L'attesa e le attese

Eugenio Borgna

lattesaL'attesa fa parte della vita, ed è una esperienza psicologica e umana, una esperienza emozionale, che ha molteplici forme di espressione tematica nella vita di ogni giorno; e dell'attesa, delle attese che ne sgorgano senza fine, vorrei dire qualcosa che abbia ad indicarne la ragione d'essere semantica ed esistenziale. Ma non è possibile parlare dell'attesa senza rimettere in drastica evidenza le correlazioni formali e tematiche che essa ha con il tempo: con l'esperienza del tempo.

Il tempo

Non è possibile definire il tempo, e coglierne le radici psicologiche e umane, senza richiamarsi alle mirabili riflessioni che sulla esperienza interiore del tempo sant'Agostino ha svolto nell'undicesimo libro delle Confessioni: «Cos'è dunque il tempo? Se nessuno m'interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m'interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente». Nel dire queste cose sant'Agostino distingue, e separa radicalmente, il tempo dell'orologio, il tempo della clessidra, il tempo cronologico, il tempo del mondo, il tempo che scorre uguale in ciascuno di noi, dal tempo interiore, dal tempo soggettivo, dal tempo vissuto, dal tempo dell'io, dal tempo che cambia in ciascuno di noi di stato d'animo in stato d'animo, di situazione in situazione. Quando siamo stanchi, o tristi, o annoiati, abbiamo una percezione interiore (soggettiva) del tempo che è diametralmente diversa da quella che è invece in noi quando siamo lieti, o siamo pieni di interesse per qualcosa.
Ma come descrivere questi diversi modi di vivere il tempo nel dolore, nella tristezza e nella noia, o nella gioia, nell'attesa e nella speranza, senza richiamarci ancora a sant'Agostino che ha suddiviso, e disarticolato, il tempo interiore nelle sue dimensioni di passato, di presente e di futuro? Cose che, oggi, ci sembrano ovvie ma che solo a partire dalle Confessioni sono entrate a fare parte della coscienza moderna del tempo.
Ascoltiamone ancora le parole celeberrime: «Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell'animo e non vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa».
La tristezza, la malinconia, la nostalgia, vivono del passato, delle cose che sono state, e non saranno mai più; l'attesa, e la speranza, vivono del futuro: delle cose che non sono ancora, e che giungeranno.

Le figure dell'attesa

Dal nocciolo originario dell'attesa sgorgano cascate infinite di attese che si accompagnano alle diverse stagioni della nostra vita. Ci sono attese che non finiscono mai e attese che nascono e muoiono fulmineamente; ci sono attese che si rivivono con ansia e inquietudine, e attese che si rivivono invece con serenità; ci sono attese incentrate su eventi felici e attese incentrate su eventi portatori di angoscia e di dolore; ci sono attese che sconfinano nella speranza e attese che non hanno a che fare con la speranza; ci sono attese che riguardano il nostro destino e attese che riguardano il destino di altre persone; ci sono attese che si rinnovano di giorno in giorno, e attese che non cambiano nel corso della nostra vita. Ma ci sono altre attese: attese terrene e attese metafisiche, attese di qualcosa che ci consente di continuare a vivere, di ritrovare un senso alla vita, e attese disperate che non si realizzano mai.
Quali, e quante attese, nascono in noi quando ci ammaliamo, e di giorno in giorno attendiamo che una malattia migliori e infine guarisca, e quando attendiamo che il medico con le sue parole e con i suoi sguardi, che sono ancora più significativi delle parole, ci dica qualcosa sulla natura e sulla evoluzione della malattia. Ma quali e quante attese ci sono in un medico, e in particolare in uno psichiatra, e cioè l'attesa che il paziente ci dica cosa lo abbia portato da noi, l'attesa che venga meno il silenzio, e che la timidezza e la inquietudine gli consentano di parlare; l'attesa che nasca una relazione di fiducia, e che una scintilla di speranza si animi nei suoi occhi; l'attesa di una qualche risposta alle domande, anche a quelle inespresse talora ancora più importanti che non quelle espresse, che gli siano rivolte; l'attesa di un sorriso che aggiunge leopardianamente un filo alla tela brevissima della nostra vita. Ma ancora, cosa che è così frequente e così straziante in psichiatria, l'attesa che il paziente ritorni alla data concordata, e l'angoscia che non ritorni; e ancora l'attesa che le nostre parole, e le nostre emozioni, si riflettano almeno in parte nella sua vita interiore creando una circolarità emozionale dotata di senso fra chi cura, e chi è curato.

Cosa ci si attende da un medico?

Sì, quando ci si ammala, di una malattia seria soprattutto, ci si attende talora l'impossibile da un medico; e di queste attese impossibili è testimonianza uno dei racconti più belli e dolorosi di Franz Kafka: Un medico condotto.
Vorrei citarne, nella bellissima traduzione di Anita Rho, alcuni frammenti che rispecchiano situazioni di attesa alle quali non c'è risposta. Un medico è chiamato a casa di un malato, e, nel momento in cui gli si avvicina, è subito immerso nel fuoco ardente delle attese dei familiari. Si guarda intorno, nessuno ha udito la richiesta del malato di essere lasciato morire: «I genitori stanno lì protesi, e aspettano il mio responso; la sorella ha portato una sedia per la mia borsa; apro la mia borsa efrugo fra i miei strumenti; il giovane dal letto, non smette di allungar le mani verso di me per ricordarmi la sua preghiera; afferro una pinzetta, la esamino alla luce della candela e la depongo di nuovo». ll malato sta molto male, non c'è più nulla da fare, ma i familiari si attendono l'impossibile da parte del medico: «Così è la gente del mio paese. Pretende sempre l'impossibile dal medico. Hanno perduto la vecchia fede; il parroco se ne resta a casa a sfilacciare una dopo l'altra le sue pianete; ma il medico deve saper fare di tutto con la sua mano leggera di chirurgo.
Bene, come volete».
Le luci e le ombre, le speranze e la disperazione, le possibilità e le impossibilità, i naufragi inevitabili e i labili trionfi dell'arte medica riemergono dal discorso elusivo ed enigmatico, realistico e fantasmagorico di Kafka; ma da questo suo discorso riemergono in particolare le infinite attese, possibili e impossibili, che ogni malato rivive nei suoi giorni di dolore, e con le quali ogni medico si confronta quotidianamente.

Quando l'attesa si converte in speranza

L'attesa, certo, ha a che fare nelle sue molteplici forme di espressione anche con la speranza che ne è una radicale ed emblematica dimensione.
Non vorrei, ora, se non indicare come la speranza abbia nella sua fenomenologia a distinguersi dalla attesa; richiamandomi alle considerazioni che, su questo tema, sono state svolte da Eugène Minkowski, uno dei grandi psichiatri del secolo scorso, in un suo bellissimo libro, Le temps vécu, ancora oggi di sconvolgente attualità.
Le sue parole: «La speranza più dell'attesa si avvicina al futuro. Noi non speriamo nulla né per l'istante presente, né per quello che lo segue immediatamente, ma per il futuro che si dispiega sconfinato davanti a noi. Nella speranza, liberati dalla morsa del futuro immediato, noi viviamo un futuro più lontano, più ampio, e più pieno di promesse». E ancora: «Ma la speranza va più lontano anche in un altro senso: la speranza allontana da noi il contatto immediato con quello che avviene intorno, sopprime la morsa dell'attesa e ci consente di guardare lontano, e liberamente, nello spazio vissuto che si apre davanti a noi. Nella speranza noi intuiamo tutto quanto può esserci al mondo al di là del contatto immediato che l'attesa stabilisce fra noi e il mondo circostante».
Fra le più belle e sfolgoranti definizioni della speranza vorrei citare quella di Friedrich Nietzsche: «La speranza è l'arcobaleno gettato al di sopra del ruscello precipitoso e repentino della vita, inghiottito centinaia di volte dalla spuma e sempre di nuovo ricomponentesi: continuamente lo supera con delicata bella temerarietà, proprio là dove rumoreggia più selvaggiamente e pericolosamente».
Ci sono (così) attese che si nutrono di speranza, come quelle che ci accompagnano quando speriamo che una malattia si risolva rapidamente; e ci sono attese delle quali non fa parte la speranza. L'attesa ha, certo, uno spettro di esperienze più ampio e camaleontico di quello della speranza; benché l'una e l'altra siano immerse nel lago oscuro e imprevedibile del futuro.

Riconoscere le attese

Non sempre è facile riconoscere la natura e gli orizzonti di senso delle attese che sono in noi, e di quelle che sono negli altri da noi, e nondimeno è necessario riconoscerle se vogliamo creare relazioni umane e interpersonali nutrite di attenzione e di cura. Sono cose possibili, queste, se non ci stanchiamo di seguire i sentieri delle ragioni del cuore che ci portano alla nostra interiorità, e a quella degli altri. Solo riconoscendo le attese, che vivono nel cuore delle persone, diveniamo capaci di trovare parole, queste creature viventi labili e misteriose, che siano portatrici di aiuto e di speranza, e in fondo di cura. Ma è necessario tenere presenti i pericoli che nascono quando ci adeguiamo troppo, e anzi ci adattiamo, trascinati magari da innata gentilezza, ad attese che non condividiamo, manifestando ad esempio identità di opinioni, che non ci sono, e venendo meno, così, alla sincerità e alla autonomia dei nostri giudizi. Ci sono insomma attese che non possiamo fare nostre, e che siamo nondimeno tenuti a riconoscere, e a rispettare, non mai dimenticando di testimoniare solidarietà e comprensione.
Certo, rimarranno sempre oscure le attese che vivono nei cuori, e non solo di chi sta male, se non ci educhiamo alla introspezione e alla immedesimazione, alla attenzione e all'ascolto del grido silenzioso delle anime (le stellari e incancellabili parole di Simone Weil); e se non ci ricordiamo che noi siamo un colloquio, come ci dicono le bellissime e insondabili parole di Friedrich Hölderlin, il grande poeta tedesco sconvolto dalla follia, solo quando intravediamo le immagini fosforescenti delle attese che sono in noi, e vivono negli altri, e che impalpabili e inesprimibili anelano ad essere conosciute, e decifrate, nelle loro donazioni di senso.

Un suono di campane

Attesa e attese si intrecciano nella nostra vita, e di esse ho cercato di dire qualcosa in queste mie pagine errabonde e nomadi; ma vorrei ora, con un radicale e temerario cambiamento di orizzonti, richiamarmi alle splendide cose che Nietzsche ha scritto, in anni ancora lontani dal naufragare nella follia, ascoltando un arcano suono di campane che ha trascinato con sé, improvvisa, la insorgenza di uno stato d'animo, di una Stimmung, che si apriva al futuro: ad una qualche attesa, e ad una qualche speranza.
Queste, in Umano, troppo umano (volume primo), le sue parole sfavillanti e presaghe: «A Genova, nel tempo del crepuscolo, sentii giungere da una torre un prolungato suono di campane: non voleva finire e risonava come insaziato di se stesso, sopra il rumore dei vicoli nel cielo serotino e nell'aria marina, così agghiacciante, così fanciullesco insieme, così melanconico.
Allora mi ricordai delle parole di Platone e le sentii tutt'a un tratto nel cuore: Tutto ciò che è umano non è, in complesso, degno di essere preso molto sul serio; tuttavia...».
Questo suono di campane, che ha ridestato in Nietzsche risonanze elegiache così febbrili e così stremate, quante volte in vita l'abbiamo ascoltato senza saperne cogliere l'invito a scendere nei roveti ardenti delle nostre attese ferite; e nondimeno, direi, non è possibile non accogliere questo invito quando, la notte di Natale, le campane della Basilica dell'Isola di San Giulio, oggi sede di uno splendido monastero benedettino, fanno tacere con il loro suono di cristallo l'oscillare delle onde limpide e silenziose del lago d'Orca; ridestando in noi cascate di attese che si nutrono di infinito (sulla scia di labili e rapsodiche associazioni vorrei ricordare che Nietzsche ha conosciuto il lago d'Orta quando, nei primi giorni di maggio del 1882, ha soggiornato ad Orta insieme a Lou von Salomé, a sua madre e a Paul Rée, ed è stato in gita con Lou, che ne parla nelle Memorie della mia vita, al Sacro Monte d'Orta).

Attesa di Dio

Attese umane, troppo umane, certo, ma c'è anche una attesa ancora più arcana e insondabile: quella di Dio. In uno dei suoi libri più affascinanti e misteriosi, il suo titolo è Attesa di Dio, Simone Weil descrive gli abissi della sua anima alla ricerca appassionata e senza fine di Dio, del Dio vivente, del Dio che si è fatto uomo, ed è morto sulla Croce.
Nel titolo, certo, è racchiuso un frammento di inesprimibile verità: è Dio che discende alla ricerca dell'uomo in grado di guardare a lungo il cielo.
Ma non potrei non ricordare ancora i testi che Simone Weil ha scritto fra il luglio e l'ottobre del 1942, un anno prima della sua morte, e che fanno parte, nella edizione italiana, del quarto e ultimo volume dei Quaderni nel quale il tema dell'attesa, dell'attesa di Dio, risplende con ardente e stellare intensità.
Qualche frammento tematico, stralciato da questo quaderno, ci fa conoscere quali sconfinati abissi emozionali si possano nascondere in una esperienza, apparentemente così ovvia come è quella dell'attesa, quando sia immersa nelle relazioni che si hanno con il Dio vivente.
«Dio attende con pazienza che io voglia infine acconsentire ad amarlo. Dio attende come un mendicante che se ne sta in piedi, immobile e silenzioso, davanti a qualcuno che forse gli darà un pezzo di pane. Il tempo è questa attesa. Il tempo è l'attesa di Dio che mendica il nostro amore. Gli astri, le montagne, il mare, tutto quello che ci parla del tempo ci reca la supplica di Dio. L'umiltà nell'attesa ci rende simili a Dio. Dio è unicamente il bene. Per questo egli è là e attende in silenzio»; e con parole immerse nel mistero: «I mendicanti che hanno pudore sono Sue immagini. L'umiltà è un certo rapporto dell'anima col tempo. È una accettazione dell'attesa. È per questo che, socialmente, ciò che contrassegna gli inferiori è il farli attendere».
I suoi meravigliosi libri li dovremmo leggere e rileggere senza fine, ci inducono a chiederci ogni volta quale sia il senso della nostra vita.

Commiato

Nell'avviarmi a concludere queste mie riflessioni vorrei citare una splendida ed enigmatica poesia di Emily Dickinson sulle risonanze emozionali e sulle modificazioni del tempo interiore che, segrete e arcane, si snodano nella attesa che intercorre fra l'arrivo di un treno e l'arrivo di una carrozza che riporta a casa la persona cara. In questo brevissimo intervallo di tempo, la gioia, sfiorata dal dolore, è così intensa che il tempo interiore si estende, si allunga e infine si arresta, come se le lancette dell'orologio si fermassero, anche se poi il pendolo ricomincia a contare le ore.
Le grandi tesi agostiniane sul tempo, sul tempo dell'orologio e sul tempo interiore, mi sembrano misteriosamente riflettersi in queste parole poetiche così fragili, e così complesse, che si ricollegano infine alla misteriosa presenza della musica; alla quale la poesia allude nei due suoi ultimi versi che parlano di un "piccolo violino" e di un allegorico viaggio verso il Nord, luogo di solitudine e di meditazione.
La poesia, nella struggente traduzione di Guido Errante, è questa: «Penso che l'ora più lunga sia quella / In cui si aspetta la carrozza – quando / È arrivato il treno –Sembra che il tempo offeso / Dalla imminente gioia abbia fermato / Le sue lancette d'oro, / Impedendo ai secondi di passare – Ma l'istante più lento viene a fine – / Il pendolo comincia a ricontare / Ad alta voce, come fanno a scuola – / Nell'atrio i passi suonano più spessi – / Si gonfia il cuore – / Ed io, che ho reso un timido saluto / In servizio d'amore, / Prendo il mio piccolo violino e vado / Ancora più a Nord».
Vorrei ora prendere commiato (così noi viviamo, e prendiamo sempre commiato) da questa fenomenologia dell'attesa che il mio discorso ha cercato di delineare nelle sue camaleontiche metamorfosi tematiche, e nelle sue febbrili risonanze emozionali, e che il pensiero poetante di Emily Dickinson ha descritto in alcune sue emblematiche e insondabili immagini interiori.
Il nostro destino non può se non essere quello di cercare di riconoscere ogni volta le attese che sono in noi, e quelle che sono negli altri da noi, valutandone le luci, e le ombre: le dilemmatiche donazioni di senso. Solo così si creano relazioni umane intessute di ascolto e di dialogo.

(Notiziario della Banca Popolare di Sondrio)