Immagini del Paradiso

nella letteratura moderna

Ferdinando Castelli

paradiso
Un testo del Faust di Goethe ci introduce alla ricerca delle immagini del Paradiso nella letteratura moderna. Faust, vecchio e ridotto a vivere in un «antro di tristezza», si rivolge a Mefistofele e gli espone la propria desolazione. Tutto è inganno: gloria, possesso, ricchezza, piacere. Tutto sia maledetto. Mefistofele si offre di farsi suo servo e concedergli quanto desidera, ma di qua; di là sarà Faust servo di Mefistofele. Il patto è sancito a una condizione: «Quando all'attimo dirò: "Fermati, dunque, tu sei tanto bello!", potrai allora buttarmi in ceppi» [1]. Non appena Faust troverà un solo istante di appagamento, sarà in balia di Satana. L'avventura di Faust è travolgente: attraversa la vita «come un turbine», realizza ogni desiderio, «afferra per i capelli ogni desiderio». Soltanto verso l'aldilà la vista gli è sbarrata. Che importa? «Pazzo, chi a quello rivolge i propri occhi socchiusi e favoleggia di suoi simili sopra le nubi!» [2]. Passa il tempo. Ascoltando il gemere delle vanghe dei Lemuri, il vecchio Faust, sempre pieno di desideri e di volontà, ha una specie di visione: uno Stato abitato da persone laboriose e ardite, in pienezza di libertà: «Un paese di paradiso L.j. Potrei allora all'attimo ben dire: "Fermati, dunque, tu sei tanto bello!"» [3]. Pronunciate queste fatidiche parole, cade riverso, in balia di Mefistofele.
Qual era l'aspirazione di Faust? Fissare l'eternità nel tempo e fare della terra un paradiso. Questa aspirazione è una componente del nostro spirito: trascendere il tempo, stabilirci in una pienezza di vita, cioè di felicità, di pace e di amore. Siamo pellegrini, impazienti di mete capaci di placare la nostra fame e sete di felicità. In una lettera alla sua amata Maria d'Agoult, Franz Liszt scrive così: «Se non giungiamo alla felicità, forse è perché noi valiamo di più. C'è troppa energia, troppa passione, troppo fuoco nelle nostre viscere per accomodarci borghesemente in ciò che è possibile» [4]. Il nostro essere è teso verso l'assoluto, il totalmente Altro, invocato dall'agostiniano Inquietum cor nostrum.
L'aspirazione di Faust è una pallida immagine della realtà proclamata dal cristianesimo e denominata «Paradiso», «Vita eterna», «Città santa». Finché siamo di qua, viatores, abbiamo l'aspirazione, non la visione del di là, del Paradiso. Per una qualche rappresentazione dobbiamo ricorrere a simboli e immagini della nostra esperienza umana. Anche il Vangelo, quando parla della «Vita eterna» con Cristo, ricorre a immagini umane, come quella del banchetto, che rimanda alla familiarità e alla gioia. Premesse tali considerazioni, chiediamoci quali sono le immagini più ricorrenti, riscontrate nella letteratura moderna, per definire il Paradiso.

Le altre immagini di Dostoevskij

Nel mondo convulso di Fédor Dostoevskij (1821-81) alcune luci rischiararono l'orizzonte con immagini del Paradiso. Ne ricordiamo tre. Nelle ultime pagine dei Fratelli Karamazov si racconta la morte del piccolo Iliùga. Un gruppetto di ragazzi ricorda il morto con commozione: «"Un eterno ricordo al piccolo morto!" - aggiunse ancora Aliòša, commosso. "Un eterno ricordo" - tornarono a ripetere i ragazzi. "Karamazov - gridò Kòlja -, è proprio vero quello che dice la religione, che noi tutti risusciteremo da morte e, tornati in vita, ci rivedremo tutti e vedremo anche Iliùscečka?". "Senza dubbio risusciteremo, senza dubbio ci rivedremo, e con gioia e allegrezza ci racconteremo tutto il passato" - rispose Aliòša, mezzo ridente e mezzo estatico. "Ah, quanto sarà bello!" - sfuggì a Kólja» [5]. Dostoevskij ci assicura che nel Paradiso, «casa di Dio», che è nostro Padre, ci ritroveremo tutti in un tripudio di gioia.
Una seconda immagine del Paradiso ci è offerta nello stesso romanzo in occasione della morte dello staretz Zosima. Constatando la decomposizione del corpo di uno staretz ritenuto un santo, Aliòša resta sconvolto ed entra in una crisi di fede. Attendeva un miracolo, e invece... dov'era la «giustizia» di Dio? Lascia il convento, trascorre ore penose, poi ritorna mentre i monaci vegliano il morto. Spossato dall'emozione, si addormenta mentre padre Pàisji legge ad alta voce l'episodio evangelico delle nozze di Cana. Durante il sonno lo staretz gli appare, sorridente e pieno di gioia, e invita lui alle nozze.
«"Rallegriamoci, beviamo il vino nuovo, il vino della nuova, grande gioia Ecco il nostro Signore, Lo vedi?" - "Ho paura... non oso guardare..." - mormorò Aliòša -. "Non avere paura di Lui. Egli è terribile ai nostri occhi per la Sua maestà, ci sgomenta per la Sua grandezza, ma è infinitamente misericordioso, per amore si è fatto simile a noi e gioisce con noi, muta l'acqua in vino perché la gioia degli ospiti non venga interrotta, e aspetta nuovi ospiti, ne chiama continuamente di nuovi, e così sarà per tutti i secoli"» [6].
Il Paradiso è un banchetto nel quale si celebrano le nozze del cielo e della terra; il cambiamento dell'acqua in vino simboleggia la divinizzazione dell'uomo e la nuova dimensione della storia.
Una terza immagine ci è offerta dallo stesso staretz in termini che sembrano ispirati: «La vita è un paradiso, e noi siamo tutti in paradiso, ma non vogliamo capirlo; e invece, se volessimo capirlo, domani stesso il mondo intero diventerebbe un paradiso»; «Il paradiso è nascosto dentro ognuno di noi. Ecco, ora è qui nascosto anche dentro di me, e, se voglio, domani stesso per me comincerà realmente e durerà tutta la mia vita» [7].
L'idea dello staretz è chiara: se accogliamo il Cristo, in noi si realizza una trasformazione interiore che ci conforma a lui. E dove c'è Cristo, c'è il Paradiso. Madeleine Delbrêl (1904-64) riprende e puntualizza il tema: per tale trasformazione è necessario ammantarci di purezza, che è libertà da ogni blocco, / non essere posseduti da nulla, / andare in un solo slancio verso di te [Dio] Dando l'addio a tutto, saremo prigionieri di uno slancio irresistibile che ci porterà nel paese dell'eternità, / davanti a Dio che ci attende, / davanti a Dio che vedremo [8] «faccia a faccia». Ecco il Paradiso non più posseduto nel mistero, ma nella visione immediata di Dio.

Come «nel Cielo delle immagini di Platone»

Le immagini del Paradiso che ricorrono nelle Meditazioni religiose di Max Jacob (1876-1944) riflettono la sua personalità di poeta, teso a raggiungere il mondo del mistero, infrangendo l'opacità del convenzionale. «Si è detto - egli ha confessato - che per comporre i miei poemi io mi servivo dei miei sogni della notte. Non lo nego nel modo più assoluto. Prendo il mio bene dove lo trovo, anche se si trova nel Cielo delle immagini di Platone, dei quali i nostri sogni sono soltanto il riflesso» [9].
Le immagini di Platone, contemplate nella luce della Rivelazione cristiana, gli presentano il Paradiso come «un luogo di luce; questa luce è quella dello Spirito e noi non ne abbiamo idea alcuna sulla terra» [10]. In essa contempleremo ogni bellezza sparsa sulla terra, che svanirà quando saremo «trasportati dall'estasi della divina Presenza». Incontreremo i nostri cari, anzi la moltitudine degli eletti, immersi in «una gioia severa condivisa senza fine». Dio attende tutti «con amore speciale» e realizza i loro desideri.
Con un sussulto surrealista (non si dimentichi che Max aveva avuto Picasso come padrino di battesimo!), il poeta immagina l'ingresso di un'anima in Paradiso: «Chi esce dall'auto? L'uomo squamoso, con due buchi al posto degli occhi, il corpo incartapecorito, le ossa sporgenti, e gli spiriti creati durante tutta la vita dal suo spirito vengono incontro al loro corpo e gli offrono un bagno di spirito, un accappatoio di spirito e sandali foderati dalla Grazia. Non più indifferenza, ma l'amore discreto dei maggiori valori già stabiliti e un servizio segreto di ciambellani invisibili e profumati. Così sia!» [11].
Immagini di Platone? Lasciamo perdere. Piuttosto immagini di un poeta estroso e visionario, assetato di amore, di luce, di gioia; ma anche di un'anima cristiana, ancorata alla speranza escatologica. La sua teologia è debole, ma ortodossa. Una sua meditazione sul Paradiso termina così: «A chi si devono tante serene meraviglie? Il Dio dell'Ostia, quegli che sa donarmi frammenti della grazia paradisiaca, è il dispensatore delle voluttà pure del Paradiso. Ad ogni istante, l'aria che ivi si respira è una parola di benedizione divina: "Siate felici, voi che avete sofferto per amor mio!". Restiamo qui, senza possibilità di turbamenti, per l'eternità! Ammirabile sicurezza! Dolce contemplazione non tocca da ambizione alcuna! Vista perenne di Dio Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Via! In cammino, e alla conquista di beni inestimabili!» [12].

L'approdo al «Paese di origine»

Le immagini del Paradiso elaborate da Paul Claudel (1868-1955) non soltanto sono teologicamente convincenti perché ispirate dai testi biblici, ma sono anche poeticamente seducenti e ricche di senso. Nella sua vasta produzione, di là del finito egli scorge l'Infinito, di là del tempo si stabilisce nell'Eterno; dalla nostalgia approda al Paese di origine. Da qui il suo spirito si perde in un oceano di felicità, di bellezza, di stupore. Il Paradiso «è un mare irresistibile che sale, colma e sommerge tutto»; in esso «non siamo più con gli effetti, siamo con la Causa. Non siamo più con l'argilla, siamo ovunque con le mani del vasaio spirituale. Non siamo più col tempo, siamo con la Sorgente del mondo, con colui che ha superato il mondo» [13]. Rotte le catene della morte, l'anima eletta si slancerà «alla cieca, in un trasporto di fiducia e di disperazione, senza piedi, senza mani, verso la luce sconvolgente e verso l'eternità che la chiama, simile a un bimbo le cui urla non possono essere sopportate» [14].
Liberati da quanto in noi c'è di oscuro e di profano, saremo rivestiti dell'innocenza originale e presentati a Cristo, che ha detto di essere «il nostro sposo». Sarà «il momento del festino di nozze, di cui parla il Vangelo», e «l'invasione del torrente di voluttà» che si realizzerà in noi, «dopo lunghe giravolte» [15]. Per sottolineare la gioia e la forza dell'evento nuziale dell'anima con Dio, Claudel ricorre a due paragoni: «Quale stretta di un corpo di donna tra braccia assetate, può essere paragonabile alla conquista di Dio per mezzo della nostra anima, come la calce si impossessa della sabbia?» [16]. Allora «contempleremo, con tutti i sensi che sono in noi, la Causa prima. Con una intelligenza così chiara e così informata [...] sposeremo tutte le iniziative divine [...] È così, per servirci di una immagine imperfetta, che una musica meravigliosa si impadronisce di noi, ci trasporta con lei, ci impone il suo andamento, il suo ritmo, la sua melodia, e ci fa contribuire all'oceano di realizzazioni sonore che essa incessantemente provoca e dissolve all'intorno» [17].
Le immagini claudeliane si inseguono di una ridda di colori, di prospettive e di luci che ci danno brividi di nostalgia. Il poeta è inesauribile nel suo poetico e biblico immaginare. Non possiamo seguirlo. Ci congediamo da lui, accogliendo un suo interrogativo: «Che cosa faranno i Santi in Paradiso? Rispondo: saranno occupati a respirare Dio, e Dio sarà occupato a respirarli. A respirare la loro anima e a farla passare nell'intimo di se stesso, ed essi, a loro volta, a respirare il suo Spirito e a farlo passare nell'intimo di loro stessi» [18].

«Allora allora...»

Nell'opera poetica di Davide Maria Turoldo (1916-92) la nostalgia del Paradiso è un motivo ricorrente: lo incalza, non gli dà pace, lo spinge sui lidi più reconditi, dove lo sentiamo dire così all'Innominabile: Non so quando spunterà l'alba / non so quando potrò / camminare per le vie / del tuo paradiso / non so quando i sensi / finiranno di gemere / e il cuore sopporterà la luce. / E la mente (oh, la mente!) / già ubriaca, sarà / finalmente calma / e lucida: / e potrò vederti in volto / senza arrossire [19]. In attesa dell'alba, il pellegrino non si stanca d'interrogarsi: Dio, mia pace e mia / terribile Notte. / Dio vicino assente lontano, / io ti parlo e tu... / O tu che conti le stelle nei cieli, / [..] chi sei? [20].
La nostalgia di Dio è così incalzante che il poeta invoca la morte, da lui definita mio antico amore. È questa aurora stupenda che gli fa sentire quanto dev'essere forte / l'abbraccio di Dio che lo attende nel suo regno. Nel poemetto Ballata della speranza l'eco di una invocazione si diffonde su ogni cosa, trasformando la vita nell'attesa di questo abbraccio.
«Vieni Vieni Vieni, Signore! [..]
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d'amore [...].
Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest'unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest'unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
"ecco, già nuove sono fatte tutte le cose"
allora canteremo
allora ameremo
allora allora...» [21].
Nell'ultimo componimento dei suoi Inni alla Chiesa, Gertrud von Le Fort (1876-1971) immagina ciò che si realizzerà «allora». Presta la sua voce alla Chiesa, che così canta:
«Ma quando un giorno verrà la fine di tutti i misteri
Quando Colui che è nascosto balenerà nelle paurose tempeste dell'amore scatenato
Quando il suo richiamo suonerà come un uragano nell'Universo e la nostalgia contenuta dalla sua Creazione giubilerà [...]
Quando le anime più solitarie verranno alla luce e trasparirà tutto quel che nessuna sapeva di sé:
Allora il Disvelato solleverà la mia testa e sotto il Suo sguardo i miei veli si dilegueranno in fiamme,
E giacerò come uno specchio ignudo in cospetto dei mondi
E gli astri riconosceranno in me la loro luce lodante, i tempi
quel che avevano d'eterno e le anime quel che avevano da Dio E Dio riconoscerà in me il suo amore.
Né più un velo cadrà sulla mia testa come la luce accecante del mio giudice.
Il mondo vi sprofonderà.
E quel velo si chiamerà la Grazia e la Grazia si chiamerà Infinito
E l'Infinito si chiamerà beatitudine» [22].

Dinanzi a questo orizzonte di beatitudine celeste, Clemente Rebora (1886-1957), gravemente infermo, temendo che la morte si allontanasse, esclamava: Terribile tornare a questo mondo / quando già tutte le fibre / erano tese / a transitare [23].

«La mente si smarrisce»

Alcuni scrittori, soprattutto i poeti, hanno tentato di fissare in immagini l'essenza del Paradiso: visione di Dio, nella quale «lo vedremo qual è» e per la quale «saremo simili a Lui». Tentativo destinato al fallimento. Dante ha tentato l'impresa, con alcuni agganci arditi e illuminanti, ma alla fine ha dovuto ammettere la sua resa: A l'alta fantasia qui mancò possa (Paradiso, XXXIII, 142). Augusto Valensin (1879-1953), gesuita, definito grand seigneur de l'esprit, ritenta l'impresa, ma deve confessare che «la mente si smarrisce», che è «impossibile immaginarsi» la beatitudine degli eletti. «Impossibile e vano». E si abbandona alla «gioia della fede»: «Bisognerà che io parli al Padre mio nel tono e con la confidenza d'un figlio Quale abisso! [..] Sarò avviluppato nella sua tenerezza fissato nel gaudio per sempre!»; «Riunione definitiva – eterna, eterna nella letizia e nella beatitudine» [24].
L'olandese Pieter van der Meer (1880-1970), convertito al cattolicesimo dall'ateismo, ripetendosi che il Paradiso è abitato da un Dio che è nostro Padre, ha brividi di gioia: «Dio gioca con gli uomini. Gioco divino, grandioso, insondabile e sconcertante» [25]. Gerard Manley Hopkins (1844-89), nell'ode «L'aia e il tino» (Barufloor and winepress), immagina che gli eletti siedano al banchetto eterno, diventati consanguinei del Salvatore, che affascina per la sua bellezza e sconvolge per la forza del suo amore. A capo del banchetto celeste, egli ha, sì, sul volto, l'impronta della sua divinità, ma non disorienta i commensali, perché si presenta come loro fratello, figlio della vergine Maria. «E l'eroe di tutto il mondo, il desiderio delle nazioni [...], il fidanzato e lo sposo delle anime degli uomini» [26].
Nel poemetto La messe sur le monde, Teilhard de Chardin (18811955), poeta oltre che teologo e paleontologo, nel Cristo della risurrezione vede realizzato il suo grande desiderio, che è anche quello dell'umanità: «O Cristo, o Tu, la cui fronte è di neve, gli occhi di fuoco, i piedi più scintillanti dell'oro in fusione. Tu, le cui mani imprigionano le stelle; Tu che sei il primo e l'ultimo, il vivente, il morto e il risorto; Tu che raccogli nella tua esuberante unità tutti i fascini, tutti i gusti, tutte le forze, tutti gli stati; sei Colui che il mio essere invocava con un'aspirazione vasta quanto l'Universo» [27].
Nel banchetto celeste, accanto a Cristo, i poeti scorgono sua madre, Maria, e le immagini del Paradiso si susseguono in un flusso che riflette lo splendore di Dio. Le immagini più ricche di senso e di luce sono offerte dai tre pilastri della nostra letteratura trecentesca: Dante, Petrarca e Boccaccio. Tra i moderni, ricordiamo di nuovo Clemente Rebora. Nell'ode L'Immacolata egli immagina che il Paradiso sia inondato dalla luce proiettata da Maria, la Tuttabella, perché in lei si riflette la bellezza del Verbo, suo figlio. Della gloria di Lei Egli gioiva / mentre ponendo i cardini del mondo / il ciel voltava sull'informe abisso [28].
Anche Rainer Maria Rilke (1875-1926), pur senza la grazia della fede, immagina il Paradiso illuminato dalla luce di Maria. Nella Vita di Maria contempla la vergine Madre che, sul letto di morte, è sollevata dal Figlio e introdotta nei cieli. Qui sgorgò dal suo essere un intimo segreto / di splendore tale che, da lei illuminato, //atto quasi cieco, l'angelo gridò: Quella, chi è? [29].
Una suggestiva immagine del Paradiso, in uno sfondo di commozione e di bellezza, la troviamo nella lirica di Giuseppe Ungaretti (1888-1970) La madre. È doveroso riportarla per intero:
«E il cuore quando d'un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d'ombra,
per condurmi, madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all'Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m'avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d'avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro» [30].
Ungaretti ha dichiarato di aver composto la lirica in occasione della morte di sua madre. Ma è impossibile non scorgere, in questa figura materna, Maria, madre di Dio e madre nostra, impegnata, davanti all'Eterno, nel nostro approdo in Paradiso.

Anche «i piccoli paradisi»

Nel sorprendente romanzo Il grande divorzio, Clive S. Lewis (1898-1963) offre alcune precise immagini del Paradiso. Narra che, in sogno, si è trovato su un autobus sul quale un gruppo di dannati - Spettri sono chiamati - vengono trasportati nei paraggi del Paradiso. Gli spiriti beati - Consistenti sono definiti - li attendono per convincerli a rifiutare il loro egoismo, purificarsi ed entrare in Paradiso. Tra i Consistenti l'io narrante incontra il poeta George MacDonald, che gli fa da guida, come Virgilio a Dante. La maggior parte degli Spettri rifiuta l'invito: preferiscono affermare la propria volontà di indipendenza da Dio e restare nell'Inferno, condannati alla solitudine, inconsistenti.
Il Paradiso di Lewis sfugge alla nostra immaginazione. Scorgendo gli eletti, l'io narrante nota che «alcuni erano nudi, altri vestiti. Ma coloro che erano nudi non sembravano per niente meno adorni, mentre i vestiti non celavano, in coloro che li indossavano, la massiccia mole dei muscoli e la raggiante leggerezza della carne» [31]. Le anime del Paradiso sono immagini dell'amore. Di una Consistente si dice: «L'amore irradiava non solo dal suo viso, ma da tutte le sue membra, come se fosse qualcosa di liquido in cui lei si fosse appena immersa» [32].
Immersi «dentro l'Amore stesso», gli eletti non hanno bisogno dell'amore di un altro, come i mortali. In Dio hanno tutto. Hanno la gioia, che «niente può turbare», perché «la Santa Trinità è la loro dimora» [33]. Nella Trinità si ha la realizzazione dei desideri terreni, ma purificati e trasfigurati: anche il desiderio di una maternità o paternità capaci di accogliere una vasta generazione. Anche gli animali amati sulla terra, sono coinvolti nehabbondanza di vita» che gli eletti hanno «in Cristo dal Padre». Nulla potrà turbare la pace, la felicità e l'armonia dei Consistenti, perché, nella visione di Dio, vedranno risolti gli enigmi e i dubbi che amareggiano e disturbano la vita umana.
Lewis ci presenta «il grande Paradiso»; Italo A. Chiusano (1926-1995) «i piccoli paradisi». E lo fa con una poesia, «I piccoli paradisi», che è un gioiello di semplicità e schiettezza. L'avvio è sorprendente: il poeta si rivolge al Signore e gli ricorda le nostre gioie terrene, che lui conosce; molte le ha anche provate. Ne enumera alcune: la magia evocativa della madeleine proustiana / o dei miei vecchi francobolli, l'aroma / tuttoricordi d'un salotto dí provincia, / il lampo di certe giornate anche piovose, / che ti fanno esclamare: «Basta! Sono già in paradiso», / le voluttà radiose di un amore del cuore e dei sensi, / lo charme struggente di qualche vecchia canzone [...]. / Anche dell'ateo hanno fatto, migliaia di volte, / un orante senza preghiera, un mistico ignaro di Dio [34].
Un interrogativo inquieta il poeta: possibile che il Signore, somma di ogni felicità, permetta che questi piccoli paradisi vadano tutti perduti, / dispersi, cancellati? L'argomentare del poeta si conclude con una preghiera, che è anche una certezza: Dio buono, ti prego, / restituiscimi lassù - a me o a chi merita / di arrivarci - anche í piccoli paradisi /goduti, e goduti male, su questo pianeta.

Un carosello di paradisi

Abbiamo presentato alcune immagini del Paradiso, elaborate dalla letteratura moderna di ispirazione cristiana. Tutte rimandano al Dio di Gesù Cristo, nel quale l'uomo raggiunge la pienezza di vita: la felicità, l'amore, l'eternità. In merito è illuminante un testo di Benedetto XVI: «Se noi riduciamo l'uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L'uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L'uomo è spiegabile solamente se c'è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L'uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c'è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra
vita e ci dice: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno" (Gv 11,25-26)» [35].
Fatta questa premessa, chiediamoci: quale immagine del Paradiso possono offrirci gli autori che non conoscono il Dio di Gesù Cristo? Le risposte sono molteplici e riflettono il senso che si dà alla propria esistenza. Per Miguel de Unamuno (1864-1936) il Paradiso è la otra vida, la vida eterna de màs and de la tumba. Tale esigenza postula l'esistenza di un Dio biótico y cordial, productor y sobre todo el garantizador de nuestra inmortalidad [36]. La ragione lo nega, il cuore lo esige. Unamuno si schiera col cuore.
Un secolo prima, Heinrich von Kleist (1777-1811) si era suicidato, assieme alla fidanzata, impaziente di raggiungere il suo Paradiso, cioè l'immortalità concepita come paese della vera vita e della felicità. Affermava di credere in Dio, ma il suo era un Dio confuso e indefinito, non certo il Dio di Gesù Cristo.
Affascinanti sono le immagini del Paradiso che si incontrano nell'opera poetica di Rabindranath Tagore (1861-1941), soprattutto nella raccolta Ghitangioli. Il Paradiso è il paese dove la mente non conosce paura e la testa è tenuta alta; / dove il sapere è libero; / dove il mondo non è stato frammentato entro anguste mura domestiche; / dove le parole sgorgano / dal profondo della verità; / dove lo sforzo incessante tende le braccia / verso la perfezione; / dove il limpido fiume della regione non ha smarrito la via / nell'arida sabbia del deserto delle morte abitudini [37]. La descrizione continua e rivela in Tagore uno spirito naturalmente cristiano, con ascendenze evangeliche, ma privo della fede che dà ad esse consistenza e particolare bellezza.
In merito all'aldilà, Hans Küng ricorda più volte la poetessa Marie Luise Kaschnitz (1901-74). Suoi sono questi versi: Crede Lei, mi si chiese / In una vita dopo la morte? / E io risposi: sì / Ma poi non seppi / Dare
informazioni / Su come stanno le cose / Là [38]. Egli crede nella risurrezione a una vita ultraterrena - in una casa di luce -, ma non sa dire altro.
Gli autori atei o agnostici naturalmente negano il Paradiso quale visione di Dio, ma non possono negare l'aspirazione dell'uomo alla felicità piena e duratura. La cercano, e credono di poterla trovare, sui sentieri del nostro vivere. A volte la presentano in immagini seducenti. Come fa, per esempio, André Gide (1869-1951) descrivendo i «nutrimenti terrestri», cioè la voluttà, le sensazioni, gli istinti, «queste magnifiche creature di Dio» [39] - Dio concepito come l'insieme delle leggi naturali.
Accanto a Gide c'è Gabriele D'Annunzio (1863-1938), che immagina il Paradiso come una quadriga imperiale, lanciata a una corsa sfrenata da quattro corsieri: volontà, voluttà, orgoglio, istinto [40].
Le immagini dei paradisi terrestri, offerte da altri autori non cristiani, sono molte e sorprendenti. Quella firmata da Maksim Gor'kij (1868-1936) raffigura una terra senza cielo nella quale il Dio-Uomo è sostituto dall'uomo-dio del proletariato. Henry de Montherlant (1895-1972) l'ha costruita su due idee: le bonheur (culto delle emozioni, esaltazioni dei sensi, rifiuto delle leggi e fariseismi) e la hauteur (affermazione della forza e del coraggio, gioia dell'amatore e del poeta). Hemingway (1899-1961) ha concepito il suo Paradiso come azione, coraggio, lotta contro quanto impedisce l'affermazione del proprio io. Yasunari Kawabata (1899-1972) ha descritto il suo Paradiso come immersione nel Nulla. Per André Malraux (1901-76), il Paradiso si confonde con l'arte mediante la quale l'animalità umana si trasfigura in umanità intemporale, vince la morte e genera divinazione.
Il miraggio della divinizzazione - da realizzare sulla morte di Dio, senza la Grazia - ha eccitato l'immaginazione dei poeti che hanno presentato il Paradiso come un «altro mondo», nel quale l'uomo vive in pienezza di libertà e di felicità. Le immagini da essi elaborate hanno stravolto la loro esistenza: si pensi a Rimbaud, Gerard de Nerval, Ibsen, von Kleist. Una nostra poetessa, Antonia Pozzi, agnostica, ha concepito la sua vita come la conquista dell'amore e della poesia. Al tramonto - reale del primo, immaginario del secondo - si è data la morte, a 26 anni, nel 1938. In una sua poesia sulla morte si legge: Questo non è esser morti, / questo è tornare / al paese della culla [...] / per aerei ponti / del cielo, / per candide creste di monti / sognati, / all'altra riva, ai prati / del sole [41].

Partire, partire...

Dicevamo di Faust, teso alla conquista dell'«attimo bello». Lo intuisce, ma non potrà mai possederlo, perché l'uomo goethiano è fatto per la ricerca, non per il possesso [42]. In realtà, tutti siamo protesi alla conquista della felicità. Pertanto - suggeriscono molti autori - bisogna partire, partire. Per dove? Non importa. E Baudelaire incalza: Nous voulons [..] / plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu'importe? / Au fond de l'inconnu pour trouver du nouveau [43].
Coloro che, rifiutando la speranza cristiana, sono approdati ai paradisi terrestri, vi hanno trovato delusione e smarrimento. Molti si sono suicidati. Giovanni Papini, dopo un burrascoso andare, approdato alla fede in Cristo, ha scritto: «Chi cerca la bellezza nel mondo cerca, senza accorgersene, te che sei la bellezza intera e perfetta; chi persegue nei pensieri la verità desidera, senza volere, te che sei l'unica verità degna di essere saputa; e chi si affanna dietro la pace cerca te, sola pace dove possono riposare i cuori più inquieti» [44]. E la «Preghiera a Cristo», che conclude la Storia di Cristo dello scrittore fiorentino.

FONTE: La Civiltà Cattolica 2014 III 119-133 | 3938 (19 luglio 2014)

NOTE

J. W. GOETHE, II Faust, vol. I, Milano, Mondadori, 1932, 53.
2. Ivi, 397.
3. Ivi, 402.
4. Testo citato in F. HADJADJ, Il paradiso alla porta, Torino, Lindau, 2013, 291.
5. F. DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamazov, Firenze, Sansoni, 1958.
6. Ivi, 512 s.
7. Ivi, 414.
8. M. DELBRÊL, Umorismo nell'amore. Meditazioni e poesie, Milano, Gribaudi, 2011, 72 s.
9. Cfr A. BLANCHET, La Littérature et le Spirituel. I. La mélée littéraire, Paris, Aubier, 1959, 26.
10. M. JACOB, Meditazioni religiose, Roma, Logos, 1988, 90.
11. Ivi, 105.
12. Ivi, 32.
13. P. CLAUDEL, Credo in Dio, Torino, Sei, 1964, 358 s.
14. Ivi, 349 s.
15. Ivi, 358.
16. Ivi, 361.
17. Ivi, 362.
18. Ivi, 372.
19. D. M. TUROLDO, Canti ultimi, Milano, Garzanti, 1991, 47.
20. ID., O sensi miei..., Milano, Rizzoli, 1990, 473.
21. Ivi, 339 s.
22. G. VON LE FORT, Inni alla Chiesa, Brescia, Morcelliana, 1947, 99 s.
23. C. REBORA, Le poesie, Milano, Garzanti, 1988, 227.
24. A. VALENSIN, La gioia nella fede, Milano, Vita e Pensiero, 1955, 153, 391.
25. P. VAN DER MEER, La terra e il regno, Alba (Cn), Paoline, 1969, 11.
26. G. MANLEY HOPKINS, Poesie, Milano, Guanda, 1965, 223.
27. P. TEILHARD DE CHARDIN, «La Messa sul mondo», in Inno dell'Universo, Brescia, Queriniana, 1992, 21.
28. C. REBORA, Le poesie, cit., 321.
29. R. M. RILKE, Vita di Maria, Firenze, Passigli, 2007.
30. G. UNGARETTI, Sentimento del tempo, Firenze, Vallecchi, 1933, 119 s.
31. C. S. LEWIS, Il grande divorzio. Un sogno, Milano, Jaca Book, 1979, 36 s.
32. Ivi, 118.
33. Ivi, 128.
34. I. A. CHIUSANO, Preghiere selvatiche, Casale Monferrato (Al), Piemme, 1994, 136.
35. BENEDETTO XVI, «Discorso tenuto nell'Udienza generale del 2 novembre 2011», in Oss. Rom., 2-3 novembre 2011.
36. M. DE UNAMUNO, «Del sentimiento tagico de la vida», in Ensayos Madrid, Aguilar, 1951, 809.
37. R. TAGORE, Ghitangioli, canto 35, Roma, Newton Compton Italiana, 1971, 73.
38. Cfr H. KÜNG, Vita eterna?, Milano, Mondadori, 1983, 189.
39. L'affermazione è riferita in A. BLANCHET, La Littérature et le Spirituel, cit., 158.
40. G. D'ANNUNZIO, Maia, Milano, Mondadori, 1928, 349: Volontà, Voluttà, / Orgoglio, Istinto, quadriga / imperiale mi foste, quattro falerati corsieri.
41. A. Pozzi, Parole, Milano, Garzanti, 1998, 231.
42. Nel Faust c'è il rifiuto dell'aldilà: «Pazzo colui che spinge in quella direzione i suoi occhi socchiusi ed immagina, al di sopra delle nuvole, esseri simili a lui. Stia saldo di qua» (Faust, vol. II, Milano, Feltrinelli, 1965, 621).
43. C. BAUDELAIRE, Les fleurs du mal, Paris, Beziat. Sono gli ultimi due versi della poesia Le voyage: Vogliamo [..] sprofondare in fondo all'abisso, Inferno o Cielo, che importa? In fondo all'ignoto, per trovarvi il nuovo.
44. G. PAPINI, Storia di Cristo, Firenze, Vallecchi, 1922, 540.