Senso del limite ed esperienza di Dio in una società dominata da Narciso

Inserito in NPG annata 2003.

Antonio Jiménez Ortiz

(NPG 2003-07-34)



Secolarizzazione e libertà religiosa, pluralismo e tolleranza, individualismo e solidarietà, filosofia di mercato e politica sociale, contesto pragmatico e tendenze spiritualiste, partecipazione democratica e poteri occulti, scienza ed esoterismo, violenza e movimenti pacifisti, sensibilità ecologica e inquinamento ambientale, politica e corruzione... sono alcuni dei binomi che descrivono la complessità delle società occidentali.

COMPLESSITÀ, CONFUSIONE E MANIA DI ONNIPOTENZA

Nel mondo postmoderno non sono più in atto i sistemi di riferimento globali di carattere ideologico e religioso che ci hanno orientato negli ultimi decenni: ciò che rimane sono dei sottosistemi o frammenti di ideologie che non hanno però la forza di aprire un varco nella giungla della società contemporanea. Il pluralismo ideologico si fa sempre più sfuggente e la confusione regna sovrana: le scale di valori in circolazione sono numerose e le più disparate.
Sia gli adulti che i giovani sono ossessionati dalla incertezza e dalla vulnerabilità delle relazioni sia affettive che sociali. Si spiega così la continua ricerca di spazi privati e il tribalismo di molti giovani, bisognosi di supporti emotivi e di gruppi circoscritti. A partire da questa prospettiva essi compiono una scelta selezionata delle offerte di ogni genere che la società propone, guidati solo dai loro interessi personali. Si ripone fiducia nell’amico, nella famiglia, nell’ambiente circostante, mentre si prendono le distanze di fronte alle istituzioni sociali e si rifiutano le chiese. In un mondo complesso e conflittuale, si avverte il bisogno di senso, di orientamento, di luce.
Notiamo nella società odierna i segni di una curiosità morbosa per tutto ciò che è esoterico e paranormale, per tutto ciò che è misterioso. D’altra parte, però, la nostalgia del Mistero, come realtà sacra, viene ostacolata dalla società consumista e dal narcisimo autoreferenziale. Gli altri, di solito, sono benvenuti a patto però che non portino problemi: non vi è nessuna voglia di affacciarsi sul mistero personale dell’altro, né di approfondire il proprio mistero. È meglio vivere alla giornata, intrattenendo relazioni gratificanti e superficiali. Si fugge il dolore e si emargina socialmente la realtà della morte, esperienze queste che per secoli hanno aperto agli uomini e alle donne l’interrogativo sull’al di là e sul Mistero trascendente.
Di per sé la maggior parte dei giovani non rifiuta Dio e crede anche in lui: però lo preferiscono familiare, vicino, addomesticato, emozionalmente gratificante. È preferibile una immagine di Dio come forza cosmica manipolabile, che non come un Tu in un dialogo responsabile ed esigente. Agli adolescenti e ai giovani riesce molto difficile capire che la fede ha a che fare con realtà quali deserto, sete, rischio, notte oscura, o con quel “Mysterium tremendum et fascinosum”, cui fa riferimento l’umana ricerca religiosa di tutti i tempi.
Il XX secolo è stato un secolo di grandi passioni: né il progresso della scienza e della tecnica, né le ideologie politiche che hanno attraversato il secolo con utopie e rivoluzioni, né le guerre mondiali e regionali che lo hanno disseminato di violenza e terrore, né le migliaia di martiri che hanno dato testimonianza del loro Dio e della loro speranza terrena, né la letteratura, né le avanguardie della pittura, né la storia del cinema, né l’inizio della conquista dello spazio... possono comprendersi senza donne e uomini appassionati da una idea, da un progetto, da una causa, dalla ricerca incessante della bellezza, della libertà, dell’amore...
Ora invece viviamo il riflusso della passione. Molti adolescenti e giovani crescono con l’idea che le cose... e anche, purtroppo, le persone funzionano e agiscono premendo semplicemente un interruttore. Nell’informatica, possiamo cancellare una parola fuori posto, una bella pagina, un racconto o una immagine, o un’intera biblioteca... premendo semplicemente un tasto, senza farcene un problema. Si vive la vita con pochi principi e poche convinzioni, facendo in modo che gli avvenimenti, il vissuto e le esperienze non lascino alcuna traccia.
Si cerca in tutti i modi di non fare rinunce né grandi sacrifici, di non porsi alcun limite, di non incasellarsi in un credo determinato, di mantenere la libertà di abbandonare qualsiasi impegno per buttarsi nell’immediatezza dei bisogni e dei desideri: l’importante nella vita è saper scivolare, galleggiare, volare... senza legarsi, né lasciarsi entusiasmare dalla passione. Per anni si vive con l’illusione che l’esistenza si può programmare e dirigere con facilità, avendo tra le mani un immaginario e onnipotente comando a distanza: “Qualsiasi delirio di grandezza: agire a distanza sul mondo, vincere la forza di gravità, sperimentare l’onnipotenza del pensiero, può essere soddisfatto schiacciando un bottone, attraversando una cellula fotoelettrica”. [1]
La scienza e la tecnologia poste al servizio del consumismo alimentano il desiderio di onnipotenza. Pascal Bruckner afferma efficacemente che il progresso rinfocola la nostra febbre. La tecnica ci mantiene nella religione dell’avidità, facendo sì che ciò che è possibile si renda desiderabile, e ciò che è desiderabile divenga necessario. Vogliamo tutto e il suo contrario: che la società ci protegga senza però nulla proibirci, senza alcun obbligo, vogliamo che ci assista affettuosamente, ma senza importunarci, vogliamo che sia disponibile per noi senza che noi siamo disponibili per essa. Il dominio del capriccio polverizza il principio dell’alterità e indebolisce le fondamenta del soggetto, poiché non si pongono limiti di alcun tipo alla valanga dei desideri. [2] Come si esprime J.A. Marina: “L’Io si sta trasformando in un “complesso indefinito”. Ovunque si va delineando la scomparsa della nuda realtà, avviene una specie di desostanziazione, che è la caratteristica della postmodernità. Il nostro modo di vivere, che non riesce a comprendere altri valori che non siano quelli della soddisfazione immediata, favorisce una dissoluzione dell’Io – l’Io dissoluto – per dirla con un termine un po’ anacronistico”. [3]
La rinuncia all’onnipotenza infantile avviene nel momento in cui si diventa capaci di assumere le frustrazioni provocate dalla finitudine esistenziale e i suoi inevitabili limiti, senza che tali frustrazioni scatenino una aggressività distruttiva contro coloro che ne vengono ritenuti responsabili o contro noi stessi. Crescere e maturare comporta la serena accettazione che il nostro desiderio può essere ostacolato, negato, ridotto nelle sue aspirazioni. [4]

LA NEGAZIONE DEL LIMITE: LA TENTEAZIONE DEL NARCISISMO

Già nel 1983 Gilles Lipovetsky parlava del neonarcisismo [5] come nuovo spirito del tempo, in cui solo la sfera del privato può sopravvivere nel maremoto di apatia frivola che invade da ogni parte. La preoccupazione dell’individuo è incentrata sul suo io e sui suoi andirivieni psicologici. Lo sviluppo psichico si trasforma in una nuova bulimia: psicoanalisi, yoga, zen, espressione corporea, dinamica di gruppo, meditazione trascendentale… stanno favorendo una grande spinta narcisista, rinchiudendo il soggetto in una circolarità retta solamente dall’autoseduzione del desiderio. In tal modo la ricerca di autenticità mette completamente da parte la reciprocità, e la conoscenza ossessiva di se stessi esclude il riconoscimento dell’altro, che viene relegato nell’ombra nel processo di umanizzazione. [6]
L’esperienza degli ultimi anni ha confermato le acute riflessioni del sociologo Gilles Lipovetsky. La distorsione narcisista della personalità è una sindrome tipica del nostro tempo postmoderno, per la quale viene pagato un alto prezzo: vulnerabilità, abbandono, solitudine, vuoto, mancanza di senso, inflazione dell’io e dei suoi bisogni, paura dell’alterità, fragilità nelle relazioni, rifiuto istintivo dei limiti che la finitudine esistenziale comporta. Si chiudono gli occhi davanti alla realtà e alla sua ineludibile opacità, e si vive dentro una nuvola carica di senso di onnipotenza. È vero che vi è una certa predisposizione alla solidarietà. Ma spesso l’atto di generosità è orientato alla ricerca del tornaconto personale, alimentando di fatto l’autostima narcisista e la supervalutazione dell’io. L’impegno per gli altri poggia così su una base fragile, giacché la ricerca di gratificazione strumentalizza l’altro e le sue possibili domande. [7]
Il narcisista, legato ai suoi desideri e ai suoi bisogni, incontra grandi difficoltà ad aprirsi gratuitamente a qualcuno, che egli non possa controllare in modo da porlo a servizio dei suoi interessi. Il narcisista non è capace di discernere l’alterità, non la percepisce come una opportunità di maturazione. [8] Tende a manipolare la realtà dell’altro (e pertanto anche il Mistero di Dio) per adeguarlo ai suoi desideri, per convertirlo in strumento utile al suo egocentrismo. Aprirsi all’autentica esperienza di Dio suppone invece l’abbattimento radicale di quei muri e di quelle difese che può avere un giovane ossessionato dal suo io.
Il Dio di Gesù Cristo è un Dio sorprendente e sconcertante, che rompe i nostri schemi e i nostri progetti. Gesù lo sperimentò nella sua stessa carne nella solitudine del Getsemani, quando vedeva avvicinarsi la morte: Andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva: Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu (Mc 14, 35-36). Il Dio della salvezza e della misericordia continua ad essere un Mistero: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore –. Come il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55, 8-9). Dio interviene nella storia misteriosamente. Offre la salvezza, però non ci esime dal peso dei limiti della nostra esistenza.
In che modo un giovane – in un contesto di narcisismo edonista – potrà aprirsi in maniera conseguente e definitiva all’esperienza di un Dio che risponde a Mosè: Quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere (Es 33, 22-23)? Come accettare un Dio che scompiglia i miei piani così precisamente elaborati, che resta in silenzio davanti al mio io angosciato, che mi fa perdere la pazienza?

IL SENSO DEL LIMITE NELL'ACCOMPAGNAMENTO VERSO L'ESPERIENZA DI DIO

All’inizio del nuovo secolo, nelle società europee occidentali, la maggior parte dei giovani è segnata dal realismo, dal pragmatismo e dall’utilitarismo. Essi non credono nelle utopie e non si fidano di alcun tipo di rivoluzione. Non si entusiasmano tanto facilmente. Nella loro vita prevale la atomizzazione, la simultaneità, la superficialità. Si sono assestati nella quotidianità. Non hanno grandi convinzioni. Sono permissivi, tolleranti, relativisti. Piace loro giocare con molteplici scelte e sanno mettere insieme identità di per sé contraddittorie. Si sentono liberi, consumisti, generosi, autentici. Non accettano l’ingiustizia e vogliono essere solidali. Puntano su cause nobili, però manca loro l’esercizio della disciplina. Sono cresciuti senza essere educati al significato del concetto del limite. Per essi il limite non è concepibile. In una lista delle cose importanti per la loro vita collocheranno la famiglia e l’amicizia ai primi posti e la religione e la politica agli ultimi. Il loro rifugio sembra essere il divertimento e il loro paradiso la notte.
Esistono, senza dubbio, in ambito giovanile nuove possibilità e vissuti che possono facilitare l’apertura all’esperienza religiosa. Bisogna riconoscere che dall’inizio degli anni ’90 si intravedono tendenze che indicano un cambiamento significativo nelle società occidentali: sono in ascesa in maniera notevole i valori postmaterialisti. Si desidera e si cerca più umanizzazione e più personalizzazione, più partecipazione nella vita pubblica e più libertà di espressione, un ambiente umano e naturale più bello ed ecologico.
Le maggiori priorità degli ultimi anni, che caratterizzeranno il futuro immediato, rispondono ad uno schema di valori postmaterialisti: la vita semplice e naturale, la vita familiare, la realizzazione personale dell’individuo… Si ripone meno fiducia nello sviluppo scientifico e tecnologico, e si dà meno importanza al denaro in quanto tale. Vi sono dati che lasciano intendere che assistiamo ad un declino del materialismo grossolano. E secondo queste analisi, gli interessi prioritari si situano al gradino superiore della scala dei bisogni dell’individuo: nell’area dello spirituale, del simbolico e dell’estetico. Si riscontra tra i giovani l’esistenza di esperienze umane significative (fra queste, il loro essere affascinati dalla grandezza e dalla bellezza della natura e del mondo) che rompono la routine quotidiana, addentrandosi fino alla dimensione religiosa. Forse sorprenderà l’interesse che suscita in alcuni giovani la questione dell’“al di là” come apertura verso l’infinito e come rifiuto della finitezza. E negli ambienti dei giovani cristiani impegnati, come per esempio nel campo della vita religiosa, nei movimenti ecclesiali, nelle organizzazioni giovanili, nei seminari, si scopre in molti di essi un desiderio di radicalità evangelica e carismatica, una ricerca di semplicità e di chiarezza, un desiderio di vivere in comunità fraterne e accoglienti, una inclinazione verso la spiritualità, anche se imprecisa e a volte confusa con le sue connotazione psicologiche… Si riscontrano anche attitudini alla compassione e alla solidarietà, sensibilità per l’esperienza estetica e simbolica. Come aiutare i giovani a creare una base solida per una autentica esperienza di Dio?

Promuovere la coscienza della finitudine e della creaturalità

Come aprire gli occhi, la mente e il cuore alla realtà che sta oltre l’io narcisista, bloccato nei propri bisogni, desideri e interessi, in una quotidianità senza orizzonte trascendente? È precisamente il confrontarsi con la morte che alla fine ci rende coscienti dei confini della vita, della inquietante esperienza della finitudine.
È ormai un luogo comune affermare che la società attuale si difende di fronte allo “spettacolo della morte”. In altre epoche e in altre culture contemporanee la morte era ed è integrata nella vita quotidiana. Nel nostro contesto sociale sono migliorati in modo considerevole i servizi che circondano questa esperienza estrema dell’uomo: compagnie assicuratrici, unità specializzate negli ospedali, cimiteri, camere ardenti, la possibilità di cremazione… Senza dubbio la morte sta divenendo una realtà praticamente occultata nel contesto sociale. Si prende coscienza di essa solo quando tocca un amico o un familiare più prossimo. Altrimenti il tutto si riduce alla presenza obbligata a qualche funerale, agli annunci mortuari che incrociamo quando sfogliamo un giornale, alla fredda e anonima lista dei morti per incidenti stradali in ogni fine settimana, alla visione di immagini nei notiziari televisivi, che ci sembrano sempre più spesso virtuali come le immagini che vediamo nelle innumerevoli sequenze cinematografiche di violenza.
D’altra parte la maggior parte dei giovani suole vivere l’esistenza come una evidenza, come qualcosa di scontato. E così la morte appare come una sorpresa imprevista che pone interrogativi alla vita quotidiana, al suo significato. La morte obbliga al realismo: l’esperienza della vita contiene al suo interno un confine invalicabile. I discorsi e gli argomenti sembrano vanificarsi di fronte a questa radicale sconfitta dell’essere umano, che non si può banalizzare né camuffare, e che rappresenta l’evidenza irrefutabile della finitudine umana.
L’interrogativo sulla morte scatena una serie di domande. Che ne è degli imperativi etici quali la dignità, la libertà, la giustizia? Come pretenderli se l’immensa maggioranza degli esseri umani sono stati travolti nel mulinello della morte senza che per essi si sia realizzata la possibilità di giustizia, di libertà, di dignità? Come lottare per il futuro se esiste solo l’abisso della morte? Su che cosa fondare la speranza? La mia vita che cos’è: pura casualità o singolarità irripetibile? A partire dalla vita si cerca una vittoria sulla morte: sarà possibile andare oltre, vedere oltre questo fatto oscuro, opaco, impenetrabile? E così si scopre nell’essere umano l’intima fiducia che l’Essere non sarà definitivamente inghiottito dal nulla.[9]

Riconoscere l’appello dell’alterità e le sue conseguenze etiche

Nella società attuale si è cominciato a percepire il tempo libero come un tempo centrale e non solo come un tempo successivo al lavoro, come uno spazio intimo, e non solo esteriore all’insieme della vita sociale. Il tempo libero non può essere ancora inteso come un fenomeno sociale marginale, bensì come un fenomeno sociale universale, poiché esso non è più un privilegio riservato solo ad alcuni. Il tempo libero ha acquisito ormai il carattere di un diritto civile, che lo costituisce come il nucleo primario di una cultura della felicità e del piacere.
Per il giovane di oggi, il tempo libero è caratterizzato dalla ricerca del soddisfacimento come fine a se stesso. È il tempo del divertimento, che si è trasformato non solo in una necessità individuale, bensì in un bisogno sociale che si è obbligati a soddisfare per non perdere prestigio. Negli spettacoli si cerca il contatto con una realtà che diverta ed emozioni con leggerezza, senza infastidire. In tal modo si evita il dolore, la pesantezza del reale, il carico di responsabilità. Il divertimento appare come l’unica salvezza a portata di mano: è la materializzazione più verosimile della felicità. [10] È vero, però, che la realizzazione personale, a cui tanto si aspira, non si può fondare sul convincimento di poter fare ciò che si vuole, nella ricerca continua del proprio soddisfacimento. A prescindere dagli altri non è possibile alcuna realizzazione. Insieme ad essi e con essi io divento persona. Nella loro alterità essi rappresentano un limite e nello stesso tempo una possibilità. Ma se non si ammettono i limiti, le relazioni personali sono destinate a naufragare, quando l’incanto dell’innamoramento svanisce, o nel momento in cui ci si inoltra nei vicoli ciechi della manipolazione personale, della strumentalizzazione erotica, del sadismo o del masochismo.
In un contesto sociale che promuove il narcisismo e la negazione del limite, diventa indispensabile sensibilizzare ai valori più decisivi, alle questioni più scottanti dell’umanità in questo momento: il destino dell’uomo, la domanda di senso, la bellezza, l’amore, la violenza, la morte, la sofferenza e la fame di milioni di esseri umani, l’anelito dell’uomo verso l’infinito che si manifesta in esperienze significative quali l’esigenza di giustizia, la preoccupazione per l’ambiente, le conseguenze del consumismo…
Se vogliamo che il giovane si incammini verso l’autenticità dell’esperienza di Dio, egli deve riconoscere che vi sono valori per cui vale la pena impegnare e spendere la propria libertà, e che la vita bisogna viverla con serietà, assumendosi le proprie responsabilità. Ciò significa saper rendere conto agli altri, accettando che né il divertimento, né la competitività possano essere i motori delle relazioni personali. Che gli altri devono essere accolti, ascoltati. Le loro richieste scuotono la nostra coscienza e ci obbligano a riconoscere le loro persone come valori che ci interpellano e ci portano all’impegno etico, che apre la strada verso il riconoscimento della trascendenza.

Insegnare a decidere: l’educazione della volontà

A causa dell’influsso della mentalità postmoderna, giovani e adolescenti tendono ad un individualismo di tipo psicologista, in cui sono i sentimenti o le preferenze personali ad orientare molto spesso il loro agire e le loro decisioni morali. In non pochi giovani credenti sogliono essere le emozioni suscitate da una diretta testimonianza di vita che ordinariamente sostengono la loro scelta religiosa. La loro religiosità acquisisce una matrice molto affettiva ed emozionale. Sottolineano con enfasi gli aspetti esperienziali e sensibili della preghiera personale e comunitaria. La scarsa propensione alla riflessione conduce inevitabilmente a concepire l’esperienza di Dio come qualcosa di puramente emotivo e sentimentale, senza consistenza e, di fatto, destinata a durare poco.
Sappiamo che uno dei grandi compiti nella formazione dei giovani consiste nell’educazione della volontà. E non è solo questione di esercizio, né di semplice rafforzamento. Sottese al tema della volontà vi sono una serie di attitudini che rendono difficile prendere decisioni in maniera intelligente e critica, e quindi risoluta. Dal momento in cui non si riesce ad attuare il passaggio dalla decisione all’azione, le loro scelte e le loro opinioni sono sempre suscettibili di modificazioni improvvise. La loro pretesa è di accomodarsi continuamente in uno scenario sociale sempre mutevole, in cui il provvisorio prevale su ciò che è stabile. La regola da seguire è il qui e ora, come linea di attuazione più realista ed efficace. Tutto questo può generare personalità fragili, senza certezze assimilate vitalmente, che non si sentono capaci di scelte definitive, che impegnano l’individuo per sempre, poiché non si è capaci di rinunciare a niente.[11] E così risulta molto difficile una autentica esperienza di Dio, che si faccia convinzione intima della persona, capace di illuminare e di strutturare l’interiorità affettiva, l’orizzonte mentale e la fatica di vivere.
Dove trovare il coraggio per prendere decisioni che impegnino veramente? Essendo in grado di scegliere ciò che veramente conta. A questo punto il problema diventa il confronto tra i valori. Ma è possibile questo confronto conoscendo con quanta facilità si cambia il terreno di gioco, per cui si convive con scale di valori teoricamente inconciliabili fra loro?
Forse la strada verso una scelta matura e decisa in un contesto di grande soggettivismo dovrebbe venire dalla scoperta della propria interiorità da parte del giovane, accompagnandolo nel processo della conoscenza e della comprensione di sé in maniera realista, e aiutandolo al raggiungimento della capacità di progettarsi dal di dentro, a partire dalla propria intimità, dalla solitudine interiore in cui è possibile sperimentare il bisogno di decisioni che unifichino coerentemente la propria esistenza [12]. L’esperienza di Dio, se è autentica, mi pone sempre davanti una missione, un impegno. Tutto questo richiede l’esercizio della libertà, sostenuta da una volontà decisa. E questa non si acquista senza l’esperienza del limite: poiché la volontà si corrobora nell’obbedienza ad una idea, ad un progetto; cioè nella capacità di scegliere e di rinunciare. A questo punto diventa decisiva l’educazione familiare, il saper orientare e accompagnare i figli ad accettare i limiti propri della vita quotidiana. L’abbandono affettivo o la superprotezione conducono ad una esperienza esistenziale in cui si ignora il senso del limite e viene favorito il costituirsi di personalità senza convinzioni ferme, centrate sui propri interessi, per lo più insensibili ai bisogni degli altri.

La gratuità come accettazione del limite e ponte verso la Trascendenza

Sappiamo del narcisismo ambientale in cui crescono adolescenti e giovani, dell’individualismo che ovunque viene propugnato, e della distanza psicologica che molti di essi avvertono di fronte alle istituzioni e la loro fuga dagli impegni pubblici e, soprattutto, politici. Si dà maggiore attenzione al piccolo, al locale, al personale e tangibile. Non lascia ben sperare per il futuro l’allergia che hanno molti giovani di fronte alla politica. Anche se abbiamo a tale proposito un buon punto di partenza: in genere, la gente giovane è generosa se sappiamo motivare il genere di impegno. Bisognerebbe aiutarli a decentrarsi dal loro localismo postmoderno e ad aprirsi ad un orizzonte più ampio. Ma sappiamo che essi sono sensibili a questioni umane concrete per le quali sono disposti ad impegnarsi.
Il problema è dato dalla visione pragmatica e utilitarista che tende a mercificare tutto. “Cosa ci guadagno io?” è la domanda insidiosa nell’ambito giovanile di fronte ad una proposta di impegno. E spesso ciò che la personalità narcisista ricerca è la gratificazione psicologica, il riconoscimento, l’autostima, il protagonismo. Ed è qui che bisogna aiutare a purificare le intenzioni per far sì che affiori la gratuità.
Perché faccio questo? Qual è la ragione del mio agire? Il volto dell’altro si trasforma allora in simbolo di trascendenza. Mi obbliga ad uscire da me stesso, a scoprire un fondamento che sostenga questo amore gratuito, questa speranza che si offre attraverso la realizzazione di un servizio. La gratuità può aiutare il giovane a distinguere la realtà che si vede e che si tocca, che risulta familiare e facilmente interpretabile da un’altra realtà che si intuisce, che è misteriosa, che sfugge al nostro controllo e che ci avvicina al mistero, e alla quale possiamo accedere solamente attraverso l’esperienza religiosa.
L’autenticità della propria vita, la sua profondità e il suo mistero si scoprono quando l’essere umano decide di decentrarsi. La nostra esistenza comincia ad acquistare consistenza e senso quando è capace di mettersi all’ascolto dell’altro, dei suoi bisogni e del suo grido di aiuto. Uscire da se stessi è la strada per incontrarsi veramente. Vivere è prendere il cammino dell’esodo verso gli altri. E in questo cammino sperimentiamo l’esistenza di ostacoli, di limiti, facciamo esperienza di contrasti che ci obbligano alla ricerca. L’altro e la sua sofferenza ci spingono ad aprire gli occhi e a guardare oltre. L’adolescente e il giovane nelle loro esperienze quotidiane di disponibilità, di altruismo, di servizio gratuito, con la loro viva sensibilità di fronte al dolore e all’ingiustizia… colgono le loro impotenze, i loro limiti, la loro realtà di creatura contingente: l’altro diviene un simbolo, ponte verso una possibile realtà da cui possa provenire la luce e il senso verso cui si anela.

La preghiera come riconoscimento del Mistero e della propria realtà

Dobbiamo accompagnare i giovani affinché la loro esperienza cristiana metta radici negli strati affettivi più profondi della loro persona, e in tal modo si lascino conformare nell’intimo dalla forza trasformante dell’amore di Dio. Affinché ciò sia possibile bisogna aiutarli a rispondere con autenticità alla chiamata di Dio nella loro vita, vivendo la fede come incontro personale, facendo sì che la preghiera unifichi la persona e riscoprendo la vita come progetto pieno di significato.
Nella preghiera si realizza il dinamismo fondamentale della fede. In ogni circostanza, nella riuscita o nella sconfitta, con o senza parola, nel silenzio del dolore o nel silenzio della contemplazione del Mistero, si realizza nella preghiera questo incontro personale con quel Dio tanto desiderato dal credente. E qui sorge un problema per la pastorale giovanile. Non è difficile creare un ambiente accogliente per la preghiera comunitaria. C’è predisposizione e disponibilità per celebrare l’eucaristia con una partecipazione gustosa nei diversi momenti della liturgia. Dobbiamo riconoscere però che spesso la preghiera personale naufraga in un mare insidiato da scogli come la mentalità empirista, l’incapacità alla solitudine, la ricerca di gratificazione, la mancanza del senso del Mistero e della venerazione di fronte ad esso, la poca profondità dell’atto di fede.
Con la sua semplicità sconcertante e profonda, Teresa di Gesù così descrive la preghiera: “[...] l’orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo d’essere amati”. [13] La preghiera si accorda con l’amore. E così sta al culmine di tutto: “Però, bisogna persuadersi che non tutte le immaginative sono atte di loro natura ad applicarvisi, mentre tutte le anime sono capaci di amare”.  [14]
Se la preghiera è una concretizzazione dell’amore e dell’amicizia, occorre continuamente cercare dei tempi di preghiera, d’altra parte, però, il tempo stesso diventa relativo. C’è bisogno di tempo poiché l’amore e l’amicizia non sono possibili senza momenti specifici di incontro, e nello stesso tempo tutto è relativo poiché la preghiera così intesa si apre alla vita, che in tal modo si trasforma in uno spazio per l’esperienza di questa amicizia: ciò che conta nella preghiera è la relazione fra i protagonisti di questa storia che si inserisce nelle coordinate dello spazio e del tempo. Però si tratta di un’amicizia teologale, di una relazione con il Mistero di Dio. Tutto ciò è evidente, ma spesso si dimentica che non è possibile aspettarsi necessariamente e principalmente le conseguenze psicologiche di una amicizia umana. L’incontro con Dio ha radici più profonde e mette in atto altre dinamiche e altre esigenze, che passano attraverso i meccanismi della psicologia umana, ma che non si identificano con essa. [15]
Se la preghiera personale del giovane si ferma al “che cosa” si tratta e non arriva a cogliere “con chi” si tratta, si banalizza. È la relazione personale con il Tu ciò che decide il significato, il valore, la qualità della preghiera personale. Perciò risulta difficile pregare se non si ha coscienza della propria interiorità, se non si apre uno spazio di intimità con Dio, se non si è capaci di resistere nella solitudine di fronte al Mistero.
Per Teresa di Gesù la preghiera è incontro nell’amore e nella verità: è la porta per conoscere Dio e per conoscere se stessi. È cammino di verità: “Si era data all’orazione fin da bambina ed è appunto in essa che il Signore illumina e fa comprendere la verità”. [16]
La ricerca della verità, l’amoroso accoglimento di questa verità è la premessa che contiene tutta la pedagogia teresiana sulla preghiera. Non si tratta di una verità che si coglie semplicemente in maniera intellettuale. Per Teresa di Gesù si tratta di una verità vitale. Nella preghiera avviene uno svelamento, si aprono gli occhi sulla realtà di Dio e sul mistero del proprio cuore. La preghiera è fonte di conoscenza e di riconoscimento di se stessi: cadono le maschere, si disattivano gli autoinganni, si accetta con gioia la propria realtà nella sua povertà e nelle sue potenzialità. Tutto questo garantisce dell’autenticità della preghiera. Ma ciò che è veramente decisivo è l’esperienza dell’amore di Dio: è questo l’elemento essenziale e caratterizzante della preghiera cristiana.[17] 
Nella preghiera si sperimenta l’amore di Dio come forza e come luce che integra e illumina l’interiorità affettiva fin nelle radici, e che deve portare il giovane ad un amore oblativo pur fra i suoi condizionamenti e le sue fragilità. Perciò il criterio decisivo della qualità della preghiera si dà nella vita, nella vita che diventa servizio, progetto per il futuro secondo la volontà di Dio, conosciuta nel discernimento della preghiera. L’esperienza cristiana è assunta seriamente quando la fede e la preghiera portano a contemplare e definire la vita come progetto.
Quando parliamo di progetto personale, bisogna cercare di rispondere a tre domande basilari: “Chi sono io? Cosa voglio, cosa posso, cosa debbo fare nella vita? Come realizzo tutto questo?”. La trama fondamentale di ogni progetto personale è sostenuta da una conoscenza e da un’accettazione della propria persona, con le sue possibilità e i suoi limiti. Ciò allo scopo di strutturare la mia interiorità e porre in tensione la mia persona e le sue energie, attraverso un discernimento accurato che guidi nell’impostazione e nella realizzazione di questo progetto. Questo implica una gerarchia di valori con un valore centrale che struttura interiormente la persona, e che deve essere radicato negli strati affettivi più profondi, in modo che sia capace di impegnare responsabilmente la libertà dell’individuo, sopportando rinunce e frustrazioni.
Il progetto deve essere articolato in funzione di tre fedeltà basilari: la fedeltà a se stessi, a partire dal realismo della fede, la fedeltà al valore che dà coesione, significato e pienezza alla propria esistenza, la fedeltà alla situazione storica concreta, soprattutto alle persone con cui mi tocca vivere. [18]
Il giovane va rafforzando la sua esperienza cristiana quando vive la fede come incontro, quando cresce in una preghiera che va trasformando il suo orizzonte interiore e i suoi criteri, e quando fa di Gesù e del suo Regno il progetto della sua vita. Questo comporta un processo complesso di ricerca, di rinunce, di rotture, di discernimento. Ma il progetto personale non può essere il risultato di uno sforzo perfezionista e volontarista, né la conseguenza inconsistente di un idealismo narcisista.
Il progetto deve configurarsi come il frutto maturo di una libertà, che si lascia illuminare e guidare dallo Spirito di Dio.

(Traduzione dallo spagnolo di Vincenzo Salvati)

 

NOTE

[1] P. Bruckner, La tentación de la inocencia, Anagrama, Barcelona 19962, 63 [trad. it. La tentazione dell’innocenza, Ipermedium libri, Napoli, 2001].

[2] Cf ibid., 64. 108. 110.

[3] J.A. Marina, Crónicas de la ultramodernidad, Anagrama, Barcelona 2000, 142.

[4] Cf C. Domínguez Morano, Los registros del deseo. Del afecto, el amor y otras pasiones, Desclée de Brouwer, Bilbao 2001, 102-103.

[5] Dal punto di vista della psicoanalisi, il narcisismo è una questione complessa: “Il narcisismo costituisce uno dei concetti più ambigui e polisemici di tutta la teoria psicoanalitica. Presente nella costituzione di ciò che siamo, intervenendo in modo intermittente più di una volta nella nostra vita, favorendo i nostri progressi o i nostri arretramenti, Narciso è un essere confuso e facilmente fa cadere nella confusione tanto chi lo sperimenta che chi riflette su di esso. Se di Narciso abbiamo bisogno per crescere fortificati in noi stessi, la sua presenza invadente nella nostra vita può bloccare l’incontro con l’alterità e condurre così all’isolamento più pericoloso e distruttivo” (Ibid., 198).

[6] Cf G. Lipovetsky, La era del vacío. Ensayos sobre el individualismo contemporáneo, Anagrama, Barcelona 1986, 51. 54. 55. 60. 70. [L’edizione francese è del 1983; trad. it. L’ era del vuoto: saggi sull’individualismo contemporaneo, Luni, Milano 1995].

[7] L. Horstein, Narcisismo. Autoestima, identidad, alteridad, Paidós, Buenos Aires-Barcelona-México, 2000, 75: “Il narcisista [...] si allontana o si afferra agli altri. Se ne allontana quando sente che minacciano il suo fragile equilibrio. Vi si afferra quando la sua sete si sazia soltanto in presenza di colui al quale tocca la funzione di fargli da specchio. La sua assenza rende confusa tanto la rappresentazione di sé quanto quella dell’altro. Nei suoi incontri e nelle sue relazioni due sono gli interrogativi che risuonano: chi sono io? e quanto valgo io?

[8] Ibid., 69: “Il paziente sembra preso da una autonomia che si trasforma in solitudine devastante e in un avvicinamento all’altro che confina con la fusione mortifera. [...] Ciò che è intollerabile è l’alterità. Un eccesso di presenza diventa un’intrusione. Un eccesso di assenza diventa una perdita”.

[9] Cf J. L. Ruiz de la Peña, La pascua de la creación. Escatología, BAC, Madrid 1998, 260-265. Sul limite come stimolo, come segnale sulla strada che ci indica qualcosa che sta oltre: “Plusiers évoquent à ce propos la prise de conscience importante et structurante de nos limites. Ici aussi une connotation positive: ‘La limite comme une borne pour me donner une indication sur ma route. La limite, dans le sens d’imperfection, me dit que je peux essayer de chercher plus loin, autrement’. Au coeur de l’apprentissage des limites, la decouverte de ‘ce qui permet de les transcender sans les annuler’”. (P. De Locht, Limites humaines et transcendance religieuse: considerations subjectives, in L.S. Filippi-A.M. Lanza (a cura di), Certezze ed esperienza del limite. Atti del XIV Congresso dell’Association Internationale d’Études Médico-Psychologiques et Religieueses (Aiempr), Franco Angeli, Milano 2001, 163).

[10] Cf J.A. Marina, o. c., 138-143.

[11] Cf A. Jiménez Ortiz, ¿Los jóvenes españoles bajo el influjo de la posmodernidad?, in F.-V. Anthony (a cura di), Seguire i percorsi dello Spirito. Studi in onore del prof. Mario Midali, LAS, Roma 1999, 136-137.

[12] Cf R. Tonelli, Prospettive pastorali per l’educazione all’esperienza religiosa, in M. Midali-R. Tonelli (a cura di), L’esperienza religiosa dei giovani. 3. Proposte per la progettazione pastorale, Elledici, Leumann (Torino) 1997, 45.

[13] S. Teresa di Gesù, Vita, 8.5, in Opere, Postulazione Generale O.C.D., Roma 19817, 95.

[14] S. Teresa di Gesù, Fondazioni, 5.2, in ibid. 1103.

[15] Cf M. Herráiz García, La oración, historia de amistad, Ed. de Espiritualidad, Madrid 1981, 42-45 [trad. It. La preghiera, una storia d’amicizia, Edizioni Dehoniane, Bologna 2000].

[16] S. Teresa di Gesù, Fondazioni, 10.13, in o. c., 1146.

[17] Cf M. Herráiz García, o. c., 56-68.

[18] Cf J. M. Ilarduia, El Proyecto Personal como voluntad de autenticidad, Ed. ESET, Vitoria 19943, 15-28.