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    Globalizzazione


    Giacomo Ruggeri

    (NPG 2003-02-78)



    Non posso dire: non mi riguarda

    Il tempo che corre via veloce come un treno in corsa, facendo pochissime fermate, ci ricorda che la storia avanza con il suo vivere e il suo morire. In questa storia ognuno di noi è chiamato da dare il meglio di sé. Una storia che ci vede protagonisti di ciò che accade, anche perché riguarda la nostra vita!
    Se ogni epoca ha il suo sottotitolo che contraddistingue il periodo storico, quella che stiamo vivendo porta il nome di “era della globalizzazione”. “Voci dal muretto”, allora, scende in campo, (come ha sempre ha fatto con le tematiche di attualità), soprattutto quando si avverte l’esigenza di dare voce ai giovani, a coloro che sono “sole e tempesta” della nostra esistenza.
    La globalizzazione ha fatto il suo ingresso in casa nostra volenti e/o dolenti. Eppure è bene domandarsi: ma che cos’è la globalizzazione? O meglio: che ne pensano i giovani in genere e coloro che ne hanno fatto un criterio per la propria vita? E poi: non posso dire non mi riguarda, proprio perché anche io ci sono dentro. Lo sapevi? “Voci dal muretto” offre penna e calamaio ad Anna, giovane universitaria fanese (marchigiana), che da un anno sta svolgendo l’anno di volontariato presso una casa famiglia (Casa Nazareth, con finalità di accoglienza per ragazze madri, bambini in affido e situazioni di disagio familiare in genere).

    La storia siamo noi

    “La globalizzazione – disse Giovanni Paolo II nell’aprile 2002 – a priori non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno. Nessun sistema è fine a se stesso ed è necessario insistere sul fatto che la globalizzazione, come ogni altro sistema, deve essere al servizio della persona umana, della solidarietà e del bene comune”.
    Credo che queste parole del Papa sono un ottimo spunto per impostare una riflessione sulla globalizzazione. Partendo dalla considerazione ovvia che essa è ormai la protagonista del periodo storico in cui viviamo e visto che, come dice in una bellissima canzone F. De Gregori, “la storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, sarebbe antistorico esserle contro a priori. Detto questo però è inevitabile interrogarsi sulla bontà di questa globalizzazione, la quale, come ci ricorda spesso nei suoi interventi Padre Alex Zanotelli, permette che il 20% della popolazione mondiale viva con l’80% delle risorse.
    È chiaro quindi che questa globalizzazione non può essere esente da critiche. Nel suo libro Next Alessandro Baricco dice: “La globalizzazione è un paesaggio ipotetico, fondato su un’idea: dare al denaro il terreno di gioco più ampio possibile. Chi ha inventato quel paesaggio, e chi lo sponsorizza ogni giorno? Il denaro”. Più avanti prosegue: “Ce ne sarebbe abbastanza per pensare che ormai il paesaggio è quello, e quel Nuovo Mondo è inevitabile. Ma è anche vero che non tutto sta filando liscio come il denaro avrebbe sperato. Tanto più è forte e invasivo, tanto più il mito della globalizzazione è destinato a generare ribellioni”.
    Oggi queste “ribellioni” stanno sfociando in modo particolare in un movimento, definito semplicisticamente dai media no-global, ma che preferisce auto definirsi new-global o “movimento dei movimenti”, proprio per il fatto che racchiude in sé una somma di componenti assolutamente diverse tra loro, ma che nella loro diversità convergono su un elemento fondamentale: un mondo diverso, non solo è possibile ma è necessario, urgente!

    La via alternativa e` possibile

    Ecco, credo sia proprio l’urgenza la molla che spinge tanti giovani (e non solo) ad impegnarsi (cosa che non succedeva da tempo) nella ricerca di soluzioni alternative a questo sistema, che appare sempre più orientato ad anteporre il mercato alla dignità della persona. Tornando al movimento, credo che la sua bellezza stia nel fatto che come disse Susan George a Genova, “questo è il primo movimento di massa che per la prima volta non sta chiedendo nulla per se stesso, ma sta semplicemente chiedendo giustizia per il mondo intero”; è inoltre un movimento che presenta vasti contenuti, nonostante molto spesso i media paiano non accorgersene e lo riducano solo ad un problema di ordine pubblico.
    Ma i contenuti ci sono e sono vari: riduzione del debito dei paesi poveri, riduzione della spesa destinata agli armamenti per investirla in settori quali la sanità e l’istruzione nei paesi del terzo mondo, tutela ambientale, tassazione delle transazioni finanziarie, riduzione dello strapotere delle multinazionali per la promozione di un commercio più equo, tutela dei diritti dei lavoratori e dei migranti e tanti altri problemi che ogni singola entità del movimento propone.
    Detto questo però, non sarebbe realistico non evidenziare anche le contraddizioni che questo movimento presenta al suo interno, riferite non tanto ai contenuti ma quanto al modo di portarli avanti.
    Queste contraddizioni si sono manifestate in modo particolare in una circostanza, quale quella di Genova nel luglio 2001, quando in occasione della contestazione del G8, la situazione esplose a causa di un clima esasperato, che portò ad una pessima gestione dell’ordine pubblico da parte delle autorità preposte, ma anche ad un’ambiguità interna al movimento, che lo ha portato a non prendere una posizione chiara di non violenza.
    Dopo Genova però tutti abbiamo assistito ad una maturazione di questo movimento, che si è espressa al massimo a Firenze in occasione del primo Forum Sociale Europeo, maturazione così descritta nell’editoriale di dicembre di Nigrizia: “Una svolta per il movimento. Perché in tanti, a Firenze ‘in positivo’, più che a Genova 2001 dove c’era da andare ‘contro’. Perché con la sensazione palpabile di vivere una tappa di maturazione. Perché la gente comune era ancora più visibile. […] Perché nella preparazione e gestione dell’evento si è sperimentato un nuovo tipo di relazioni, tra istituzioni e organizzatori, a costo di esporsi alle incomprensioni delle rispettive parti. E perché naturalmente, senza un filo di violenza.”
    Ma a Firenze si è evidenziato un altro aspetto secondo me importante, e cioè una forte presenza cattolica nei diversi forum, una presenza che come scritto sempre su Nigrizia, “in Italia è più importante e visibile che altrove in Europa. E non una presenza subalterna o ingenua, come qualcuno sospettava inizialmente”.

    Schierarsi con i poveri, scelta preferenziale

    Personalmente penso sia molto importante per noi cristiani interrogarci su questa globalizzazione a senso unico, e credo che siamo chiamati a schierarci non dalla parte di questo o quel partito ma, come Gesù, dalla parte dei poveri, che ogni giorno gridano giustizia; penso anche che per noi cristiani l’impulso al cambiamento prima di proiettarsi verso la società, debba partire da noi stessi, dal nostro stile di vita (e qui alzi la mano chi non è peccatore!), per poi allargarsi all’umanità intera.
    Concludo con un pensiero di Raoul Follerau, che credo inviti ciascuno di noi a non accontentarsi e a sapersi mettere in discussione, per poi mettere in discussione il mondo:
    "Rifiutate di mettere la vostra vita in garage.
    Ma rifiutate anche l'avventura in cui l'orgoglio ha più spazio del servizio.
    Denunciate, ma per esaltare.
    Contestate, ma per costruire.
    Che la vostra rivolta con la sua collera sia amore.
    Ma tutto sarà salvato se saprete amare.
    Non qualche volta, occasionalmente, ma con grande determinazione e perseveranza...
    E tutti i giorni. Sempre.
    Non perdetevi d'animo, non mollate, non rinunciate.
    Non ascoltate i meschini che, per tradire più tranquillamente il loro dovere, si dicono 'Non serve a viente'.
    Ridete in faccia agli scettici, ai prudenti, ai furbi, a coloro che mettono la loro vita in conserva e che già da piccoli pensano alla pensione.
    Acclamate o denunciate, siate entusiasti o indignati, ma non siate mai neutri, indifferenti, passivi, rassegnati.
    Fate qualcosa della vostra vita".


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