Giuseppe di Nazaret:

il credente silenzioso

Giancarlo Pani

Il nome di san Giuseppe è stato recentemente inserito nei canoni II, III e IV del Messale Romano. Nel canone I il nome del santo era già stato introdotto, poco prima dell'inizio del Concilio Vaticano II, per volere di Giovanni XXIII [1]. Ora la decisione presa da Benedetto XVI viene realizzata da Papa Francesco [2].
La devozione dell'attuale Pontefice nei confronti di san Giuseppe è nota. Lo rileva anche l'intervista del nostro direttore nel volume La mia porta è sempre aperta, dove si apprende che il Papa ha una statuetta di san Giuseppe «dormiente» sulla scrivania dello studio [3]. Benedetto XVI ha ricordato la sua devozione per il santo di cui porta il nome, e Papa Francesco da vescovo prima, e poi da cardinale e da pontefice, ha inserito nel proprio stemma il nardo, simbolo di san Giuseppe. Egli inoltre ha inaugurato, proprio il 19 marzo, festa del santo, l'inizio del suo ministero petrino. Nell'omelia della Messa ne ha fatto l'elogio: in lui vediamo l'esempio di come rispondere «alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo!» [4].

Il credente silenzioso

Non è facile delineare il ritratto di un personaggio che, per quanto importante, nel Nuovo Testamento appare un santo silenzioso. Di Giuseppe di Nazaret i Vangeli non ci riportano nemmeno una parola: lo sposo di Maria e padre di Gesù tace sempre, è davvero il «credente» silenzioso. Mentre di altri personaggi ci viene documentato quanto hanno detto nelle circostanze più diverse (Maria, Pietro e gli apostoli, Zaccaria ed Elisabetta, e perfino Pilato, Erode, Anna), di Giuseppe non ci viene segnalato assolutamente nulla. Sembra che gli evangelisti tacciano intenzionalmente su di lui: silenzio a Nazaret, silenzio a Betlemme, silenzio nella fuga in Egitto, silenzio a Gerusalemme. Si tratta di un silenzio denso e corposo, avvolto di contemplazione e di mistero: perché la vita di Giuseppe si svolge tutta davanti al «Dio fatto carne» e davanti a Maria, che diviene madre «per opera dello Spirito Santo» (cfr Mt 1,20).
Per noi che spesso valutiamo il valore di una persona dalle parole e dai discorsi brillanti, e non dai fatti, c'è molto su cui riflettere. Nella vita contano i fatti, e tanto più se sono segnati dal silenzio interiore.
Eppure Giuseppe non è un personaggio secondario: se nella società ebraica Gesù ha un padre e un nome, lo deve a lui. Secondo la legge ebraica, Giuseppe, discendente di David, è il vero padre di Gesù. La paternità è la ragione giuridica per cui Gesù si trova inserito nella discendenza davidica e messianica [5]. Ecco il ruolo niente affatto marginale che viene svolto dallo sposo di Maria nella società del tempo: senza Giuseppe, Gesù non avrebbe potuto svolgere la sua missione e annunciare il Vangelo. Nel quadro sociale dell'Israele di allora, un figlio illegittimo non aveva diritto di parola in pubblico [6].

San Giuseppe e la tradizione cristiana

Va detto tuttavia che Giuseppe, nonostante il suo ruolo fondamentale nella vita di Gesù, non ha avuto molta fortuna nella tradizione iconografica cristiana: lo si rappresenta di solito come un anziano, con barba bianca, accanto a Maria, una donna giovanissima, e con un bastone in mano a cui si appoggia; in cima alla verga immancabilmente spunta un giglio candido... Ma Giuseppe non è un vecchio, tutt'altro! [7] Sappiamo che nella società ebraica del tempo ci si sposava adolescenti, di norma prima dei quindici anni. Giuseppe quindi è un giovane, si fidanza e si sposa con una donna giovane. Maria e Giuseppe sono due ragazzi che affrontano insieme la loro vita [8].
Anche sul lavoro di Giuseppe va precisato qualcosa. Da due passi del Vangelo si sa che era ho téktôn [9], termine che di solito viene tradotto con artigiano, carpentiere, falegname, costruttore [10]. Recenti scoperte archeologiche a Sefforis [11], vicino a Nazaret, ci inducono a pensare che si tratti piuttosto di un artigiano qualificato, di un geometra, forse di un architetto, nel senso che in un paese l'artigiano è un personaggio noto e di spicco (si noti l'articolo, ho téktôn, che farebbe pensare che nel paese non esistano molte persone con tale qualifica); in ogni caso allude a una posizione sociale modesta, ma buona, non certo indigente. Per il lavoro di Giuseppe, la famiglia di Gesù non rientrerebbe tra le famiglie poverissime di Nazaret.

L'annunciazione a Giuseppe «il giusto»

In tale contesto forse appare con più chiarezza l'episodio evangelico del sogno di Giuseppe. Quando Maria, all'annuncio dell'angelo, ha la consapevolezza di essere incinta, sul matrimonio della giovane coppia si profila lo sgomento. Per questo Giuseppe, «che era giusto» (Mt 1,19), decide di troncare il matrimonio e di rimandare in segreto la sposa: non per un'offesa alla sua dignità, ma per rispetto del volere di Dio. «Giusto», nella Bibbia, indica chi vive della legge del Signore ed è fedele ai suoi comandi [12].
Giuseppe però vuole anche essere attento a Maria, rispettoso di una situazione che non comprende, ma che lo supera e lo trascende. Perciò decide di mettersi da parte e sceglie la soluzione più radicale, che per lui è la rinuncia più grande. La sua posizione economica è dignitosa; dunque, può perdere la dote e allontanare Maria in segreto, senza creare scandalo [13].
I piani di Dio però sono diversi. Durante il sonno Giuseppe riceve una missione: «Non devi aver timore di sposare Maria, perché il bambino che lei aspetta è opera dello Spirito Santo. [...] E tu lo chiamerai Gesù» (Mt 1,20-21). Qui si rivela la grandezza d'animo di Giuseppe: mentre egli ha un suo proposito da realizzare, il Signore si fa avanti con un disegno sconcertante, stravolgente. Lo sposo di Maria potrebbe protestare, forse ribellarsi, avrebbe molte ragioni da far valere... E invece è una persona che ascolta e riflette, è attento alla parola che gli viene dall'alto, la medita nel suo cuore: non è indifferente all'annuncio dell'angelo, anzi ha il coraggio di mettersi in discussione e di confrontarsi con il misterioso messaggio.
Giuseppe ha qui la sua annunciazione: deve rinunciare al proprio progetto per seguire il piano di Dio. Egli si dichiara disponibile e prende con sé la sua sposa. Ma, a differenza di Maria, Giuseppe non ha dalla nascita nessun «immacolato concepimento»: è un uomo come noi, con le sue debolezze, le sue incertezze, i suoi timori, le sue angosce, la sua paura per un futuro di cui non conosce assolutamente nulla. Non è facile accettare di essere padre di Gesù: lo si può fare solo con una umiliazione grandissima, o con uno smisurato orgoglio. Giuseppe dice il suo sì umile e si impegna a svolgere una missione fittizia, che pure ha una sua verità: Gesù è un bambino da curare e Maria è la sposa a cui deve stare a fianco giorno dopo giorno. Giuseppe non pensa a se stesso o al proprio vantaggio, non si difende da Dio, non accampa diritti, ma è attento alla chiamata che lo interpella e che gli chiede di mettersi al servizio del piano di salvezza. Che cosa questo comporti di fatto per Giuseppe non viene detto: gli viene chiesto solo - come a Maria - di affidarsi completamente a Dio.
La fiducia di Giuseppe in Dio diventa così pane quotidiano per Gesù e per Maria: se la famiglia di Nazaret vive dignitosamente, è per il lavoro di Giuseppe; se Gesù ha da mangiare e da vestire, se in città, non ha gridato, e l'uomo perché ha disonorato la donna del suo prossimo. Così estirperai il male in mezzo a te». Il primo caso non ha luogo, perché Maria e Giuseppe, benché sposi, non avevano iniziato la vita in comune; il secondo caso aveva bisogno di testimoni ed era caduto in disuso nel tempo. In seguito era prevalsa un norma meno drastica, che prevedeva il ripudio come atto pubblico con il libello cresce bene, se apprende le cose fondamentali della vita, se impara un mestiere, se conosce la fatica del lavoro, lo deve a Giuseppe [14]. Il ruolo tradizionale del padre ha, in Israele, una lunga storia e una tradizione specifica. Scrive uno storico dell'Antico Testamento: «Dopo la prima istruzione a opera della madre (cfr Pr 1,8; 6,20), il dovere di educare passava al padre. Questa educazione non comprendeva soltanto l'avvio a leggere e a scrivere (cosa di cui molti appaiono capaci, secondo Dt 6,9, 11,20; Gdc 8,14), e la formazione professionale (di regola il figlio ereditava la professione del padre), ma anche l'istruzione morale e religiosa» [15].

La vocazione di Giuseppe

Ecco la vocazione del credente silenzioso: dare tutto se stesso, impegnare il proprio presente e il futuro perché la Parola di Dio diventi carne e vita in Gesù. Giuseppe diviene così il custode di Maria e di Gesù [16], sia nei momenti semplici sia in quelli difficili della vita quotidiana della casa di Nazaret. Egli è accanto a Maria a Betlemme nel momento trepidante del parto, nella circoncisione di Gesù e nella presentazione al Tempio, nella fuga in Egitto, nella ricerca angosciata del figlio, che poi ritrovano a Gerusalemme nel Tempio.
Non sappiamo altro di Giuseppe, il santo che ancora in silenzio esce dalla scena del mondo: non è dato di conoscere nulla nemmeno della sua morte, neanche quando sia avvenuta. È chiaro che, quando Gesù svolge il suo ministero, Maria è ancora in vita (com'è testimoniato dai Vangeli), mentre di Giuseppe non si dice più nulla: probabilmente già da tempo era scomparso. Il santo silenzioso ha concluso, ancora una volta in silenzio, la sua esistenza.
La vita di Giuseppe ci insegna a capire il linguaggio di Dio: è il linguaggio del silenzio, e Dio parla davvero, misteriosamente, nel silenzio. Non lo si può ascoltare nel frastuono della vita o nel rumore assordante dei nostri giorni, ma solo nel raccoglimento e nella vita interiore.
Giuseppe ci insegna pure come aprire il cuore alla voce che viene dall'alto. Accostarsi alla Parola vuol dire essere attenti alla propria coscienza, alla chiamata che emerge misteriosamente dal silenzio. Significa accogliere il Signore che ci incontra e ci interpella nella quotidianità; e comporta il coraggio di affidarsi a lui piuttosto che credere ai nostri dubbi e alle nostre pur legittime ragioni: pregare altro non è che contemplare la presenza del Signore e vivere in comunione con lui. Ed è nel silenzio e nel mistero della coscienza che Dio si fa carne anche nella nostra vita, per essere da noi donato ai fratelli. Giuseppe, nella semplicità, lo ha capito e lo ha vissuto: per questo il suo silenzio è più eloquente di qualsiasi parola.

(La Civiltà Cattolica 165 (2014), n. 3939-3940, pp. 618-624)

 

NOTE

1. CENTRE DE RECHERCHES [...] SAINT-JOSEPH, MONTRÉAL, Per l'inserzione del nome di San Giuseppe nelle preghiere della S. Messa, Roma, Pia Società Torinese di S. Giuseppe, 1961, 67-71.
2. Già Pio IX aveva proclamato san Giuseppe patrono universale della Chiesa. Il santo era stato poi confermato da Leone XIII, da Pio X, Benedetto XV e Pio XI. Pio XII istituì la festa di san Giuseppe artigiano per il 1° maggio e lo proclamò patrono degli sposi cristiani (CENTRE DE RECHERCHES, Per l'inserzione del nome di San Giuseppe nelle preghiere della S. Messa, cit., 46-67). Giovanni XXIII aveva anche proclamato san Giuseppe anche patrono del Concilio (19 marzo 1961). Giovanni Paolo II ha dedicato a san Giuseppe l'esortazione apostolica Redemptoris custos (15 agosto 1989).
3. PAPA FRANCESCO, La mia porta è sempre aperta. Una conversazione con Antonio Spadaro, Milano, Rizzoli, 20132, 14.
4. Cfr Oss. Rom., 20 marzo 2013, 8.
5. Mt 1,1-16; cfr H. L. STRACK - P. BILLERBECK, Das Evangelium nach Matthäus erläutert aus Talmud und Midrasch, München, C. H. Beck'sche Verlag, 1956, 35. La paternità legale, o putativa, era abbastanza comune in Oriente (si veda nella Bibbia la legge del «levirato»).
6. Cfr G. MAGNANI, Origini del Cristianesimo. II. Gesù costruttore e maestro. L'ambiente: nuove prospettive, Assisi, Cittadella, 1996, 225.
7. Nell'iconografia, l'età avanzata di Giuseppe serve a salvaguardare la verginità di Maria. Gli apocrifi sviluppano molto questo filone e lo giustificano per i fratelli e le sorelle di Gesù (che sarebbero frutto di un precedente matrimonio di Giuseppe). Ma nel V e VI secolo san Giuseppe è rappresentato imberbe e nel fiore degli anni. Nel 1505-1506, Raffaello, nel Matrimonio della Vergine (Milano, Brera), lo dipinge giovane. Diverso è invece il successo di san Giuseppe nella storia della Chiesa: tra il 1517 e il 1980 sono sorte 172 comunità religiose sotto il patrocinio del santo; di esse, 51 erano maschili e 121 femminili (cfr K. S. FRANK, «Josef, Mann Marias. Religiöse Gemeinschaften», in Lexíkon für Theologie und Kirche, vol. V, Freiburg – Basel – Rom - Wien, Herder, 1996, 1001-1003).
8. Tra i Padri, Girolamo riteneva che, al tempo di Gesù, l'età delle nozze per gli uomini fosse di 30 anni (Adv. jov. 1,3: PL 23,213); va ricordato anche MASSIMO DI TORINO, Serm. 43, che ribadisce la giovinezza di Maria: PL 57,639. L'apocrifo Storia di Giuseppe il falegname (del tardo VI secolo) pone il matrimonio di Maria all'età di 12 anni.
9. Mt 13,55: «Non è costui [Gesù] il figlio del téktón?». Cfr anche Mc 6,3: «Non è costui il téktón, il figlio di Maria?», mentre Luca ha semplicemente: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22).
10. Il termine téktôn indica propriamente un «carpentiere», un «produttore», uno che fabbrica, un operaio edile (nel latino della Vulgata è reso con faber); sarebbe meno esatto tradurlo con fabbro: cfr H. BALZ - G. SCHNEIDER, Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, vol. II, Brescia, Paideia, 1998, 1587 s; il termine è alla radice del nostro «architetto», cioè «capo costruttore». Si veda anche G. RAVASI, Giuseppe. Il padre di Gesù, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2014, 57-65.
11. La città, chiamata poi dai Greci Neocaesarea, si trova a 6 km da Nazaret ed è stata la prima capitale di Erode Antipa. Questi l'aveva ricostruita tra il 2 a.C. e il 20 d.C., dopo che era stata distrutta in seguito alla ribellione avvenuta alla morte di Erode il Grande. Al tempo di Gesù, Sefforis arrivava forse a 60.000 abitanti. La ricostruzione ha coinvolto muratori, falegnami e architetti dei paesi vicini, tra cui Nazaret. Cfr R. A. BATEY, Jesus & the Forgotten City. New Light on Sepphoris and the Urban World of Jesus, Grands Rapids (Mi), Baker Book House, 1991; G. RAVASI, Giuseppe..., cit., 60.
12. Cfr Sa/l1,2; Dt 6,17. «Giusto» quindi non indica propriamente l'onestà o la bontà d'animo, ma l'osservanza in maniera irreprensibile dei comandamenti del Signore. In particolare, in Matteo la prima parola detta da Gesù, in risposta a Giovanni Battista, riguarda la giustizia (cfr Mt 3,5); e al termine del Vangelo, Gesù è definito «giusto», anzi «il giusto», dalla moglie di Pilato (Mt 27,19).
13. Il libro del Deuteronomio, per tali circostanze, sancisce il ripudio della sposa e la lapidazione; inoltre il ripudio deve essere un atto pubblico. I casi contemplati sono due. Il primo, Dt 22,20-21: «Se la giovane non è stata trovata in stato di verginità, allora la faranno uscire all'ingresso della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà a morte, perché ha commesso un'infamia in Israele, disonorandosi in casa del padre». Il secondo, Dt 22,23-24: «Quando una fanciulla vergine è fidanzata e un uomo, trovandola in città, giace con lei, condurrete tutti e due alla porta di quella città e li lapiderete a morte: la fanciulla perché, essendo
(cfr Dt 24,1). Cfr H. L. STRACK - P. BILLERBECK, Das Evangelium nach Matthäus..., cit., 50-53.
14. Da Marco si conosce il mestiere di Gesù, che è lo stesso del padre. Cfr Mc 6,3: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?»; si veda G. RAVASI, Giuseppe..., cit., 72 s.
15. Molti sono i passi biblici che insistono su tale dovere paterno: Es 10,2; 12,26-27; 13,8; Dt 4,9; 6,7.20-21; 32,7.44: cfr G. FOHRER, «L1165», in Grande Lessico del Nuovo Testamento, vol. XIV, Brescia, Paideia, 1984, 129 s.
16. Cfr GIOVANNI PAOLO Esortazione apostolica Redemptoris custos, del 15 agosto 1989.