Cattolici nell’Italia

di oggi

Un’agenda di speranza per il futuro del Paese”

XLVI Settimana Sociale dei Cattolici

Cardinale Angelo Bagnasco

Un cordiale e rispettoso saluto ai Confratelli nell’Episcopato, alle Autorità politiche, civili e militari presenti, a tutti voi, carissimi amici qui convenuti per un appuntamento che continua una lunga e feconda tradizione della Chiesa in Italia, quella delle Settimane Sociali dei Cattolici. Sono una modalità fra le plurime forme della presenza della Chiesa allo scopo di proseguire e tutto tondo la sua missione evangelizzatrice e, quindi, di servire il Paese.

Anche la scelta di celebrare la 46° Settimana in questa antica Diocesi di Reggio Calabria-Bova è un segno dell’attenzione concreta che i Vescovi hanno verso il bene dell’amata Italia, ammirati e riconoscenti per le peculiari ricchezze di umanità e di fede presenti nel nostro meridione, e consapevoli della complessità di problemi vecchi e nuovi. E’ un’attenzione che segue e conferma il Documento dei Vescovi su “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”.

Saluto e ringrazio la Conferenza Episcopale Calabra e in particolare S.E.Mons. Vittorio Luigi Mondello, Arcivescovo Metropolita di questa Chiesa Particolare, per la fraterna accoglienza e l’impegnativa ospitalità che ci ha riservato.

Il nostro primo pensiero è per il Santo Padre Benedetto XVI che ci ha inviato un paterno Messaggio e anche per questo atto di paterna attenzione gli esprimiamo filiale gratitudine. E’ questa un’assise ecclesiale, e pertanto il nostro affetto e la nostra devozione vanno a Lui, al Successore di Pietro, Pastore della Chiesa Universale, che conferma la fede apostolica e guida la Chiesa con il Magistero, la chiarezza della parola, il calore del cuore. Con estremo rispetto e filiale confidenza, ci sentiamo di dire che le parole scelte dal beato Card. John Henry Newman – “cor ad cor loquitur” - ci fanno pensare riconoscenti a Lui: sì, sentiamo che Benedetto XVI parla con profonda semplicità all’intelligenza, ma anche al cuore degli uomini: lo scalda con parole di verità.

Anche al Signor Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolgiamo un pensiero di grato ossequio per il saluto augurale e i voti che ha indirizzato alla nostra Assise. Il tema della 46° Settimana Sociale è “Cattolici nell’Italia di oggi. Un’ agenda di speranza per il futuro del Paese”.

E’ mio compito offrire, nei limiti del possibile, un quadro di riferimento, potremmo dire un orizzonte ermeneutico nel quale affrontare gli argomenti posti in programma. Ma anche in questo caso, la presunzione non è di essere esaustivo, bensì – come spero – il più possibile “essenziale”, nel duplice senso di essere ragionevolmente breve e, soprattutto, di riuscire a cogliere i principi più importanti nonché alcune questioni su cui si appunta l’attenzione odierna. 

  1. Logos e Agape 

E’ utile ricordare, insieme ad Aristotele, che “ogni arte e ogni azione compiuta in base a una scelta mirano a un bene : perciò a ragione si è affermato che il bene è ciò cui ogni cosa tende” (Etica a Nicomaco, 1094a). Così pure è interessante rileggere Platone quando scrive che “l’idea del Bene è quella scienza suprema in riferimento alla quale le cose giuste e le altre diventano utili e giovevoli (…) E se noi non conosciamo questa scienza, anche se conoscessimo tutte le altre cose (…) a noi da questo non deriverebbe alcun vantaggio, così come non ne deriverebbe se possedessimo qualsiasi cosa senza il Bene. O credi che (…) si possano intendere tutte le cose senza il Bene, e non intendere per nulla il Bello e il Bene?” (Repubblica, libro VI, 505 a-b).

Queste parole ci richiamano a due criteri generali: innanzitutto il fatto che ogni atto particolare non è mai concluso in sé, separato e isolato da un contesto più ampio. Ogni decisione non solo rivela un orizzonte di senso, un mondo concettuale e morale, ma lo conferma e rafforza. E questo non vale solo per il singolo individuo, ma anche per un gruppo e per la società nel suo insieme. La constatazione, che nasce dall’esperienza riflessa di ciascuno e dalla storia, non è di poco conto se pensiamo alla cultura contemporanea che sembra aver frantumato l’insieme per esaltare e assolutizzare la parte, le singole esperienze, temendo ciò che appare definitivo e totalizzante. Viene così teorizzato che ogni decisione ha valore in sé senza bisogno di contestualizzarsi, di relazionarsi a prospettive più ampie che mortificherebbero l’individuale personale e collettivo. Ciò corrisponde non solo ad una sensibilità solipsista, ma anche utilitarista, come se ciò che conta di una scelta sia il suo grado di consumazione immediata.

Ma c’è un secondo aspetto che viene indicato dai due Grandi: la distinzione tra beni e Bene. Non sempre, infatti, i beni particolari coincidono con il Bene vero a cui ogni uomo tende e che cerca magari inconsapevolmente. Aristotele si chiede quale sia il Bene vero e universale in ordine al quale le cose parziali acquistano il carattere di bene e di bello. Indagando la persona umana egli vede che la sua attività più alta, che lo distingue da ogni altro essere, è il pensiero: esso è la facoltà che lo libera dal mondo sensibile non per negarlo ma per aprirsi all’universale, alle verità universali.

Entrare in questo mondo significa prendere giusta distanza dai fini immediati, gustare la libertà pur dovendo affrontare i bisogni quotidiani, usare la ragione non solo in modo calcolatore, ma anche in modo più ampio, contemplativo per chiedersi non solo il come delle cose ma anche il perché e il dove, il senso di tutto. Quando l’uomo – ma anche una società – respira l’aria più fine della conoscenza e vi corrisponde con uno stile moralmente coerente, vive ogni vicenda e ogni scelta particolare in modo diverso, più libero. In questo Aristotele percepisce la vera felicità.

Credo che le considerazioni dei Grandi siano stimolanti e ci aiutino nella nostra riflessione: ci portano sul versante della sapienza, di quello sguardo sapienziale della vita e della storia, di se stessi e del mondo, che dona prospettiva, misura, ordine a ciò che viviamo. E senza del quale rischiamo di rincorre il dito indicatore ma di non guardare la luna, rischiamo di scambiare la parte con il tutto. Comprendiamo che questo sguardo di sapienza non dipende per nulla dai titoli di studio, ma dalla coltivazione della riflessione, dall’ascolto delle voci che salgono dalle cose e che sono udibili dalle anime ben disposte: “Ti ringrazio, Padre, perché hai nascosto queste cose ai doti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10,21).

Credo che sia soprattutto questione di “ambiente”: una società saggia genererà uomini sapienti e sereni, una società ripiegata ed egocentrica genererà uomini miopi e infelici: tra i singoli e la collettività vi è sempre un circolo ermeneutica che non dobbiamo dimenticare. Lo Spirito ha guidato la storia umana, le vie della ricerca e del pensiero, e le ha preparate alla pienezza dei tempi: Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio, si rivela al mondo come la pienezza del Bene e della Bellezza; come la Verità, il Logos eterno che dà luce al creato: “Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,3).

Dal momento in cui la Luce splende nelle tenebre e rende l’universo pieno di senso, le scelte dei cristiani, nella vita privata come in quella pubblica, non possono prescindere da Cristo, pienezza della Verità e del Bene. Non possono mettere fra parentesi la conoscenza della fede; non devono – come ricorda il Beato Antonio Rosmini – pensare la fede senza anche pensare nella fede. Non si tratta di imporre qualcosa a qualcuno, come diremo in seguito, ma di essere innanzitutto coerenti.

Proprio perché il mistero di Cristo è il Logos, la risposta piena e definitiva alle domande ultime della ragione aperta, al bisogno di non scivolare sulle cose e di usarle malamente, ma di “intus-legere”, di entrarci dentro per conoscere e capire il loro essere e il significato, allora Egli non è un bene ma è il Bene, la vera felicità. Per questa ragione Benedetto XVI scrive: “Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia” (Caritas in veritate n. 78) e ancora: “Il Vangelo è elemento fondamentale dello sviluppo, perché in esso Cristo, ‘rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo’. Ammaestrata dal suo Signore – continua il Santo Padre – la Chiesa scruta i segni dei tempi e li interpreta ed offre al mondo ‘ciò che possiede in proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità’ ” (ib 18). Ma lo stupore non è finito, e la commozione cresce quando ascoltiamo che il Logos è anche Amore: “Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose – il Logos, la ragione primordiale – è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore.

In questo modo l’eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l’agape” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 10). Il Logos eterno, dunque, non si rivela all’uomo come una gnosi superiore e fredda, ma come la Verità che è Agape e quindi come Colui che illumina e si dona, risplende e riscalda, chiama e sostiene i passi dell’uomo mendicante di cielo e pellegrino nel tempo. Sulla Croce del Calvario, il centurione vede all’improvviso l’epifania della Verità e dell’Amore. Tenendo fisso lo sguardo sul Logos-Agape, facciamo ancora un passo: la verità chiede di essere cercata con amore, non si dona se non nell’amore che la rispetta e a lei si dona: “Non intratur in veritatem nisi per caritatem” esclama sant’Agostino. Senza l’amore, infatti, è possibile costruire, con delle verità parziali, delle raffinate e devastanti menzogne. La storia ne è piena. Si tratta, dunque, dell’amore alla verità che chiede a colui che cerca la disponibilità ad arrendersi, ma anche dell’amore agli uomini, alla terra, per non piegare la verità parziali contro l’uomo. In questo mistero di Dio Logos e Agape, la Chiesa nasce e cresce: “canta e cammina” (sant’Agostino), guarda al Cielo e abbraccia la terra, annuncia la salvezza di Cristo e serve gli uomini sui passi del Maestro, il samaritano dell’umanità, con la coscienza di non dover essere un’agenzia di pronto soccorso, e che la sua presenza non può essere ridotta alle innumerevoli attività di carattere sociale che, in realtà, sono i segni della carità evangelica.

Se l’apprezzamento per questi doverosi servizi è vasto e proviene da ambienti diversi, non è questa la missione primaria della Chiesa. Essa – come ricorda Sant’Ambrogio – è il “misterium lunae” chiamata a riflettere la luce di Cristo, sole dell’umanità. E’ inviata ad annunciare la speranza, il Signore Gesù, Colui che salva l’uomo dal male più grave, il peccato, e dalla povertà più triste, quella della mancanza di Dio. Essa è messaggera della salvezza che si è compiuta sulla croce gloriosa fino agli estremi confini della terra: confini estremi che sono quelli dei Paesi e dei continenti, ma anche quelli delle culture, delle molteplici situazioni di vita, gli intimi e a volte tormentati confini dell’anima.

Proprio perché Dio illumina tutto l’uomo, nasce una cultura: l’approccio con il mistero di Dio, infatti, dà origine a modi di vedere se stessi, gli altri, la vita e il mondo che, pur nelle diversità e tradizioni, possiedono principi comuni che generano ethos, cultura e civiltà. Ciò significa che il Vangelo non solo genera solidarietà, cosa facile da ammettere, ma ha anche qualcosa di proprio e di originale da dire per interpretare la storia e costruire una città più umana: “Tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 11). Aspettarsi che i cattolici si limitino al servizio della carità perché questa è un fronte che raccoglie consensi e facili intese, chiedendo invece l’afasia convinta o tattica su altri versanti ritenuti divisivi e quindi inopportuni, significherebbe tradire il Vangelo e quindi Dio e l’uomo. 

  1. Cattolici e Società

L’immagine evangelica del “sale della terra e della luce del mondo” (cfr Mt 5, 13-14) è un riferimento significativo che guida la presenza dei cattolici nella società. Comprendiamo che l’immagine del sale suggerisce lo stile dell'incarnazione, la discesa nella pasta della storia, per diventare vicinanza e condivisione con la vita di tutti. Mentre l'immagine della luce, della città posta sul monte, avverte che il discepolo – e la Chiesa nel suo insieme - si trova inevitabilmente davanti al mondo, e questo senza presunzioni ma anche senza timidezze.

Esplicita questa duplice immagine un'altra parola evangelica, un altro paradosso: “l’essere nel mondo ma non del mondo” (cfr. Gv 17). Essere nel mondo richiama la logica del sale che s’immerge e condivide, mentre l’imperativo di non essere del mondo dice il modo per essere luce, città posta sul monte. Se i credenti, nei vari campi dell’esistere, conoscono solo le parole del mondo, non hanno parole diverse, sono omologati alla cultura dominante o creduta tale, saranno irrilevanti.

Il punto non è la voglia di rilevanza, ma il desiderio di servire: “la Chiesa – diceva Benedetto XVI nel Regno Unito – non lavora per sé, non lavora per aumentare i propri numeri e così il proprio potere. La Chiesa è al servizio di un Altro, serve non per sé (…) ma per rendere accessibile l’annuncio di Gesù Cristo, le grandi verità (…) La Chiesa non cerca la propria attrattività, ma deve essere trasparente per Gesù Cristo” (Benedetto XVI, Risposte ai giornalisti in volo verso il Regno Unito, 16.9.2010).

Tornando all’immagine del sale e della luce, sembra essere un mandato presuntuoso e disperante. Ma in realtà racchiude non solo un indirizzo ma anche una grazia. Infatti come possiamo noi essere sale e luce per il mondo? Non dobbiamo dimenticare che il vero sale della terra e la vera luce del mondo è Cristo, ed è guardando a Lui che il cristiano può essere sale e luce. Proprio nel momento in cui Gesù ci invia senza remissione nel mondo, Egli ci attira a sé in un modo ancor più irrevocabile, perché ci ordina ciò che è umanamente impossibile. E’ dunque la nostra inadeguatezza che ci rimanda a Lui e ci apre alla grazia con maggiore umiltà e fiducia.

La fede, infatti, è vivere riferiti a Cristo, è intuire che noi esistiamo perché Dio vive; è esserne affascinati, ghermiti, posseduti. Ed è proprio questo vivere riferiti a Lui, presente nella Chiesa, che ci rende sale e luce per gli altri: in famiglia, negli affetti, al lavoro, nei momenti liberi, nei tempi gioia e della sofferenza, della malattia e della morte. Proprio per questo il Maestro non esorta i discepoli dicendo “siate” sale e luce, ma afferma perentorio che essi “sono” sale e luce, rivela cioè ciò che Egli ha fatto non solo per loro, ma di loro; non solo per noi, ma di noi! Senza questo primato della vita spirituale – che è la vita con Cristo nella Chiesa – non esiste possibilità di presenza dei cattolici ovunque siano nella società. 

  1. Laicità e laicismo 

Nell’orizzonte della presenza della Chiesa nel mondo, emerge non di rado il discorso sulla laicità, che sembrerebbe a qualcuno di per sé incompatibile con ogni istanza di tipo religioso.

Per ragioni di giustizia, bisogna dire che la laicità nasce con il cristianesimo: il mondo, in quanto creato da Dio, non è Dio e la grazia della redenzione suppone la natura umana. Il Concilio Vaticano II è stato esplicito al riguardo: “Molti nostri contemporanei sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l’autonomia degli uomini, delle società, delle scienze. Se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenze legittima, che non solo è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore. (…) Se invece, con l’espressione ‘autonomia delle realtà temporali’ s’intende che le cose create non dipendono da Dio e che l’uomo può adoperarle così da non riferirle al Creatore, allora nessuno che creda in Dio non avverte quanto false siano tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce. Del resto tutti coloro che credono, a qualunque religione appartengano, hanno sempre inteso la voce e la manifestazione di Lui nel linguaggio delle creature. Anzi, l’oblio di Dio priva di luce la creatura stessa” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 36).

E’ del tutto evidente che la distinzione fino alla separatezza tra le due sfere, e il preteso confinamento della religione nello spazio individuale e privato, non appartengono alla visione né cristiana né religiosa delle cose, ma neppure alla ragione, semplicemente perché non appartengono all’uomo. L’uomo è uno in se stesso e non sopporta schizofrenie. Inoltre, la civitas mundi e la civitas Dei riguardano gli stessi “cittadini” e quindi entrambe le civitas hanno come scopo il bene delle medesime persone: bene che, pur avendo differenti e specifiche nature nelle rispettive sfere, tuttavia non si escludono e non sono tra loro contradditori. Infatti, il bene supremo della vita eterna non ostacola il bene materiale dell’individuo e della società, al contrario lo promuove con iniziative sociali e umanitarie che la Chiesa pratica da sempre. Ma soprattutto lo promuove annunciando in Cristo Gesù la pienezza dell’umanità dell’uomo e il criterio irrinunciabile della sua dignità integrale come misura di ogni progresso e bene immediato.

Viceversa, se la civitas mundi ha come scopo il bene materiale e sociale dei cittadini in conformità a ciò che è la persona, non può disattendere la dimensione spirituale e religiosa poiché l’uomo è un essere religioso, e in quanto religioso è sociale: infatti egli porta in sé la traccia del Creatore che non è isolamento ma Trinità di Persone nell’unico Dio.

Nella visione della fede cristiana è questa la ragione ultima, il principio euristico dell’antropologia che sta all’origine dell’ umanesimo plenario e della società che ne ispira. E’ di tutta evidenza l’impronta individualista che la cultura contemporanea propaga. Più che una persona, l’uomo è concepito come un individuo talmente centrato sulla propria assoluta autonomia che sembra diventato prigioniero di se stesso, una monade che vive accanto ad altre monadi, ma non insieme per fare comunità, popolo, casa. La casa non è solo tetto, ma è soprattutto relazione. La casa è necessaria, ma le buone relazioni sono la vera casa dove le ferite si rimarginano e le forze si rigenerano. L’uomo è sì un individuo – anche le pietre sono individuali - , ma la persona è un individuo in relazione con gli altri, sempre, anche quando non se ne accorge ancora o non se ne accorge più: “Il mondo moderno confonde semplicemente due cose che la sapienza antica aveva distinte: confonde l’individualità e la personalità” (J. Maritain, Tre riformatori, Brescia 1964, 26).

Proprio guardando alla Trinità Santa, l’umanesimo cristiano ha potuto riflettere e comprendere, a differenza del mondo antico, che ogni uomo è prezioso in modo unico e che egli si compie sono con gli altri in una rete di legami virtuosi di solidarietà che non è solo uguaglianza, ma fraternità.

Egli deve rendersi conto e esperimentare che gli altri non sono soltanto un limite alla sua libertà, ma la condizione affinché possa vivere libero e felice. Questa rete di relazioni solidali non si può essere ordinata con delle leggi né con delle riforme strutturali o organizzative, ma nasce dal di dentro di ciascuno, sono il portato di una paziente, onesta, non demagogica opera educativa. E’ questo il senso della scelta dei Vescovi Italiani con gli Orientamenti Pastorali del decennio: il compito educativo – che è parte integrante della missione della Chiesa – è urgente e delicato: richiede un rinnovato impegno di fiducia, entusiasmo e di alleanze virtuose per il bene non solo delle giovani generazioni, ma della società intera.

Aiutare a comprendere e a ricordare, non solo ai ragazzi e ai giovani ma anche agli adulti, che la nobiltà e la maturità della persona passano attraverso la negazione continua dei propri egoismi, il dono di sé, la responsabilità, e che tutto questo e altro ancora richiede impegno e sacrificio, è un imperativo per tutti coloro che hanno a cuore la società e il Paese, ma innanzitutto per i cattolici.

Tornando al nodo di una laicità positiva, questa non può essere confusa né con la neutralità né con il laicismo. “Vi sono oggi alcuni – affermava Benedetto XVI nel Regno Unito – che cercano di escludere il credo religioso dalla sfera pubblica, di privatizzarlo o addirittura di presentarlo come una minaccia all’uguaglianza e alla libertà. Al contrario, la religione è in verità una garanzia di autentica libertà e rispetto, che ci porta a guardare ogni persona come un fratello od una sorella” (Benedetto XVI, Viaggio Apostolico nel Regno Unito, Omelia 16.9.2010).

In questa sede, come cattolici che amano il loro Paese, auspichiamo che la laicità si guardi sempre dal degrado del laicismo: questo deve uscire dalla sua adolescenza e diventare una laicità vera e matura. Dovrebbe superare la sua autoreferenzialità e guardarsi attorno, alla realtà ampia del mondo, senza pregiudizi, presunzioni o paure. Non dovrebbe considerare con sospetto la religione, ma, al contrario, come una sorgente per il bene generale senza, per questo, cercare di usarla in modo strumentale riducendola a “religione civile”. Questa operazione non sarà mai possibile, pur riconoscendo come un fatto positivo e necessario la ricaduta sociale della fede, il suo essere “sale e lievito” della storia e “luce del mondo”.

E’ importante per tutti che il laicismo non si consideri il centro arrivato della storia, la forma più alta dello sviluppo del pensiero, la punta più avanzata dell’intelligenza umana. Il resto del mondo – che è la quasi totalità – guarda al laicismo, e alla sua voglia di costruire la città senza Dio, con meraviglia e diffidenza. In Europa non è il cristianesimo che ostacola il progresso, la democrazia, la pace; piuttosto sono le gravi incoerenze con la fede all’origine di distorsioni che in apparenza promuovono ogni libertà, ma che in realtà non assicurano il “ diritto a vivere non in una giungla di libertà autodistruttive ed arbitrarie, ma in una società che lavora per il vero benessere dei suoi cittadini, offrendo loro guida e protezione di fronte alle loro debolezze e fragilità” (ib). Non di rado si pensa che la vera laicità si riduca a rispetto per la religione, al benevolo riconoscimento del diritto di parola da parte della Chiesa.

Questa posizione presenta elementi apprezzabili, ma è incompleta; infatti bisognerebbe aggiungere che la responsabilità politica per il bene comune non è incondizionata. Tanto il bene comune che la responsabilità politica includono la dimensione etica, hanno a che fare con il bene e il male morale: queste sono categorie costitutive dell’umano. Il bene o il male morale non sono indifferenti rispetto alle conseguenze che hanno sull’uomo, lasciano traccia: costruiscono o demoliscono ciò che l’uomo è per natura e che è inscritto nel suo stesso essere. Esso non è prodotto della cultura nel suo evolversi, ma – pur riconoscendo il fattore storico-culturale – l’uomo è un dato oggettivo e universale, tant’è vero che oggi appartiene alla coscienza universale (quanto alla prassi?) l’uguaglianza di dignità e di valore di ogni persona a qualunque cultura e società appartenga.

Dispiace constatare che qualunque dichiarazione la Chiesa faccia a riguardo dei valori morali, sia bollata da qualcuno di confessionalismo, come se si volesse imporre alla società pluralista una morale cattolica: “La questione centrale in gioco – afferma Benedetto XVI – è la seguente: dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione.

Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero essere conosciute dai non credenti – ancora meno è quello riproporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi. Questo ruolo ‘correttivo’ della religione nei confronti della ragione, tuttavia, non è sempre bene accolto, in parte perché delle forme distorte di religione, come il settarismo e il fondamentalismo, possono mostrarsi esse stesse causa di seri problemi sociali. E, a loro volta, queste distorsioni della religione emergono quando viene data una non sufficiente attenzione al ruolo purificatore e strutturante della ragione all’interno della religione. E’ un processo che funziona nel doppio senso.

Senza il correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o, applicata in modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana. Fu questo uso distorto della ragione, in fin dei conti, che diede origine al commercio degli schiavi e poi a molti altri mali sociali, non da ultimo le ideologie totalitarie del ventesimo secolo. Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione e il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo della fede – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero aver timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà” (Benedetto XVI, Viaggio Apostolico nel Regno Unito, Discorso alle Autorità civili, 17.9.2010). 

  1. La questione antropologica e l’unità dei cattolici in politica

E’ in questa cornice dialogica che si pone la questione antropologica che è il cuore della società, dell’agire politico di tutti, a cominciare dai cattolici. Ed è il centro della Dottrina Sociale della Chiesa: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 75). Scopo della politica, infatti, è la giustizia che è un valore morale, un valore religioso. Ma anche la fede, nella sua missione salvifica ha a cuore la giustizia, quella giustizia che scende da Dio in Cristo e che rende l’uomo nuovo, capace di creare rapporti giusti e strutture eque nel mondo. La giustizia, nella riflessione di San Tommaso, significa la “ferma e costante volontà di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto”, “habitus secundum quem aliquis, constanti et perpetua voluntate, jus suum unicuique tradit” (II-II, q. 58, a.1).

Ma cosa è dovuto a ciascuno, così che una società inadempiente possa essere considerata ingiusta e viceversa? Emerge, a questo punto, la necessità e l’urgenza di rispondere alla domanda che il secolo appena concluso ci ha lasciato: chi è l’uomo? Cos’ è l’umano? Ci sono dei riferimenti plausibili e concreti così che l’uomo si distingua dal resto del creato non in termini di sviluppo quantitativo, ma di differenza qualitativa?

Potrebbe sembrare una questione oziosa, puramente accademica, in realtà la cronaca ci documenta e spesso ci sgomenta circa l’eclisse del senso comune, la confusione che pare regnare al riguardo e che ispira decisioni e comportamenti. Una visione dell’uomo che non sia aperta alla trascendenza, ma che cerchi di fondare se stessa, si rivela subito debole e fragile: può l’immanenza fondare se stessa? Può garantirsi di fronte alla violenza codificata? Solamente l’Assoluto, solo l’Incondizionato può fondare e garantire ciò che è limitato e contingente.

Senza voler qui affrontare la questione, mi limito a ricordare quelli che il Santo Padre ha voluto chiamare “valori non negoziabili” in quanto stanno nel DNA della natura umana e sono il ceppo vivo e vitale di ogni altro germoglio valoriale. Il Santo Padre, dopo aver ricordato che “la verità dello sviluppo consiste nella sua integralità” (ib 18), afferma che il vero sviluppo ha un centro vitale e propulsore, e questo è “l’apertura alla vita”: infatti, “quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo.

Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (ib 28). Insieme alla vita, da accogliere dal concepimento fino al tramonto naturale, Benedetto XVI indica la famiglia come cellula fondamentale e ineguagliabile della società, formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, e pone anche la libertà religiosa e educativa.

Non è un elenco casuale, ma fondativo della persona e di ogni altro diritto e valore: senza un reale e non nominalistico rispetto e promozione di questi principi primi che costituiscono l’etica della vita è illusorio pensare ad un’etica sociale che vuole promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti della maggiore fragilità. Ogni forma di fragilità chiede alla società intera di essere presa in carica per sostenere in ogni modo il debole e l’incapace: e questo “prendersi cura” nel segno della buona organizzazione, di efficienti strutture e della tenerezza relazionale, rivela il grado umanistico e civile della compagine sociale. Ogni altro valore, necessario per il bene della persona e della società – come il lavoro, la casa, la salute, l’inclusione sociale, la sicurezza, le diverse provvidenze, la pace e l’ambiente…- germoglia e prende linfa da questi.

Staccati dalla accoglienza radicale della vita, questi valori si inaridiscono e possono essere distorti da logiche e prospettive di parte. Di grande significato è anche la recente Dichiarazione del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, a conclusione dell’Assemblea Plenaria a Zagabria all’inizio di ottobre: “Siamo convinti che la coscienza umana è capace di aprirsi ai valori presenti nella natura creata e redenta da Dio per mezzo di Gesù Cristo. La Chiesa, consapevole della sua missione di servire l?uomo e la società con l’annuncio di Cristo Salvatore, ricorda le implicazioni antropologiche e sociali che da Lui derivano. Per questa ragione non cessa di affermare i valori fondamentali della vita, del matrimonio fra un uomo e una donna, della famigli,a della libertà religiosa e educativa: valori sui quali si impianta ed è garantito ogni altro valore declinato sul piano sociale e politico” (Assemblea Plenaria CCEE, Zagabria 3.10.2010).

Questi valori non sono divisivi, ma unitivi ed è precisamente questo il terreno dell’unità politica dei cattolici. E’ questa la loro peculiarità e l’apporto specifico di cui sono debitori per essere sale e lievito, ma anche luce e città posta sul monte, là dove sono. Su questa linea, infatti, si gioca il confine dell’umano. Su molte cose e questioni ci sono mediazioni e buoni compromessi, ma ci sono valori che non sono soggetti a mediazioni perché non sono parcellizzabili, non sono quantificabili, pena essere negati. Ed è anche questa la ragione per cui la Chiesa non cerca l’interesse di una parte della società – quella cattolica o che in essa comunque si riconosce – ma è attenta all’interesse generale. Proprio perché i valori fondamentali non sono solamente oggetto della Rivelazione, ma sono scritti nell’essere stesso della persona e sono leggibili dalla ragione libera da ideologie, condizionamenti e interessi particolari, la Chiesa ha a cuore il bene di tutti. Essa deve rispondere al suo Signore non ad altre logiche, nella fedeltà esigente al mandato ricevuto.

Inoltre, come Pastori, non possiamo tenere solo per noi l’incomparabile ricchezza che ci proviene dalla vicinanza concreta e quotidiana alla gente, cattolici o no, e che, direttamente e tramite i nostri sacerdoti, i consacrati, gli operatori laici, abbiamo la grazia di vivere. Le 25.000 parrocchie sparse per l’Italia, vero dono della bimillenaria storia cristiana, rappresentano la prossimità continua dell’amore di Dio per gli uomini là dove vivono, la condivisione della loro vita, la conoscenza discreta di angustie e speranze.

E’ stato detto e ripetuto non in modo retorico né casuale che è auspicabile una nuova generazione di cattolici impegnati in politica. Ciò non vuol suonare come una parola di disistima o peggio per tutti coloro, e non sono pochi, che si dedicano con serietà, competenza e sacrificio alla politica diretta, forma alta e necessaria di servire gli altri.

A loro rinnoviamo con rispetto l’invito a trovarsi come cristiani nella grazia della preghiera, a non scoraggiarsi mai, a non aver timore di apparire voci isolate. Nessuna parola vera resta senza frutto. Ma, nello stesso tempo, auspichiamo anche che generazioni nuove e giovani si preparino con una vita spirituale forte e una prassi coerente, con una conoscenza intelligente e organica della Dottrina sociale della Chiesa e del Magistero del Papa, con il confronto e il sostegno della comunità cristiana, con un paziente e tenace approccio alle diverse articolazioni amministrative. Tutto s’impara quando c’è convinzione e impegno.

Cari Amici, vi ringrazio per l’attenzione paziente e per la presenza che esprime amore al Signore Gesù e alla sua Chiesa, ma esprime anche la passione per l’Italia e la “res publica”. E’ l’ora di una nuova cultura della solidarietà tra società civile e Stato: se ogni soggetto, singoli, gruppi, istituzioni, fa la sua parte pensando non tanto a quanto devono fare gli altri ma a ciò che spetta a lui, si rinnoverà uno stile, una prassi virtuosa che non significa scaricare responsabilità o manlevare da compiti, ma significa dare concretezza ad alcune considerazioni che spero di aver offerto. La solidarietà deve avvenire a tutti i livelli tra loro e ciascuno al proprio interno: si può discutere e confrontarsi anche su cose gravi, ma è possibile un “confronto solidale” che è tale perché ha di mira non un interesse individuale o di parte, ma il bene armonico di tutti. In questa prospettiva, si potrà anche cedere, fare passi indietro, rettificare posizioni, ma non sarà mai perdere o sentirsi sconfitti, sarà sempre un andare avanti, perché andrà avanti il Paese.

Il Signore Gesù Cristo, Via-Verità-Vita, illumini le menti e sostenga i passi nostri e di tutti. 

Reggio Calabria, Giovedì 14 ottobre 2010