Educare al “senso del mistero”

Inserito in NPG annata 2003.

José Luis Moral

(NPG 2003-07-45)



Chesterton diceva che l’uomo moderno è come un viaggiatore che ha dimenticato dove sta andando e deve così tornare al luogo di partenza per verificare persino la sua destinazione.

Il mondo attuale ci obbliga a precipitarci in quasi tutto. Siamo intossicati dalla fretta. Non abbiamo la tranquillità sufficiente per constatare quanto meravigliosamente misteriosa è la vita. Tutti avvertiamo, in qualche misura, che questa è la verità. Forse è la fretta, gli sguardi rapidi e superficiali, ciò che ci impedisce di “calarci” nel mistero che ci circonda.
Nell’era dell’informazione, in cui potremmo conoscere di più e meglio, paradossalmente l’uomo e le cose rivelano solo la loro superficie e perdiamo perlopiù la capacità di meraviglia e di interrogarci di fronte alla realtà che ci sta davanti.
Giocando con gli enigmi e, più ancora, con il mistero che è ogni persona, vogliamo dedicare questo articolo a ridestare la capacità di interrogare e interrogarci.
Si tratta, senza dubbio, di una chiave educativa centrale della pastorale giovanile. Abbiamo preferito uno stile evocativo e narrativo rispetto a quello argomentativo che stabilisce obiettivi e processi, dei quali hanno comunque da occuparsi itinerari più concreti e operativi. [1]

SIAMO UN ENIGMA

“Il mondo ci circonda con la triplice dimensione del sensibile, del razionale, dell’incomprensibile”, ha scritto a ragione T. Maulnier. Risulta evidente che siamo costruiti su delle basi sensibili, biofisiologiche e psicologiche. Non è meno evidente che abbiamo bisogno di abbracciare tutto con la ragione. Tuttavia non giungiamo mai a essere solo luce e razionalità; la notte dell’incomprensibile fa parte della nostra vita. L’uomo è anche un enigma: non sappiamo ciò che siamo né siamo ciò che sappiamo.
Siamo un enigma, anzitutto, perché abitiamo una “terra di segni”. L’uomo è un essere in continua ricerca della sua umanità e del segreto che essa nasconde: veniamo al mondo all’interno di una tradizione che ci trasmette un’eredità, ci propone certi progetti e ci introduce all’interpretazione; in seguito e attraverso una grande “trasfusione di memoria” (E. Wiesel), siamo educati o condotti (e-ducere); e infine ci preoccupiamo di lasciare “messaggi” a coloro che ci seguiranno. Bloccati tante volte in qualche cantuccio della scala del regno dei segni che ci troviamo a vivere, ci scopriamo a rimuginare su quello che già S. Agostino diceva: “Eccomi diventato un grosso problema per me stesso”.
Infine, siamo un enigma perché, come diceva Eraclito riferendosi all’oracolo di Delfi (“Uomo, conosci te stesso”), l’essere umano “non enuncia né occulta: significa”. E cioè non pronuncia parole definitive né tace, ma lancia continuamente segnali lasciandoli all’interpretazione.

Imparare a vivere nell’enigma

La continua ricerca che ci svela come “l’enigma che siamo” si basa su tre valori caratteristici dell’essere umano, che si possono esprimere con altrettante parole-chiave: razionalità, senso e destino.
Cerchiamo di organizzare il mondo attraverso la conoscenza, la scienza e la tecnica (razionalità). Ma non ci fermiamo lì, bensì avanziamo dando senso a quanto attraversa il nostro cammino (senso): affermiamo dei valori, uniamo domande e risposte, liberiamo desideri e sentimenti, in una parola, generiamo e avvolgiamo tutto con modi di vivere, sentire e agire che chiamiamo cultura. E neanche ci accontentiamo di organizzare e di dare senso, ma osiamo aspirare a molto di più, a formulare domande sull’ignoto, ad affrontare l’incomprensibile, a “elevarci a Dio”, a rischiare la vita con impegni difficili da giustificare… (destino).
L’enigma che siamo non può essere considerato come un residuo di miseria che converrebbe abolire completamente; non è una disgrazia ma piuttosto l’ombra che segue il sole, la notte che segue il giorno. Vi è una parte notturna, in noi e nell’intera realtà, con cui dobbiamo imparare a convivere. Non può essere distrutta dalla razionalità, incapace di rispondere ad alcune delle domande più profonde dell’essere umano; né dalla stessa fede, poiché la salvezza non garantisce automaticamente la liberazione che dobbiamo realizzare, né dall’affettività, dall’azione o dalla tecnica (lo sappiamo molto bene adesso che ci si sfaldano tra le mani i miti delle ideologie, del consumo o dell’amore libero e totale).
Sarà di capitale importanza, dunque, imparare continuamente a vivere con (non contro o nonostante) la nostra parte enigmatica, con quella che scopriamo in noi, negli altri, nel mondo e nel rapporto con Dio.
Purtroppo il pluralismo, la complessità e la frammentazione della società e della cultura attuali spingono disperatamente a cercare sicurezze a qualunque prezzo. Questo clima ha favorito il moltiplicarsi di miraggi nel campo del rapporto e dell’affettività o in quello della conoscenza, e perché no? in ambito religioso.
Ma l’enigma dell’affettività rimane, distruggendo le illusioni e le pretese di poter disporre dell’altro a nostro piacimento; l’enigma del sapere ferisce costantemente le molte e coraggiose conquiste scientifiche con la spada del “perché”; l’enigma del religioso resiste alla semplificazione di stabilire un contatto con un Dio facile e rassicurante.
Questi sogni che annunciano amori liberi o risposte definitive della scienza e della tecnica, così come il recente risveglio di diversi nuovi movimenti religiosi, logicamente non resistono al confronto con le loro conseguenze e ancora meno alle sfide dell’enigma che intendono distruggere.

Convivere con gli interrogativi per “educarli”

Non è possibile liquidare, impunemente, ciò che non si può abbracciare o comprendere. Né per la razionalità né per l’affettività né per Dio. Neanche l’azione o la morale risolvono il problema. Neanche la fede scioglie l’enigma: Dio non può essere “utilizzato” semplicemente per risolvere gli enigmi senza diventare un “dio falso”. Gli dei falsi infatti sono quelli di cui ci possiamo impadronire e che possiamo mettere al nostro servizio (dalla nostra parte e non da quella degli altri!), quelli che invochiamo perché magicamente risolvano ogni nostra difficoltà.
Il Dio cristiano non è questo. Neanche Gesù di Nazaret ha voluto fuggire ai suoi stessi enigmi (l’abbandono, la croce…), e ha rinunciato alla magia dell’onnipotenza per insegnarci che, per così dire, l’“enigma salva”, vale a dire, che proprio per aver vissuto fino in fondo una certa agonia del senso ha vinto il “senzasenso”, anche se sul momento non riusciva ad allontanare nessuno degli enigmi che lo circondavano.
Finito e infinito, senso e assurdo, bene e male, angoscia e felicità, morte e immortalità… nascondono l’indicibile e perfino l’insopportabile dell’esistenza; con tutte e ognuna di queste realtà contrapposte si deve costruire l’uomo. Nessuna di esse racchiude la distruzione, ma la responsabilità di vivere faccia a faccia dentro un mistero senza il quale la vita sarebbe impossibile. Perché più che un insieme di enigmi, siamo esattamente questo, un “mistero”: esseri visitati con la possibilità di trascendere se stessi, di proiettarsi all’infinito.
Il pericolo dell’educazione e della pastorale sta proprio nel generare la falsa illusione di risposte che ci lasciano assolutamente soddisfatti. Già Eraclito diceva che “colui che cerca la verità deve essere preparato all’inaspettato, poiché la verità è difficile da incontrare e sconcertante quando la si incontra”. Non possiamo risparmiarci né risparmiare a nessuno questo progredire lungo e lento attraverso gli interrogativi della vita, lontani da risposte rapide e immediate che, in fondo, sarebbero pura magia.
Giustamente consideriamo che l’educazione sta nell’insegnare a vivere, a guidare affinché ognuno impari a condurre il treno della propria vita per vie umane. E rispetto a ciò che succede agli animali – ai quali basta vivere semplicemente imparando la sopravvivenza – noi esseri umani, in un certo senso, siamo frutto di un parto prematuro. Nasciamo molto poco umani; abbiamo bisogno di cure continue e di una iniziazione che ci illumini nel labirinto di egoismi ed enigmi.
Insegnare vuol dire iniziare il compito dell’umanizzazione. “L’uomo, diceva S. Tommaso, è l’essere che nasce alla sua umanità imparando”. Ebbene, se non vogliamo prenderci in giro sull’essere umano, non dobbiamo dimenticare il suo enigma… e il suo mistero! “Che cosa vi è di così tuo come te stesso? che cosa vi è di meno tuo che te stesso?” così sintetizzava Agostino di Ippona le due realtà.

FINITO E MISTERO

L’enigma non si esaurisce mai né arriva a spiegare l’esistenza di un essere che, mentre prende coscienza di se stesso, si trova di fronte a un’esperienza e a interrogativi molto più profondi. Specialmente di fronte a eventi inaspettati che spezzano il ritmo quotidiano (come dolori o incidenti angoscianti – una malattia incurabile, la morte di una persona amata o la paura della solitudine che si presenta come un primo colpo mortale, ecc. – la noia o il tedio per una vita senza aspettative e senza felicità, l’insicurezza dinanzi al futuro…), palpiamo qualcosa di più che un enigma. In effetti, ciò che denominiamo finito o contingenza, cioè la sensazione profonda di angoscia nello scoprire la possibilità che “tutto sia casuale”, o peggio che “il tutto sia assurdo”, questa minaccia vaga e diffusa che si avvicina con la fine, lasciando chiaro che non siamo né eterni né infiniti, ci abbandona nelle mani del “mistero”. I desideri di infinito ed eternità, di vita e di amore, di libertà e felicità… sono falsi aneliti, semplici miraggi che svaniscono al contemplare faccia a faccia l’uomo di carne e ossa e le sue realizzazioni storiche?

Più che enigma, mistero

Siamo soliti riferirci al mistero in vari modi; il più comune lo rimanda a qualcosa di sconosciuto, almeno inizialmente, o relativo al mondo della scienza-finzione. Allo stesso modo siamo soliti aggettivare come misteriosi gli atti o le cerimonie segrete e, in generale, qualunque comportamento troppo scrupoloso e riservato. I dizionari includono tra i significati un riferimento alla religione cristiana, annotando che in tal caso il mistero è un “dogma irraggiungibile per la ragione, che occorre credere per fede” (no comment!).
Ebbene, noi non ci riferiamo a nessuna di queste accezioni. Utilizzeremo qui il termine nel senso usato da G. Marcel, contrapponendolo a problema. Certi fatti o eventi non possono essere catalogati semplicemente come problemi; per essere compresi a fondo devono condividere il nostro percorso come “compagni di cammino”, che non ammettono spiegazioni in quanto tali ma che, a poco a poco e dopo una lunga convivenza, sono capaci soltanto di suggerire significati e di chiedere fiducia.
I problemi, in tale contesto e in opposizione al mistero, sono sempre qualcosa di esterno alla vita, si riferiscono a dati – cercati, trovati o sconosciuti –: qualcosa che posso catalogare, specificare, registrare. Rimandano a spiegazioni o dimostrazioni e, in ultima istanza, a soluzioni: diventerebbero “parole parlate” (parole parlé) che, dopo essere state pronunciate, non sono più inquietanti e spariscono una volta intravisto il loro cammino…
Il mistero, invece, è inseparabile dalla persona (non posso collocarlo davanti a me come un oggetto – objectum –), si riferisce a significati inerenti alla vita degli esseri umani. Non è mai oggetto di dimostrazione e, quanto più uno cerca di penetrarlo, tanto più lontano ci rimanda, tanto più sembra trascendere e trascenderci. Per questo il mistero è fatto di “parole parlanti” (parole parlante) che, accolte come tali, sono in grado di comunicare il loro senso senza esaurire contenuti né interrogativi.
Molti pensano, a ragione, che uno dei mali peggiori della nostra società e cultura attuali derivi dalla riduzione del mistero a problemi, dalla incapacità di convivere con domande fondamentali per la vita – quelle che servivano a Kant, per esempio, per affrontare il grande interrogativo su “che cosa è l’uomo” – cosa posso conoscere? cosa devo fare? cosa posso aspettarmi? –, dal non accogliere né aprirci con fiducia al “dono della vita” o alla presenza piena di grazia con cui Dio ci visita, e, alla fine, dal desiderio di far passare tutto per l’anello di una ragione che calcola solo i profitti e che si chiude al gratuito, che ci rende incapaci di generosità e acceca i rapporti di amicizia tra le persone.
La nostra esistenza è disseminata di momenti propizi per addentraci nel mistero. Gli episodi particolarmente significativi della vita, i cambiamenti più pronunciati che segnano delle tappe diverse, i rapporti di amicizia e di amore, le grandi decisioni che cambiano il corso dell’esistenza personale, o, perché no, i conflitti, le tragedie, e le sconfitte, tutto contiene indubbiamente echi della voce del mistero.
Soffermiamoci su una “esperienza limite” che, purtroppo, fa parte della vita di molte persone. Pensiamo a un incidente stradale che tronca la vita di quel parente, amico o amica. Dinanzi a un fatto così tragico è possibile la spiegazione propria dei verbali che parlano di velocità, pneumatici, indice di frenata e altre questioni del genere. A questo livello siamo di fronte a un problema. Può anche darsi che alla lunga, cosa comunque strana e insolita, tutto sia visto e ricordato in questo modo: “Poverino! gli è venuto sonno; in un battere d’occhio è finito; così è la vita!”. Tuttavia, per la maggior parte di familiari e amici, l’incidente non è un semplice problema. E vengono fuori domande e domande tipiche del mistero: “Che senso ha la vita se è appesa a fili così sottili? perché lui o lei e non io? valgono la pena l’amicizia, l’amore, se sono condannati a sfociare nel dolore dell’assenza…?”.
L’esempio può chiarire la differenza tra mistero e problema. Familiari e amici potrebbero limitarsi, nonostante il grande dolore che provano, a guardare l’incidente come un problema in più della vita: o per rispettare esclusivamente le “spiegazioni scientifiche” che rendono conto delle cause che lo hanno provocato, oppure per zittire le domande che aprono al mistero. In quest’ultimo caso si verifica la riduzione del mistero a problema. I meccanismi di riduzione che possono essere scelti fanno parte di un ampio campionario: dare la vita per assurda e, di conseguenza, optare per trascorrerla godendo il più possibile e sopportando le sfide del dolore; chiudersi all’amore e all’amicizia perché l’esperienza non si ripeta mai più; racchiudersi in un dolore arido e sterile; limitare l’orizzonte della vita al più stretto “mangiamo e beviamo, perché domani dobbiamo morire”, e così via.
Occorre anche accogliere il mistero che ci visita, avvolto nelle vesti del dolore. Incomincia allora un processo lento e carico di silenzi che, a poco a poco, scarica parole (acquattate) dopo alcuni interrogativi così aridi e netti. Queste “parole parlanti” danno nuova vita al cuore che li ospita e li ascolta.

Enigma, “mistero” ed educazione

Se non vogliamo prenderci in giro sull’uomo, non dobbiamo dimenticare il suo enigma e il suo mistero. In questo senso, nulla vale come chiedere aiuto agli eterni paradossi dell’uomo per sentire il pungolo del primo e il richiamo del secondo.
La più elementare formulazione dell’enigma che siamo, e che ci colloca alle porte del mistero, riguarda le somiglianze e le differenze con il resto degli esseri viventi e delle cose. Facciamo parte del mondo materiale e animale, ma allo stesso tempo la nostra capacità di organizzare, di dare senso e, soprattutto, la nostra coscienza, ci allontanano e ci distinguono radicalmente dalla materia e dagli animali. Quindi siamo una strana e profonda unione di due dimensioni difficili da sposare: dove una – la spiritualità o creatività umana – trascende totalmente dall’altra – materialità o corporalità – che, tuttavia, è sostegno imprescindibile e condizionante di quella. In noi non vi è nulla di soltanto corporeo o soltanto spirituale, per cui non possiamo né abbandonarci in braccio ai desideri corporali né consolarci esclusivamente con la trascendenza di cui è capace il nostro spirito.
Il grande mistero che questo enigma fondamentale racchiude, colloca nelle nostre mani il paradosso di una vita minacciata dalla morte. Forse è il primo interrogativo, la perplessità fondamentale che occorre affrontare in modo educativo, allo stesso modo che cercare di suscitare il coraggio di vivere di fronte alla morte. Perché la minaccia della morte ci induce a cercare false anestesie di fronte alla paura o a negare il suo mistero invece di accoglierlo. Le false fughe o l’occultamento della morte ci impediscono di dare senso a ognuna delle “morti anticipate” che ci toccano con le malattie, le sconfitte, la vecchiaia, ecc.
Enigmatiche e cariche di mistero sono anche le numerose promesse che riempiono la vita degli esseri umani: amore, successi di ogni tipo, bellezza, grandezza, amicizia, potere, ecc. Per non restare semplicemente accecati o aggrappati a nessuna di esse, abbiamo bisogno di educar(ci) nella generosità, come virtù base per convivere coi nostri simili, e nella prudenza, che ci consente di accettare gli enigmi che non possiamo eliminare. Voler acciuffare immediatamente una qualunque di queste promesse per trarre da esse, semplicemente, tutto il loro frutto ci porta alla loro distruzione. Se non rispettiamo il mistero che esse nascondono, ci disumanizziamo.
Questa è la paradossale realtà della nostra condizione di “animali simbolici”: il simbolismo di cui siamo capaci ci apre percorsi insospettati, ci avvicina persino al terreno di Dio; ma continuiamo ad essere legati a un’animalità che la mette a rischio costantemente. “Educare al senso del mistero” consentirà non solo di sviluppare la capacità simbolica, ma di affrontare sul serio il vero senso umano della vita. Oltre al cammino educativo che conduce all’ammirazione per quanto ci circonda o alla “accettazione incondizionata” della propria esistenza, cui indirettamente si faceva riferimento in precedenza, dobbiamo spingere la ricerca di senso attraverso il silenzio e il viaggio all’interno di noi stessi, attraverso la solidarietà, la riflessione, l’arte o la natura.
I processi educativo-pastorali, dunque, devono recuperare le domande fondamentali dell’essere umano, insegnare a convivere con gli enigmi e il mistero della vita, cercando di elevare il livello o riempiendo di una densità sempre maggiore gli interrogativi che essi suscitano. Insieme alle questioni enunciate e per quello che concerne la pastorale giovanile, ogni giovane deve confrontarsi con le domande che scaturiscono dal richiamo a vivere con gli altri, alla libertà o a costruire razionalmente la propria esistenza.
Cercare, allora, tra i luoghi impervi di una società, nella quale tutti ci riempiamo la bocca proclamando idee di uguaglianza e fraternità, mentre essa si carica fino all’orlo di disuguaglianza e ingiustizia; indagare al tempo stesso sul paradosso che oggi nasconde la libertà: mentre il nostro è un tempo in cui forse più si esalta la libertà, poche volte l’uomo è stato più maneggiabile e maneggiato, meno padrone di se stesso, più giocattolo nelle mani dei mezzi di comunicazione e della pubblicità. Cercare e indagare, in definitiva, il perché usiamo così spesso la ragione più per razionalizzare che per ragionare, cioè, più per giustificare interessi e nascondere le bugie che per perseguire la verità; più per imporre con la forza che per farci guidare dalla sua forza.
È possibile che, guardando le cose così, dal loro lato negativo, esistano più ragioni per sentire la “tristezza del finito” (P. Ricoeur). Occorre anche provocare questa tristezza in modo educativo, coscienti del fatto che la sua radice è nella sproporzione racchiusa negli enigmi e nel mistero umani: la nostra libertà e capacità simbolica trascendono il finito e la contingenza, ma senza abbandonarla e senza poter prescindere da essa; per la stessa ragione godiamo del primo ma sentiamo la tristezza di doverlo far dipendere dal secondo.
Non si dovrà dimenticare, ricordiamolo, un’altra contraddizione radicale che ci scoraggia: la leggerezza e incoerenza del nostro modo di comportarci in vari momenti.
Più che il dualismo tra materia e spirito, libertà e schiavitù o ragione e assurdo, si tratta della contraddizione – già espressa da Ovidio: “Vedo il meglio e lo approvo, ma seguo il peggio” – che San Paolo ammetteva scrivendo ai Romani: “Comprendo perfettamente quanto mi dite, visto che a me accade lo stesso: molte volte voglio ciò che non faccio e altre volte faccio quello che non voglio” (cf Rm 7,15).
Infine… e se fosse possibile ricevere gratuitamente una risposta al senso del mistero in cui è avvolta la nostra esistenza?

IL “MISTERO” CHE ABITIAMO

Ripassando attentamente la Scrittura forse dobbiamo invertire il classico cammino verso Dio. Più che tentare di dimostrare o provare Dio, oggi abbiamo bisogno di scoprire “un Dio che ci dimostri o ci provi”. Per il resto, attraversiamo tempi propizi per cambiare direzione: cercando “Dio per pensare all’uomo” (A. Gesché) – più che per esigere sottomissione – e rispettando quanti non credono in Lui come noi.
Al momento di intraprendere un simile cammino, abbiamo già gran parte del bagaglio, ovvero i desideri e le speranze, le angustie e le disillusioni… delle donne e degli uomini, dei giovani dei nostri giorni. E, soprattutto, possiamo contare sul suo amore, sulla sua fede sfacciata nell’essere umano. Da qui la conseguenza che sia meglio, e più in sintonia con lo stato di coscienza dell’uomo contemporaneo, presentare questa fede di Dio nell’uomo piuttosto che esigere, da persone ferite dallo sconforto e demoralizzate, una fede in Dio da intendersi come un peso aggiuntivo.

Dio ci fornisce prove

Per cercare la sua autentica e profonda identità, per sapere quello che è, per mettersi alla prova, l’uomo non si è accontentato di guardare se stesso, o di volgere lo sguardo alla natura o di trovarsi faccia a faccia con gli altri. Ha sempre desiderato una conferma più alta, che proceda dallo stesso Dio: l’uomo, in una maniera o nell’altra, ha cercato in Dio la prova di se stesso. E un Dio che ci mettesse alla prova, che ci potesse dire quello che veramente siamo, al tempo stesso sarebbe anche Lui alla prova: così in un solo colpo ci dimostrerebbe quello che vale.
Gesù di Nazaret ci ha mostrato molto più di tutto questo. In principio ha mostrato chiaramente che non siamo neanche noi quelli che veramente ci innalziamo a Dio, ma è Lui stesso che scende; siamo esseri visitati, abitati da un Dio che ha fiducia in noi.
Non siamo unicamente esseri creati, né soltanto uomini e donne superiori al resto di quanto esiste. Siamo “capaci di Dio”, figli e figlie di Dio: “Guarda che amore ci ha donato il Padre per chiamarci figli di Dio, e infatti lo siamo!” (1 Gv 3,1). Abbiamo osato gridare a Dio chiedendo una risposta dall’alto e abbiamo ricevuto una risposta chiara: Egli ci ha creato per amore e per la salvezza, ci accompagna con un amore totale, incondizionato e gratuito, e ci ha dato la possibilità di partecipare alla sua stessa vita divina.
Noi non siamo soliti soffermarci a considerare la capacità divina dell’uomo (mentre ci occupiamo della portata diabolica dei suoi atti), né tanto meno la pastorale è abituata a occuparsi di questa questione. Tutto il messaggio evangelico, tuttavia, è attraversato e converge in tale capacità di partecipazione divina con la quale l’essere umano è visto alla luce di Cristo.
“Siamo lignaggio di Dio”, ripeterà varie volte San Paolo (cf At 17,28-29) e San Pietro andrà ancora più lontano: ”[Dio] ci ha concesso tutto il necessario per la vita […], per partecipare alla natura divina” (2 Pe 1,3-4).
Disposti ad andare ancora più lontano nel nostro ardimento, di fronte alla classica affermazione che Dio non ha “perché”, non dovremo domandarci se, per caso, fossimo noi il suo perché…? Cos’altro significa il suo amore incondizionato e gratuito? E tale amore, cosa ci indica se non che Dio crede totalmente in noi?

Dio è la “prova” dell’uomo

Siamo esseri che abitano un mistero, una realtà che più che superare la nostra intelligenza la illumina. Questa è la sua luce: “Dio è amore” (1 Gv 4,8). Stanchi di ascoltare queste parole, forse le pronunciamo ed esse risuonano con un tono pigro, o peggio, si intendono male, come se Dio accondiscendesse a offrirci il suo amore, ma in fondo ci amasse solo per scherzo.
Non smettiamo di credere che Dio ci ami; non ci stiamo immaginando di meritare tale predilezione.
Bisogna considerare che è tutto al contrario: dinanzi a Dio non esiste il problema di meritare, non dobbiamo negoziare o guadagnare nulla; ci dà tutto dall’inizio. Lui ci regala il suo amore gratuitamente e incondizionatamente, non dobbiamo lottare per renderci meritevoli di Lui raggiungendo grandezze o sconfiggendo debolezze, tutti “siamo desiderabili” ai suoi occhi così come siamo.
Dio crede in noi; ora sta a noi: crediamo abbastanza in noi stessi da raggiungere quel livello di stima che Dio ci concede? In questo Dio che tanto ci ama abbiamo la prova di ciò che siamo ai suoi occhi: questa è la nostra prova e il terreno sui cui camminiamo! Dio ci propone un destino capace di colmare tutti i desideri: “Siete dei” (Sal 82,6). Semplicemente ci chiede di credere in noi stessi, di credere a questo destino.
È possibile rispondere col dubbio o col rifiuto. Possiamo anche accettare questo mistero e riconoscerci nel riconoscimento di Dio. In ogni caso la proposta è… impressionante! Dovremo chiamarla la “fede di Dio”, la fede che Dio ha in noi, che si manifesta nel dono del suo amore. Lo stupore dinanzi a questo mistero deve cedere il passo all’obbligo di avere fiducia in noi stessi per non smentire questa fede di Dio.
Fede e religione, in questa prospettiva ed evitando ogni tipo di riduzione funzionalista, possono conformarsi come questo “fattore fiducia” imprescindibile per crescere e maturare armonicamente come persone, accogliendo il mistero della vita, rafforzando il processo di identificazione personale e assumendo responsabilmente la libertà.
Fermo restando che tutto ciò dipenderà in buona misura dal modo in cui si intende la fede e la religione, vale a dire, dal modo in cui si concepisce Dio nella storia.
Perché… la forma storica di esistenza del Dio cristiano significa non solo che è possibile avere un’esperienza di Dio nell’ambito della storia, ma soprattutto che la storia tocca Dio nel suo essere. Dio non è solo, come giustamente ha sottolineato W. Kasper, “l’onnipotenza sulla storia, ma anche la onni-compassione nella storia”.

(Traduzione dallo spagnolo di Alessandra Natola)


NOTE

1) Non pensiamo di dire delle grosse novità... ma raramente quello che si scrive o su cui si riflette lo è: in effetti è un cucire elementi dispersi già esistenti, magari proponendo una lettura che li relazioni in maniera diversa, così che ciò possa essere utile per capire meglio e più profondamente la vita. Per quello che mi riguarda, mi rifaccio in modo particolare a spunti e intuizioni di A. Gesché, Dieu pour penser (I. Le mal; II. L’homme), Editions Du Cerf, Paris 1993; J.I. González Faus, Acceso creyente al hombre, Cristianismo y Justicia, Barcelona 1995. D’altra parte sto toccando un tema su cui ho avuto occasione di riflettere in altri miei scritti (cf J.L. Moral, Creado creador. Apuntes de la historia de Dios con el hombre, Ed. CCS, Madrid 1999; Id. Recuperar las ”grandes preguntas”, in "Misión Joven" 263 (1998), 5-16).