Il mistero

Inserito in NPG annata 2003.

Rino Fisichella

(NPG 2003-07-21)



Non è difficile verificare presso il nostro contemporaneo la dimenticanza del mistero e, in alcuni casi, perfino l’allergia. Lasciatosi alle spalle una concezione numinosa del mondo, egli sembra intravedere solo luoghi per la razionale comprensione di sé e del suo mondo. La scienza e la tecnica lo inseriscono sempre più in spazi che gli sembravano impossibili fino a ieri; eppure, più si addentra nell’appropriazione del cosmo, più sente se stesso in preda all’assillo della domanda:

“Cosa rappresenta tutto questo? Da dove proviene? Dove è diretto? Chi sono io davanti a questa infinità di spazi e tempi?”. Sono le domande di sempre che riconducono alla grandezza che egli rappresenta.
È tutto questo che spinge ad affermare che l’uomo del XX secolo pur essendo un impenitente razionalista, soprattutto nell’Occidente tecnicizzato, sente il bisogno del mistero e dell’ineffabile, lo percepisce con lucidità, lo contempla e riconosce di avere con esso un legame che niente e nessuno potranno mai spezzare.
Mistero è una parola chiave insopprimibile della fede cristiana; esso costituisce la sintesi dei suoi contenuti e mostra la ricchezza della sua Rivelazione. Intorno a questo termine si sono create le discussioni più forti e le ambiguità più contrastanti. Cos’è il mistero?
Per accedere a una risposta è necessario valutare almeno due orizzonti: l’esistenza personale e la Rivelazione.
Per quanto riguarda il primo aspetto, si può affermare che l’uomo è non solo un “essere per il mistero”, ma un mistero a se stesso. La sua struttura originaria di spirito-incarnato-nel-mondo lo porta a sperimentare continuamente la trascendenza del suo essere e del suo conoscere. Proprio nel possedere l’essenza della realtà, nel “dare un nome” alle cose, egli scopre che c’è un qualcosa che non può mai né classificare né denominare completamente o dominare con la sua ragione: è l’orizzonte d’infinito che non può avere nome perché deve restare oggetto libero e trascendente. Mentre, quindi, l’essere “spirito” gli permette di percepire e comprendere, il suo essere “spirito-incarnato” gli impedisce di nominare in pienezza. È questa l’esperienza prima del mistero che l’uomo compie.
Essa cresce e aumenta se la persona focalizza se stessa non più solo come un soggetto conoscente, ma anche come soggetto che ama ed è amato. L’esperienza di amore, come forma di gratuità, è la pienezza del mistero che viene vissuto dall’uomo. In questo senso, si può dire che mistero è percezione e comprensione della gratuità. Solo se si abbandona ogni pretesa di assolutezza e ci s’identifica come soggetti nati dalla gratuità e orientati a essa, si sarà in grado di esperire il mistero e di vivere in esso. Mistero, pertanto, non è un limite posto all’intelligenza nel suo possedere la realtà; al contrario, esso diventa metro di conoscenza e di giudizio della realtà stessa. In una parola, il mistero costituisce l’orizzonte di comprensione più coerente entro cui l’uomo può autocomprendersi: ecco perché segna un’esperienza costitutiva e non marginale dell’esistenza personale.
Per quanto concerne il secondo aspetto, una risposta significativa proviene dalla Scrittura. In essa si trova una ricchezza di significati intorno all’unico termine perché, come ogni forma basilare propria del mondo antico e orientale, il mistero non è una speculazione dell’intelletto quanto, piuttosto, un’azione, un fatto, un esperienza, un rito che viene celebrato. Un significato costante che abbraccia l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento è quello di mistero come piano di Dio che si realizza nella storia. In questo senso, i Vangeli sinottici parlano spesso del “mistero del Regno di Dio” che Gesù annuncia e concretizza nella sua persona.
L’apostolo Paolo, nello sviluppo delle sue lettere, fa comprendere la realtà del mistero e la sua progressiva Rivelazione. All’inizio, il mistero è identificato con la “sapienza divina misteriosa, rimasta nascosta, che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria” (1 Cor 2, 6-9); poi, per mezzo delle mediazioni scritturistiche, il mistero viene rivelato e annunziato: “La Rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunciato mediante le scritture profetiche” (Rm 16, 25-26); diventa visibile, infine, in Cristo stesso: “il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, cioè Cristo in voi speranza della gloria” (Col 1, 26-27) e ora tutto teso alla sintesi finale escatologica: “Ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva prestabilito in lui, per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra” (Ef 1, 8-10). Il mistero, pertanto, è la concretezza dell’agire salvifico del Padre nella storia di ogni epoca, fino al pieno conseguimento nell’evento escatologico.
L’insegnamento biblico e l’analisi dell’esistenza personale sembrano costituire una mirabile complementarità nella presentazione del mistero: ciò che ognuno sperimenta come senso dell’assoluto trova il suo nome proprio nella Rivelazione biblica. Mistero, dunque, è Dio in noi; è la Rivelazione dell’amore del Padre, che si rende visibile nell’agire del Figlio.
Dalla Rivelazione divina all’esperienza umana, l’arco del mistero abbraccia la totalità dell’esistenza tesa tra comprensione di sé e atto fiduciale di obbedienza a Dio In questo modo, per incontrare Dio nessuno ha bisogno di uscire da sé; piuttosto, si è riportati alla dimensione più profonda nella quale si compie la Rivelazione: il cuore dell’uomo. È qui il vero centro del rapporto tra Dio che gratuitamente ama per primo e ogni persona che, in forza di questo, comprende di essere diventata a sua volta capace di autentico e gratuito amore. Realtà percepita e realtà incomprensibile si identificano. Noi conosciamo il mistero, lo amiamo e in esso ci sentiamo al sicuro, perché lo identifichiamo come Non-Altro di ogni nostra possibile conoscenza e conquista personale.
Si comprende, pertanto, che se il mistero viene identificato come un’esperienza globale per l’uomo, non può essere ridotto alla sola dimensione dell’intelletto. È evidente che se l’unico punto di partenza della riflessione è dato dalla ragione, allora ci si troverà sempre dinanzi a una definizione negativa del mistero, come un limite posto alla conoscenza e come l’incapacità di poter comprendere oltre. Se, al contrario, il mistero è visto come un’attività in cui il soggetto è pienamente coinvolto, allora sarà pensato più positivamente come la comprensione di ciò che la ragione comprende come incomprensibile, non come sconosciuto.
Mentre il primo atteggiamento conduce a un’esasperata e fallimentare attività dell’intelletto, il secondo interverrà nel proporre e giustificare l’atto dello stupore e della meraviglia, atteggiamenti propri dinanzi al mistero perché provocano la mente ad andare sempre oltre.
Una comprensione globale del mistero e una sua più coerente riflessione potranno facilitare il formarsi di un’antropologia che sappia farsi carico di ciò che è proprio all’uomo senza nulla togliere della sua originalità. Dall’altra parte, una seria riflessione sul mistero dell’uomo dovrà condurre a porre questo mistero alla luce di un mistero più grande che lo possa illuminare: il mistero di Dio che in Cristo viene incontro ad ognuno.
Questa dimensione del mistero, lungi dal creare uno stato di alienazione, è ciò che permette al mistero dell’uomo di non rimanere un enigma insolubile (GS 22).

(da Religio. Enciclopedia tematica dell’educazione religiosa, Piemme 1998)