Flannery O'Connor:

l'assalto

all'immaginazione

Michael Paul Gallagher

flannery
Molto probabilmente Flannery O'Connor sarebbe lusingata e un po' stupita di vedersi inclusa in un libro come questo. Quando morì di lupus all'età di trentanove anni, nel 1964, era già famosa, e anche alquanto discussa, come scrittrice cattolica. Il suo stile improntato a una forte distorsione – «grottesco del Sud», come lei stessa lo ha a volte definito – stupiva e disorientava il pubblico, ma questo era proprio il risultato che desiderava. Per lei la fede significava spesso distacco o rottura rispetto a ciò che diamo per scontato in noi stessi o nella religione.
Dopo la morte, la sua fama è cresciuta ancora. Thomas Merton l'ha accostata niente meno che a Sofocle e più di settanta libri sulle sue opere hanno raggiunto le librerie. La pubblicazione dei suoi saggi e delle sue lettere l'ha rivelata come il narratore teologicamente più consapevole dell'intero XX secolo. La O'Connor si definiva una «tomista rurale» che ogni sera prima di addormentarsi leggeva l'Aquinate per una ventina di minuti. Ecco come, in una lettera del 1955, imita, con lo spirito ironico che la contraddistingueva, lo stile della Summa:

Se nel frattempo dovesse entrare mia madre dicendo: «Spegni la luce. È tardi», per tutta risposta io, il dito sollevato e un'espressione solare serena serafica, direi: «Al contrario, io ribatto che essendo la luce eterna e illimitata, non si può spegnere. Chiudi gli occhi» (HB, pp. 93-94).

Durante gli ultimi otto anni di vita, i suoi orizzonti teologici si ampliarono ulteriormente. Recensendo almeno un centinaio di libri di argomento religioso per periodici cattolici locali, incontrò le opere di personalità quali Péguy, Maritain, Voegelin, Guardini, Barth, Teilhard de Chardin, Congar, Vawter, Küng, Durwell, Ong, Edith Stein, William Lynch e von Hügel. Lesse anche varie opere di autori francesi come Mauriac, Mounier, Bernanos, Simone Weil, Gilson e Daniélou. «Leggo molta teologia perché mi rende più audace nello scrivere», commentò una volta (BGF, p. 228), e in un'altra occasione aggiunse: «Non sono un teologo ma tutto questo è per me di importanza capitale» (CW, p. 1118). Vista la sua passione per la teologia e i temi religiosi nella narrativa, non c'è dubbio, quindi, che la O'Connor meriti un posto in un libro sulla fede.
Lo scrittore irlandese Brian Moore, agnostico dichiarato, ha ammesso di non aver apprezzato la narrativa della O'Connor finché un giorno, prendendo il grosso volume delle sue lettere, The Habit of Being, si rese conto dello spirito ricco d'ironia della sua narrativa. Lo stile della scrittrice era insieme spiritoso nel collezionare particolari irriverenti e terribilmente serio quando raccontava incontri con la grazia. La O'Connor era allergica nei confronti della propensione tipicamente cattolica alle risposte pronte e del conseguente divorzio di ragione e immaginazione. Simili impostazioni riduttive sarebbero state emendate solo «rendendosi conto che la fede è un "camminare nell'oscurità" e non una soluzione teologica del mistero». In questo senso, desiderava che la sua narrativa accompagnasse il lettore verso «più profonde e strane visioni» (MM, p. 184).
Una volta osservò che, a giudicare dalle lettere che riceveva, i carcerati sembravano capirla meglio di altri, perché più esperti in materia di conflitti e distruttività. Anche lei, del resto, nella sua vita aveva imparato non poco sulla lotta e sulle zone d'ombra, specialmente a causa della lunga battaglia con la malattia. Da quando era poco più che ventenne sapeva della possibilità di morire prematuramente, e senza dubbio questo ha contribuito al suo tono di urgenza. Le sue lettere non rivelano autocommiserazione, e lei mostrava impazienza verso chi sosteneva che i suoi scritti soffrissero della sua malattia. «Scrivo con la testa, non con i piedi» disse a un intervistatore che aveva alluso alle sue stampelle. Meno di un mese prima di morire scrisse a una suora, con un gioco di parole che alludeva alla sua malattia: «Il lupo, ho paura, è entrato e morde ovunque... Conto sulle sue preghiere» (HB, p. 591).

La strategia dello shock

L'orizzonte di Flannery O'Connor fa da prezioso contrappunto agli autori di impostazione più accademica qui esaminati in altri capitoli. Più volte la scrittrice mette in scena l'arduo cambiamento di visione richiesto dalla fede e i sotterfugi con cui tentiamo di sottrarci alle sue esigenze più impegnative. A una signora della California che si lamentava che i suoi racconti non le «sollevassero il cuore» quando rincasava stanca della giornata, rispose che «il suo cuore sarebbe stato sollevato se si fosse trovato al posto giusto» (MM, p. 48). Diceva anche che quando il nostro senso del male è annacquato dimentichiamo facilmente «il prezzo del rimedio» (MM, p. 48). T.S. Eliot riconobbe il suo «talento fuori dal comune», ma alcuni racconti lo «inorridivano» e i suoi nervi non sopportavano scosse così intense (BGF, p. 272). La O'Connor si sarebbe rallegrata di una simile reazione: «Bisogna spingere altrettanto forte dell'epoca che ci respinge» (HB, p. 229). Quando la cultura che ci circonda non condivide la nostra fede cristiana, «allora bisogna ricorrere allo shock per dare risalto alla propria visione: col duro d'orecchi bisogna gridare e con chi è quasi cieco tracciare figure grandi e di forte effetto» (CW, p. 805-806). Il suo ingegno narrativo prendeva sovente di mira i meccanismi di difesa sia di una cultura troppo secolarizzata, sia di una religiosità troppo sicura di se stessa. Il romanziere John Hawkes ha descritto il suo atteggiamento verso la vita come pieno di forza, calma, divertimento e grazia, e proprio per questo nei suoi scritti l'autrice poté permettersi di essere sarcastica, brutale e irriverente. Probabilmente si sarebbe riconosciuta in questa provocatoria affermazione di un altro romanziere, Georges Bernanos: «Il mondo moderno ha bisogno di udire voci liberatorie, ma le voci che ci liberano non sono quelle che ci tranquillizzano e rassicurano».
Nel luglio 1955 la O'Connor ricevette con piacere una lettera da una certa Betty Hester, che si era accorta che i suoi racconti vertevano soprattutto su Dio. Rispose (nella prima di una serie di lettere che avrebbe quasi raggiunto il numero di 200) affermando: «Sono una cattolica singolarmente in possesso della coscienza moderna» ( CVV, p. 942). Due settimane più tardi in una seconda lettera alla Hester aggiunse che per lei esisteva «una sola Realtà», l'Incarnazione, a cui «nessuno crede» oggi, così che «il mio pubblico è formato da coloro che pensano che Dio sia morto» ( CW, p. 943). In una conferenza riprese il concetto in modo ancor più energico: «La redenzione non ha senso a meno che ci sia motivo per essa nella vita che effettivamente viviamo, e nell'ultima manciata di secoli ha operato nella nostra cultura la credenza profana che un simile motivo non ci sia» (CW, p. 805).

Un profeta dell'incarnazione

La O'Connor si dispose così a disturbare il compiacimento di sé degli agnostici come anche dei credenti troppo sicuri di loro stessi, e lo fece con un particolare estremismo dello stile e degli intrecci narrativi. Disprezzava ogni genere di narrazione religiosa banalmente edificante, cosa che la portò a definire un romanzo del cardinal Spellman buono «come fermaporta», ma di nessuna utilità per la letteratura cattolica (MM, p. 175). In modo simile non poteva soffrire il linguaggio 'devoto' perché, come scrisse a un amico agnostico, «credo alle realtà che esso nasconde» ( CW, p. 1035). Il suo linguaggio sarebbe stato con i piedi per terra, adatto a mostrare più che asserire (per riecheggiare una distinzione da lei presa da Henry James). Di conseguenza un' «arte dell'incarnazione», secondo la O'Connor, non avrebbe mai dovuto staccarsi da un «senso drammatico» della concretezza (MM, pp. 68, 146-147). Uno scrittore cristiano si muove in un «universo più spazioso» del semplice naturalismo, perché per lui «il mondo naturale contiene il soprannaturale» (MM, p. 175). Non è mai questione di arrampicarsi fuori dal racconto per raggiungere il significato, perché una buona storia resiste alla parafrasi. Semmai «indugia e si espande dentro la mente» (MM, p. 108). La O'Connor scelse di raccontare storie di figure fondamentaliste della Bible Belt [la `cintura della Bibbia', ovvero la fascia meridionale degli Stati Uniti nota come roccaforte della fede oltranzista, NdT], con personaggi contraddistinti da una fede incrollabile o da un ateismo altrettanto radicale. Partendo da contesti credibili e non privi di aspetti comici, contava di sospingere la trama e i lettori «verso il mistero e l'inatteso» (MM, p. 44) perché «il mistero è fonte di grande imbarazzo per la mente moderna» e l'educazione tende a cancellarlo.
La strada della O'Connor verso la fede implicava attraversare la superficie dell'esistenza verso lo shock della strangeness, la stranezza/estraneità. Lei arrivò a definire profetica questa impostazione e raccontò in varie lettere la fortunata scoperta del pensiero di san Tommaso per cui «la visione profetica è una qualità dell'immaginazione» (CW, p. 1116) e «dipende dall'immaginazione del profeta» (e non da una qualità morale). Arrivò anche a sostenere che allargare l'immaginazione della gente fosse compito cruciale non solo dello scrittore cattolico ma della stessa Chiesa di Roma. Le sue storie intendevano servire la fede sfidando e trasformando l'immaginazione, e al tempo stesso guidando i lettori verso una più ampia visione della realtà. «Il profeta è un realista delle distanze» nel senso che vede «molto vicine le cose distanti» e discerne quelle a portata di mano «con le loro propaggini di significato» (MM, p. 44). Questo realismo profetico è esemplificato da alcuni suoi personaggi, oltre che dal suo procedimento narrativo. «E un realismo che non esita a deformare le apparenze per mostrare una verità nascosta» (MM, p. 179). E la verità nascosta implica quasi sempre una grazia che coglie di sorpresa, simile non a una musica di sottofondo ma a una esplosione divina. Su questo carattere disturbante del cambiamento la O'Connor fu molto esplicita: «Non so se qualcuno possa essere convertito senza trovarsi in una luce che abbaglia e annichilisce, un lampo che dura una vita» (HB, p. 247). Mi viene in mente per associazione un'osservazione di Sebastian Moore secondo cui il Vangelo «è la vita che incontra un ostacolo in noi ed esplode».
La O'Connor era una cattolica fiera e radicata nell'ortodossia, ma non esitò a denunciare e perfino sbeffeggiare i difetti della Chiesa. «Il cristianesimo ideale non esiste» (CW, p. 1182). Anche se molti dei suoi personaggi vengono dalle tradizioni della Chiesa evangelica, era una sua convinzione che «la soddisfazione di sé è il Grande Peccato cattolico. Lo ritrovo in me stessa» (CW,, p. 983). Le persone che conoscono «solo i cattolici meccanico-giansenisti» hanno ragione di provare un senso di rifiuto: questa forma mentis rappresenta non la «fede ma una specie di falsa certezza» che al posto del «corpo di Cristo» mette il «sistema di rassicurazione di un poveruomo» ( CW, p. 1037-1038). Simili «cattolici mezzi morti e senza immaginazione» sarebbero «stupefatti se conoscessero» l'intera ricchezza della tradizione a cui si aggrappano con una sorta di cieca lealtà (CW, p. 1118).
Se contestava l'adesione superficiale alla Chiesa, la O'Connor restò sempre una fervente sostenitrice di una fede che sulla Chiesa si basasse in modo autentico. Senza una «visione realmente immaginativa di ciò che la Chiesa è», disse la scrittrice all'amico Cecil Dawkins nel 1959, è facile trovarsi di fronte una sua caricatura sociologica da respingere, dimenticando che «il dogma è il guardiano del mistero» (CW, pp. 1115-1116). La maggior parte delle discussioni sulla religione le sembrava viziata dall'ignoranza, dalla superficialità e dall'inadeguatezza rispetto alla vera natura delle questioni. Senza una «più ampia visione immaginativa» non si può essere «sensibili alla realtà spirituale» (CW, p. 1117). Per essere veramente profetici, i suoi scritti dovevano trovare il modo di risvegliare la lunghezza d'onda dell'immaginazione spirituale e di rappresentare la realtà degli eventi dell'Incarnazione e della Redenzione, suggerendo così la serietà di ogni scelta di fede.

L'impatto della grazia

La O'Connor sembra più interessata alla pre-evangelizzazione che a una più diretta comunicazione del Vangelo (anche se questa terminologia non le sarebbe piaciuta). Le sue trame, la cui azione è indiretta, puntano a suscitare un risveglio di interesse verso l'esperienza religiosa più che a trasmettere specifici contenuti della fede o della dottrina. Ciò che disse di una di esse ha una validità generale: «E la storia non tanto di una conversione quanto di un'autoconoscenza, che ritengo il primo passo verso la conversione» (CW, p. 1076). Una parte della sua retorica narrativa mira ad ampliare l'autoconsapevolezza del lettore, anche ricorrendo alla tattica dello shock. Nella stessa lettera, la O'Connor parla del «senso religioso» che viene mortificato abbassando le dottrine al livello umano per spiegarle e ottenendo così di abolire «il senso della potenza divina capace di realizzare l'Incarnazione e la Risurrezione» ( CW, p. 1077). Da qui la sua speranza di modificare l'atteggiamento dei lettori, staccandoli dalle loro sicurezze e spingendoli ad aprire la loro immaginazione all'esperienza religiosa.
In questo senso le sue trame dipendono spesso da momenti di grazia che non sono solo sorprendenti ma talvolta anche violenti. «Mi sembra che tutte le storie buone riguardino una conversione, il cambiamento di un personaggio [...] l'azione della grazia cambia un personaggio» (CW, p. 1067). La O'Connor insisteva sulla natura conflittuale dell'incontro con la grazia e sul fatto che, se non capivano questo, i lettori finivano col respingere le sue opere come puramente pessimistiche. «Tutte le mie storie riguardano l'azione della grazia su un personaggio non troppo disposto ad assecondarla, ma la maggior parte delle persone pensa che si tratti di storie dure, disperate, brutali» (CW, p. 1067). Aveva poco tempo per quelli che pensavano alla religione come a un modo di soddisfare le loro esigenze vere o presunte, per cui spesso c'è un tono tagliente nel suo parlare della fede: «La verità non cambia a seconda della nostra capacità di sopportarla emotivamente». La fede può essere «emotivamente scomoda, perfino ripugnante», come nei momenti di tenebra dei santi (CW, p. 952). La fede, a suo modo di vedere, è spesso causa di agitazione e tormento prima che si possano gustare i frutti della gioia. La O'Connor non sembra aver conosciuto gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio, ma avrebbe apprezzato la sua metafora che la grazia penetra in uno spirito ricettivo come l'acqua delicatamente in una spugna, mentre in chi è chiuso nel suo egoismo accade come quando l'acqua colpisce rumorosamente una pietra. Le storie della O'Connor sono un esplosivo narrativo con cui aprire e frantumare simili pietre. Come disse uno dei suoi primi chiosatori, la sua arte mina il nostro razionalismo, ma di questo ci si accorge a posteriori.
Dopo la sua morte «Time» non aveva tutti i torti nel commentare che la O'Connor aveva «scritto su nient'altro che le cose ultime». È vero infatti che le sue trame riguardano spesso persone che incontrano la morte o il giudizio in modo imprevisto, ed è ugualmente vero che simili situazioni sono da lei raccontate con una crudezza che mira a scuotere la soddisfatta inerzia del lettore. La scrittrice era rimasta colpita da questa frase di Emmanuel Mounier: «L'amore è una lotta: la vita è un duello con la morte» (BGF, p. 308). Ella deve aver avuto una quotidiana percezione della propria mortalità, anche se la sua narrativa non è mai direttamente autobiografica. Trasformava le sue ombre in storie comiche, incarnate e mai moralistiche. Il genere di fede che amava rappresentare può apparire austero, ma le sue storie, con il loro feroce umorismo, alludono spesso a più gioiose scoperte e nascono anche da un'autentica solidarietà e compassione per le sofferenze dei non credenti. In una lettera datata 1959 scrisse: «Penso che non ci sia sofferenza più grande di quella causata dai dubbi in coloro che vogliono credere. So che tormento è, ma posso solo vederlo, per lo meno in me, come il processo con cui la fede si approfondisce» (CW, p. 1110).

Due storie di conversione

Per quanto ricchi, gli scritti non narrativi della O'Connor non rivelano in pieno la luce da lei proiettata sul vissuto della fede. Ho quindi scelto due suoi racconti per rappresentare l'irrompere della grazia nella vita di due donne che soffrono di un «senso distorto di un proposito spirituale» (MM, p. 32). Entrambe sono caratterizzate da una specie di orgogliosa sicurezza riguardo al loro modo di vivere, compresa la loro fede cristiana. Sono personaggi di una rigidezza comica, abituati a dominare gli altri. Entrambe le storie, suggestive e ricche di dettagli, accompagnano le protagoniste, e con loro i lettori, alla crisi di una nuova visione. I loro aspetti 'grotteschi' ci guidano a una sorta di paradiso, ma solo attraverso il purgatorio e gli incontri drammatici col mistero dell'invisibile.
Rivelazione, la storia preferita della O'Connor completata nell'ultimo inverno della sua vita, racconta il risveglio della signora Turpin da un cristianesimo ipocrita al riconoscimento della radicale diversità di Dio. Le rivelazioni sono quindi due, umiliante una, l'altra simile a un inno di gioia. In contesti assolutamente ordinari (la stanza di attesa di un medico e in seguito un allevamento di maiali), la soddisfazione di sé della donna è sottoposta a una duplice terapia. Nella sala d'attesa (anch'essa, forse, un simbolo comico) la signora Turpin si vanta con i presenti di poter ringraziare Gesù di avere «un po' di tutto, e in più, un buon carattere» ( CW, p. 644). A questo punto una ragazza disturbata di nome Maria Grazia (!) la aggredisce verbalmente e poi la colpisce a un occhio lanciandole un volume intitolato Lo sviluppo umano. Il trauma apre una prima breccia nella corazza psicologica della signora Turpin, che si arrabbia col Padreterno e quella sera, tra i maiali, gli rivolge ogni sorta di rimproveri. Gli echi biblici di Giacobbe e della parabola del figliol prodigo sono probabilmente voluti, ma il modello fondamentale è la conversione di un fariseo. «Chi credi di essere?», chiede polemicamente a Dio la signora Turpin, ma ironicamente l'eco della sua domanda le torna indietro, «come una risposta da oltre il bosco». Immobile nel recinto dei maiali la signora Turpin fissa «il cuore stesso del mistero», «quasi assorbendo un qualche sapere terribile e vivificante». La storia finisce con la visione di una folla di gente da lei disprezzata che come in processione «avanza verso il paradiso» mentre i rispettabili credenti del suo tipo marciano in fondo alla fila con aria sostenuta. «Poteva vedere dai loro volti scossi e alterati che perfino le loro virtù erano consumate come da un fuoco». Tornando a casa per «un viottolo su cui scende l'oscurità», sente ancora «le voci delle anime che scalano il pendio stellato gridando alleluia» ( CYV, p. 653).
Anche da un riassunto così stringato, è chiaro che la `mappa della fede' propostaci dalla O'Connor ci spinge verso una dolorosa consunzione dell'io prima di far balenare più liete immagini di salvezza. Il suo metodo è concreto, a volte umoristico, ma radicato in una ricca teologia. Possiamo aver bisogno di scosse che ci costringano a rinunciare alle nostre sicurezze religiose, prima di scorgere quella seconda rivelazione della divina grandezza. In modi meno drammatici di quello della signora Turpin, il nostro senso del divino può esso stesso diventare una comoda e rassicurante stampella. La O'Connor vuole invece spingerci verso più aspri percorsi di autoconoscenza, preparando il terreno a un Dio che è sempre più grande – e più esigente – di quanto ci piacerebbe.

Soglie del mistero

Uno schema abbastanza simile incontriamo in Un brav'uomo è difficile da trovare, un racconto precedente che la O'Connor spesso sceglieva quando era invitata a leggere o rappresentare uno dei suoi testi. Vi si narra di una famiglia che durante una gita finisce col passare per una contrada in cui è alla macchia con la sua banda un fuorilegge soprannominato il Balordo. Le manovre della nonna fanno sì che il gruppetto finisca in mano sua; come se non bastasse, la nonna segna il destino di tutti riconoscendo il fuorilegge. Quando il resto della famiglia è portato via dagli uomini del Balordo per essere ucciso, la nonna resta con quest'ultimo solo per attraversare un imprevisto momento di grazia che è comico, serio e tragico al medesimo tempo. Un commento della stessa O'Connor fa luce sull'episodio: «È la situazione estrema che meglio rivela quel che siamo in sostanza» (MM, p. 113).
Coerentemente con la sua vita di manipolatrice, la nonna dapprima consiglia al fuorilegge di pregare, ma lui nega di aver bisogno di aiuto dall'alto: «Me la cavo benissimo da me» (una frase che riassume una parte non piccola dell'ateismo contemporaneo). Allora la nonna cerca di trarsi fuori dai guai dicendo al Balordo che in fondo è un brav'uomo, e menziona Gesù, ma quel miscredente del Balordo mostra di avere su Gesù idee più chiare delle sue. «Ha messo tutto sottosopra», osserva: se ha detto il vero, non ci resta che rinunciare a tutto e seguirlo; se non l'ha detto, nel mondo non c'è più posto che per la malvagità. Il pessimismo del fuorilegge permette alla nonna di oltrepassare per un attimo la vuota furbizia delle sue chiacchiere, e in un momento quasi visionario fa per accarezzarlo «come uno dei suoi figli». In quel momento di effimera vicinanza al mistero il Balordo alza la rivoltella e le spara. Il commento che poi indirizza a un complice è uno dei passi più noti della O'Connor: «Sarebbe stata una brava donna, purché qualcuno l'avesse presa a pistolettate ogni minuto della sua vita». La storia finisce senza escludere la possibilità di una conversione del Balordo, le cui ultime parole sono che nella vita «non c'è niente di piacevole» (CW,, pp. 152-3). Che qualcosa del finale momento di grazia della nonna avesse raggiunto l'anima di quel miscredente ossessionato dal pensiero di Gesù? In quel caso, il gusto della malvagità poteva aver smesso di essere l'unica strada percorribile.
La O'Connor commentò in seguito che «un momento di grazia manda in escandescenze il diavolo» (CW, p. 1121), ma descrisse la storia anche come un duello tra la fede superficiale della nonna e «il più profondo coinvolgimento del Balordo con l'agire di Cristo» (CW, pp. 1148-1149). Nella visione della O'Connor (forse anche facendo eco al suo acuto senso della mortalità) è «sulla soglia dell'eternità» che la fede è vista con chiarezza, e nonostante i nostri sé distorti «il bene è in noi come in costruzione» (MM, pp. 114, 226). Nella O'Connor la fede irrompe in territorio ostile in modi a volte anche violenti, come se Dio dovesse abbattere le nostre difese prima di poterci offrire una nuova e più lieta visione. La sua preghiera preferita, che recitò ogni giorno per anni, era rivolta a san Raffaele quale «angelo del buon incontro». Meno di un mese prima di morire la mandò a un amico:

Soli e stanchi, provati dalle separazioni e dai dispiaceri della vita [preghiamo] te, che dimori al di là della regione del tuono, di potere non essere come stranieri nella provincia della gioia (HB, pp. 592-593).


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ALLE OPERE DI FLANNERY O'CONNOR

BGF = Brad Gooch, Flannery: a life of Flannery O'Connor, New York 2009.
CW= Flannery O'Connor, Collected Works, New York 1988.
HB = The Habit of Being: Letters of Flannery O'Connor, ed. Sally Fitzgerald, New York 1979 [trad. it. Sola a presidiare la fortezza. Lettere, a cura di Ottavio Fatica, Torino 2001].
MM = Mystery and Manners: Occasionai Prose, ed. Sally & Robert Fitzgerald, London 1972 [trad. it. Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere, a cura di Ottavio Fatica, Roma 2003].

(da MAPPE DELLA FEDE, Vita & Pensiero 2011, pp. 105-116)