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    Cinema e diritti umani


    Eliana Vona

    (NPG 2003-02-44)



    Nel mese di dicembre 2002 si è svolta la Giornata Internazionale dei Diritti Umani; in Italia sono state organizzate per l’occasione manifestazioni e fiaccolate e una delegazione di Amnesty International ha consegnato ai Presidenti di Camera e Senato 30.000 cartoline contro la tortura. Inoltre i giornali hanno reso noti alcuni dati raccapriccianti: in 150 paesi esiste ancora la tortura (vedasi la Cina e l’India); ogni giorno la mancanza d’acqua uccide seimila bambini; in 23 paesi l’analfabetismo supera il 50% della popolazione; 130.000 donne nel mondo sono vittime ogni anno di mutilazioni genitali. Numeri che mettono alla luce uno dei drammi più tristemente diffusi nella cosiddetta società civile: la violazione dei più elementari diritti umani.

    “J’accuse”, scrisse Emile Zola nel suo celeberrimo articolo in favore dell’ebreo Dreyfuss; il regista francese Abel Gance, nel lontano 1919, ha intitolato un suo famoso film contro gli orrori della guerra “J’accuse” e da allora, in tante altre occasioni, il cinema ha gridato a gran voce il suo J’accuse, toccando i diversi aspetti dell’argomento in questione: dalla condizione femminile, al razzismo nei suoi molteplici volti; dalla negazione dei diritti all’infanzia alla tortura e alla pena di morte; dalla ricerca di una terra libera e rassicurante alla conquista di importanti valori sociali; dai paesi oppressi da disumani dittatori alla violazione dei più semplici e comuni diritti privati attraverso l’ingerenza dei media.
    L’analisi, che non pretende di essere esaustiva, focalizza la sua attenzione soprattutto su film recenti e si riserva di prendere spunto da opere di più antica produzione solo nel caso di prodotti che nel loro genere hanno rappresentato una svolta determinante e significativa. I film sono stati divisi per tema, il cui titolo è stato ricavato da quello di un’opera particolarmente indicativa per l’argomento trattato.

    “Non è giusto”: i diritti dell’infanzia

    In virtù di quanto appena esposto mi è sembrato che non si potesse attribuire titolazione migliore alla parte dedicata alla violazione dei diritti all’infanzia che quella del film italiano, “Non è giusto”. Ambientato in una calda estate napoletana, il film racconta la storia di due adolescenti che assistono alla misera disgregazione delle loro famiglie; completamente girato dal punto di vista dei due giovani, con la macchina da presa addirittura posta alla loro altezza che pare sostituire il loro sguardo, il film continua a dirci, quasi sessanta anni dopo, che i bambini ci guardano ancora, eccome! Dop- “Voltati Eugenio” (1980) del maestro Comencini e “Piso pisello” (1981) di Peter Del Monte, il film difende i diritti dei bambini contro lo sfascio delle famiglie, affermando vieppiù la necessità di una presenza genitoriale assidua e determinante che con “dolce autorevolezza”, come si usava dire una volta, accompagni il fanciullo nella sua crescita e maturazione e faccia in tal modo vivere e godere a pieno al proprio figlio la pienezza della sua età.
    Ancora una storia semplice, ambientata nel sud, in Sicilia precisamente, ci giunge dalla cinematografia italiana, è il film “Iris” di Aurelio Grimaldi che sembra voltare decisamente pagina rispetto alla sua precedente produzione. Un racconto sensibile e delicato incentrato su una bambina, Maria, la quale vuole appunto regalare degli iris alla mamma in occasione del suo compleanno, ma i fiori sono per lei troppo cari e la bimba, caparbiamente, non rinuncia al progetto e si mette alla ricerca del denaro, dando al film la struttura di un road-movie poetico ed assai originale. Da non dimenticare gli intensi primi piani della protagonista (interpretata dalla figlia del regista), la quale si muove in una Sicilia che sembra quasi avvolgerla e fare, come in un quadro, da perfetto sottofondo alla sua figura.
    Aurelio Grimaldi ha dichiarato, tra l’altro, che ha avuto l’ispirazione per questa storia, quando, in una sala parigina, ha assistito alla proiezione del film “Il palloncino bianco” del regista iraniano Jafar Panahi; ancora un road-movie incentrato su una bambina, Razieh, alla ricerca stavolta non di iris per la mamma, ma di un pesciolino rosso per se stessa, simbolo di augurio con cui i bambini iraniani usano festeggiare il capodanno. Anche la piccola Razieh, come Maria, imparerà a fare molto presto esperienza della triste e dura realtà. Nel lungometraggio successivo, “Lo specchio”, Panahi propone ancora una giovanissima protagonista (l’attrice è sempre la stessa, Mohammad Khani) in giro per la città, caparbiamente volitiva e pronta a difendere e a lottare per i suoi diritti contro adulti poco attenti alle necessità e ai bisogni dei più piccoli. Rimaniamo ancora in terra iraniana per parlare del film “Dov’è la casa del mio amico?”, nel quale assistiamo, ancora una volta, alle peregrinazioni di un bambino e al suo scontro con adulti indifferenti e cinici.
    Dopo aver preso in considerazione questi tre film della cinematografia iraniana, merita di essere citato il film african- “Yaaba”, che narra di un’amicizia tra due bambini e una donna anziana isolata dal villaggio, in quanto considerata una strega; l’opera non solo ha il pregio di esaltare l’importanza del rapporto tra la saggezza senile e l’innocenza dei più piccoli e di porre all’attenzione dello spettatore la condizione di che vive emarginato dalla società, ma soprattutto ci permette di effettuare una intensa panoramica sui modi di vita delle tribù africane, senza scendere a compromessi con edulcorazioni e abbellimenti più o meno turistici e/o di maniera. E nell’era della globalizzazione non è affatto poco.
    L’opera prima della regista indiana Mira Nair, “Salaam Bombay”, contrariamente ai film appena citati, profondamente attaccati alle proprie radici culturali, segue le “vicende erranti” nella degradata Bombay del piccolo Krishna, strizzando un po’ troppo l’occhio ai gusti della cinematografia occidentale.
    Per continuare a parlare di “infanzia rubata” e dei diritti goduti da ogni bambino a vivere completamente questa età e dei doveri di noi adulti a far mantenere questo diritto, si prenda in esame il film di Gianni Ameli- “Il ladro di bambini”, dove una madre dimentica questo diritto e fa sì che venga violato il giovane corpo della figlia dodicenne, costringendola ad esercitare il meretricio. Anche qui un road-movie particolare in un’Italia provinciale e con una legislazione assurda, quasi paradossale.
    Il regista cinese Zhang Yimou nel film “Non uno di meno” sottolinea sì l’importanza del diritto allo studio, narrandoci le vicende di un’insegnante che si reca persino in un lontano paesino pur di non perdere un allievo, ma allo stesso tempo non nasconde di ricordarci che la “brava educatrice” fa tutto ciò per denaro.
    Un vero e proprio atto d’accusa contro le istituzioni e l’apparato legislativo inglese (e non solo) che, invece di riunire, allontanano gruppi familiari con situazioni socio-economiche difficili, è rappresentato dal film di Ken Loach “Ladybird Ladybird”. Ispirato a una storia realmente accaduta, la vicenda racconta la dura e vana lotta di una donna contro i servizi sociali britannici che, ritenendola madre irresponsabile, le porteranno via complessivamente sei figli avuti da cinque uomini diversi; la donna riuscirà a tenere con sé solo tre figli avuti da un ultimo compagno, ma perderà la sua battaglia legale per il mantenimento degli altri figli, che non potrà mai più rivedere. Duro e assai polemico, com’è d’altronde nello stile del regista, il film, prendendo in considerazione una situazione molto particolare, umanamente ed educativamente un po’ discutibile, offre la possibilità di una profonda riflessione su questo aspetto della legislazione familiare, troppo vicino alla realtà burocratica-amministrativa che a quella del cuore e degli affetti, poco legale, è vero, ma così determinante quando i soggetti in questione sono esseri umani e per giunta bambini.

    “Il cerchio” delle donne: la condizione femminile

    Il cerchio è una figura completamente chiusa in se stessa che diventa simbolo della triste condizione femminile in generale e dei paesi islamici o poco sviluppati in particolare.
    “Il cerchio” è un bellissimo film di Jafar Panahi che mette a nudo la questione femminile nei paesi islamici. Il racconto si snoda attraverso otto vicende femminili, che nascono e muoiono nello stesso posto: la prigione, luogo di palese metafora di questa complessa e triste realtà. Il regista sembra prenderci per mano per farci vedere cosa significa essere donna, oggi, nei paesi islamici. Quali dubbi, incomprensioni, contraddizioni, difficoltà, sono legate a questo fenomeno così drammatico.
    Ricordo che, in tempi ancora non sospetti, il parlamentare Emma Bonino fece conoscere al mondo occidentale la condizione, pressoché ancora medioevale, in cui erano costrette a vivere le donne afghane sotto il regime dei talebani; il cinema, come in tante altre occasioni, e in particolare la diffusione in occidente della cinematografia asiatica, non ha fatto altro che sfondare una porta che si stava, seppur con fatica, già aprendo. Nel lontano 1982 il cinema toccava con il film “Yol” questo tema in maniera profonda e assai incisiva; girato e montato in condizioni alquanto rocambolesche, da Goren e dal curdo Guney che era in prigione, dalla quale riuscì miracolosamente a fuggire, il film racconta la storia di alcuni detenuti che, liberi per una settimana, ritrovano la loro terra, la Turchia, allo sbando. Uno di questi è costretto, secondo la legge islamica, ad uccidere la moglie adultera, dando vita ad una sequenza difficilmente dimenticabile. La donna, infatti, viene sottoposta ad una prova fisica, quella di sopravvivere al freddo del ghiaccio, priva di ogni minima protezione, se riuscirà a resistere avrà salva la vita, in caso contrario, come in effetti si verificherà, no. Commovente, toccante, direi quasi lirica, la scena, nella quale si intrecciano contemporaneamente la mera aderenza alla dura legge religiosa e la voglia di reagire con un forte attaccamento alla vita, il dolore del tradimento ma allo stesso tempo il perdono, l’amore e la voglia di ricominciare. Realizzata in maniera splendida, basterebbe sola a mostrare al mondo intero l’orrore di questo dramma.
    Significativa la tetralogia del regista cinese Zhang Yimou: “Sorgo rosso” (1987), “Ju dou” (1990), “Lanterne rosse” (1991) e “La storia di Qiu Ju” (1992), tutti interpretati dalla medesima attrice, la bella e brava Gong Li. La serie offre un tracciato della figura femminile e dell’essere donna nella Cina di ieri e di oggi e mostra allo spettatore un paese ancora arcaico e feudale, in cui la donna vive in una condizione di sottomissione e direi quasi di schiavitù. L’attrice protagonista di tutti e quattro i film diventa il simbolo della lotta e della ribellione per una società cinese più aperta e meno legata al mantenimento della tradizione. Caparbia, volitiva, instancabile, soprattutto nella interpretazione del personaggio di Qui Ju, dove cerca con ogni mezzo di opporsi alle vecchie e superatissime leggi del villaggio cui appartiene.

    “Z l’orgia del potere”: dittature vecchie e nuove

    Il titolo a quest- “filone” è dato da un film del 1969, un’opera assai famosa nel suo genere, forse oggi un po’ datata, in quanto eccessivamente didascalica. L’orgia del potere ci introduce immediatamente nei corridoi di una politica corrotta, ingiusta, inefficace, legata per lo più a figure dittatoriali che hanno macchiato con le loro nefandezze la storia della società.
    La lettera Z è l’iniziale di un verbo greco che significa “è vivo”, lettera che veniva scritta sui muri in quel periodo; infatti la vicenda, ambientata in un non precisato paese mediterraneo, ripercorre, in maniera più o meno velata, il momento della nascita del regime dei colonnelli in Grecia, preceduto dalla misteriosa morte di un deputato di sinistra interpretato dal noto cantante Yves Montand. Nessuno, ovviamente scoprirà il colpevole e tutto verrà accuratamente “seppellito” dal colpo di stato e da un processo-farsa.
    Per seguire lo stesso regista, Costa-Gavras, ci trasferiamo nell’America del Sud, dove assistiamo ad uno dei drammi peggiori del nostro tempo, quello dei desaparesidos. Il film si intitola “Missing-Scomparso” e, prendendo spunto, da un fatto, purtroppo realmente accaduto, narra il disperato tentativo di un padre che si reca, appunto in un paese dell’America latina (scelga lo spettatore quale), alla ricerca del figlio giornalista, scomparso. Interpretato da un Lemmon in stato di grazia, la storia si sviluppa secondo il ritmo e il tempo di un thriller di natura sociopolitica, dove però risulta assente il lieto fine e qualsiasi risoluzione del caso.
    Ancora nell’America latina, un film ampiamente dedicato agli atti di tortura compiuti da questi regimi dittatoriali. È il caso dell’opera “La notte delle matite spezzate”, adatta ad un pubblico capace di resistere alle visioni più atroci e crudeli che la storia del cinema ricordi sulle diverse possibilità di tortura messe in atto. L’America latina offre purtroppo un ampio spunto per questo genere di cinematografia. Siamo infatti ancora in Argentina nell’anno 1978 per il film “Garage Olimpo” (1999), un garage in cui viene tenuta prigioniera una giovane maestra. Qui scopre che il suo carceriere è un ragazzo che anni prima l’aveva anche corteggiata; il regista, Marco Bechis, affonda la sua macchina da presa nel dramma della guerra e della lotta fratricida; argentini contro argentini: come è possibile ciò? “I fratelli hanno ucciso i fratelli: / questa orrenda novella vi do”, avrebbe detto così il nostro Manzoni.
    Ambientato ancora in Argentina, ma con uno stile completamente diverso è il film “Tangos. L’esilio di Gardel”, che racconta in modo assai originale la triste vicenda dell’esilio di quel popolo. Attraverso la musica, le canzoni e il tango, tracciando le linee di una quanto mai anomala commedia musicale, seguiamo le storie di un gruppo di esiliati argentini a Parigi, i quali non riescono a dimenticare le tradizioni e la cultura del proprio paese.
    In “Fragola e cioccolato”, siamo sempre nell’America Latina e precisamente a Cuba e, attraverso i toni di una commedia amara, vengono mossi i primi passi cinematografici di dissenso nei confronti del regime castrista. Fragola e cioccolato sono infatti i gusti preferiti del gelato scelti dai gay e il film pone l’accento sull’intolleranza del regime verso i diversi che vengono inevitabilmente emarginati.
    Tra le produzioni volte a prendere visione dell’“orgia del potere” va annoverato il film di Peter Weir “Un anno vissuto pericolosamente”, dove gli intrighi, le corruzioni, le ingiustizie sociali vengono compiuti stavolta nell’isola di Giakarta nel lontano 1965, alla vigilia dell’arrivo di un governo filocomunista.
    E a proposito di realtà comunista, veniamo alla “corte” dei paesi dell’Europa dell’est, nei quali la dittatura comunista ha instaurato un regime e una politica, di cui tutti, purtroppo, siamo a conoscenza. Eccoci allora nell’Ungheria della regista Màrta Mèszàros rappresentata dalla trilogia “Diario per i miei figli” (1984), “Diario per i miei amori” (1987) e “Diario per mio padre e mia madre” (1990).
    I film rappresentano un viaggio personale e politico allo stesso tempo nella terra magiara a partire dal dopoguerra, passando per i carri armati del ’56 e terminando con i processi del ’58. Ne emerge un quadro assai efficace, in cui la realtà individuale si mescola al sociale e politico; la regista si interroga su quei drammatici fatti, lancia dubbi, domande, incertezze, paure.
    Entriamo ora nella terra dei Balcani, attraverso la commedia “Papà è in viaggio d’affari” di Emir Kusturica. Ci troviamo negli anni ’50 e, nella Jugoslavia di allora, imperava lo scontro tra titoismo e stalinismo, fattore che ha determinato per molti la deportazione in campi di lavoro, indicati come “viaggi d’affari”; in maniera ironica e pungente, il film esamina uno dei momenti storici più rappresentativi della storia jugoslava.
    Rimaniamo ancora in Europa, ma ci spostiamo totalmente dalla parte opposta, prendendo in considerazione la difficile condizione degli operai inglesi durante il governo della signora Thatcher (ma oggi la situazione non è cambiata di molto), grazie al film “Riff Raff” del bravissimo Ken Loach. Ancora una volta il regista inglese è in grado di offrirci un’opera di grande impegno sociale, le cosiddette commedie a sfondo proletario, dove viene mostrato il vero volto dell’operaio, sfruttato, sottopagato, privo di garanzie contrattuali e pertanto emarginato.

    “No mans’s land”: esuli e senza patria

    Un altro fattore legato all’argomento in oggetto: trovarsi a vivere in una terra che non è di nessuno. E proprio terra di nessuno è la traduzione italiana di questo di film che, in chiave umoristica, racconta la crisi delle popolazioni jugoslave, la loro terribile guerra fratricida, l’indifferenza delle nazioni europee intervenute nel conflitto e l’impotenza dell’Onu. Esemplare a questo proposito risulta la scena, che si ripete più volte, in cui i soldati delle Nazioni Unite, di nazionalità francesi, si spostano, con il loro carro armato, salutano cortesemente le persone che incontrano, ma non riescono a portare alcun giovamento, anzi risultano quasi indifferenti alle genti autoctone. Così quando vengono chiamati per intervenire su un uomo, al quale è stata posizionata una mina nel fondoschiena e questi è impossibilitato a compiere qualsiasi minimo movimento, i caschi blu non sanno far altro che richiamare l’attenzione dei mass media e dei giornalisti, cui non sembra vero di creare un po’ di spettacolo sulle macerie di un popolo e di una terra che, è proprio il caso di dirlo, non è più di nessuno e forse a nessun paese come a questo si addice, purtroppo, questo nominativo. Calpestata, umiliata, violata e, oserei dire, violentata, la terra dei Balcani è protagonista di una guerra fratricida crudele e cruenta, come poche volte la Storia ci ha tramandato e l’odio tra un popolo e l’altro ha portato a compiere dei misfatti atroci. Ci è testimone di questo, il film macedone “Prima della pioggia” che, attraverso una costruzione tra immagini, parole e suoni, del tutto inusuale, ripercorre il dramma di questa lotta senza esclusione di colpi.
    “C’era una volta un paese”, così conclude il su- “Underground” il regista Kusturica il quale, secondo il suo stile fantastico e un po’ felliniano, ci offre un quadro della Yugoslavia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino allo scontro attuale più recente, attraverso un continuum che sembra dirci che lì la guerra non si è mai conclusa.
    Terra di nessuno può diventare anche un paese straniero agli occhi di un emigrato, che ha difficoltà di integrarsi: è il caso del lontano, ma sempre attuale “Pane e cioccolata”(1974) di Franco Brusati o del più recente “Così ridevano” (1998) di Gianni Amelio, in cui ci troviamo di fronte ad una migrazione interna (dalla Sicilia a Torino) in un’Italia a cavallo tra gli anni ’50 e ’60.
    Ancora, tra la produzione di Gianni Amelio, il più not- “Lamerica”, nel quale tra le diverse linee di lettura possibili, vorrei evidenziare quella più inerente al tema trattato, cioè la rappresentazione di una nazione ancora allo stato feudale, chiusa nei suoi pregiudizi e nella sua miseria: l’Albania e il desiderio da parte di quel popolo di abbandonare il proprio paese per recarsi nella loro America, cioè la vicina Italia vista attraverso gli spot della nostra televisione.
    Il tema dell’emigrazione può essere visto anche da un punto di vista culturale: è quanto viene espresso dal bel film di Maurizio Zaccar- “L’articolo 2”. Un immigrato algerino vive in Italia con tutti i permessi regolari, ma la sua vita viene sconvolta nel momento in cui arriva la seconda moglie con i loro figli; la legge italiana non ammette la bigamia della religione islamica e alla donna viene negato il permesso di soggiorno. Il nostro protagonista, Said, finirà in tribunale e, invano, il suo avvocato tenterà di difenderlo, appellandosi, appunto, all’articolo 2 della nostra Costituzione, in cui si legge: “ La Repubblica riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Ma a Said questi diritti inviolabili non sono stati riconosciuti.

    “Mississippi burning. Le radici dell’odio”

    Credo che questo titolo ben rispecchi uno dei punti cardini dei diritti umani che, nel corso della storia della nostra società, spesso sono stati violati dall’uomo, quello della discriminazione razziale. Le radici dell’odio, appunto, che hanno spinto uomini a compiere atti efferati contro altri uomini. “Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà”, cantava così Francesco Guccini nella sua bellissima e struggente “Auschwitz”.
    Il film testè ricordato è ispirato ad un fatto realmente accaduto a Mississippi nel 1964, un’uccisione di tre attivisti da parte del gruppo razzista del Ku Klux Klan e, girato come un poliziesco, può essere annoverato tra le svariate opere cinematografiche sulla lotta tra bianchi e neri nella civile America.
    Ancora nella “civile America” il dramma del popolo indiano e anche in questo caso, come nel precedente, possono essere menzionati moltissimi film, cui rimando; tra questi ne ho scelti due: “Soldato blu” (1970) e “Balla coi lupi” (1990). Il primo va ricordato in quanto per la prima volta Hollywood racconta il vero episodio di un eccidio compiuto dai soldati di cavalleria americani contro un campo indiano. Il classic- “arrivano i nostri” porta, in questo caso non alla salvezza ma alla realizzazione di un vero e proprio massacro, tra l’altro reso cinematograficamente con una crudeltà e una violenza raramente viste al cinema. Il secondo, ormai diventato un punto di riferimento, segna una tappa molto importante nel suo genere: per la prima volta gli indiani parlano la loro vera lingua. Il film fa scoprire l’affascinante cultura indiana e afferma la sopraffazione operata su di loro dai bianchi nel corso dei secoli. Da un film-kolossal altamente spettacolare che ci immerge profondamente nella mentalità e nel costume della società degli indiani, ad uno più intimistico che ci fa entrare con discrezione e rispetto, com’è d’altronde nello stile del regista, il sempre bravo Silvio Soldini, nella cultura e nella mentalità degli zingari. “Un’anima divisa in due” racconta l’amore impossibile tra un giovane milanese (il bravissimo Fabrizio Bentivoglio) e una ragazza Rom (l’attrice è veramente una Rom di origine ungherese) e la loro difficile integrazione di coppia nella vita civile di tutti i giorni. Lo stesso titolo pone proprio il dilemma della giovane di trovare la sua vera anima.
    I film a seguire toccano tutti, seppur con stile e modalità diverse, il tema dell’antisemitismo e sono per l’esattezza: “Campo Thiaroye”, “Gli ultimi giorni”, “Jona che visse nella balena”, “La vita è bella”, “Il grande dittatore”.
    Il primo, una produzione senegalese, unisce, oltre alle nefandezze dei nazisti, anche un aspetto delle brutture coloniali e rileva in pieno il razzismo presente nella gerarchia dell’esercito francese.
    “Gli ultimi giorni” è un documentario assai bello prodotto da Spielberg e racconta la storia di cinque ebrei ungheresi che, ormai cittadini americani, tornano sui luoghi dei campi di concentramento in cui furono internati. Purtroppo indimenticabile la scena in cui parla il medico nazista che faceva gli esperimenti sui prigionieri.
    Molto si è detto sul film di Benigni “La vita è bella”, che, insieme a “Jona che visse nella balena”, racconta la drammatica esperienza dell’internamento attraverso gli innocenti occhi di un bambino.
    Vorrei concludere con il capolavoro di Chaplin, riportando alcune frasi del discorso che il finto Hynkel pronuncia davanti ad un importante raduno del partito. Il barbiere ebreo, rivolgendosi alla sua fidanzata Anna: “Guarda in alto, Anna! Le nuvole si diradano, comincia a splendere il sole, prima o poi usciremo dall’oscurità verso la luce e vivremo in un mondo nuovo, un mondo più buono, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio, della loro brutalità. Guarda in alto, Anna! L’animo umano troverà le sue ali e finalmente comincerà a volare, a volare sull’arcobaleno, verso la luce della speranza, verso il futuro, il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi. Guarda in alto, Anna, lassù!”

    “Terra e libertà”

    Dal film di Ken Loach viene qui esaminato il desiderio e diritto dell’uomo di poter porre il proprio piede su una terra libera. L’opera del regista inglese entra nella Spagna della guerra civile, nella resistenza al regime franchista e si caratterizza per una forte passione politica, che fa rima con ideali e giovinezza.
    Con la presa al potere del dittatore, tutto avrà fine: le illusioni, gli ardori giovanili e la possibilità di vivere in una terra veramente libera.
    “Ci basta una capanna per vivere e dormir. Ci basta un po’ di terra per vivere e morir”. Questo il canto intonato dal gruppo dei barboni nel film di Vittorio De Sica “Miracolo a Milano” (1951), mentre un raggio di sole irradia e scalda il gelido inverno milanese e i protagonisti si spostano, cercando di seguirlo e di trarne il maggior vantaggio possibile. Cacciati dalle loro baracche, perché in quel luogo viene trovato il petrolio, i senzatetto volano nel cielo con le scope degli spazzini, in una scena che, per bellezza e poeticità non ha eguali nella storia del cinema ed è stata più volte imitata dalla cinematografia hollywoodiana.
    Per terminare, strano a dirsi, due cartoni animati: “La collina dei conigli” e “Galline in fuga”.
    Anche i conigli, con a capo Quintilio, sono alla ricerca di una terra più sicura che riusciranno a trovare solo alla fine del film, dopo molte peripezie, in cui sperimenteranno, purtroppo, anche la dura realtà del regime dittatoriale.
    “Galline in fuga” è un cartone animato sui generis che sfata la diceria di chi vuole la gallina un animale stupido. Questi animali non sono affatto sciocchi, anzi rilevano una grande saggezza e lottano fino allo spasimo per uno dei diritti più preziosi dell’essere umano, quello della libertà!

    “L’asso nella manica”: il diritto alla privacy

    Questo film, girato da Billy Wilder solo nel 1951, anticipa di quasi quaranta anni il tema di cui parla: la spettacolizzazione da parte dei mass-media della disgrazia.
    Un cinico giornalista, magnificamente interpretato da Kirk Douglas, prolunga l’agonia di un minatore sepolto vivo in una galleria per i propri sporchi fini di sfruttare a pieno lo scoop giornalistico. Chi vede il film (se non riconoscesse un Douglas alquanto giovane) potrebbe pensare che sia di recente realizzazione ispirato, magari, ai numerosi, tristi casi di recente cronaca nera. Non c’è bisogno, a questo proposito, di ricordare le tante trasmissioni della nostra attuale televisione basate proprio sul medesimo squallido sistema.
    Non solo oggi la macchina da presa entra nelle nostre case, come si diceva una volta, ma penetra nella nostra più profonda intimità, violando ogni forma di diritto della nostra vita privata.
    Il film “La morte in diretta” segue, con una telecamera nascosta nella testa, gli agghiaccianti ultimi giorni di una malata terminale, la straordinaria Romy Schneider che percorre, quasi come un fantasma le strade di una spettrale Glascow.
    “The Truman Show” è un’opera in cui il protagonista non sa di non avere una vita privata e non gode di nessun diritto alla privacy; al momento della sua nascita i diritti sulla sua vita sono stati acquistati da un network che li trasmette 24 ore su 24. Nella città in cui vive tutti sono attori e i loro spostamenti sono organizzati in base ai movimenti della star principale, Truman Burbank, magistralmente interpretato da Jim Carrey. Parafrasando una celebre frase di Shakespeare si potrebbe dire in proposit- “Il mondo è una soap-opera e noi siamo gli attori”.

    “Dead man walking”

    La prigione, da sempre metafora di una condizione umana disperata e senza via di uscita. Qui la prigione è autentica, spesso, come preannuncia lo stesso titolo, si tratta di condannati a morte. Passiamo dalla storia recente, ai terroristi dell’IRA, rinchiusi nei carceri inglesi (“Nel nome del padre”), a quella passata con “Sacco e Vanzetti”, rinchiusi nel cosiddetto braccio della morte delle prigioni statunitensi, come Matthew Poncelet, nel più attuale “Dead man walking”; dalle galere di un fantomatico paese nel film “Il bacio della donna ragno” in cui si incontrano un omosessuale e un attivista politico, alla fantasiosa e quanto mai simbolica evasione di tre carcerati nel riuscit- “Daunbailò”, con il nostro Benigni quanto mai efficace.
    Alcuni di questi personaggi hanno subito sevizie, torture, processi-farsa. Ma non è forse anche una sevizia psicologica, quella di non potersi difendere concretamente? Processi durati anni ed anni, verdetti che si succedono nella loro assurda cecità, con l’intervento della popolazione che, con ogni mezzo si adopera per salvare degli innocenti, domande di grazia per sperare in un atto di clemenza da parte delle pubbliche autorità.
    È il caso della vicenda dei due anarchici italiani Sacco e Vanzetti, riabilitati dalla Storia dopo anni e finalmente considerati innocenti. Un libro, di intensa efficacia, (”Bartolomeo Vanzetti. Autobiografia e lettere inedite”, a cura di Alberto Gedda, Vallecchi, Firenze, 1977) raccoglie la loro storia e le lettere scritte nei lunghi, grigi anni del carcere.
    Vorrei concludere con le parole, assai significative, delle ultime lettere scritte da Sacco e Vanzetti prima della ingiusta esecuzione. Bartolomeo Vanzetti: “Cari amici, sorella carissima, io sono innocente! Io posso tenere alta la fronte! La mia coscienza è pulita! Muoio come ho vissuto, lottando per la libertà, per la Giustizia…” “… Che importa se nessun raggio di sole, se nessun lembo di cielo penetra mai nelle prigioni costruite dagli uomini?…
    Ecco uno stralcio della bellissima ed intensa lettera di Nicola Sacco indirizzata al figlio Dante scritta nella notte tra il 22 e il 23 agosto del 1927.
    “Ho molto pensato a te quando mi coricavo nella Casa della Morte – le canzoni, le voci tenere e gentili dei fanciulli in cortile dov’era tutta la vita e tutta la gioia della libertà – a un passo da queste mura che rinchiudono l’agonia di tre anime sepolte (c’era con loro un altro prigioniero che sarà anche lui giustiziato).
    M’hanno fatto pensare a te e a tua sorella Ines e avevo tanta voglia di vedervi. Ma preferirei che non veniste alla Casa della Morte, che non vedeste l’orribile spettacolo di tre esseri in agonia in attesa dell’esecuzione, non so quale effetto avrebbe avuto su dei fanciulli. Ma d’altra parte, se non siete troppo sensibili, sarebbe utile per il futuro, il poter conservare questo orribile ricordo per far capire al mondo la vergogna di questa crudele persecuzione e di questa ingiusta morte”.


    FILMOGRAFIA ESSENZIALE DIVISA PER TEMATICHE

    “Non è giusto”
    - “Dov’è la casa del mio amico?” di Abbas Kiarostami, Iran 1987
    - “Salaam Bombay” di Mira Nair, India/F/GB, 1988
    - “Yaaba” di Idrissa Ouedraogo, Burkina Faso/ Svizzera/F 1989
    - “Il ladro di bambini” di Gianni Amelio, I 1992
    - “Ladybird Ladybird” di Ken Loach, GB 1994
    - “Lo specchio” di Jafar Panahi, Iran 1997
    - “Il palloncino bianco” di Jafar Panahi, Iran 1998
    - “Non uno di meno” di Zhang Yimou, Cina 1998
    - “Non è giusto” di Antonietta de Lillo, I 2000
    - “Iris” di Aurelio Grimaldi, I 2002

    “Il cerchio” delle donne
    - “Yol” di Yilmaz Guney e Serif Goren, Svizzera/F 1982 (anche nel tema “Z l’orgia del potere”)
    - “Sorgo rosso”, di Zhang Yimou, Cina 1987
    - “Ju dou” di Zhang Yimou, Cina/ Giappone 1990
    - “Lanterne rosse” di Zhang Yimou, Hong Kong 1991
    - “La storia di Qiu Ju” di Zhang Yimou, Cina/Hong Kong 1992
    - “Il cerchio” di Jafar Panahi, Iran/I 2000

    “Z l’orgia del potere”
    - “Z l’orgia del potere” di Costantin Costa Gavras, F/Algeria 1969
    - “Un anno vissuto pericolosamente” di Peter Weir, USA /Australia 1982
    - “Missing-Scomparso” di Costantin Costa Gavras, USA 1982
    - “Diario per i miei figli” di Màrta Mészàros, Ungheria 1984
    - “Papà è in viaggio d’affari” di Emir Kusturica, Jug. 1985
    - “Tangos – L’esilio di Gardel” di Fernando E. Solanas, F/Arg. 1985
    - “Diario per i miei amici” di Màrta Mészàros, Ungheria 1987
    - “La notte delle matite spezzate” di Hector Olivera, Arg. 1988
    - “Diario per mio padre e mia madre” di Màrta Mészàros, Ungheria 1990
    - “Riff Raff – Meglio perderli che trovarli” di Ken Loach, GB 1991
    - “Fragola e cioccolato” di Tomas Gutierrez Alea, Juan Carlos Tabio, Cuba/Messico/Spagna 1993
    - “Garage Olimpo” di Marco Bechis, I/F/Arg. 1999

    “No man’s land”
    - “Pane e cioccolata” di Franco Brusati, I 1974
    - “L’articolo 2” di Maurizio Zaccaro, I 1993
    - “Lamerica” di Gianni Amelio, I 1994
    - “Prima della pioggia” di Milcho Manchewski, Macedonia/GB/F 1994
    - “Underground” di Emir Kusturica, Comunità Europea (F/Ger.) 1995
    - “Così ridevano” di Gianni Amelio, I 1998
    - “No man’s land” di Danis Tanovic, Belgio/Bosnia/ Slovenia/I/F/GB 2001

    “Mississippi burning. Le radici dell’odio”
    - “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin, USA 1940
    - “Soldato blu” di Ralph Nelson, USA 1970
    - “Campo Thiaroye” di Ousmane Sembène, Senegal 1987
    - “Mississippi burning. Le radici dell’odio” di Alan Parker, USA 1988
    - “Balla coi lupi” di Kevin Costner, USA 1990
    - “Un’anima divisa in due” di Silvio Soldini, I 1993
    - “Jona che visse nella balena” di Roberto Faenza, I 1993
    - “La vita è bella” di Roberto Benigni, I 1997
    - “Gli ultimi giorni” di James Moll, USA 1998

    “Terra e libertà”
    - “Miracolo a Milano” di Vittorio de Sica, I 1951
    - “La collina dei conigli” di Martin Rosen, GB 1978
    - “Terra e libertà” di Ken Loach, GB 1995
    - “Galline in fuga” di Peter Lord e Nick Park, USA/GB 2000

    “L’asso nella manica”
    - “L’asso nella manica” di Billy Wilder, USA 1951
    - “La morte in diretta” di Bertrand Tavernier, F/RFT 1980
    - “The Truman show” di Peter Weir, USA 1998

    “Dead man walking”
    - “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo, I 1970
    - “Il bacio della donna ragno” di Hector Babenco, USA/Brasile 1985
    - “Daunbailò” di Jim Jarmush, USA 1986
    - “Nel nome del padre” di Jim Sheridan, GB 1993
    - “Dead man walking” di Tim Robbins, USA 1995


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