«Verità». Come "cercarla" nella cultura contemporanea

Giuseppe Morante

(NPG 2002-05-59)


Il problema

La «verità», nella cultura contemporanea, per tutti, è una parola chiaramente in crisi. È spesso vista come scomoda appartenenza ad una fede; è sopportata come un pesante ingombro che intralcia la propria libertà. La crisi, che è di valori perenni, accentua il fatto che ci si trova davanti ad un relativismo estremo che mira proprio a distruggerne il concetto. Si potrebbe affermare che oggi vale il principio: a ciascuno la sua verità!
Ma nonostante tutto, ci si accorge che sempre, quando seriamente si tocca il problema della verità, ognuno avverte dentro di sé il richiamo della coscienza che impegna in decisioni importanti. Purtroppo, però, la cultura moderna è una cultura che nasce dallo stesso atteggiamento di Ponzio Pilato davanti a Gesù: «Che cosa è la verità?». Cioè, s’interroga e non risponde.
Il motivo è semplice. Ai valori del trascendente sono stati sostituiti quelli dei suoi simulacri «fatti da mano d’uomo», come insegna la sapienza biblica; e cioè la scienza, il denaro, il profitto, l’uomo-al-centro, che si costituisce principio di verità. Perciò si applica con frequenza all’uomo la metafora del «nomade».
Oggi l’uomo appare in balia di se stesso, senza una meta, senza memoria né progetto, vivente all’insegna del «momento presente» considerato come assoluto.
Purtroppo, sono questi gli elementi che giustificano, a livello sociale, i mutamenti profondi che avvertiamo, da credenti, nelle diverse sfere della vita:
– nella sfera dell’economico, si diffondono i modelli produttivi all’insegna del profitto, anche se ottenuto con l’instabilità e la flessibilità dei tempi e degli spazi lavorativi, motivati come efficaci e plausibili, soprattutto per le nuove generazioni che vi si inseriscono;
– nella sfera politica, si assiste alla desacralizzazione dei miti e delle appartenenze collettive; si verifica il declino delle classi sociali, stemperate in forme sempre più individualistiche e difese da steccati; si affermano nuovi movimenti localistici; si scoprono tentativi anche grossolani di nuove identità nazionali e sovranazionali;
– nella sfera del culturale, gli orientamenti di valore dei soggetti cambiano e si relativizzano; l’esperienza immediata della persona diventa dominante e discriminante qualunque altra esperienza: «Io, e solo io, sono al centro del mondo e del mio mondo». E se a questo si aggiunge la mescolanza e l’ibridazione di culture diverse, più facilmente si mettono in crisi i sistemi di riferimento di tipo etico e morale.
Ma la ricerca della verità, se è tale, perché oggettiva, deve assumere un significato diverso rispetto al solo imparare a conoscerla, o a viverla come soggetto a sé stante. Deve diventare la vera espressione di una libertà che non si riduce sempre ad autodeterminazione; non può cosificarsi in realtà puramente materiali. Essa impegna in un giudizio morale, quello cioè che spontaneamente e vigorosamente segue la luce della coscienza. È questa la ricerca e la scoperta che fanno dell’uomo una creatura vera, secondo il piano di Dio.
I mutamenti comportamentali che si riscontrano nelle diverse sfere della vita sono all’origine perciò di una serie di rischi. La domanda incalzante di soggettività, fatta anche da adolescenti e giovani dentro questo tipo di cultura dominante (che non trova risposte soddisfacenti e adeguate), caratterizzata da diverse appartenenze e da frammentazione di modelli valoriali. Se è così fonte di disorientamento per tutti, a maggior ragione lo è per soggetti che si trovano anche nell’impossibilità di formulare qualunque forma di giudizio nei confronti della realtà circostante, per non raggiunta maturazione umana e razionale.
Soprattutto per essi, infatti, non ci sono più parametri di valutazione comuni, perché sono stati scardinati o hanno perso di significato. Così, da una parte, i ragazzi sono esposti alla perdita dei legami fondamentali (che rendono più accettabile l’esistenza) e alla disgregazione; mentre dall’altra, le differenze e le diversità possono costituire un’occasione privilegiata di contrasto, per scambi e integrazioni che, tempo addietro, non erano nemmeno intuibili, come ad esempio, la tensione verso il bene comune.
Il processo di globalizzazione porta questi mutamenti che comportano, sia per i singoli che per le collettività, un ampio orizzonte di possibili nuovi significati. Se non vengono messi davanti a questi conflitti, tanti comportamenti adolescenziali, compresi quelli più negativi e controcorrente, risultano incomprensibili o corrono il rischio di non essere interpretati per ciò che significano e intendono comunicare.

La proposta: per una educazione alla Verità

«A motivo della loro dignità tutti gli uomini, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di responsabilità personale, sono spinti dalla loro stessa natura e tenuti per obbligo morale a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità conosciuta e ordinare tutta la loro vita secondo le esigenze della verità» (DH 2).
È necessario aiutare quindi i ragazzi a considerare il fatto che l’uomo non è solo materia e che la realtà non finisce dove arriva il proprio occhio. La forza della ragione può scoprire da sola anche ciò che non appare evidente, ma che è sempre espressione, anche parziale, della realtà tutta intera. E la fede deve fare questa scoperta per professione.
La ricerca filosofica e l’esperienza religiosa insegnano a cercare risposte ad una domanda: che cosa è la verità? Dal momento che è incontrovertibile il fatto che la verità sovrasta la vita, un atteggiamento costante deve spingere l’uomo a ricercare come orientarsi nell’universo, scrutando la faccia nascosta delle cose:
– la Bibbia afferma che «la verità è Dio», e solo in Lui è possibile conoscere la verità del mondo al centro del quale l’uomo è posto, la verità dell’uomo dotato di intelligenza e di libertà, la verità degli altri con cui ogni persona è in cammino nella storia;
– Gesù Cristo ha detto: «Io sono la verità».
L’educazione alla verità è però un compito molto arduo nella cultura contemporanea che vede la caduta delle ideologie, frantumando il concetto stesso di verità: i ragazzi imparano molto spesso che ciascuno diventa per se stesso criterio di verità, perché ciascuno ha la «sua verità».
Si fa così strada una pericolosa confusione che fa intendere la verità in modo molto ridotto, quasi una somma di verità parziali ritenute tali dall’esaltazione della ragione, che certamente da sola non esaurisce tutta la verità, a meno che non si voglia negarne la costante e ansiosa ricerca umana.
Così nella crisi del concetto di verità viene coinvolta anche l’identità della persona, che viene distratta dal non essenziale, e invasa da scetticismo generalizzato e da facile relativismo. Si dà per scontato che ognuno può possedere delle piccole verità, che possono assurgere a criteri di scelte morali e che nessuno è possessore di tutta la verità.
Il ritorno alla verità di sé comporta sempre, per l’uomo, la percezione del proprio volto, come volto segnato in contemporanea da fragilità e trascendenza. Nel racconto più antico della creazione, l’ingresso dell’uomo nello scenario dell’universo viene descritto con queste parole: «E il Signore Dio formò Adam dalla polvere della terra e alitò nelle sue narici un soffio vitale e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7).
Chi è, dunque, l’uomo secondo la Bibbia? Il testo dice anzitutto che l’uomo è «adam», cioè argilla, terra, polvere.
Un’argilla fragile resa vivente dal soffio/respiro di Dio. A livello antropologico, ciò significa che la situazione umana è segnata dalla fragilità e dalla trascendenza. Dalla fragilità, anzitutto. Il nostro primo dovere è di non fuggire di fronte alla realtà e di non voltare le spalle alla caducità che contrassegna le nostre intenzioni, i nostri progetti e le nostre opere. Il limite costituisce il nostro orizzonte, e riconciliarci con questo nostro essere è principio di saggezza. La presunzione acceca; solo chi ha il senso della fragilità ricomincia sempre daccapo, con fiducia.
Avere il senso della fragilità significa anche essere consapevoli che l’essere umano è sempre frammentario e frammentato, condizionato com’è, dalla parzialità delle sue visuali personali e dalla soggettività dei suoi giudizi. L’armonia dell’insieme gli sfugge.

* I ragazzi sono indotti a pensare che chi non si appropria di tutto e subito, è considerato un retrogrado. Per cui sono portati a gestire il proprio corpo, il proprio tempo, il proprio denaro senza rispetto per gli altri. Ma bisogna riflettere: perché chiudersi in se stessi e rifiutare il dialogo per il piacere di un benessere sempre più segnato dal malessere o dalla stanchezza di vivere così, immersi in un meccanismo di produzione-consumo?
Perché non riscoprire e inventare una nuova organizzazione educativa, che si configuri come «scuola della comunità», al servizio dell’uomo, qualunque sia la sua fede? L’esigenza di superare questo limite degradante è molto avvertita oggi in pedagogia, anche se secondo prospettive diverse a causa del diverso orientamento politico di chi propone il cambiamento.
Così capita che lo Stato da solo – di cui, ad esempio, l’attuale ordinamento scolastico è una espressione limitata – non è più in grado di soddisfare le mutate esigenze del mondo adolescenziale e giovanile, né di organizzare l’espansione dei loro bisogni culturali; non tanto perché non si sono attuati i principi a cui esso si ispira che, essendo valori etici, sono per definizione irraggiungibili, quanto perché non si sono voluti raggiungere da tutti gli obiettivi possibili che avrebbero avviato sicuramente il processo di cambiamento sempre e da tutti auspicato soltanto in teoria.
Ogni attività umana autentica è soprattutto amore per la verità. L’uomo è il titolare di questo bisogno di verità. La comunità sociale nel suo insieme, anche se ogni sua componente in maniera specifica, ha il compito verso le nuove generazioni di educare ai veri diritti e alla vera dignità della persona. Ma essa deve concretamente confrontarsi con la cultura dell’ambiente e con i valori in cui crede. Infatti, una realtà educante (la scuola, o la famiglia, o la comunità cristiana) – isolata dal proprio ambiente, chiusa nei limiti angusti di una attività puramente nozionistica – non diventa per i ragazzi una comunità viva di riferimento.
Questo è il compito cristiano di realizzare la propria vocazione. Dio ha assegnato a ciascuno un compito da attuare nella vita. L’attuazione di tale compito conferisce all’uomo quella dignità che lo fa essere persona. La risposta che Dio si attende dall’uomo è l’attuazione piena del compito assegnatogli. Non ha importanza che tale compito riguardi questa o quella attività, questa o quella funzione. Ciò che conta è che ciascuno svolga pienamente il suo compito individuale per rispondere alla chiamata di Dio.
L’esistere dell’uomo quindi non è un limite naturalistico. Egli ha, sì, compiti temporali (che deve svolgere con assoluta competenza ed onestà, in qualsiasi lavoro o professione); però egli ha anche un destino eterno, dal momento che la sua vocazione è quella di congiungersi alla Verità, di impadronirsene del valore, di cibarsene perennemente. Il destino dell’uomo, perciò, è immortale come la Verità che ricerca e che ama.

* Perciò il ragazzo non va educato solo a conoscere la verità scientifica, cioè che cosa è vero oppure che cosa è falso. Questo può essere il problema filosofico del criterio della verità. Per i logici, ad esempio, è vera una proposizione che è conforme alla realtà. La verità di cui ci si deve occupare non è quella dei razionali, non è nemmeno quella di cui si occupa la ricerca scientifica contemporanea. È la verità dell’uomo, della sua identità nel progetto di Dio; è la verità di cui la realtà umana visibile è solo segno di una verità invisibile ed eterna.
Questo è il dato di fede: quest’uomo fragile porta dentro di sé il «respiro» di Dio, dunque un seme di eternità. Questo significa fondamentalmente che l’uomo non si riduce a quello che appare. Dire «uomo» significa anche dire ulteriorità, indefinibilità. L’uomo trascende la pura fattualità per cui non è permesso rinchiuderlo nella storicità, nel suo limite umano e nel suo ruolo sociale.
I farisei avevano condotto a Gesù l’adultera, giudicandola e condannandola come peccatrice. Gesù scorge in lei possibilità nuove, sbocchi di redenzione (Gv 8,1-11). Per i farisei colui che era nato cieco era solo un analfabeta, che scontava la conseguenza dei suoi peccati. Gesù annuncia la novità assoluta: in realtà i veri ciechi sono quelli che credono di vedere e quelli considerati ciechi hanno occhi aperti che sanno vedere le possibiltà nascoste (Gv 9,1-41).

Le conseguenze operative

Su questi presupposti gli educatori dei ragazzi dovranno orientare le scelte che regolano la ricerca umana, agendo ragionevolmente prima di tutto sui focolai di crisi del concetto di verità, e proponendo itinerari di inversione di tendenza, per:
– favorire la dimestichezza con la visione trascendente della vita, come possibilità che aiuterà l’intelligenza a cercare la verità che trascende l’uomo. È questa la prima possibilità di liberarsi dalle trappole del relativismo e del soggettivismo;
– proporre la testimonianza come capacità di dare significato vero alle parole, perché esse recuperino il loro intrinseco significato. Se il metodo scientifico è la via di accesso alla conoscenza del mondo materiale, la testimonianza è la via di accesso alla conoscenza delle verità che sono di ordine diverso (la verità di se stessi, degli altri, di Dio);
– rispettare l’oggettività della verità, contro le forme dello spontaneismo. Si tratta di operare un rovesciamento di quella prospettiva che nella moderna cultura ha sostituito l’oggettività della verità, col punto di vista soggettivo della «sincerità personale»;
– rendere valido il criterio della verità oggettiva, ridimensionando il principio dell’efficacia scientifica. La scienza non solo non è onnipotente, ma molto spesso sta mostrando sempre di più i suoi limiti. La verità invece agisce nell’interno della persona umana; una verità che non può essere messa sullo stesso piano dell’indagine empirica e misurata con gli stessi strumenti.
A livello educativo, questo significa che un educatore deve ammettere e premettere a ogni intervento che la conoscenza del soggetto è e rimane settoriale, se non è accompagnata da rispetto e circospezione. La tentazione di chi è preposto a tutore di un ordine costituito è la presunzione del sapere. Molti educatori hanno il sapere, ma non hanno il rispetto. La scienza senza l’amore è «dia-bolica» perché inibisce la crescita. Il vero educatore sa che nell’altro non tutto è già previsto, non tutto è stabilito, perché rimane il mistero delle possibilità sempre nuove.
Se è certo, afferma Giovanni Paolo II, che la verità serve la causa della pace, è indiscutibile che la non verità è la causa della violenza. La non verità è assenza, rifiuto e disprezzo della verità; è informazione parziale e deformata, propaganda settaria, manipolazione mediale, persuazione occulta per mezzo dei miti alla moda che nascono e periscono in un breve volgere di tempo. Perciò, i miti sono necessari per chi crede nella non verità.
Insegnare la verità è difficile, ma è importante in una comunità in cui molto spesso si insegna la non verità, che è causa di odio nei confronti di chi non crede nei miti alla moda, proprio perché ha scelto di impegnarsi nella ricerca della verità. Forse è vero che in certi ambienti viene etichettato come nemico da odiare chi non partecipa ai rituali che glorificano l’avere e la scienza (che serve alla tecnica) con cui è possibile consumare i beni sino in fondo arrivando ai nuovi e ai nuovissimi consumi, in una miriade di piaceri sempre più squisitamente edonistici.
Il metodo che favorirà lo sviluppo delle tappe di questi difficili, ma necessari cammini culturali, intesi come itinerari educativi verso la conquista della verità, si deve configurare come:
– ricerca del bene-vero-bello prima di tutto delle culture del passato, recuperando una radice storica di continuità contro ogni forma di presentismo. I valori delle trascorse culture non possono essere considerati beni effimeri. Sono valori eterni, sempre riproponibili anche se in modi diversi nelle diverse culture, perché sempre attuali;
– riappropriazione dei valori umani profondi (biblici) che sono legati al criterio di verità su cui è fondata l’umanità: la fiducia nella verità che ci trascende e la fedeltà a questa verità. Per la Bibbia è vero ciò che resiste all’usura del tempo;
– inserimento graduale nella dinamica di ricerca della verità, dove l’uomo costituisce il punto di partenza e la verità di Dio il traguardo di arrivo;
– sostituzione dei concetti devianti e talvolta subdoli che nella storia del pensiero hanno preso il posto della verità: ciò che è vero, è vero per sempre, perché la verità è immutabile;
– purificazione degli aspetti sociali, politici ed economici della vita umana da tutto ciò che è estraneo al concetto di verità ed ai valori che esso racchiude e dei quali è portatore, per fare di ogni uomo un essere vero e libero;
– coinvolgimento della libertà intellettuale nel lasciarsi educare dalla verità ed educare alla verità, esperienza umana che deve diventare il cuore vitale della cultura: aprirsi al senso degli esseri, della vita, dell’amore, della morte, dell’aldilà.