero condurre ad una redistribuzione della ricchezza a livello planetario, alleviando le sofferenze di tanti esseri umani. E ciò esige la coniugazione di carità e verità (Il Denaro, 14 Luglio 2009).

7. Obiezioni all’Enciclica
Fra le reazioni critiche, vanno segnalate alcune voci che provengono dagli Stati Uniti, in particolare da quell’America fedele alla tradizione del “rugged individualism”e al mito del “magnificent destiny” legato all’economia liberale. Il politologo e teorico dell’economia Michael Novak afferma di preferire al documento di Benedetto XVI l’enciclica Centesimus Annus, sostenendo che “Giovanni Paolo II aveva affrontato la crisi del sistema più chiaramente” e che “la tradizione cattolica sembra porre ancora troppo l’accento sulla carità, la virtù e la giustizia e non si concentra abbastanza sui metodi per sconfiggere il peccato dell’uomo” (Io preferivo la “Centesimus Annus”, in Liberal, 10-07-2009). Ancora più netta la critica dell’economista George Weigel, secondo il quale alcuni passaggi dell’Enciclica “sono semplicemente incomprensibili, come quando si afferma che per sconfiggere la povertà del Terzo Mondo e il sottosviluppo si richiede una ‘necessaria apertura, in un contesto mondiale, a forme di attività economica segnate da quote di gratuità e di comunione’. Questo può significare qualcosa di interessante; può significare anche qualcosa di ingenuo o stupido. Ma, contestualmente, è praticamente impossibile sapere cosa significa…. Ciò che può essere inteso come un nuovo punto di partenza concettuale per la dottrina sociale cattolica è, in realtà, un confuso sentimento precisamente dello stesso tipo di quelli che l’enciclica deplora come staccati dalla verità nella carità. Vi è anche un po’ di più nell’enciclica circa la ridistribuzione della ricchezza piuttosto che la creazione di ricchezza - un segno sicuro delle posizioni erronee di Giustizia e Pace al lavoro. E un altro aspetto preferito di Giustizia e Pace - la creazione di una ‘autorità politica mondiale’ al fine di garantire lo sviluppo umano integrale - è rivisitato, senza approfondire il modo in cui tale autorità dovrebbe operare normalmente, non più di quanto non lo si approfondisca nel fideismo curiale circa l’intrinseca superiorità della governance transnazionale” (Caritas in Veritate in Gold and Red. The revenge of Justice and Peace (or so they may think), in National Review on line July 7, 2009). Dal canto suo, lo storico italiano Paolo Prodi lamenta la mancanza di “senso tragico” nell’Enciclica, perché “il mercato è conflitto”: “Con questa Enciclica Benedetto XVI cerca di fissare delle coordinate metastoriche all’economia. Ma questa sottrazione alla storia fa problema… ” (nell’intervista fattagli da Marco Burini su Il Foglio 1 Luglio 2009).
Conclusione. Risposta alle obiezioni e prospettive. Risponde a queste critiche l’economista Stefano Zamagni, indicato fra gli ispiratori del testo della Caritas in veritate: “Ci sono due concezioni del mercato. La prima identifica il mercato con il sistema capitalistico. Se uno sposa questa tesi è evidente che metterà il principio del dono fuori dal mercato, nelle attività di volontariato, filantropiche. L’altra concezione, l’economia civile, è stata dominante fino a tutto il Settecento, poi è finita nell’ombra e solo negli ultimi anni si riaffaccia. Secondo questa tradizione di pensiero il mercato è il genere, il capitalismo la specie: dunque il mercato per funzionare bene deve incorporare il principio del dono. Uno è libero di scegliere la prima tesi o la seconda, basta non mischiarle… La dottrina sociale della chiesa riprende una linea di pensiero antichissima iniziata nell’XI secolo e portata avanti dai cistercensi e dai francescani: se il mercato è opera dell’uomo che vive in società non si vede perché l’uomo quando entra nel mercato debba abbandonare la virtù, il dono… È un filone di cui l’ultimo grande teorico è l’abate Antonio Genovesi, il primo titolare di una cattedra di Economia, all’Università di Napoli, nel Settecento… Ci vorranno anni per capire questa enciclica che usa categorie innovative… Gli americani avevano scommesso su un’enciclica che sconfessasse la ‘Populorum progressio’ e sono rimasti spiazzati. Le polemiche sul dono sono un pretesto” (intervista di Marco Burini su Il Foglio 16 Luglio 2009). Fra le posizioni elogiative di molti e quelle critiche provenienti soprattutto dal pensiero liberale americano, ci sono infine le voci ufficiali di consenso dei neo-liberisti europei politicamente impegnati: i loro elogi appaiono tuttavia inficiati da ricerca di consenso, perché di fatto le loro politiche in campo economico-sociale sembrano fare tutt’altro che tesoro delle indicazioni dell’Enciclica (si pensi solo alla politica sulle immigrazioni,o a quelle sulle fasce sociali più deboli). In conclusione, l’Enciclica appare come un sasso nello stagno, che scuote il dibattito economico mondiale in un momento di grande crisi, in cui la posta in gioco è altissima: o tornare indietro dopo tanto clamore alle scellerate politiche finanziarie, fruttuose in termini di profitto per pochi, ma devastanti per l’economia reale e l’interesse dei più; o imbarcarsi in una seria revisione delle regole della finanza e del mercato, per ridisegnare l’ordine economico internazionale e il sistema interno ad ogni paese alla luce del principio di gratuità, che riordini il profitto in vista del bene comune sulla base della convinzione che più etica e solidarietà in economia significano anche più verità e carità, e in ultima analisi economia più sana, giusta e vantaggiosa per tutti.

(Lectio magistralis sulla Caritas in veritate di Benedetto XVI, alla Facoltà di Economia dell'Università degli Studi G. D’Annunzio di Chieti-Pescara. 20 ottobre 2010)