«Coscienza». Una provocazione per la pastorale giovanile?

 

Giuseppe Morante

(NPG 2001-07-53)


Il problema

Gli adolescenti d’oggi appaiono più proiettati sul mondo esteriore per sfruttare al massimo le sue offerte allettanti per i sensi, piuttosto che interiorizzarne criticamente le proposte e reagire alle sue provocazioni, anche da un punto di vista razionale e della coscienza critica. In altri termini, non sembra che essi abbiano acquisito capacità di riflessione e sono anche abbastanza sfuggenti all’aiuto a formarsi una vera coscienza di sé, un vero nucleo interiore dell’io, dove radicare le scelte serie di vita in relazione alla propria identità.
Davanti ad episodi clamorosi e fuori della norma, di cui sono protagonisti «incoscienti», si sente dire che essi sono il frutto di questa società: «non è colpa loro se non si sono ancora formati una vera coscienza; se non hanno una chiara coscienza personale!» Ma è possibile che, a partire dalla preadolescenza, i ragazzi non debbano avere dai propri educatori strumenti per formarsi una propria coscienza su cui fondare le scelte personali di vita e sentirsene responsabili?
Ma la Chiesa insegna che ogni uomo, a partire dall’uso della ragione e con il suo esercizio, incomincia a scoprire «nell’intimo della coscienza una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. È il nucleo più segreto e il sacrario, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria» (GS 16).
Secondo questo magistero conciliare, la «coscienza morale» è come il centro interiore dove ogni uomo s’incontra, magari nella penombra dell’implicito e dell’anonimo, con Dio e con la sua proposta di salvezza. Si tratta di rendere esplicita e personalizzata la coscienza che è sempre un po’ eco della voce di Dio, anche fuori dei confini anagrafici della fede. E proprio in forza di questa presenza divina, per i credenti, essa diventa voce di Dio.

La proposta: che cosa è e come si forma la coscienza

Da un punto di vista dell’educazione alla vita di fede, il processo che gli educatori cristiani e i pastori devono favorire parte dall’itinerario psicologico d’interiorizzazione della propria identità che incomincia a maturare nella preadolescenza. Da un punto di vista religioso, tale maturazione diventa «coscienza morale», cioè radicata su valori di fede, se viene motivata come la capacità di interiorizzare la legge divina per cui il credente viene abilitato «a cercare il bene e fuggire il male» nelle esperienze ordinarie della vita.
Questo processo comunque non avviene meccanicamente. L’amore di Dio, posto a base della coscienza del credente, non è solo dono gratuito dello Spirito, ma anche risposta di collaborazione, come disponibilità alla sua azione. Di qui la funzione educativa che orienta verso l’annuncio della Parola e la vita sacramentale, attraverso cui si arriva alla coscienza di sé come credenti.
Il tema della formazione della coscienza è particolarmente attuale: il vuoto di sensibilità morale che ottunde la coscienza collettiva della nostra società preoccupa.
Ma troppo spesso, quando si parla di formazione della coscienza, soprattutto in ambito ecclesiale, si pensa riduttivamente al solo insegnamento delle «verità della morale cristiana»: la coscienza è vista quasi esclusivamente come un contenitore da riempire con contenuti normativi. Non è sufficiente conoscere il bene per avere una autentica sensibilità morale, e quindi una coscienza morale vigile e autentica.
Un tale modo di procedere diventa moralismo bello e buono! Per poter educare la coscienza occorre conoscere quei dinamismi psicologici evolutivi, attraverso cui essa si sviluppa col crescere dell’età e con il progredire dell’esperienza morale che ha interiorizzato le norme trascendenti.
La verità morale non è solo una verità già totalmente esistente che domanda riconoscimento e applicazione fedele; essa è anche, almeno in parte, una verità da inventare e progettare per saper affrontare i problemi morali concreti nel quotidiano delle scelte; cioè il bene da realizzare, secondo modalità almeno in parte inedite, e il male da evitare, per una propria auto-realizzazione umana.
Da qui sgorga il «carattere imperativo della coscienza».
Ogni esperienza morale include un certo sentirsi obbligati, e la coscienza è strumento intimo di questo «ordine» (in senso imperativo e in senso gerarchico). Essa non soltanto sa e giudica, ma comanda, vuole essere ubbidita e punisce, col senso di colpa, colui che non le ubbidisce. Il sapere morale è morale appunto in quanto imperativo. Questa tensione costituisce il punto di partenza e la motivazione di tutto il processo mentale di ricerca e chiarificazione della coscienza che conduce fino al giudizio ultimo sulla bontà o negatività morale della decisione nelle varie situazioni.
L’imperativo della coscienza è quindi il riflesso di una vocazione alla libertà umana al bene, che è costitutiva dell’io personale, e del desiderio insopprimibile della volontà umana trasformato in imperativo. Tutto questo è pienamente vero solo nell’adulto che ha raggiunto la «maturità morale».
Normalmente la strada da percorrere per questo traguardo è lunga e difficile, impegna tutta l’età evolutiva e non si percorre senza l’aiuto di una adeguata forza educativa. Si può capire allora come la formazione della coscienza coincide con l’educazione morale in quanto tale.
La coscienza viene definita come «il giudizio ultimo con cui ognuno, riconoscendo se stesso nella propria identità e nelle sue modificazioni vitali, e avendo una conoscenza riflessa della realtà, orienta il proprio comportamento in base a delle scelte in cui si identifica».
Si vuole evidenziare con questa definizione sia il riferimento al fatto della consapevolezza (e cioè all’aspetto psicologico) che a quello della responsabilità (e cioè all’aspetto morale). Per cui, la coscienza permette di «rendersi conto», come struttura organizzativa del proprio essere interiore, di comprendere, contemporaneamente, sia l’essere oggetto che l’essere soggetto del proprio vissuto.
Non è questo il luogo per una trattazione più specifica; ci si può riferire alla fonte della nota citata e alla bibliografia ivi riportata.
Questa riflessione vuole essere più operativa, per convincere gli educatori restii alla presa di coscienza del problema oggi indilazionabile, e dei processi in gioco; da quelli cognitivi (come valutazione delle intenzioni o azioni relative a conoscenze di principi e norme) che di quelli comportamentali (agire moralmente o evitare i comportamenti proibiti). È la «risonanza emotiva» che il soggetto sperimenta prima, durante e dopo ogni azione.
Questi meccanismi spiegano il motivo per cui lo sviluppo della coscienza segue il processo di maturazione della persona. Nelle prime tappe dell’età evolutiva, essa è semplicemente il risultato di un processo di interiorizzazione e riproduzione di norme esterne, fondamentalmente parentali.
Successivamente, i processi infantili di identificazione (con adulti che appaiono significativi per la persona), i comportamenti imparati mediante l’apprendimento e attuati per fedeltà a persone significative, svincolandosi dai meccanismi che li hanno generati, diventano autonomi e propri.
Ma il processo di formazione della coscienza chiede agli educatori di indicare ai ragazzi un cammino con cui possono diventare responsabili del proprio comportamento e acquistare capacità di prendere decisioni. È richiesto dal processo globale di crescere come persone e dal rispetto del ritmo dello sviluppo progressivo e dalla maturazione del proprio giudizio morale, comprendendo fattori cognitivi, emotivi e comportamentali, accompagnanti il processo umano della maturazione.
In questo cammino progressivo, si instaura un accordo tra la norma interiore (personale) e la norma oggettiva (esterna), verificando una corrispondenza tra le valutazioni della coscienza come «norma prossima di moralità», da una parte, e valori, prescrizioni e principi, come «norma remota di moralità», dall’altra.
Perciò il diventare moralmente responsabili costituisce la possibilità concreta realizzabile attraverso l’attuazione di itinerari di educazione della coscienza, che portino alla scoperta e alla interiorizzazione di tutto ciò che facilita l’attuazione del compito morale dell’uomo.
Tali «itinerari educativi» comportano:
- l’essere aiutati a sentirsi protagonisti delle decisioni e della gestione di quanto si vuole fare, esprimendo la propria opinione nelle discussioni che precedono la decisione finale; soprattutto se l’educatore non pretende di far precipitare tempi ed eventi;
- l’essere aiutati a prendere coscienza del proprio «valore» come persona. Questo fattore, in buona parte, dipende dall’accettazione avuta e sperimentata dai ragazzi da parte delle persone per essi significative; specie se essi ottengono varie possibilità di evoluzione delle proprie esperienze e sperimentano in proprio, ma con gradualità, il senso personale di responsabilità;
- il godere della possibilità di agire secondo le proprie capacità e abilità. Questo favorisce la formazione del concetto di sé e quindi lo sviluppo della coscienza del proprio valore; specie se l’adulto contribuisce col ragazzo alla realizzazione delle decisioni intraprese. In questo modo, il soggetto può, con buon fondamento, sentirsi responsabile delle sue azioni;
- l’essere favoriti nella comprensione del senso dell’unicità e della continuità del proprio io interiore. L’uomo tende all’unità come integrazione di tutte le componenti della persona. Diventa perciò importante per il ragazzo l’essere aiutato a prendere contatto con la «ricchezza delle proprie doti e qualità», e saper distinguerne i diversi aspetti, accettando ciò che è profondamente umano;
- l’avere gli aiuti che sviluppino il processo di identità, come principio unificatore dell’io nei confronti dei tu, attraverso una riflessione che nasce dal contatto con il mondo personale e come elemento essenziale nella formazione della coscienza. È la possibilità di entrare in contatto anche con il mondo degli altri; in questo modo, mettendosi al posto degli altri, si amplia il proprio campo percettivo e si allarga la visione del giudizio delle azioni;
- l’essere messi nella condizione, soprattutto verso la fine del processo di interiorizzazione, di arrivare a costruirsi la capacità di auto-valutarsi e rendersi conto delle ragioni del proprio agire: rispettare la coscienza, indicare e chiedere le ragioni di una azione e/o prescrizione, essere modello di autonomia rispettando il bene comune, la giustizia, la bontà delle decisioni e dei comportamenti concreti, avere e favorire la «coscienza riflessa» dell’agire umano.

L’operatività

* L’educazione cristiana porta perciò a discernere con la ragione illuminata dalla fede il bene dal male morale, non solo in generale ma anche nella sua irripetibile singolarità e concretezza, e di percepirne l’appello come emergente dal di dentro della propria persona. Essa suppone naturalmente una qualche forma di interiorizzazione dei valori e delle norme morali, ma anche delle motivazioni che li rendono incondizionatamente vincolanti: qui poggia il discorso morale cristiano.
Il «devo» su cui si fonda l’impegno morale del credente è vissuto nell’opzione fondamentale di fede carità da cui trae significato e forza vincolante. Ma esso ha poi come oggetto una particolare realtà umana, di cui tocca alla coscienza dire in ultima istanza se è buona o cattiva, costruttiva o distruttiva dell’uomo, capace o meno di dare corpo a un sì di fondo della propria vita a Dio.
Amare il bene è già essere buoni; il bene morale è anzitutto l’amore del bene, il desiderio sincero di realizzarlo, così come lo si può conoscere nel concreto della propria esistenza. Si pone così il problema della formazione della coscienza morale. Nella misura in cui l’educazione morale è un problema che interessa la coscienza, anche la formazione della coscienza è un problema, se non proprio esclusivamente, almeno seriamente rilevante per la catechesi e la pastorale giovanile.
* La prima cosa da dire è che la coscienza opera a due livelli psicologici complementari, uno prevalentemente cognitivo (sapere, giudicare, progettare) e uno prevalentemente a spinta di volontà (imperatività, sentimento di obbligatorietà che accompagna il giudizio della coscienza). Nella sua dimensione cognitiva la coscienza presuppone un sapere morale generale, interiorizzato attraverso l’apprendimento di una dottrina morale sui valori, le norme, i significati dell’agire morale.
L’annuncio del messaggio cristiano fornisce alla coscienza i principi e le norme costituenti il quadro generale di riferimento per le valutazioni concrete.
Compito specifico in cui esercitarsi è il discernimento del bene e del male nella situazione concreta; discernimento che assume l’aspetto di un giudizio pronunciato sulla situazione stessa, in base al quadro generale di valori e di norme da essa stabilmente posseduto.
Inoltre, in quanto esperienza viva di fede e di comunione ecclesiale, la coscienza costituisce l’ambiente ideale per l’assimilazione e l’approfondimento progressivo di questo quadro generale di valori e di norme. Solo se adeguatamente interiorizzato e fatto proprio, tale quadro diventa davvero capace di orientare la vita.
* Oltre alla dimensione cognitiva, la coscienza ha poi anche una funzione imperativa, cioè di volontà: il suo giudizio è un comando che chiede una sottomissione incondizionata. Qualunque sia il dinamismo iniziale di «comando», esso tende, con la maturazione della coscienza, a identificarsi con la tendenza costitutiva della libertà verso il bene per cui è fatta, quindi verso l’auto-realizzazione e l’auto-trascendimento. Orientare a questa meta è compito dell’educazione morale. Ed anche qui la catechesi e l’animazione hanno una funzione insostituibile, per il carattere liberatorio del messaggio cristiano, centrato sulla libera risposta di amore dell’uomo all’amore gratuito e preventivo di Dio.
* Esemplificazioni e modalità di intervento nella direzione descritta se ne trovano in varie fonti. Solo a titolo esemplificativo, si offrono degli spunti operativi pratici, come attività facilmente realizzabili e con materiali reperibili.

Scheda

- In ascolto di… (cf NANNI A:, in «CEM-Mondialità, 9 (1989): «Ognuno di noi è responsabile di tutto». Così soleva dire Don Lorenzo Milani ai ragazzi di Barbiana. «E io più di tutti gli altri»: aggiunge il filosofo moralista Emanuele Levinas. L’esercizio consiste nel confrontrarsi su ciò che dicono i ragazzi a proposito di queste frasi famose…
Mettersi in ascolto di… è un esercizio che educa a sentirsi responsabile delle sorti dell’altro, del destino della terra, del futuro dell’umanità: è questo uno degli obiettivi qualificanti, urgenti e più difficili delle agenzie formative nella società contemporanea, dato il senso della crisi che si avverte in famiglia come a scuola, nella Chiesa come nelle associazioni. Alla grande attenzione riservata al tema dei diritti, dei bisogni e dei desideri non corrisponde certamente un’attenzione equivalente per i doveri e le responsabilità. Un discorso che vale per i grandi e per i piccoli. Non a caso si parla oggi di «crisi della imputabilità» come una caratteristica drammatica della convivenza sociale…
- In ascolto di… Riflettere insieme, dopo averlo ascoltato, su un testo cantato da Francesco de Gregori: «La storia siamo noi», tratta dall’albo «Il bandito e il campione», Serraglio edizione, 1993. «La storia siamo noi. Siamo noi padri e figli, siamo noi ’bella ciao’ che partiamo; la storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano: la storia siamo noi…».
- Sala delle visioni (servono fogli di carta e penne). Invitare i ragazzi a definire la parola «coscienza» (scritta al centro di un pannello) con una frase, una metafora, un disegno… Man mano le espressioni dei singoli si incollano accanto alla «coscienza». Si avvia così una discussione e si invita a prendere posizione su qualche aspetto provocatorio emerso…
- Stuazione-tipo. È il gioco del role-play in cui i ragazzi si devono calare nel personaggio scelto, sottoponendosi alla sorveglianza di due osservatori che seguiranno attentamente i momenti. Al termine della performance si passerà alla verifica in cui interverranno sia i protagonisti che gli osservatori. «Coscienza è anche la consapevolezza che durante l’attività ci siamo convinti un po’ di più. Che cosa abbiamo scoperto di importante? Evidenziamolo!
- Il successo del giorno (servono fogli di carta, penne e scotch). Invitare a concentrarsi su ciò che durante questa giornata è stato fatto meglio, scrivendolo ognuno su un foglietto. Tutti i fogli firmati verranno attaccati ad un unico cartellone. L’animatore controlla che tutti abbiamo almeno un piccolo successo.