La fragilità

è il nostro destino?

Eugenio Borgna

soffione
Qual è il senso di un discorso sulla fragilità? Quello di riflettere sugli aspetti luminosi e oscuri ndizione umana che ha molti volti e, in particolare, il volto della malattia fisica e psichica, della condizione adolescenziale con le sue vertiginose ascese nei cieli stellati della gioia e della speranza e con le sue discese negli abissi dell'insicurezza e della disperazione, ma anche il volto della condizione anziana lacerata dalla solitudine e dalla noncuranza, dallo straniamento e dall'angoscia della morte. La fragilità, negli slogan mondani dominanti, è l'immagine della debolezza inutile e antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso; e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell'indicibile e dell'invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati d'animo e nelle emozioni, nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi.

Una parentesi semantica

Grande e radicale è oggi la dilatazione dei significati di fragilità: abitualmente considerata dai dizionari come indice di scarsa consistenza, di scarsa durata, di gracilità e di debolezza, di transitorietà e di caducità, di trepidità morale e di debilità, di fralezza e di fievolezza; identificandosi la fragilità in quella che è la sua linea d'ombra, la sua precarietà e la sua instabilità. Ma le cose sono cambiate nel contesto semantico della parola: accanto ai significati ora indicati, uno splendido dizionario (il Dizionario analogico della lingua italiana edito nel 2011 dalla Zanichelli) assegna alla fragilità i significati di vulnerabilità, di sensibilità e di ipersensibilità, di delicatezza e di fragilità umana tout court, e del loro possibile incrinarsi nel corso di una vita. Ma sono dilatazioni, o integrazioni semantiche che nei dizionari comuni, anche in quelli aggiornati e rigorosi, non si trovano; e questo, ovviamente, non contribuisce alla immediata comprensione degli orizzonti di senso completi e dialettici della fragilità, struttura portante, leitmotiv dell'esistenza: dei suoi dilemmi e delle sue attese, delle sue speranze e delle sue ferite; e queste cose vorrei ora descrivere e analizzare.

La fragilità fa parte della vita

La fragilità fa parte della vita, e delle forme di umana fragilità non può non occuparsi la psichiatria, così immersa nelle sue proprie fragilità e nelle fragilità dei suoi pazienti, divorata dal rischio e dalla tentazione di non considerare la fragilità come umana esperienza dotata di senso ma come espressione più, o meno, evidente di malattia che non possa se non essere curata.
Come definire la fragilità nella sua radice fenomenologica? Fragile è una cosa (una situazione) che facilmente si rompe e fragile è un equilibrio psichico (un equilibrio emozionale) che facilmente si frantumi, ma fragile è anche una cosa che non può se non essere fragile, questo essendo il suo destino.
La linea della fragilità è una linea oscillante e zigzagante che lambisce e unisce aree tematiche diverse, talora, almeno apparentemente, le une lontane dalle altre. Sono fragili, e si rompono facilmente, non solo quelle che sono le nostre emozioni e le nostre ragioni di vita, le nostre speranze e le nostre inquietudini, le nostre tristezze e i nostri slanci del cuore; ma sono fragili, e si dissolvono facilmente, anche le nostre parole: le parole con cui vorremmo aiutare chi sta male e le parole che desidereremmo dagli altri quando siamo noi a stare male.
Come non riconoscere (così) nell'area semantica e simbolica, espressiva ed esistenziale, della fragilità gli elementi costitutivi della condizione umana? Cosa sarebbe la condition humaine stralciata dalla fragilità e dalla sensibilità, dalla debolezza e dall'instabilità, dalla plasmabilità e dalla finitudine, e insieme dalla nostalgia e dall'ansia di un infinito anelato e mai raggiunto?
Ma come non ammettere anche che ci siano forme diverse di fragilità talora concordanti le une con le altre, e talora discordanti le une dalle altre, ma le une e le altre sigillate da comuni connotazioni umane? Come non distinguere la fragilità come grazia, come linea luminosa, della vita, che si costituisce come il nocciolo tematico di esperienze fondamentali di ogni età della vita, dalla fragilità come ombra, come notte oscura dell'anima, che incrina le relazioni umane e le rende intermittenti e precarie, incapaci di tenuta emozionale e di fedeltà: esperienza umana, anche questa, che resiste limpida e stellare al passare del tempo e alla corrosione che il tempo rischia sempre di trascinare con sé?
Ovviamente, non di questa seconda possibile connotazione semantica della fragilità vorrei parlare ma della prima che racchiude in sé infiniti orizzonti di senso, non sempre conosciuti e non sempre valutati nella loro significazione umana ed etica.

Le parole fragili

Ciascuno di noi, in vita, ma in psichiatria in particolare, ha a che fare con parole: con parole fredde e opache, crudeli e pietrificate, negate alla trascendenza e immerse nell'immanenza, o con parole leggere e indistinte, luminose e discrete, delicate e aperte alla speranza, fragili e friabili, non impermeabili ma permeabili all'incontro e al dialogo, al cambiamento degli stati d'animo e delle situazioni.
Come definire, e come conoscere, le parole che sono fragili e quelle che non lo sono, immobili e chiuse nel loro guscio impenetrabile? Cosa sigilla le parole fragili, le parole che sono arcobaleno di speranza, e cosa le distingue da quelle che non sono fragili? Solo l'immaginazione e la sensibilità ci consentono di conoscerle e di coglierle nei loro orizzonti di senso.
Le parole fragili sono parole portatrici di significati inattesi e trascendenti, luminosi e oscuri, umbratili e crepuscolari. Anche le parole rilkiane, che si aprono e si chiudono come ortensie azzurre, e che alludono a foreste di segni insondabili, sono fragili; e sono infinitamente fragili le parole leopardiane nelle loro risonanze così facilmente ferite dalla nostra indifferenza e dalla nostra noncuranza, dalla nostra fretta e dalla nostra disattenzione, e che sono colte nelle loro trasparenze solo quando siano ascoltate con l'anima aperta all'indicibile e all'invisibile.
Sono parole che, come ungarettiane allodole accecate dalla troppa luce, hanno bisogno di silenzio e discrezione, di luci e di penombre, che abbiano a smorzarle. Sono le sole parole, queste, di cui hanno bisogno le persone fragili e insicure, sensibili e vulnerabili, che sono alla ricerca di accoglienza e di rispetto della loro debolezza, della loro dignità.

Le emozioni fragili

Ci sono emozioni forti ed emozioni deboli, virtù forti e virtù deboli e sono fragili alcune delle emozioni più significative. La loro fragilità le rende palpitanti di vita e dotate di emblematica pregnanza umana.
Quali emozioni si possono considerare fragili, e in cosa consiste la loro fragilità? Sono fragili la tristezza e la timidezza, la speranza e l'inquietudine, la gioia e il dolore dell'anima, l'amicizia e le lacrime, che sono intessute di fragilità e che, se non fossero fragili, perderebbero immediatamente la loro significazione umana e il loro fulgore emozionale. Le emozioni fragili si scheggiano e si frantumano facilmente, non resistono all'avanzata dei ghiacciai della noncuranza e dell'indifferenza, delle tecnologie trionfanti e degli idoli consumistici. Ma cosa diverrebbe la speranza se non fosse nutrita di fragilità e di fluida friabilità? Non sarebbe se non una delle tante problematiche certezze che, nella loro impenetrabilità al dubbio e all'incertezza, desertificano la vita umana. Ci sono emozioni fragili, certo, ma ci sono anche virtù fragili, virtù deboli, come la gentilezza e la mansuetudine, l'innocenza e la modestia, la mitezza e la tenerezza; e come non richiamarmi, a questo riguardo, alle considerazioni di Norberto Bobbio in un suo bellissimo libro dedicato all'elogio della mitezza? «Chiamo "deboli" queste virtù non perché le consideri inferiori o meno utili e nobili, e quindi meno apprezzabili, ma perché caratterizzano quell'altra parte della società dove stanno gli umiliati e gli offesi, i poveri, i sudditi che non saranno mai sovrani, coloro che muoiono senza lasciare altro segno del loro passaggio su questa terra che una croce con nome e data in un cimitero, coloro di cui gli storici non si occupano perché non fanno storia, sono una storia diversa, con la s minuscola, la storia sommersa o meglio ancora la non-storia (ma da qualche anno si comincia a parlare di una microstoria contrapposta alla macrostoria, e chi sa che nella macrostoria ci sia un posto anche per loro)».
Le virtù deboli hanno in sé le stimmate luminose e dolorose della fragilità, ed è questa a renderle così umane e così arcane.

La malattia ci rende fragili

La malattia modifica il modo di vivere di ciascuno di noi: ci rende ancora più fragili di quello che già non si sia quando non siamo malati. La malattia fisica porta alla luce della coscienza ogni nostra umana fragilità, quella presente in ogni ora e in ogni stagione della nostra vita, e ne crea altre, ancorate all'angoscia, che non è se non angoscia della morte, e che ci trascina negli abissi della solitudine. Ciascuno di noi rivive la malattia, il suo essere malato, in modi diversi; ma, se si vuole essere di aiuto a chi ne avverta la presenza con un'acuta coscienza di fragilità e di debolezza, di inquietudine dell'anima e di disperazione, è necessario ancora ascoltare le parole inespresse del dolore e della solitudine, del silenzio e della fatica di vivere, che si accompagnano ad ogni umana esperienza di fragilità.
Sì, la fragilità vive in noi e fa parte della condizione umana, e nondimeno essa riemerge nelle sue epifanie non solo quando sia presente in noi una malattia fisica ma soprattutto quando sia in noi una malattia psichica, e cioè la follia, sorella sfortunata della poesia, con il suo lancinante dolore dell'anima, con la sua stremata sensibilità e con la sua straziata nostalgia di vicinanza e di amore. La follia nella sua radice più profonda è una possibilità umana che è in ciascuno di noi con le sue ombre, più o meno dolorose, e con le sue penombre, con le sue agostiniane inquietudini del cuore. Non c'è follia che non si accompagni a fragilità, ad una immensa fragilità, e a sensibilità, a nostalgia di vicinanza e di amore, che hanno bisogno di una accoglienza nutrita di gentilezza dell'anima e di umana solidarietà.

La fragilità si nasconde

Non ci sono solo le fragilità che si rivelano nella malattia fisica e psichica, e nelle condizioni di indigenza e di isolamento, di abbandono e di emarginazione, di esilio e di emigrazione; ma ci sono anche le fragilità che si nascondono nelle sensibilità ferite dalla timidezza e dallo smarrimento, dal silenzio e dalla sventura. Sono umane fragilità che ci passano accanto nella vita di ogni giorno con le loro scie di impalpabili penombre e di inafferrabili fluorescenze, e che non è facile riconoscere. Sono fragilità che gridano nel silenzio dell'anima e che sono udite solo quando in noi ci siano le tracce della sensibilità e dell'attenzione che, la parola ancora di Simone Weil, appartiene all'ordine della grazia.
Riconoscere queste fragilità le fragilità che vivono segrete ne cuore delle persone con cui ogni giorno ci incontriamo, è cosa ancora più importante che non quelli di riconoscere le nostre fragilità.

Le parole di san Paolo

Le parole di san Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi (12, 10 ci dicono mirabilmente qualcosa di ancora più essenziale, e di ancora più profondo, sulla ragione d'essere della fragilità umana che redenta da ogni fatica di vivere, si fa grazia.
Le sue parole: «Ed Egli m disse: "Ti basta la mia grazia, poi ché la potenza ha compimento nella debolezza. Tanto più volentieri dunque mi vanterò nelle mie debolezze, affinché la potenza de Cristo si accampi su di me. Per questo mi compiaccio delle MIE debolezze, delle prepotenze, delle costrizioni, delle persecuzioni e delle angustie per Cristo, poiché quando sono debole, allora sono potente"».
Sono parole bellissime che sono la premessa trascendente e metafisica, umana e cristiana, alla fragilità, e alle sue diverse articolazioni tematiche. Certo, c'è la fragilità di chi si ammala, e talora la fragilità di chi cura, e che giunge così ad una più profonda comprensione del senso del dolore e della sofferenza, e c'è la fragilità che è il nostro destino. Ma quella che agli occhi del mondo, appare come fragilità, come insicurezza o come ricerca di un infinito irraggiungibile è il riverbero della luce ardente della speranza, di una speranza che rinasce dall'angoscia e dalla disperazione, negli orizzonti inconoscibili del mistero che hanno fatto dire a Teresa d'Avila che coloro che Dio molto ama, li conduce per sentieri di angoscia: parole nor lontane da quelle di san Paolo.
In ogni caso, la fragilità come struttura portante della vita, come matrice delle infinite forme di fragilità umana, è comune alla donne e all'uomo; benché possano in loro cambiare i modi di vivere la fragilità nelle diverse situazioni esistenziali. La fragilità è insomma una condizione di vita che oltrepassa le differenze di genere, e non è possibile non intravedere in essa una forma di vita nella quale le differenze di genere si riconciliano.

Fragili figure

Vorrei ora riguardare la fragilità, la sua ragione d'essere fenomenologica, alla luce della straordinaria esperienza artistica di Alberto Giacometti. Le sue figure, i suoi disegni, í suoi dipinti, le sue sculture che sfidano il trascorrere vertiginoso del tempo, sono immagini ed emblemi di diafana fragilità. Sono opere nelle quali la fragilità della condizione umana si rivela nella sua indicibile immediatezza e nella sua straziata fenomenologia, e ci richiama alla nostra debolezza e alla nostra frantumabilità esistenziale, alla nostra incorporeità e alla nostra inconsistenza materica. Sono figure che vivono in un tempo e in uno spazio che non sono quelli pietrificati della quotidianità ma quelli della metamorfosi, della vertigine del cambiamento, della infinitudine mai spenta e mai interrotta, degli sguardi e dei volti. Sono figure che testimoniano di una nostalgia ferita e che ci portano al di là dei confini del nostro io, della nostra soggettività, immergendoci nelle sconfinate regioni della intersoggettività. giacometti
Cosa dire ancora di queste figure, di queste immagini creatrici di stupore e di smarrimento, come tematizzare la cascata di emozioni e di stati d'animo che discendono in noi nel guardarle e nel contemplarle e che ci trascinano negli abissi della fragilità della condizione umana, così dolorosamente trafitta dalle ombre del silenzio e della solitudine, dell'inafferrabilità e del mistero?

Come riconoscere la fragilità umana

La fragilità è un modo di essere emozionale ed esistenziale che vive del cammino misterioso che porta verso l'interno e che non si riconosce se non andando al di là dei comportamenti, e scendendo negli abissi della no- gstra interiorità e dell'interiorità altrui. Ancora oggi si tende ingiustamente a guardare alla fragilità come ad una forma di vita inutile e antisociale, e anzi malata, che ha bisogno di cure e che non merita nel migliore dei casi se non compassione; e non si sanno intravedere in essa le tracce incandescenti della sensibilità e della gentilezza, della timidezza e della tenerezza, della creatrice malinconia leopardiana.
Certo, come la sofferenza passa, ma non passa mai l'avere sofferto, così anche la fragilità è un'analoga esperienza umana che, quando nasca in noi, non viene mai meno in vita e che imprime alle cose che vengono fatte, alle parole che vengono dette, il sigillo della delicatezza e dell'accoglienza, della comprensione e dell'ascolto, dell'intuizione dell'indicibile che si nasconde nel dicibile.
Sì, ci sono momenti in cui la presenza, o almeno la percezione, che ciascuno di noi ha della sua fragilità si accentua, o si inaridisce, ma in ogni caso dovremmo educarci a riconoscerla in noi ma soprattutto a riconoscerla negli altri da noi: un impegno etico, questo, al quale noi tutti siamo chiamati in vita.

Una poesia, infine

Nel concludere queste mie nomadi considerazioni sulla fragilità vorrei citare una breve e stremata poesia di Rainer Maria Rilke.
La poesia è questa:

Era tenero e fine il suo sorriso
come brillio d'antico avorio,
come nostalgia,

come neve che a Natale
sull'oscuro villaggio discende,

come turchese in mezzo a fitte perle,
come raggio di luna
su un caro libro.

Cosa c'è di più fragile di un sorriso, e cosa di più fragile della nostalgia, della neve che cade a Natale e di un raggio di luna su un caro libro? Vorrei augurarmi che in queste bellissime immagini possa riassumersi il senso umbratile e fugace di un discorso incentrato sulla fragilità come leitmotiv della condizione umana.

(Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, n. 123, dicembre 2013, pp. 74-77)