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    Volto


    “Fa’ splendere Signore il tuo volto” (Sal 80,20)

    Carmine Di Sante

    (NPG 2003-04-03)



    Me lo sono ritrovato per mesi sempre al solito posto, in un angolo, a pochi metri dall’uscita del supermarket. Non ho mai capito perché preferisse quell’angolo, invece di ritagliarsi, come tanti altri, il suo piccolo spazio all’ingresso. Perché forse temeva di essere invadente con quanti uscivano e entravano in fretta a fare spesa? Perché non voleva rompere l’incantesimo dei devoti dei “templi” dei centri commerciali, dove i prodotti si espongono e si offrono allo sguardo con impudicizia e oscena invadenza? Oppure più semplicemente perché temeva anche lui che chiedere l’elemosina fosse un reato, nonostante che la Corte costituzionale avesse ritenuto, nel 1998, il contrario e, per l’occasione, lo scrittore Ceronetti avesse tessuto l’elogio de “la professione del mendicante” “perché è divinamente improduttiva, blocca il movimento del denaro che frutta materialmente qualcosa” e “illumina la condizione umana fondamentale” che, come vuole Lutero, è di essere tutti mendicanti (Intervista rilasciata al quotidiano “La Repubblica” il 20.12.1998, p. 41)?

    Fatto sta che quel mendicante è rimasto lì per mesi, al solito posto, con la mano tesa a raccogliere pochi spiccioli che di tanto in tanto i passanti lasciavano cadere nel suo cappello lurido e consunto. Ciò che di lui ricordo è la voce che, con accento straniero inconfondibile ma comprensibile, mi raggiungeva sorprendendomi e salutandomi: “buon giorno, signore”, “buonasera, signore”.
    Prima e più che un soldo, quel mendicante chiedeva una relazione: che qualcuno lo guardasse e riconoscesse come volto, perché solo se un volto ci guarda noi possiamo fidarci dell’altro, chiedendogli anche dei soldi. Quella voce che chiamava “signore” andava alla ricerca di un volto e quando il mio incrociava il suo, egli cessava per me di essere mendicante e io, per lui, di essere signore, ed eravamo uno al cospetto dell’altro, nella singolarità di due volti, l’uno di fronte all’altro.
    Mi è tornata alla mente questa esperienza quando ho partecipato un giorno alla liturgia domenicale e ho sentito il lettore invitare a pregare con il ritornello del salmista: “Signore, fa’ risplendere il tuo volto”. Un ritornello ascoltato mille volte fin da ragazzo e imparato a memoria ma che solo quella mattina mi è risuonato dentro come se l’avessi udito per la prima volta. E mi si è fatto evidente che l’io – ogni io – è invocazione di un volto senza il quale si sprofonda nel buio e non si ha nessuno cui rivolgersi, fosse anche per gridargli la propria angoscia. Di qui la forza delle parole del salmista: “Signore fa’ risplendere il tuo volto” (Sal 80,20) che mi hanno richiamato subito un altro passo della bibbia dove Dio ordina a Mosé ed Aronne di benedire così gli Israeliti:

    “Ti benedica il Signore
    e ti protegga.
    Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te
    e ti sia propizio.
    Il Signore rivolga su di te il suo volto
    e ti conceda pace” (Nm 6, 24-26).

    Iniziare la giornata, affrontando i compiti che ci attendono, con le gioie e gli affanni di sempre, è risvegliarsi a questa coscienza. Riaprire gli occhi è riaprirli a questa consapevolezza: che, più importante di ciò che l’io vede e desidera, prima ancora che i suoi occhi si aprano e la sua mente progetti, egli è benedetto (“ti benedica il Signore”), protetto (“ti protegga”), accompagnato (“e ti sia propizio”) e pacificato (“ti conceda pace”) dal volto di Dio che splende su di lui. Riaprire gli occhi è tornare a questa coscienza, non dimenticando mai che Dio “fa risplendere il suo volto”, soprattutto quando il cammino si fa buio e il timore dello smarrimento si fa pressante. Può capitare a volte di non sapere cosa fare e di non sapere dove andare; l’importante però è non dimenticare che Dio “fa splendere il suo volto” e custodirle, queste parole, come traccia o segno – un segnavia appunto – per ritrovare l’orientamento e riprendere il coraggio.
    Mentre le parole del salmista (“Fa’ splendere Signore il tuo volto”) mi si disvelavano in tutta la loro evidenza, mi sono tornate però alla mente anche altre parole bibliche che le contraddicevano apertamente, quelle dell’Esodo in cui si legge che, a Mosé che chiedeva di mostrargli la sua gloria, Dio rispose: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es 33, 11-12). Dio non può essere visto e chi osasse vederlo andrebbe incontro alla morte. Lungi dal risplendere di luce, il volto di Dio è apportatore di morte. Il volto di Dio allora è figura di vita o di morte? E come è possibile associare il volto di Dio alla morte? E se di simbolismo si tratta, quale ne è il significato?
    Nel libro del Genesi, parlando dell’uomo, si afferma che fu creato “ad immagine di Dio” (Gn 1,27). In alcuni commentari rabbinici si collega questo testo al decalogo che vieta la rappresentazione di Dio (“Non ti farai immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo: Es 20,4) e la ragione del collegamento è che solo l’uomo, per Dio, ne è l’immagine esclusiva, perché solo nel suo volto risplende il volto di Dio. Di qui il superamento della contraddizione apparente: pregando “Signore fa’ risplendere il tuo volto”, il salmista non fa riferimento ad una esperienza diretta e presunta di Dio, vissuta nell’interiorità di un rapporto a due, ma al volto del prossimo nel cui volto splende il volto di Dio. Come Mosè, anche il salmista sa che al volto di Dio non si accede direttamente e che pretendere di farlo sarebbe illusorio, perché non si incontrerebbe il suo volto ma un idolo, che di Dio è la morte. Per questo “nessuno può vedere il volto di Dio e restare vivo”: non perché Dio sia geloso del suo mistero che non svela all’uomo, ma perché il suo mistero – quello che egli è veramente – si riflette nel volto dell’uomo. Perché è il volto dell’uomo il “luogo” o traccia del volto di Dio.
    Nella lingua ebraica, il termine volto si dà sempre e solo al plurale. Non esiste il volto ma esistono i volti: sia quando la parola è riferita a Dio il quale, rispondendo a Mosé, dice letteralmente che nessuno può vedere i “suoi” volti, sia quando si riferisce all’uomo il quale, allo stesso modo, ha più volti. Questa differenza grammaticale ha un profondo significato: essa dice che Dio ha tanti volti quanti sono i volti degli uomini e delle donne del mondo ma soprattutto che il volto dell’uomo in cui si riflette non è il volto inteso come categoria universale, concetto o genere, bensì il volto nudo di ognuno nella sua singolarità irriducibile. Dio si riflette e riluce qui, nell’unicità e pluralità dei volti in carne e ossa della storia umana. Qui. Non nell’altezza dei cieli, non nelle profondità del pensiero, non negli abissi dell’interiorità. Nel volto e nei volti del prossimo. Volti sorridenti, felici, amanti ma anche sfuggenti, invocanti, piangenti e sfigurati come quello di Gesù sulla croce, il volto dei volti e, per questo, il volto di Dio stesso.
    “Fa’ splendere Signore il tuo volto”: se a volte si è tentati di pensare che Dio si è dimenticato di noi e si è allontanato dalla storia abbandonandola a se stessa, è sufficiente avere il coraggio di guardare il primo volto che ci accade di incontrare perché è in quel volto – e solo in quel volto – che egli si ricorda di noi e ci incontra.


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