«Pace», ma quale? Orientamenti per un processo educativo

 

Giuseppe Morante

(NPG 2002-09-40)


Il valore della parola “pace”

Il giovane che scopre nella sua realtà più profonda il senso evangelico della fede cristiana, specie in questo tempo di accentuato pluralismo religioso, acquista la consapevolezza che per il raggiungimento e la promozione della “pace” è necessario e urgente dischiudersi a impegni comuni di preghiera, di riflessione e di azione.
Nella cultura moderna la pace ha un ampio spettro di significati, ma è evidente che per il cristiano essa è prima di tutto dono di Dio e, contemporaneamente, educazione della mente e del cuore in vista dell’identità della fede; nonché concreto impegno storico, con iniziative pratiche ad essa collegate.
Gli incontri ricorrenti per la pace (quelli di Assisi promossi da Giovanni Paolo II: 1986-1987, 2002; quelli promossi dalla Conferenza delle Chiese Europee: Basilea 1989, Graz 1997) dimostrano che la diversità religiosa – lungi dal portare a conflitti – non impedisce una preghiera unanime per la pace concepita come dono di Dio e sforzo umano.
In realtà, il termine “pace” è tra quelli più pronunciati in questi ultimi decenni.
È un segno evidente di questo nostro contraddittorio tempo, che il valore “pace” attraversa – come dimensione importante di riferimento – le diverse componenti che costituiscono la vita della società: politica e diritto, etica e religione, valore ed educazione...
Le contraddizioni del mondo attuale, anche a questo proposito, non rendono immuni i giovani; che peraltro dimostrano una sensibilità e una disponibilità peculiare alla pace. L’impegno per essa che attraversa il mondo degli uomini e i responsabili delle religioni, sembra essere anche il loro. Il problema non è tanto l’interesse al problema che pure è segno di sensibilità. È necessario interrogarsi su come lo vivono; come si coinvolgono; quali risvolti provoca nella loro vita…
Da alcuni dati sembra che “la pace cammini con essi”, se si pensa che spesso i giovani sono l’anima dei movimenti pacifisti… E questo proprio in controtendenza alle diverse interpretazioni del concetto di pace e dell’associazionismo finalizzato alla pace che si attesta attorno al 35%.
Sembra comunque che la pace si offre come valore attuale nel loro vissuto e si presenta agli educatori come un’azione da compiere in termini di rapporti con se stessi e con gli altri, tra le culture e i popoli e tra tutti gli uomini del mondo e con Dio.

La proposta: per una educazione alla “pace”

Un punto di partenza per affrontare efficacemente la proposta educativa è partire da un presupposto che non è certamente scontato: quello di una “educazione del cuore” nella dimensione evangelica della pace e nella ricerca-impegno della verità. Non si scavalca la loro visione razionale del problema, ma si coinvolge primariamente la loro dimensione affettiva e relazionale.
Si tratta di un aspetto non trascurabile: testimoniare la pace è recuperare un credibile senso della verità contro la “deriva” relativistica di questa epoca postmoderna, che si porta come retaggio dell’immediato passato proprio il divorzio tra pace e verità religiosa (la pace dello Stato laico contro le guerre di religione); tra pace e verità tout-court, proclamando che la verità è come tale portatrice di violenza, e che soltanto il pluralismo delle opinioni può garantire la pace.
La realtà attuale sta evidenziando infatti l’esplosione di una “violenza” che nasce dall’eclisse della verità: da quella dell’interesse senza freni (cf il mercato del turismo sessuale); a quella gratuita fine a se stessa (cf la criminalità giovanile dei paesi ricchi); a quella più o meno compensatoria (cf l’indiscriminato e sempre più diffuso uso delle droghe e delle sue drammatiche conseguenze).
La pace ha un fondamento biblico ed è ricorrente sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Il termine ebraico shalom comprende e rende visibile l’insieme dei beni materiali e spirituali, che servono all’uomo per vivere in armonia con se stesso, con la natura e, soprattutto, con Dio. Shalom è il saluto orientale per eccellenza.
È concepito come qualche cosa di molto concreto, che non può restare cosa vana: se non si può realizzare, ritorna su colui che l’ha pronunciato. Gesù, infatti, dirà: “In qualunque casa entriate, prima dite: pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi” (Lc 10, 5 6).
Nel corso della sua lunga storia Israele è andato progressivamente scoprendo il tesoro della pace, ma – nel contempo – ha imparato a riconoscere che l’autore della pace è soltanto Dio: la pace, perciò, è un bene spirituale, divino (cf Gdc 6, 12; Rt 2,4; Sal 129, 7 8; Es 4,18; Gdc 18,6; 1 Sam 1, 17; Is 48,22; Sal 37,37).
I profeti non perdono occasione per predicare la vera pace, come – del resto – non omettono di denunziare la pace falsa, le fallaci alleanze internazionali, la mancanza di giustizia nei rapporti interni ed esterni, la fiducia posta nei beni illusori e momentanei della vita. E ribadiscono con forza che Dio, invece, “possiede veri piani di pace e non di sventura per il suo popolo” (Ger 29, 11). Essi, preannunciando il futuro, annunciano che il Messia sarà il “Principe della pace”; e il suo regno sarà un regno di “pace senza fine” (Is 9,5 6). Lo stesso premio finale dei giusti sarà quello di “vivere nella pace” (Sap 3, 3).
Nel Nuovo Testamento la pace ha un posto centrale. Gesù viene ad “evangelizzare la pace” (At 10, 36) ai vicini e ai lontani (Ef 2, 17). Al momento della sua nascita gli angeli cantano “gloria a Dio e pace agli uomini” (Lc 2, 14): pace intesa come salvezza, liberazione, riconciliazione.
Cristo, perciò, è la vera “pace” dell’uomo (Ef 2,14), perché opera la pace ed evangelizza a tutti la pace. Quando guarisce i malati, egli li congeda dicendo: “Va’ in pace” (Mc 5, 34; Lc 7, 50) e, apparendo agli apostoli dopo la risurrezione, li saluta dicendo: “Pace a voi” (Lc 24, 36; Gv 20, 19. 21. 26). E, prima di ritornare al Padre, dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14, 27).
San Paolo nelle sue Lettere saluta sempre in nome del Dio della pace: di quel Dio che in Gesù Cristo dichiara beati gli operatori di pace, perché essi saranno chiamati figli di Dio (Mt 5, 9). Per cui la conclusione si può ricapitolare nel semplice messaggio: “La pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo” (Col 3,15).
Perciò si tratta di educare adolescenti e giovani a parole e gesti che sappiano essere vera trasparenza del cuore evangelico, per rappresentare l’apparizione della verità nella sua più autentica identità, scevra da ogni violenza: apparizione inconfutabile nella sua inerme evidenza, capace di disarmare la mano armata dall’assenza di verità, non meno di quella armata dalla verità distorta, perché capace di mettere nell’una come nell’altra ragioni di vita.
Perciò nel processo di educazione alla pace oggi è necessario spostare l’asse di riferimento dai “temi della pace” ai “problemi” della pace, che per i giovani toccano la realtà umana personale e per la società riguardano i conflitti causati da una mancata verità della pace: il razzismo come fonte di contrasto con il diverso; la divisione Nord-Sud come conflitto tra l’Occidente e il Terzo Mondo; la questione ecologica della salvezza del creato come rapporto distruttivo uomo-natura.
La Chiesa (soprattutto nel passato secolo e sempre con crescente insistenza) ha espresso un suo compito fondamentale nei confronti della pace: “promuovere ed elevare tutto quello che di vero, buono e bello si trova nella comunità umana, perché rafforza la pace tra gli uomini a gloria di Dio” (GS 76). Un insegnamento che si qualifica e si precisa sempre di più in ordine proprio alla verità dell’uomo e della sua esistenza nel mondo:
– la pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi a rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti, né è effetto di un dispotico dominio, ma viene definita opera della giustizia. È il frutto dell’ordine impresso nell’umana società dal suo Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta (GS 78);
– la pace non è stata mai qualcosa di stabilmente raggiunto, ma è un edificio da costruirsi continuamente.
Essa nasce dall’amore del prossimo, ed è immagine ed effetto della pace di Cristo, che promana dal Padre (GS 78);
– le modalità concrete con le quali la comunità politica organizza le proprie strutture e l’esercizio dei pubblici poteri possono variare, secondo l’indole dei diversi popoli e il progresso della storia; ma sempre devono mirare alla formazione di un uomo pacifico e benefico verso tutti, per il vantaggio di tutta la famiglia umana (GS 74);
– illustrando la vera e superiore concezione della pace, il Concilio, condannata l’inumanità della guerra, intende rivolgere un ardente appello ai cristiani affinché, con l’aiuto di Cristo, autore della pace, collaborino con tutti per stabilire tra gli uomini una pace fondata sulla giustizia e sull’amore, ed apprestare i mezzi necessari per il suo raggiungimento (GS 77);
– qualunque cosa si debba pensare di questo metodo dissuasivo, si convincano gli uomini che la corsa agli armamenti non è la via sicura per conservare saldamente la pace né il cosiddetto equilibrio che ne risulta può essere considerato pace vera e stabile (GS 81);
– nuove strade converrà cercare, partendo dalla riforma dei cuori, perché si rimuova questo scandalo e al mondo, liberato dall’ansietà che l’opprime, possa essere restituita la vera pace (GS 81);
– se non verranno in futuro conclusi stabili e onesti trattati di pace universale, rinunciando ad ogni odio e inimicizia, l’umanità, che, avendo compiuto mirabili conquiste nel campo scientifico, si trova già in grave pericolo, sarà forse condotta funestamente a quel giorno, in cui non altra pace potrà sperimentare se non la pace di una terribile morte (GS 82);
– Dio, al fine di stabilire la pace, cioè la comunicazione intima tra Sé e gli uomini, e di realizzare tra gli uomini stessi – che sono peccatori – un’unione fraterna, decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia umana, inviando il suo Figlio a noi con un corpo simile al nostro, per sottrarre a suo mezzo gli uomini dal potere delle tenebre e del demonio (cf Col 1,13; Atti 10,38) ed in Lui riavvincere a Sé il mondo (cf 2 Cor 5,119);
– per il fatto stesso che annuncia loro il Cristo, la Chiesa rivela agli uomini in maniera genuina la verità intorno alla loro condizione e alla loro reale vocazione, poiché è Cristo il principio e l’esemplare dell’umanità nuova, cioè di quell’umanità permeata di amore fraterno, di sincerità, di spirito di pace, che tutti vivamente desiderano (AG 8).
La pace terrena, che nasce dall’amore del prossimo, è immagine ed effetto della pace di Cristo, che promana dal Padre. Il Figlio incarnato infatti, principe della pace, per mezzo della sua Croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio e, ristabilendo l’unità di tutti in un solo popolo e in un solo corpo, ha ucciso nella sua carne l’odio e, nella gloria della sua Risurrezione, ha diffuso lo Spirito di amore nel cuore degli uomini (GS 78).
Perciò la missione della Chiesa si esplica attraverso un’azione tale, per cui essa, in adesione all’ordine di Cristo e sotto l’influsso dello Spirito Santo, si fa pienamente ed attualmente presente a tutti gli uomini e popoli, per condurli con l’esempio della vita, con la predicazione, con i sacramenti e con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà e alla pace di Cristo (AG 5).
Tutti gli uomini di qualunque razza, condizione ed età, in forza della loro dignità di persona, hanno il diritto inalienabile ad una educazione che risponda al proprio fine, alla propria indole, alla differenza di sesso, alla cultura e alle tradizioni del loro paese, ed insieme aperta ad una fraterna convivenza con gli altri popoli al fine di alimentare la vera unità e la vera pace nel mondo. Ma una opposizione che può mettere in pericolo la pace del mondo intero si fa ogni giorno più grave tra le nazioni economicamente più progredite e le altre; per cui i cristiani, impegnandosi per la giustizia e la carità, contribuiscono alla prosperità del genere umano e alla pace del mondo.
L’umanità non potrà portare a compimento l’opera che l’attende, di costruire cioè un mondo più umano per tutti gli uomini e su tutta la terra, se gli uomini non si volgeranno tutti con animo rinnovato alla vera pace. Quanto più questa unità farà progresso nella verità e nell’amore, sotto la potente azione dello Spirito Santo, tanto più essa diverrà per il mondo intero un presagio di unità e di pace.

L’operatività pedagogica

Per il cristiano la volontà di rispettare gli uomini e la loro dignità, e l’assidua pratica della fratellanza umana è condizione indispensabile per costruire la pace. Essa deve sgorgare spontanea dalla mutua fiducia delle relazioni umane tra singoli e popoli, piuttosto che essere imposta da violenze e dal terrore delle armi.
Chi si dedica alla attività educatrice, specie della gioventù, e coloro che contribuiscono alla formazione della pubblica opinione, devono considerare loro dovere inculcare negli animi di tutti sentimenti nuovi ispiratori di pace.
Una delle finalità principali dell’educazione alla pace è la formazione di una persona che non nutra sentimenti di violenza, che abbia fiducia in sé e negli altri, che sappia intervenire in modo creativo e personale nella realtà che lo circonda per modificarla nel senso dell’umano, che si impegni a risolvere attivamente i conflitti senza violenze e prevaricazioni facendo leva sulle risorse costruttive già presenti e sviluppandone altre, che sappia operare nel quotidiano con collegamenti più ampi nella dimensione mondiale, che sia sempre alla ricerca della verità senza darla per scontata o rivendicandone l’esclusivo possesso: tutto questo contribuisce alla solidarietà e alla convivialità planetaria delle culture e dei popoli.
Di conseguenza, il magistero della Chiesa, la riflessione teologica, le spinte provenienti dai movimenti pacifisti e da chi coerentemente sa testimoniarla… sollecitano ad una originale e profonda impostazione di un’azione educativa delle coscienze, giovanili e no, che sappia mirare:
– alla pace grande e positiva che parte dalla pace interiore per giungere alla pace sociale: questa non può identificarsi nella pura assenza di conflitti: anzi, l’educatore ha il difficile compito d’insegnare come la conflittualità si deve assumere e superare.
Nemmeno la pace è riducibile al concetto negativo di non guerra, prescindendo dalle matrici potenziali di violenza armata che la preparano e alimentano;
– alla giustizia distributiva e sociale, intesa nella sua più larga accezione e in parallelo con l’educazione all’amore. Liberazione delle coscienze e delle persone da “stati di leggi oppressive” e da condizionamenti egoistici e corporativi. Educazione al rispetto effettivo dei diritti di tutto l’uomo e di tutti i popoli nel quadro di un orizzonte sincronico (attuali abitanti del pianeta) e diacronico (gli uomini di oggi e di domani). Un’educazione del genere assume il carattere “terzomondista” e induce a dare concretezza operativa al motto “contro la fame cambia la vita”;
– alla vera pace “figura ed effetto della pace di Cristo” che porta ad una riconciliazione plenaria: con se stessi, con gli altri, con la natura (educazione quindi al rispetto dell’ambiente e degli equilibri ecologici per l’uomo di oggi e di domani) e con Dio: tale complesso impegno educativo porta a una tensione liberatrice egualmente “plenaria”;
– al dialogo, all’accettazione e comprensione delle “ragioni dell’altro”, senza falsi irenismi e senza cedere a subdole strumentalizzazioni.
L’uomo di pace entra in comunicazione con gli altri (perché educato a vivere con e per gli altri), sa percepirne le esigenze profonde, ne accoglie gli stimoli validi, buoni o riducibili al bene. L’educazione al dialogo postula che non ci si chiuda in oltranzismi integristi, sia individuali che di gruppo, oggi abbastanza diffusi;
– alla non-violenza attiva e alla disobbedienza creativa, consapevole del valore primario della coscienza soggettiva, aperta al riconoscimento dei valori etico religiosi e del valore della vita umana, spesso conculcata a molti livelli da una cultura che pure dimostra preoccupazione viva in ordine alla “qualità della vita”.
Per acquisire una mentalità di pace e favorire una cultura della non-violenza bisognerà orientare il processo educativo:
– a sviluppare il senso critico nei confronti dell’attuale modello sociale di sviluppo, che deve portare oltre la prevalenza dell’economia di tipo capitalistico e per cui diventa dominante il mercato internazionale che porta a squilibri ed ingiustizie che provocano trasmigrazioni di ampie fasce di popolazione, portano a reazioni di violenza e di guerriglie urbane…
Ciò sa di sottile materialismo e di predominio della produzione a scapito della dignità della persona e della giustizia sociale;
– ad essere propositivi e concreti, partendo da proposte che superino le ambivalenti tendenze culturali del nostro tempo: aiutare a prendere coscienza che per la pace bisogna far prevalere l’essere sull’avere, la tolleranza e l’impegno concreto per le persone in difficoltà, la capacità di stabilire relazioni interpersonali e impegno per il volontariato, in vista di una solidarietà universale;
– a favorire lo sviluppo della propria identità personale formando atteggiamenti positivi: graduale accettazione di sé, impegno a pagare di persona, accettazione dello sforzo per sostenere il proprio impegno nelle azioni quotidiane, autodisciplina nelle scelte, abitudini di riflessione e di ricerca personale.


Bibliografia

AA. VV., Religioni per la pace, ASAL, Roma 1987.
COBALTI A., Pace, ricerca sociale, educazione, Firenze, La Nuova Italia, 1985.
TABARO A., Educare alla pace. Alla ricerca di una possibile identità, Verona, Mazziana, 1993.
NANNI C., Obiezione di coscienza e servizio civile alternativo: implicanze formative e educative, in “NPG” 1995 (a), 8, 64-73 (numero monografico dedicato a “Giovani, obiezione di coscienza, servizio civile: un sentiero per l’educazione alla pace”).
NANNI C. (Ed.), Pace, giustizia, salvaguardia del creato, Roma, LAS, 1998.