Voci sul mistero

Inserito in NPG annata 2003.

Gioia Quattrini

(NPG 2003-07-8) 


All’interno dell’enorme contenitore di cose che è diventata l’esistenza di ognuno di noi è assolutamente necessario che governi l’ordine. Il tempo del lavoro ci trova concentrati e tesi perché la carriera è carriera. Il tempo della palestra, invece, in forma e forti, sudati sui muscoli e sulle gambe sode. Il tempo dello svago, la sera con gli amici, simpatico e di compagnia, informato e apprezzato, il migliore amico di tutti. Il tempo del viaggio, lo svago artificiale da uno stress che sembra essere ormai il nostro unico modo di sentirci davvero vivi, ci vede audaci e alternativi, spesso un selvaggio artificiale che costa assai. Il tempo della famiglia, figli che rischiano di somigliarci troppo, noi troppo stanchi e distratti perché la famiglia deve rendere più forti e non dare altri problemi. Il tempo dell’impegno sociale e politico e culturale, sempre sotto controllo, che coinvolga quanto basta per non farci sentire superficiali e indifferenti al nostro mondo. Nulla deve intervenire a far vacillare questo equilibrio. Così non deve esserci un litigio con la propria cognata, o un figlio che soffre nel rapporto con i propri compagni di scuola, e soprattutto noi stessi mai una debolezza. Non sappiamo più come fare o come gestirci quando scopriamo di essere innamorati o dio non voglia quando ci scopriamo insoddisfatti, proprio noi che siamo l’antitesi della depressione. Roba da deboli.

La scienza e la tecnologia e la globalizzazione dell’informazione ci hanno aiutati a scivolare in questo equivoco e siamo stati complici nell’omicidio di quella dimensione spaventosa che di certo avrebbe ostacolato tutto questo: la dimensione dove regna il mistero.

Il mistero...

Il pentolone dove ribolle ogni nostro sentimento e ogni interrogativo, ogni paura e ogni esitazione, quello che vorremmo e quello che speriamo, tutto quello che potrebbe distruggerci e quindi quello che senza dubbio ci preme di più. Il pianeta sconosciuto dove non sappiamo mettere i piedi e niente ci è familiare. Straordinario è che quel pianeta straniero è dentro di noi. Non ci siamo dati il tempo di verificare gli effetti collaterali a lunghe scadenze, e pensando che tutto avrebbe funzionato a meraviglia e senza costi, abbiamo deciso di educare così anche i nostri figli. Stranieri al mistero.
Li abbiamo voluti forti e coraggiosi, senza insegnargli che nel profondo di loro stessi una sostanza vischiosa e urticante si muove in silenzio, un bollore continuo, per tornare su, dallo stomaco alla trachea, non appena si apra un minimo varco nella corazza del pensiero che tutto deve dominare: la paura. Così il cuore non deve tremare e chi trema è un vile.
Li abbiamo voluti sicuri e decisi, senza insegnargli che una moltitudine di insetti si aggira nella loro mente, compromettendo l’equilibrio e la consistenza degli edifici, i dubbi, come termiti e tarli e roditori che divorano. Così il pensiero deve essere uno e chi non è fedele è un tenero di cervello.
Li abbiamo voluti sereni e senza problemi, massimamente efficienti, fino a narcotizzarli perché non temessero dolori, in perenne anestesia emotiva, senza spiegargli che qualcuno che molla ceffoni prima o poi si incontra e che i ceffoni fanno male, male davvero e non sempre sono immeritati.
Li abbiamo voluti perfetti e rifiniti con ogni optional possibile, lo scooter, il telefonino, il tatuaggio, la sciarpa della squadra del cuore, le pettinature di tendenza e gli abiti omologati sull’ultima moda. L’università e lo svago. La sigaretta e la palestra. Bellissimi esemplari, solo minati da una terribile fragilità nascosta perché qualcuno ha tentato di vuotarli dentro.
Con anticorpi naturali verso tutto ciò che non sia spiegabile e comprensibile, ben tenuto negli argini del corso normale della giornata, preordinato e deciso. Vaccinati contro l’imprevedibile, l’inaspettato, la soluzione che esce fuori dal calcolo solito. Pieni di salute e resistenti ad ogni male. Abilissimi e perfettamente a loro agio, fino a che tutto si muova nei confini del loro ambiente naturale, quello di laboratorio, sterile e senza contaminazioni esterne, dove la relazione tra causa ed effetto non riserva mai alcuna sorpresa.
Folli e incontenibili, una volta fuori, esposti alle mille variabili impazzite, alle eccezioni che indeboliscono le regole, alle interferenze che nessun sistema è tanto perfetto da isolare del tutto. Pensano di dover estirpare un male dalla provenienza sconosciuta che li fa sentire diversi e colpevoli. Si vergognano di questa sindrome che non riescono a vedere in nessun altro. Nessun altro, perciò soli nel dramma imprevisto. E quando decidono di cercare un metodo per risolvere la questione, di solito è un metodo autodistruttivo.
Non sono sicuri di potersi curare e la vergogna è tanta che sono disposti ad uccidersi pur di uccidere quella voce che non si spegne mai neanche con il sonno. I genitori, quando riescono a cogliere qualche sintomo della tragedia che si svolge nei loro figli, non capiscono come possa essere accaduto e nascondono la sensazione che questi figli hanno smesso di somigliargli. Così il creatore non riconosce la creatura e il fallimento è figlio di nessuno.
Invece questi sono i nostri figli e di nessun altro. E se in ogni essere umano esiste un bisogno insopprimibile di mistero che non potrà mai essere messo a tacere, nei giovani questa esigenza si esprime all’ennesima potenza. E allora sono attratti e impauriti al tempo stesso. Qualcosa che di certo potrebbe somigliare al terror vacui, la paura del vuoto dal quale siamo inesorabilmente attratti. E quella voce che li annienta pure li attrae, come il suono del piffero magico. Loro sentono, senza sapere perché, che forse ad attenderli non c’è l’orrore, che il pianeta sconosciuto che li accompagna non è detto sia abitato dai mostri.
Bisognerebbe spiegargli che dentro di loro non c’è un male incurabile ma un universo sconosciuto al quale si accede per altre vie, che né la scienza né la tecnica possono fornirci. Certo è difficile fare i conti con qualcosa che sfugge alla sfera conoscitiva, sfera nella quale cerchiamo di portare ogni fenomeno che non ci convinca del tutto. Tuttavia dovranno sapere che non debbono restare attaccati soltanto al giorno perché alla sua luce tutto è visibile ma poco si distingue. Questa è la voce di una realtà altra, che non potranno mai possedere e neppure tenere sotto controllo, che invece finirà per possederli e per manifestare il potere che ha su di loro anche quando non vorranno.
Una realtà che non sarà un macigno, la testa di medusa che trasforma in pietra chi osa guardarla. Piuttosto vento che solleva e spinta che travolge, entusiasmo di scoprire e desiderio di andare alla ricerca anche senza trovare.
Psiche amava Amore più di se stessa e il piacere che il suo amato le regalava, la dolcezza, il senso di appagamento e la forza quando solo il pensiero di lui la sfiorava e la leggerezza come ali ai calcagni, la facevano sentire la più fortunata tra le donne. Se non fosse stato che Amore aveva tenuto per sé una piccola parte, che neppure con lei voleva condividere, una parte sconosciuta, inquietante, in una parola: misteriosa. Ed era stato inutile insistere, supplicare, cercare di strappare con le carezze la condivisione di quel segreto.
Intanto mille cattivi consiglieri, invidiosi o ancora più impauriti di lei, le suggerivano di barare e approfittare di un momento favorevole per carpire quello che Amore cercava di nasconderle. Le insinuavano, sottili, che ciò che veniva nascosto era senz’altro orribile, mostruoso, chissà quale bruttezza, quale demonio si celava e giaceva accanto a lei.
Finché una notte, mentre Amore dormiva, Psiche accese una lampada e la alzò sul volto dell’amato. Quel che vide fu il volto più bello che mai essere umano avesse contemplato ma fu anche l’ultima volta che lo vide.
Il mistero non si inganna, non si tradisce il mistero. Va rispettato e sfiorato con cautela, a occhi chiusi, perché non saranno questi ad aiutarci a vedere il nucleo bollente nel profondo. Il mistero non ingoia, non avvolge per sempre nelle sue spire, non cerca di toglierci l’ossigeno. Esso è ricchezza che spinge ad andare oltre la superficie, ad usare altri sensi, a scovare i profumi e i suoni lievi, a cercare dove sembra non esserci niente. Esso insegna la pazienza, la capacità di ascoltare e comprendere e credere. La pazienza di attendere in un tempo che non è corsa. Il coraggio di guardare i propri nodi e non tremare. Piuttosto mettersi con pazienza da certosini a scioglierli, prima ungendoli poi con le dita, delicatamente. La forza di riconoscere un limite e non temerlo. Senza gettarsi in modo irruento, ragionare e pesare. E mai darsi per vinti, pieni di amore per se stessi e gli altri.

Amore

Proprio non me l’aspettavo e Francesco ride. Da quel pezzo di ragazzo chi avrebbe detto una risposta così tenera. Per Francesco il mistero è l’amore.
Alto e grosso, capelli cortissimi, piercing e orecchino, si sistema comodo sul divano e argomenta: “È che mi sono innamorato e davvero brancolo nel buio. Dovunque mi volto è mistero come una nebbiolina che non cancella le cose ma le sfuma, allentando i contorni e confondendo tutto in un’unica sensazione che non si sa più dove comincia né dove finisce.
Il mistero sono io, accidenti, e la mia volontà. È questa la mia domanda insistente: perché ho voluto questo, perché ho scelto lei? Credimi qualunque risposta io cerchi di darmi, spendendo molto del mio tempo a ragionare, non è una risposta alla luce dei fatti. Ho scelto lei perché è carina, occhi dorati, capelli soffici… già, ma il mondo è pieno di persone carine. Il mio stesso gruppo di amici è veramente ben assortito e persino nella mia classe riconosco chiaramente compagne anche più carine di lei. Insomma non può essere questo il motivo così come non può essere il fatto che sia dolce nei modi, intelligente nei discorsi, nei pensieri spesso in sintonia con me. Anche questa combinazione di qualità non è tanto unica da poter spiegare che io voglia proprio lei.
Il mistero è lei e la sua volontà che finisce per coincidere con la mia. Se è già incredibile che io senta quel che sento per lei, è davvero misterioso che lei senta lo stesso proprio per me. Un miracolo. Certo in questo caso un miracolo straordinario, ma che include molto timore, come uno splendido mazzo di fiori che appare improvvisamente tra le tue mani senza che tu possa dire come sia arrivato e da dove venga. La paura è che nello stesso modo in cui è apparso, poi scompaia. Non si ha governo, ecco, ci si sente esposti e precari.
Eppure tutto questo è avvenuto. Dunque tra di noi deve essersi stabilito un dialogo dove non sono le bocche a parlare, piuttosto il riconoscersi di due anime. Una voce dentro di me che perfino io stento a riconoscere e che è la voce della verità, del profondo del mio cuore dove batte quello che sono davvero, questa voce parla alla mia ragazza e con la voce di Chiara, insieme, ha preso a cantare.
Il mistero è questa emozione incredibile che sentiamo, la stessa febbre, la stessa ansia, le stesse debolezze. Incredibile perché ha cambiato direzione alla mia attenzione. Non sono più io la persona importante e neppure la mia felicità, ma tutto dipende da lei. La gioia che sento fortemente non nasce più da me. La sensazione di benessere che mi invade non parte più dalla soddisfazione dei miei bisogni. Alcuni dei miei amici mi prendono in giro, dicono che sono intenerito come un pezzo di burro e che non è questo un modo di comportarsi da duro. Dicono che Chiara fa di me quello che vuole e che se continuo così sarò fuori dal gruppo. Vorrà dire che di gruppo ne formerò un altro: il gruppo di chi sceglie di rischiare, di aprirsi agli altri e al mondo. E non è debolezza ma forza quella che ci consente di accettare nelle nostre mani le mani di qualcun altro, di guardarlo senza occhi e comprendere in un attimo che essere in due non costringe a dividere ma permette di moltiplicare. Ho due bocche per cantare, quattro mani per lavorare, due cuori per amare il doppio e due volte la speranza e due volte il coraggio e due volte la gioia.
Esiste una zona d’ombra, un cuore del cuore, un punto davvero profondo, dove sangue e spirito si confondono. Deve esserci nel fondo del muscolo che batte, nel meccanismo perfetto della pompa, uno spazio dove sembra impossibile entrare e dove invece ci sia spazio per aprire gli occhi e guardare e scoprire finalmente il mistero. All’inizio non comprendevo questa sorta di languore alla bocca dello stomaco, mi sentivo così diverso dal solito, così appeso al filo di uno sguardo, con i piedi di argilla. Poi ho capito e ora non ho più paura”.

Vita

La risposta di Camilla non arriva subito. Il suo appare come uno sforzo totale: il pensiero che fatica a definirsi è aiutato anche dalle lunghe dita delle mani che si muovono come per sciogliere nodi invisibili. L’aspetto è fragile e delicato ma Camilla tira giù duro e risponde: “La vita, tutta, dall’inizio alla fine, è un mistero. Le stesse parole inizio e fine non spiegano niente, nessun riferimento oggettivo, concreto. Nessun punto di riferimento reale, niente di definito e a cui ci si possa riferire per orientarsi. Ecco, io penso di avere scarsissimo senso dell’orientamento, quasi nullo. Inciampo nei passi e mi perdo facilmente mentre cerco la strada migliore. Quello che sento certo è che l’inizio non è la nascita e la fine non è la morte: troppo facile. È come svegliarsi all’improvviso nello scompartimento di un treno che è partito e non abbiamo neppure una vaga idea di dove vada così veloce. Fuori poi, è buio. Il problema è che io sono convinta che la mia vita non sia un fatto che riguarda solo me. Sono convinta che esista un misterioso gioco d’intrecci come se il mio fosse un filo che, unito a tutti gli altri, tesse il destino del mondo. È una responsabilità incredibile che impedisce anche solo l’idea di vivere una vita casuale, così come viene, senza un progetto. Le vite degli esseri umani unite saranno la vita del mondo. Bella se quelle sono belle. Giusta se quelle sono giuste. Felice se quelle saranno felici.
Il disegno della tessitura non è definito, soltanto alla fine, quando ognuno di noi avrà trovato il suo posto, il risultato apparirà agli occhi di tutti e sarà troppo tardi per qualunque modifica. La nostra vita è sorella della vita dell’umanità, non avrà mai nessuna possibilità da sola.
Ecco, sembra tutto chiaro. In realtà come sia possibile che avvenga questo è davvero un mistero, anzi è il mistero. Come potrò essere utile se sono su questo strano treno, ancora spaesata. E se penso che ogni scelta si trasformerà in un passo che può cambiare il disegno finale c’è il rischio di non voler più camminare dalla paura. Come scegliere la scuola da prendere. Gli amici da frequentare, l’uomo da amare. Come scegliere se andare via e restare, se accettare o rifiutare, se chiudere o aprire, se tentare o no. È il caso di lasciare il proprio scompartimento e andare a conoscere quello che è fuori, negli scompartimenti altrui. Perché quello che faremo, ogni nostra interazione, muoverà gli scambi dei binari e ci porterà in un punto piuttosto che in un altro, alla miseria piuttosto che alla felicità. Ogni anno passato, mi regalo un momento di sosta, mi volto indietro e mi metto a guardarlo attentamente. Chi è stato davvero l’artefice di quel che è avvenuto? Soltanto io. Io davvero e nessun altro? Eppure non ricordo momenti di suspence, dove il bivio si imponeva fatale e dopo aver riflettuto con il cuore a mille, ho scelto di andare di là piuttosto che di qua. E allora sorrido pensando che cosa sarebbe cambiato se invece di andare in autobus fossi andata in metropolitana. Chi avrei incontrato che invece ancora non conosco e forse ho perso per sempre l’occasione di conoscere? Così la mia vita fa capriole infinite davanti ai miei pensieri e la vedo come se avesse cento volti e una moltitudine di possibilità. Potrebbe essere ciò che è e allo stesso tempo centinaia di altre cose. Allora mi viene un po’ di ansia, sarò brava a scegliere, tra tante facce, i connotati più belli? Gli incontri fatati? Le avventure straordinarie? Ce n’è abbastanza per aver davvero paura, ma quando sembro disperarmi e restare ferma sento, non so come, l’esistenza di una bussola, capace di indicare la posizione e le varie direzioni da prendere. Forse non sempre così chiara nelle sue indicazioni, a volte perfino invadente, ma essa c’è e quello che è certo è che io ci proverò e non ci sarà paura a fermarmi. Lo farò con tenacia e pazienza. Cercando di mantenere lo sguardo limpido e le orecchie all’erta. Incontrandomi con gli altri in cammino e amandoli. Stringerò forte le mani che mi cercheranno e quelle che io stessa cercherò.
Dovremo essere forti, perché siamo gli anelli di una stessa catena e una catena è forte quanto è forte il suo anello più debole. Saremo forti”.

Morte

Mentre riflette, Carlotta stringe le ginocchia tra le braccia e si fa ancora più piccola. Poi è quasi un sussurro, come una resa, sfinita nel tentativo di cercare un’altra risposta: “Penso che il mistero, l’unico mistero, sia la morte”.
Nel silenzio tira giù due grossi sospiri. Ci soffre ed è evidente.
“Quando ci penso e riesco a non scappare dalla paura, sento il bisogno di darle un volto. Intendo dire che la immagino con caratteristiche umane, devo vedere i suoi occhi, il suo naso, le sue labbra, magari l’andatura e lo sguardo o provare a pensare al suo tono di voce. È un modo come un altro per aprire il mistero e far uscire quello che c’è dentro. Un modo sciocco, però. Come è sciocco cercare di fuggire la morte perché non è possibile fuggire da se stessi. Noi nasciamo e sappiamo di nascere mortali, come dire con una scadenza. Sappiamo che non ci saranno per noi albe infinite e stagioni che sfuggano alla conta, sappiamo che la morte, la nostra morte, vive con noi come una specie di parassita. La nutriamo, la accarezziamo e la facciamo riposare nel nostro sonno. Ogni tanto si fa sentire e usando un dolore piuttosto che una malattia, riporta il punto fermo li dove abbiamo cercato di divagare.
Mi piacerebbe poter essere come Sofocle. Quando i messi arrivarono al teatro dove stava provando una delle sue tragedie e gli comunicarono che il suo unico figlio era morto, egli rispose: “Sapevo di averlo generato mortale”.
Devi credermi, ho consumato il cervello a pensare che questo atteggiamento sia l’unico che abbia davvero un senso e che ci possa realmente aiutare a vivere intensamente. Perché se tutto quello che abbiamo e ci gira intorno non sarà sempre a nostra disposizione, allora la sua bellezza dovrebbe imporsi ancora di più ai nostri occhi che non dovrebbero desiderare altro che quella. L’immagine della nostra casa quando ci allontaniamo per un lungo periodo, l’aiuola di fiori dove passiamo tutti i giorni per andare a lavoro, mia madre che ride. A pensarci è davvero bellissima. Magari si potrebbe riuscire a trarre profitto da un simile destino, vivendo con una doppia intensità e imparando a distinguere ciò che è davvero importante da ciò che davvero non lo è. Se non c’è tempo per tutto, allora è giusto fare una scaletta di quello che va fatto subito e di quello che invece può aspettare. Cosa varrebbero la rabbia, la gelosia, il dolore, la malvagità, i dispetti se si hanno gli anni contati?
Nonostante questi buoni propositi, il mistero resta. Al mattino, quando aspetto che la luce del semaforo diventi verde per poter attraversare e raggiungere il bar dove faccio sempre colazione, mi viene da pensare che tutto accadrà così anche il giorno dopo la mia morte, solo che io non ci sarò e non saprò più che questo sta accadendo. Farà freddo e il telegiornale racconterà notizie che io non ascolterò, avvenimenti dei quali io non potrò sentirmi più parte. Ma di cosa allora sarò parte?
Sarò finalmente parte del mistero. Sarò finalmente mistero anche io come lo sono tutti quelli che ho amato e mi hanno preceduto.
Ma vedi, accade una cosa strana ogni volta che arrivo a questo punto delle mie riflessioni, come se il soffio di una brezza leggera e sottile mi dilatasse i polmoni, come se portasse via dalla mia testa la nebbia che si era addensata. Quel soffio di vento mi dice che qualunque sia il significato della morte e ovunque la morte possa portare, dissolvendoci nel fluire continuo della vita dell’universo che muore e rinasce instancabilmente o magari stretto pertugio per entrare finalmente con occhi puliti nella luce infinita di Dio, ovunque ci porti e qualunque cosa la morte significhi, noi ci ricongiungeremo.
Quel soffio mi dice che la morte finisce per uccidere soltanto se stessa e che l’uomo è votato alla vittoria, soltanto l’uomo. Così quando voglio convincermi di questo mi guardo allo specchio e sorrido. Riflesso davanti ai miei occhi vedo un sorriso identico a quello di mia madre e ho la certezza che la morte non ha mai vinto in guerra con un sorriso”.

Fede

Carlo sorride ma è un falso sorriso: si vede chiaramente che è imbarazzato. La domanda gli sembra importante e probabilmente teme di dare una risposta che appaia banale. “Non ci crederai, ma la prima idea che mi viene, pensando a cosa possa essere nella nostra vita mistero, è la fede. Lo so che può sembrare strano detto da me che non sono un frequentatore abituale, anzi non sono un frequentatore e basta, eppure è così.
Se ne sono dette e scritte molte, soprattutto negli ultimi duemila anni, però il mistero è ancora lì intatto. E non bastano le parole e non servono a nulla. La fede sembra essere questo e quello. Ancora che mantiene e macigno che spinge sul fondo. La fede è per certi l’assurdo insensato, il paradosso che non si scioglie, la favola antica senza morale, la droga dei deboli, la certezza fittizia degli incerti, la speranza dei disperati. Per altri è invece il mare del dubbio dall’orizzonte lontano, lo specchio incurvato dal tempo, la stella del cielo delle stelle cadute. È il libro dalle pagine bianche sfogliato dal vento dell’istinto, la frase incompleta che ognuno ripete, la definizione ambigua che non entra nello schema.
Lume nel buio, relitto dei naufraghi, bilancia dell’equilibrio o pozza oscura di mistero, corrente che trascina al largo, turbine che travolge?
Ad essere sincero mi piace guardarmi come un uomo del dubbio, che cerca e non si arrende perché il significato della parola fides è “aver fiducia”, fiducia anche in quello che non si comprende, che ci appare fuori da ogni regola, che sembra farci del male mentre cerca il nostro bene.
Quello della fede è davvero un mistero straordinario. Mazzini diceva che chi riesce a restare ateo davanti alla tomba dei propri cari o è grandemente colpevole o grandemente infelice. Ho sempre adorato questa frase perché, nonostante riduca la fede al suo aspetto consolatorio, la rende figlia dell’amore, di un amore tanto grande da vincere la morte. Se pure il paradiso fosse solo un’invenzione di chi straziato guardava la persona amata morire e credeva di impazzire, se pure quest’uomo avesse deciso di creare, egli stesso, un nuovo mondo per dare al suo amore un’altra possibilità, non resterebbe comunque un’invenzione divina, un miracolo straordinario?
Il mistero della fede si intreccia in modo tenace con quello dell’uomo. Di quella lucciola che vola nel profondo, dove anche lui si guarda con difficoltà. La sua nascita e la sua morte, la capacità di provare un sentimento oltre i limiti come l’amore, la voglia di vivere e costruire nel dubbio di ogni conseguenza.
La lucciola vola leggera e ci sopravvive. Ecco perché tutti i tentativi fatti finora di uccidere la fede, in qualunque modo e in qualunque parte del mondo, sono sempre miseramente falliti. Gli uomini giacquero nelle arene, sui campi di battaglia e nei lager, ma la fede non è negli uomini. I loro amori, le loro idee di giusto e di uguale, la dignità della giustizia e la santità della libertà, questi valori la nascondevano e la tennero calda.
La lucciola voli leggera ovunque un marinaio cerchi, tra le stelle, il messaggio del faro e avvistatolo, il cuore si plachi ed egli lo segua ciecamente. Ovunque due corpi si stringano, due mani si intreccino e l’uomo creda in sé e nell’altro uomo e lo rispetti nella differenza e lo comprenda nell’errore e lo perdoni nella colpa.
Non penso ci sia bisogno di imporla ad oltranza, con radicalità, chiedendo la cieca obbedienza. Ogni uomo la sente anche quando finge di essere sordo. La sente mentre cade e mentre ride, mentre teme e mentre l’orgoglio lo gonfia. La sente quando porta una croce e non l’abbandona con gli occhi, nonostante sia sfinito e il collo faccia male. La sente quando avvolto dal buio e dal freddo non trema mentre aspetta il mattino a venire”.