Spiritualità - Una «spiritualità» per i giovani d’oggi

 

Giuseppe Morante

(NPG 2001-04-49)


Il problema

La parola «spiritualità» sembra che stia tornando di moda, visti i riflessi e le conseguenze di una cultura rivolta essenzialmente alle cose da consumare e al relativo vuoto esistenziale che lascia nella vita di tanti giovani e non solo di essi!
Non è moda, ma un’esigenza fondamentale. Basti pensare anche solamente alle risoluzioni principali che l’UNESCO ha offerto ai Governi, in termini educativi, per garantire un futuro alle giovani generazioni del mondo attuale; oppure agli sviluppi che negli Stati moderni ha avuto come influsso la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo», che nel secondo paragrafo afferma: «L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo fisico, spirituale e morale della personalità umana».
Perciò una riflessione sul valore di questo termine e sulle sue conseguenze educative della pastorale giovanile non sembri fuori dal coro.
Crediamo che si tratti di una autentica esigenza di cui adolescenti e giovani non possono fare a meno, se i loro educatori vogliono aiutarli a nutrire la propria vita di fede, in maniera che sfoci in una testimonianza autentica. La vita cristiana è testimonianza nello Spirito. E c’è una affinità di confluenza e di continuità tra «spiritualità umana» e «vita nello Spirito».
È questa connessione che vogliamo illuminare; che naturalmente deve orientare a scelte che la pastorale giovanile deve saper affrontare.

La proposta

Che cosa è spiritualità?

Dopo la caduta delle ideologie che hanno legato la politica ad una visione «totalitaria» del mondo in termini di storicismo materialistico, si è profilato oggi un rischio non meno grave per la negazione dei fondamentali diritti della persona umana e per il riassorbimento nella politica della stessa visione spirituale della vita e della domanda religiosa, radicata nel cuore di ogni persona: ridurla ad un essere storicizzato bisognoso di soddisfare tutte le sue esigenze «corporee», tranne quella che le informa dal di dentro, quella «spirituale»; e per i cristiani da quella spirituale a quella «cristiana». Adolescenti e giovani vanno educati perciò a percepire la «spiritualità» come un valore che impegna la propria vita corporale, ma nella festa, nella gioia e nella liberazione. Per tale motivo i loro desideri e problemi non devono essere giudicati, ma assunti con la loro carica di ambiguità che va poi vagliata perché non diventi freno della voglia di vivere, ma acceleratore di una vera vita.
La vita spirituale, alimentata poi da momenti di preghiera e di catechesi, avrà anche una sua tensione comunitaria, perché se ogni scelta di vita deve essere personale, questa non può farsi e non può esistere se non in un gruppo, in una comunità, dove insieme ci si confronta, dove si fanno scelte comuni, dove si vive la propria appartenenza. Tutti sanno che questa esigenza è stata marcata fortemente anche nella proposta educativa della pastorale giovanile del progetto di AC: richiamare il primato della dimensione spirituale dell’uomo, indicandone una strada percorribile, come modo concreto in cui si condividono bisogni di identità e di relazione. Non si tratta quindi di un modo di estraniarsi dall’esistenza, una specie di evasione spiritualistica, ma piuttosto il modo di vivere l’esistenza in pienezza. La si descrive, quindi, come traspare da tutta l’esperienza biblica e dalla tradizione cristiana: una spiritualità del quotidiano, e, quindi, «incarnata».
Secondo la visione teologica l’evento dell’incarnazione non è solo il criterio per leggere le parole e i gesti di Cristo, ma anche la presenza misteriosa di Dio nella vita personale di ogni uomo e di ogni donna. Vita che acquista così più significatività e più forza di testimonianza, a mano a mano che si impara a scendere in profondità in se stessi, a puntare all’essenza delle cose, a mirare ad una trasparenza evangelica.
La trama del tessuto delle cose che appartengono quotidianamente alla ferialità della propria vita rivela al credente la possibilità di sperimentare lo sforzo, che è tutto cristiano, della mediazione tra Dio e il mondo, tra la fede e la storia, tra i valori trascendenti e i comportamenti storicizzati e quindi modulati anche dalle difficoltà che sono insite nel «limite» stesso della vita. Si tratta quindi di valorizzare una spiritualità che risponda al qui e all’oggi dell’esperienza di ogni persona, fedele al proprio tempo e alla propria storia, rispettando così la distinzione tra l’essenziale (che deve restare) e il contingente (che può mutare).
Appare perciò anche, pedagogicamente parlando, che nel prospetto di vita ispirato dalla fede, la spiritualità è una componente del tutto indispensabile, perché è una dimensione che si radica nel bisogno dell’uomo, come «spirito incarnato» e che va programmata nei relativi processi educativi.
Ed inoltre questa urgenza è recepita anche dalle Caritas parrocchiali. La parola «spiritualità» costituisce anche il punto di partenza della sua scelta pastorale per la formazione dei suoi volontari, impegnati nella testimonianza concreta del servizio fraterno all’uomo in difficoltà.

Come educare la spiritualità?

Se la parola spiritualità sta rivelando la sua esigenza con tanta forza, vuol dire che prima era caduta in disgrazia perché falsamente intesa, come una specie di pratiche di vita «spirituale»; cioè una specie di realtà disincarnata, con precisi atteggiamenti conseguenti da assumere nel quotidiano. Questo ha significato, forse, per un certo tempo e per tanti giovani, un dare adito ad interpretazioni di «devozionismo» e di «moralismo»; e giustamente molti hanno preso le distanze da una visione di questo tipo, abbandonando perciò stesso il valore stesso dell’essere spirituale dell’uomo.
Come correggere questa distorsione di significato se non come una riscoperta (LG 39-41) di un nuovo stile di vita e di una auto-consapevolezza riflessa su questo stile? La spiritualità quindi, prima ancora che vita nello spirito, è coscienza globale del proprio essere uomo/donna.
A questo fondamentalmente ci si deve ispirare prima di tutto per sintonizzare i giovani su una tale attuale esigenza. L’autocoscienza non è una conquista facile, non sembra appartenere oggi alle esperienze quotidiane, se – come appare da tante analisi – l’uomo si rivela più proiettato fuori di sé, attratto dai tanti miraggi illusori che la cultura mediatica riflette; se non trova spazi di silenzio dove poter fare «deserto attorno a sé» e poter «rientrare in se stesso» (come il figlio prodigo); se in pastorale giovanile non si intraprendono piste di dialogo in questa direzione; se le attività appaiono sempre più come «attivismo» senza capacità di riflessione...
Non ci può essere vera «esperienza» di vita, se l’attività svolta non diventa anche occasione di riflessione e di auto-comprensione, come occasione cioè che fa riscoprire i valori profondi che devono costituire la «nuova vita nello spirito» per chi è credente, e la predisposizione alla vita di fede per chi si apre alla prospettiva di una trascendenza. L’azione pastorale può partire da alcune domande: come la persona può aprire la propria anima alla fede; come può trovare rifugio e forza nella preghiera, come raggiungere cristianamente un abbandono totale per raggiungere le più alte vette di intensità spirituale?
È possibile immaginare che anche Dio, prima di accingersi alla sua mirabile opera creativa dell’uomo, si sia avvolto in un mantello di luce bianca, come bianchi sono gli abiti dei giusti rappresentati nel giorno della Resurrezione; perché il bianco è il colore dell’origine, il simbolo degli attributi divini della grazia e dell’amore e quindi di riflesso della spiritualità dell’uomo, creato «a sua immagine e somiglianza»? Il bianco, effetto della luce, è quindi la sintesi cromatica dell’autentica spiritualità. Spiritualità è imparare ad «ascoltare lo spirito che abita in noi». Non ci può essere ascolto se non si fa silenzio dentro. Ma oggi l’esigenza del silenzio la si avverte. Tuttavia, molto spesso, la si rifugge, perché coinvolgente, perché costa fatica interiore, perché costringe a rivedere qualcosa per cambiare (e non sempre si è disponibili), perché «ascoltare» significa aprire se stessi e mettersi allo scoperto mostrando agli altri i propri vuoti interiori…
È chiaro l’insegnamento biblico: solo se Giobbe tace, scende su di lui la voce che lo istruisce e gli offre scampo. Dice un autore: «Sì, Dio parla solo a colui che tace. Può aprirgli subito, ma non può chiudergli la bocca. L’onnipotente sa precludersi l’interferenza, lasciando l’uomo a rimasticare le sue ciance. Che sia lui a zittirsi: infatti a quel confine dove Giobbe smette Dio comincia».
Solo se l’uomo sa fare silenzio, permette di liberare dentro di sé la voce dell’immenso. Se il corpo non pone sbarramenti al silenzio, allora si scalza la corteccia dell’albero, si sgombera il campo vuoto, si apre il vestibolo a Dio. I santi dimostrano che a Dio occorre che l’uomo si ritragga perché siano investiti della sua luce bianca ed ascoltino la sua voce interiore. Giobbe tace, allora scende su di lui la parola che lo istruisce e gli porta scampo nella sua vicenda umana. Come imparare ad ascoltare la voce dello spirito, in mezzo ad un turbinio frastornante? Non siamo più abituati ad «ascoltare» i messaggi che vengono dai valori della natura. Il linguaggio tecnologico-scientifico sta mortificando il linguaggio simbolico e poetico: non si è più abituati a riflettere sui linguaggi delle metafore, delle similitudini, della relazioni tra i colori, i sapori, gli odori della terra, delle piante, delle stagioni, dei frutti… Non c’è più esercizio di proiezione interiore per verificare il coinvolgersi del proprio corpo dentro i significati profondi, indicati dai propri sensi, dai valori delle cose «veramente» naturali…
È importante ritornare ad imparare a conoscere i significati delle cose: quante cose usiamo ogni giorno e di esse crediamo di non poter fare a meno! È proprio così, oppure l’uomo si crea delle necessità indotte, facendosi inconsciamente manipolare dall’esterno? Tutte «queste cose» che la società interessata mette a sua disposizione, in ultima analisi, sono assolutamente necessarie…?
E la constatazione di un individualismo esasperato non porta a non accorgersi più degli altri, a non sapere recepire più i messaggi dei loro bisogni? Si sente parlare spesso di liberazione degli oppressi, di servizio, di impegno, di povertà, di amore. Ma la vita molti la vivono veramente in questa dimensione, o non è che l’evidenziazione di una grave rimozione psicologica?
La voce del Vangelo batte alle porte del credente. Anche oggi, Dio non ha abbandonato il suo popolo, perché è necessario che lo spirito gli parli ancora e gli dica il perché delle cose, della vita, della storia; che lo aiuti a capire cosa c’è di nascosto sotto il mistero della vita umana, che la realtà non finisce dove arriva il nostro occhio materiale.
È necessario allora imparare di nuovo ad incontrare Dio dentro la storia degli uomini: perché questa è stata la realizzazione rivelata del Dio di Gesù Cristo. Il principio teologico della creazione e dell’incarnazione precisa a chi crede che chi cerca di separare il corpo dallo spirito e lo spirito dal corpo, allontana il cuore e la mente dalla verità, che è quella rivelata da Dio.
L’uomo non è un «essere composto di corpo e di anima», ma l’uomo stesso è «carne-spirito» contemporaneamente. La persona, filosoficamente e teologicamente, è considerata nella sua unità e totalità, perché il piano di Dio non ammette fratture, separazioni, parallelismi, dualismi…
Il cristiano crede di incontrare Dio nella sua storia, nella storia degli uomini, perché Dio sta in compagnia del suo popolo. Dio si rivela e l’uomo deve rispondere con libertà creativa, cioè decidendo dinanzi a Lui della propria storia, della propria vita.
Perciò la spiritualità non corrisponde ad una qualità dell’animo del singolo, ma è l’esistenza stessa del popolo d’Israele. «Ruah» (= alito, soffio…) è il termine ebraico per indicare lo spirito, lo Spirito di Dio che trasmette all’uomo la vita, anima la polvere con cui l’uomo è stato formato, e ne diventa la sua essenza vitale.
La spiritualità non è una qualità contrapposta alla materialità; è «anima» dentro la materia e ad essa dà vita. Il cammino personale nella storia diventa singola materialità animata. Il corpo ha perso il ruolo di «contenitore» dell’anima per essere «tempio dello Spirito» (Eb 1,1).
«Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto» (Mt 6,6). Chiusa la sua stanza, dentro di essa senza interferenze, il credente rileggerà la sua storia come storia già salvata e farà memoria di eventi che hanno segnato il suo passaggio nella vita. Ricorderà e renderà attuale quello che fece il giusto israelita: «Mio padre era un Arameo errante; sceso in Egitto, vi stette…» (Dt 26, 5b).

L’operatività

Se si ritiene che ragazzi, adolescenti e giovani oggi abbiano bisogno di riscoprire questa esigenza di unità della persona e di ritornare ad alimentare la propria vita, già proiettata all’esterno, in una sintesi capace di far sentire le voci di dentro, allora è necessario anche darsi un certo metodo, inventare qualche strumento operativo, perché la «riflessione» comporta imparare quel movimento che dalla superficie delle cose porta al loro profondo significato. Ed a questo movimento ragazzi e giovani vanno educati e vanno aiutati a farne esercizio pratico. La riscoperta del valore della «spiritualità» interessa i ragazzi nei loro naturali ambienti di vita, pur nel rispetto delle loro finalità e delle loro caratteristiche senza confusione di ruoli; e quindi tutti gli educatori possono fare la loro parte, come genitori, insegnanti, catechisti, negli specifici ambienti. Perché il taglio che abbiamo dato alla riflessione è più chiaramente educativo-pastorale.
A titolo di esempio, che però non vuole limitare la creatività degli animatori, si offrono un paio di esercizi indicativi, da mettere in atto in qualche momento di incontro o di riflessione (come una iniziativa comune del gruppo, un momento di ritiro spirituale, una occasione di preparazione di una festa di comunità…). Si tratta di esercizi che possono far scoprire i motivi interiori che portano l’uomo a vedersi depositario di valori spirituali, per esercitarsi ad essere «ascoltatore» dello spirito. Un primo esempio potrebbe essere realizzato in questo modo. Dopo aver introdotto il senso dei valori espressi, si invitino i ragazzi a scrivere 7 parole che meglio chiariscono il concetto svolto nella riflessione. Passati alcuni minuti, vengono invitati a coppie a ridurre le 14 parole ancora a 7, ma che rispecchino il più possibile il pensiero di tutti. Ogni coppia si riunisce con un’altra coppia ed ancora, come prima, si riscrivono le 7 parole-chiave. Così, allargando progressivamente il numero del gruppo, e procedendo sempre alla sintesi di 7 parole, si può arrivare a definire la «spiritualità» secondo il gruppo. Si tratta di un tipico esercizio di riflessione e di interiorizzazione. Così si può fare un invito ad inventare un undicesimo comandamento, consegnando ad ogni membro di un gruppo un foglio in cui siano scritti i dieci comandamenti biblici. Ognuno è invitato a ridare un ordine gerarchico, secondo le sue convinzioni, ed aggiungerne un undicesimo. In cerchio ciascuno spiega a tutti il perché della sua scelta gerarchica e del comandamento aggiunto.
Si tratta di strumenti pratici che possono facilitare l’interiorizzazione dell’idea di spiritualità, necessaria per recuperare il senso della integrità della persona umana e della possibilità di entrare nell’ottica della vita pienamente intesa, secondo il progetto di Dio, anche se non ancora integrato in una piena visione di fede.
Ma si sa, il processo non può essere occasionale, deve diventare sistema, sviluppato cioè progressivamente e continuatamente. Si tratta di acquisirne una mentalità!