Giornata mondiale della gioventù: quali prospettive pastorali

Inserito in NPG annata 2001.

Cesare Bissoli

(NPG 2001-01-3)

 

Un avvenimento lungo una settimana ed oltre, che vede «due milioni» di giovani da ogni parte del mondo, per motivi radicalmente religiosi, confessanti, motivi fatti propri da una stragrande maggioranza e ciò - si noti - nel cuore dell’occidente (dunque in un contesto di minoranza numerica e di oggettiva opposizione secolaristica), ma senza alcun spirito di crociata e di sospetto verso i diversi, mostrando al contrario uno stile di condotta, del tutto accettabile e universalmente gradito… ebbene tutto ciò, l’Avvenimento appunto, non può che suscitare stupore, provocare delle domande, che per praticità riconduco a due livelli: quale eredità di dati ci lascia questa GMG? quale eredità di compiti ci affida?
Occorre però circoscrivere il senso di quanto verremo dicendo. Anzitutto questo evento giovanile, per quanto mondiale, non dice la totalità del fenomeno giovanile, ma si inserisce e ultimamente interagisce con quanto sappiamo da altrove del mondo giovanile.
GMG Roma 2000 non è stato un miracolo, ma semmai una rivelazione di elementi che ci apparivano nascosti, ma già in circolazione, come sono in circolazione epifanie giovanili contrarie o diverse (di tipo sportivo, razzista, ecologico, ecc.).
Piuttosto chiediamoci perché noi adulti non ce ne siamo accorti prima. In questo senso - è stato detto - la piacevole sorpresa è l’altra faccia di una ignoranza che ci fa un po’ arrossire.
E inoltre, eventi come questi, proprio perché sono grandi, hanno una esigenza di razionalità critica maggiore (per non lasciarsi trasportare dall’onda della emotività e simpatia).
Mostrano cioè il bisogno di una lettura multidisciplinare, come per ogni evento complesso e singolare. Vi entrano approcci psico-sociali, antropologico-culturali, storici, confessionali, etico-spirituali…
A noi qui basta un’attenzione complessiva ai fattori indicati in direzione educativa.

I GRANDI DATI

Volendo radunare l’eredità dei dati, i grandi nuclei tematici che ci lascia la GMG Roma 2000, mi pare di dover parlare di fasci di relazione, di cui i principali sono: giovani e fede; giovani e Papa; giovani e giovani; giovani e contesto.

Giovani e fede

Ci siamo trovati di fronte ad una colossale, visibile esperienza religiosa. È il nodo senza dubbio centrale e più delicato che riconduciamo a due domande: «Questi ragazzi mostravano di credere? A cosa veramente credevano?»
Da informazioni attinte da loro stessi, dalle parole e dallo stile di vita, si possono avanzare alcune affermazioni.
* Esistono giovani cristiani.
Mi sembra che al di là di spiegazioni dietrologiche, questa sia questa la constatazione più semplice e ovvia, che si è resa così trasparente ed insieme stupefacente perché forse noi stessi siamo poco inclini a ritenerla possibile: esistono dei giovani, e non pochi, sotto tutti i cieli, che intendono essere cristiani, che pur con le loro debolezze sono intenzionati a vivere la fede cristiana, la «fede del Papa», e i frutti del loro comportamento lo testificano. Quindi la definizione di «Papaboys» o di «coloro che rispettano i fiori», sono affermazioni espressive vere ma rattrappite. Dentro vi è «un’anima che rispetta i fiori».
* Non nascono come funghi.
Che vi siano stati giovani siffatti a Tor Vergata e con questo numero è anche ovvio: la maggior parte di questi giovani provengono da comunità parrocchiali e movimenti con una scelta cristiana già fatta, e per di più filtrati dal prete organizzatore. Ora una comunità ha sempre almeno una manciata di tali giovani. Se li mettessimo insieme tutti avremmo ben più di due milioni. La GMG è stata la giornata dei giovani credenti, non dei lontani, anche se va riconosciuta, per testimonianza di giovani stessi, la presenza di tanti giovani in ricerca, indotti a venire, magari nei giorni successivi, da una curiosità esistenziale in virtù degli amici. Ma la maggioranza era di convinti, anche se bisognosi di evangelizzazione. E ciò non era una cosa scontata. In effetti i giovani oggi vivono una pluriappartenenza e non sono automaticamente portati alla scelta religiosa (in questo caso ad affrontare la faticosa avventura romana), se non per una scelta consapevole di vita, da cui poi la fedeltà così esemplare alla decisione presa. Con un giudizio calibrato così commenta Mons. C. Nosiglia, presidente del Comitato italiano per la GMG: «Se la Giornata è riuscita bene, se ci sono stati dei contenuti assimilati, vissuti, testimoniati dai giovani è perché essi non sono ‘nati’ lì nella GMG. Vengono invece da un cammino formativo, a volte difficile, compiuto nelle loro famiglie, nei gruppi, nelle associazioni, nelle parrocchie. Penso che da questa esperienza gli animatori devono trarre nuovi stimoli e grandi speranze per il futuro».
* Un rapporto sorprendente, ma reale.
In questo contesto emerge chiaramente il rapporto «giovani e Gesù», anche se è da valutare attentamente per la sua effettiva complessità.
Che vi sia una convinzione di amore, affermata e prima ancora vissuta, appare dagli stessi interventi dei giovani. Riportiamo qui alcune affermazioni attinte da fonti sempre giovanili (cf Avvenire).
«Il senso della nostra vita, la risposta a tutte le nostre domande, la felicità che cerchiamo la troviamo in Cristo nostro Salvatore e Redentore».
«Il primo messaggio, e il più vero, è quello che non è vero che il cristianesimo è una religione lontana dagli adolescenti. Al contrario di quanto molti adulti, ma anche molti ragazzi pensano, la GMG ha dimostrato che è nel cristianesimo, nel vangelo, nella figura di Gesù che i giovani possono trovare le risposte agli interrogativi della loro vita».
«Con Cristo nel cuore non vi sono differenze insormontabili o culture troppo diverse, in quanto la GMG ha accolto giovani provenienti da ogni parte che come me intonava l’Emanuel, che erano venuti a sentire e vivere uno stesso messaggio: la parola di Gesù è viva, vera, dopo 2000 anni per chi la vuol sentire»
«Dopo un evento come questo ho la consapevolezza dell’esistenza reale di apostoli di Cristo»
«Mi riallaccio alle parole del Santo Padre: si può avere fede in Gesù Cristo anche in questo periodo pieno di contraddizioni».
«Incontrare Gesù è facile, vivere da cristiano è possibile».
«Gesù attraverso il Papa ha qualcosa da dirci».
«L’appello più urgente e concreto che ho ricevuto è quello di incontrare una persona amica e fidata, Gesù Cristo, ad accettarlo come compagno della propria vita anche se questo significa andare controcorrente rispetto alla massa».
Si può notare lo sforzo serio di pensare il rapporto con Gesù nella considerazione realistica della vita, come pure colpisce il legame posto tra Gesù e il Papa. È Gesù, non il Papa, il determinante della GMG, ma è vero che il Papa è agli occhi dei giovani un portavoce indiscutibile di Gesù, il testimone migliore, più credibile. Chiunque scrive di Gesù lo fa con fiducia, amicizia, confidenza. Il valore assoluto di Gesù è quasi scontato, ma non banalizzato, per giovani come questi.
Ma al di là delle parole, resta il fatto che la massa dei giovani ha realizzato sul serio le diverse e frequenti esperienze religiose di preghiera. Lo hanno fatto con il loro linguaggio di canti e di gesti, mostrando così per quali vie si apre loro il messaggio cristiano. È quanto riconoscono i Vescovi italiani in un messaggio ai giovani della GMG: «Sì, voi avete preannunciato un’alba di speranza per la Chiesa e per il mondo!. Lo avete fatto con l’intensità della vostra preghiera nei momenti di personale raccoglimento, nei percorsi penitenziali e nelle celebrazioni comunitarie; con la sincera e appassionata ricerca della verità durante le catechesi e le celebrazioni comunitarie; con la freschezza e la creatività con cui avete saputo far festa e raccontare la vostra gioia di vivere; con l’entusiasmo con cui avete accolto l’invito ad aprire la vostra vita a Cristo, unica e vera risposta alle attese dei giovani e di ogni uomo».

Giovani e Papa

È certamente un capitolo tra i più stupefacenti della GMG. Ovunque il Papa incontra i giovani, i giovani rispondono al Papa. Non vi è nemmeno bisogno di attestare, tanto è evidente, questa singolare relazione di stima, di amicizia, di fiducia reciproca. Diceva uno dei tanti cartelli issati in alto: «Tra giovani e Giovanni vi è una sola enne di differenza».
Cosa c’è veramente dentro? Solo «seduzione carismatica», nostalgia del «grande simbolo» paterno/materno, o percezione, magari enfatizzata, di Uno atteso e che ora c’è, capace di una vera parola di verità e di amore? Ma chi è veramente questo Atteso?
Alcune annotazioni.
* Una parola sul sospetto.
C’è chi vi ha letto una papolatria (papaboys). Ma più che un elogio di fans, quello dei giovani va interpretato come un grido di aiuto ed insieme un grazie di riceverlo, e poi mai il Papa blocca gli applausi su di sé, ma rimanda a Cristo.
Si dice ancora che il consenso avviene perché il Papa ha il carisma del grande comunicatore. Senza dubbio, ma - come osserva il giornalista Pierguglielmo - «il papa è un grande comunicatore perché ha un grande messaggio da comunicare, nella sua voce debole non c’è nient’altro che la semplicità del messaggio evangelico. Non ci sono campanilismi retorici nei suoi discorsi, non ci chiama a sé ma ci invita a Cristo».
I giovani sanno quanto il «mezzo sia messaggio» nelle cose riguardanti l’Assoluto, come la prima Parola di Dio passi attraverso la testimonianza delle persone.
Nel caso dei giovani, tale testimonianza viene pretesa e, grazie a Dio, viene trovata ai vertici della Chiesa, presso il Papa, veramente visto come servitore di Cristo!
* Come il Papa vive questa relazione con i giovani?
«Mia gioia e mia corona». Il saluto finale del Papa dice in termini di maturità anche affettiva quello che è l’atteggiamento profondo e continuo del Papa verso i giovani testimoniato dall’inizio del suo pontificato, lungo le GMG, negli incontri con i giovani in tutti i continenti, in particolare nella Lettera ai giovani e alle giovani del mondo del 1985. Una stima radicale, un impegno alto, una apertura di credito per il futuro. Il Papa sa delle condizioni dei giovani, dei mali che li circondano, in cui sono coinvolti, che essi stessi possono fare. Eppure «egli non ci piange su, sa che possono prendersi le responsabilità di crescere e dà loro delle piste di marcia» (Sigalini).
Se questa è in certo modo la relazione del Papa verso i giovani, non manca il messaggio articolato, teologicamente alto ed esigente, che si trova strategicamente elaborato nei tre grandi interventi dell’accoglienza, della Veglia, della Messa conclusiva. Il Papa ha centrato il tema della fede non come «robetta devozionale» o una questione passeggera, ma come sale della vita quotidiana, da vivere con coraggio e determinazione nell’esperienza quotidiana (confessione, eucaristia, pellegrinaggio, preghiera), nella festa come nel silenzio. La GMG è un originale cammino formativo, quello delle generazioni cristiane che hanno sperimentato l’esperienza carismatica della GMG.
Oggi disponiamo di una icona per dire quello che il Papa mette al centro della sua relazione con i giovani e chiede fermamente a loro: il «laboratorio della fede incentrato su Gesù Cristo sotto la grazia del Padre». Si può ben osservare che questa comunicazione rompe i rischi di una «cattura» selettiva del Papa da parte dei giovani, posti come sono davanti ad una proposta seria, anzi severa, ma dove è superato il fossato del distanziamento contenutistico con il ponte della bontà e dell’incoraggiamento. Egli propone cose grandi, ma non impone, non terrorizza con i fantasmi dell’inferno né di qui né di là, ma incoraggia con l’amore di Dio che non delude mai e nemmeno si delude: «Cristo ci ama anche quando lo deludiamo!». Si voglia notare il suo singolare intreccio di indicativo ed imperativo: «Sono, dunque siano».
Infine, annota F. Garelli, il Papa persegue il fine non tanto di rendere visibile, pubblica la fede (giovanile), ma di creare un grande momento di identificazione collettiva a giovani diversi, anche molto diversi. È una unità di riferimento, la costituzione di un popolo della GMG che attraversa continenti e parrocchie, associazioni e movimenti.
Giustamente il Card. Martini afferma. «Merito di questo Papa è di aver capito che con i giovani si può osare di più ed ha osato, e i giovani hanno corrisposto». E Montanelli: «La Chiesa dona loro valori che cercano!».
* Come i giovani vivono la relazione con il Papa?
Non vi è bisogno di richiamare l’immenso clamore di bans e sventolio di bandiere. Essi vivono la relazione con un mediatore («ponte-fice») determinante e convincente. Una battuta sintetizza bene la profondità del rapporto. Alla giornalista americana, che in una conferenza stampa chiese ad un giovane quale regalo intendessero i giovani fare al Papa, egli rispose schiettamente: «Un milione e mezzo di giovani, noi stessi». È stata la risposta più bella ed azzeccata.
La verifica seria dell’affetto così gridato è la seria e paziente capacità di ascolto, magari senza nemmeno riuscire a vederlo.
Per questa via va riconosciuto il tipo di ecclesialità di questi giovani: non ne sono affatto prevenuti e diffidenti, l’accettano anche come istituzione (ritualità, gerarchia, governo), ne sono coinvolti traverso mediazioni credibili, di cui il Papa diventa figura emblematica, non solo per il suo carisma, ma per il modo di rapportarsi ai giovani stessi.

Giovani e giovani

Una marea sterminata di giovani e giovani e giovani lungo le strade di Roma, divenuta la «capitale mondiale dei giovani». Questi mi sembrano i tratti caratterizzanti della relazione che si viveva tra loro.
* Una fede insieme.
«Grazie a voi ragazzi ho riscoperto la fede. Voi avete riacceso la fiaccola nel mio cuore. Viva Cristo, presente e futuro della mia vita», dice Agostino.
Influenza esemplare della testimonianza dei pari, ed insieme l’incidenza dell’essere cristiani in tanti, per cui si realizza ciò che da soli o in piccoli gruppi non avviene. Lo stupore sui «due milioni!» e sull’essere «insieme», è un ritornello assai frequente in bocca ai giovani stessi! Contagio della massificazione, o serio bisogno di compagnia? Intanto annotiamo come una novità che viene stagliandosi come una sfida: pensare i giovani protagonisti diretti e insostituibili nel dire il vangelo ai loro coetanei.
* Cristiani in condizione diversa.
Merita notare che la folla della GMG è composta da due, o meglio tre categorie di giovani: la categoria del Terzo Mondo che viveva visibilmente la qualità della povertà (senza aiuti non sarebbero potuti venire!), ma anche di essere e sentirsi rappresentativi delle loro chiese; vi è poi la categoria più numerosa, quella dell’occidente nordatlantico, più dotata di risorse, ma anche più esposta al secolarismo e al divertimento, eppure ha tenuto, non ha deluso, manifestando forse il lato più confortante del popolo dei giovani; si potrebbe mettere infine la categoria dei giovani dell’est, con la loro esperienza di aver patito una pesante «intolleranza religiosa», bisognosi di lavoro e vogliosi di evasione, per questo di più esposti a quelli che sono i rischi dell’ovest. Per queste tre categorie, gli effetti vanno considerati diversamente.
* Dall’ostilità all’ospitalità.
Un terzo fattore significativo è stata l’ospitalità, particolarmente sentita ed elogiata reciprocamente, da ospitati ed ospitanti, quella nelle diocesi italiane. Si sa poi come tra i giovani sia facile la fraternizzazione, dallo scambio di amicizia allo scambio di indirizzi. Ancora una volta è accaduto il «miracolo» della convivenza tra ostili e del superamento di ogni frontiera. È sempre stato uno degli obiettivi perseguiti dal Papa.
* I volontari, gli «azzurri» della GMG.
Entro questo mondo di giovani con i giovani una pagina molto bella l’hanno scritta i volontari, questi eroi anonimi della GMG. Personalmente posso testificare, oltre al grande numero (sui 25.000), il lavoro immane di accoglienza, condotto con serietà, intelligenza e spirito di sacrificio. Ricordiamo con particolare simpatia il volontariato di giovani ed adulti nelle parrocchie e comunità di Roma. Probabilmente quella del volontariato, se si sapesse tutto, sarebbe una delle pagine più belle di tutta la GMG, la pagina di una esperienza cristiana senza etichette salvo la maglietta blu. Questi «azzurri» nel campionato dei servizi. Ciò permette di sottolineare anche qualche defaillance di fedeltà da parte di certuni, alle prese con compiti più grandi di loro, come nel caso dell’ordine a Tor Vergata. Il quadro troppo perfetto sarebbe falso.
* Segni ecumenici.
In questo quadro ecclesiale, merita anche accennare alla componente ecumenica, in rapporto cioè alle confessioni cristiane. La GMG potè avere dei rappresentanti non cattolici, ma non ebbe un taglio ecumenico, salvo per alcune espressioni.

Giovani e contesto sociale

La GMG non è accaduta in un angolo oscuro della terra, qualora ne ve fossero, ma in una capitale unica nel suo genere, sede del Papa, al centro dell’Europa, sotto l’occhio di una osservazione audiovisuale ininterrotta e con un flusso comunicativo mediale permanente. Aggiungiamo che avvenne in un contesto in cui la prevalenza di consenso alla componente religiosa cristiana non eliminava un atteggiamento di sospetto, quando non di rifiuto, presso diversi «laici». Di qui una serie di riflessioni, due in particolare.
* La GMG e il mondo fuori di essa.
Possiamo fondatamente dire che la GMG come fenomeno sociale è stato uno shock da vangelo in due direzioni diverse: per i giovani, che la fede ha interpellato direttamente, investendo il loro modo di capire e vivere, entro un mondo socio-culturale non automaticamente favorevole; e per il mondo degli adulti.
- In effetti un fenomeno di «globalizzazione» positiva ha toccato tutti gli adulti, con la sorpresa felice, ma anche clamorosa, che esistano ragazzi siffatti. È una specie che noi adulti abbiamo dato per persa o quasi: ragazzi capaci di accettare e aderire alla fede in Gesù, ascoltare il Papa, vivere con la cordialità e le buone maniere. Il ricordo di un centinaio di esagitati che mettono a ferro e fuoco un quartiere o uno stadio ci terrorizza così tanto, che il contrario ci sembra impossibile.
Ma riprendiamo qui l’autorevole ed efficace valutazione del Card. Ruini al Consiglio permanente: «Incontrando personalmente questi giovani, o almeno vedendo i loro volti e comportamenti alla televisione, la nostra gente è rimasta molto favorevolmente impressionata e spesso stupita. Gli stereotipi di una gioventù vuota di valori, e perciò ripiegata su se stessa o inutilmente, e talvolta assurdamente, trasgressiva, venivano a cadere, anzi si trovavano ribaltati. In effetti la GMG ci ha aiutato a renderci conto che esiste, non soltanto come qualche lodevole eccezione, ma come una realtà consistente e diffusa, un mondo giovanile che si sforza, pur con le difficoltà e le debolezze che mai sono mancate, di vivere quotidianamente un ethos cristiano e che fa questo con lo stile, la sensibilità, gli atteggiamenti dei giovani di oggi, in maniera disinvolta e non forzata. È lecito vedere qui una nuova inculturazione della fede, che va silenziosamente crescendo e mettendo radici, come quel seme di cui parla Gesù nel Vangelo di Marco (4,26-29)».
Questi giovani ci consegnano indubbiamente un patrimonio di fiducia.
- Vi è anche la fila non proprio sottile di quei giovani che non sono stati alla GMG, o non ne sono stati coinvolti. Li ho sentiti parlare in diversi reportages televisivi. Fa stupore piuttosto amaro il loro non sapere, il disinteresse fino al rifiuto, il liquidare tutto dicendo che si tratta di «una scelta come un’altra», un evento del tutto effimero…
Nient’altro? Eppure, nelle trasmissioni suddette, più di uno si chiedeva che cosa fosse, a cosa servisse la GMG, affermando che lui aveva visto ed era rimasto incuriosito, tanto da mettersi in viaggio per Roma. È stato infatti dimostrato che dagli inizi del 15 agosto alla conclusione del 20, i giovani italiani sono diventati tre volte tanto! In quei contatti singolari poi avuti con diverse discoteche per dare notizia di una notte diversa, «la notte di Tor Vergata», si è notata almeno curiosità, simpatia, volontà di lanciare ponti. Più estraneità dunque che rottura, una sintonia che si vorrebbe, ma che ancora non funziona. Anche questo dice la GMG all’interno del più vasto contesto giovanile.
- Una categoria da non dimenticare sono i preti (e analogamente le suore). È inestimabile ciò che hanno potuto dare stando con i giovani tutti i giorni, mangiando con loro, pregando con loro e faticando con loro. Sono i testimoni per eccellenza di quella «compagnia educativa» che il Papa vede come indispensabile strategia formativa.
Cosa hanno ricevuto dalla GMG?
Sentiamo almeno una voce: «Ho imparato molto, io, sacerdote adulto, da questa GMG, alla quale ero andato ‘quasi’ per dovere. Ho imparato che i giovani da noi si aspettano proposte alte, occasioni di preghiera autentica coniugate a creatività e fantasia. Ho imparato che i giovani stessi ci chiedono di fare sul serio e prima di tutto di testimoniare loro la fede. Ma soprattutto spero di aver imparato che anche in mezzo ad una folla oceanica c’è lo spazio per incontrare ‘qualcuno’, ascoltarlo, aiutarlo a crescere, perché la Chiesa non è mai una massa, ma è incontro tra persone che si testimoniano le une alle altre la fede in Gesù Salvatore, vivo e risorto. Come ha fatto questo vecchio Papa con tutti noi, e con quell’ignoto giovane vestito di verde che sfuggendo alle guardie era accorso fino a lui» (D. Guido).
* La GMG e gli opinionmakers.
In tutti vi è quanto almeno l’ammirazione e il riconoscimento di un evento straordinario non solo perché è andato bene, ma intuendo almeno le ragioni forti, dell’ordine della coscienza, che l’hanno garantito.
Tralasciando le comprensioni riduttive, raccolgo una testimonianza sul versante del positivo. Sono stimoli, non di più, utili per una ricerca più a fondo, sul pianeta «giovani e valori», «giovani e fede», dove tanti altri sono intervenuti.
«Attraverso i diversi segni del Giubileo nella GMG (porta Santa, confessione, pellegrinaggio…), si è visto - ed è il fenomeno che ha più colpito gli osservatori - che sono dimensioni che trovano un’eco nelle giovani generazioni. I giovani non sono affatto sordi alle grandi domande storiche che qualsiasi umanesimo si è sempre posto, e cercano un luogo dove manifestare questo modo di essere. La scoperta di una gioventù diversa è stata per certi versi un altro degli eventi dentro l’evento. Forse anche perché è accaduto d’estate quando sui media impera l’immagine più trasgressiva - talvolta lasciva - dei giovani, quando a farla da padrone è lo stereotipo di chi conduce la sua ’notte brava’ a costo di farla finire in tragedia. Sta di fatto che il Giubileo ha portato allo scoperto quello che forse si potrebbe definire un’immagine abusata, ‘l’altra faccia della luna’: ragazzi sostanzialmente identici a quel modello negativo che sconcerta (vestono più o meno allo stesso modo, consumano la stessa musica, hanno in buona parte gli stessi codici culturali, magari anche loro, una volta vanno a dormire all’alba dopo la discoteca e l’altra volta si alzano al sorgere del sole per un pellegrinaggio), giovani che si muovono nell’ottica positiva di una speranza… Lezioni impegnative e sensazioni forti: di quelle che non si possono archiviare nello scaffale del folklore. Oggi sappiamo che una parte significativa dell’umanità cerca ancora nella risposta religiosa la chiave che consenta di risolvere il rapporto che ciascuno ha con il mistero della propria vita e con quello del mondo che lo circonda. Altri usano chiavi diverse per rapportarsi a quei medesimi misteri, ma serve sapere che in questo comune cammino della ricerca della verità molti diversi sentieri affratellano l’uomo moderno» (P. Graldi, Il Messaggero, 21 agosto).

I COMPITI

La GMG Roma 2000 ha determinato un consistente effetto irradiante presso i giovani, ma anche presso i responsabili delle chiese, come pure nel mondo cosiddetto laico. Una persona, un ragazzo chiede di continuare le esperienze positive anche il giorno dopo, nel luogo diverso. Ma come ha annotato A. Riccardi: «Lo stesso successo della GMG si fa domanda che non può restare inevasa, non è una conferma che tutto va bene così come è». Vi sono certamente delle carenze, vi sono sicuramente persone entrate in crisi ed ora, tornate a casa, lo sono ancora. Vi sono pastori, Vescovi, preti, educatori, responsabili di PG, giovani stessi, che non vogliono lasciar spegnere il «fuoco di Tor Vergata».
Vogliamo considerare questo day after. Lo vogliamo fare come traduzione in compiti dei doni emersi dal grande Avvenimento. Distinguiamo articolatamente alcuni fattori da considerare previamente a modo di coordinate specifiche; poi gli stimoli che ne derivano per l’evangelizzazione; ed altri infine come impegno per l’educazione. Con senso di concretezza, tenendo conto anche di pareri altrui.

Fattori da tenere presenti

* Piedi per terra.
Annotava un giornalista: «Gli ecclesiastici possono ora commettere un errore speculare a quello dei laici: lasciarsi andare al trionfalismo. Le chiese restano semivuote, e attribuire a un evento così proprie strategie e progetti non sarebbe un errore, ma una bestemmia». O come ebbe a dire C. Magris: «Le piazze sono piene, ma le chiese sono sempre più vuote». Si aggiunga un altro fattore di disincanto: le nostre comunità offrono lo stesso Gesù, ma non nella mediazione di Tor Vergata.
Accettiamo infine con realismo che i giovani della GMG non rappresentano tutte le tendenze giovanili, né sono per sé santificabili e nemmeno devono essere per forza i migliori. «In realtà i giovani presenti a Roma erano i nostri giovani, coloro che vivono nelle nostre città, nei nostri paesi, nelle nostre parrocchie, nelle nostre case, non sono dunque un esercito della salvezza, non una trionfale testa di ponte per un improbabile e antistorico ritorno della cristianità perduta, ma al contrario sono un tarlo, una sentinella, una luce. Ognuno di loro ci interroga, ci inchioda, ci costringe a pensare, a fermare la nostra folle corsa verso un falso e instabile benessere materiale» (L. Rolandi).
* Il vento contrario.
Era quanto evidenziava il Card. Ruini al Consiglio permanente notando che «rimangono intatti alcuni elementi e tendenze di fondo, della società e della cultura, che spingono in direzione contraria (al mondo della GMG) e che non possono non avere un’incidenza su coloro che maturano in questi anni i propri orientamenti e scelte di vita». E qui il Presidente della CEI riprendeva una valutazione di P.A. Sequeri che denuncia «due filoni chiaramente interdipendenti: l’attacco mosso al nostro innato senso religioso da un agnosticismo che fa leva sulla riduzione dell’intelligenza umana a semplice ragione calcolatrice e funzionale, e quel processo di ‘alleggerimento’ che corrode i legami più sacri e gli affetti più degni dell’uomo, con il risultato di sradicamento e instabilità delle nostre reciproche relazioni». A questo il Cardinale aggiunge «la caduta della speranza, nel senso del venir meno della fiducia nella possibilità di una ’salvezza’ intesa in senso forte, e anzitutto della fiducia nella possibilità di un intervento salvatore di Dio».
* … ma con una coraggiosa speranza.
Ma in ciò che vivono e rappresentano, ossia per la scelta della fede cristiana come componente di vita, i giovani valgono più della forza del numero (che pure è grande, ma anche piccolo di fronte alla totalità giovanile dentro lo stesso mondo cattolico), valgono perché realmente esiste tra i giovani questo fatto dell’essere credente, in piena modernità o post-modernità, nella fase dunque di cambi vorticosi e disorientanti, un fatto a rilevanza mondiale, capace di superare steccati economico-sociali, culturali, religiosi.
Le testimonianze di tanti convergono nel dire che questi giovani non stanno bluffando, ma nemmeno siamo motivati a pensare che siano esenti da problemi in ciò che dicono di credere. Siamo vicini alla realtà se diciamo che ci troviamo di fronte ad un mondo giovanile che ha bisogno di orientamenti e li cerca, e di essere rafforzato in ciò che trovato.
In sintesi, la complessità del fenomeno, dove la fragilità della condizione giovanile convive con la disponibilità alla fede in Gesù tramite il Papa, mette davanti a noi un potenziale giovanile che ci dona una nuova ed umanamente insperata fiducia, ma che richiede la spinta generosa, intelligente, paziente di una nuova evangelizzazione e pedagogia, con contenuti e metodi di rinnovata pastorale giovanile, mantenendo sempre gli occhi attenti sul reale contesto di vita (di pensiero…) in cui i giovani vivono e con cui interagiscono. È quanto ora consideriamo.
Ritroviamo questo atteggiamento di coraggiosa speranza nel messaggio citato dei Vescovi italiani: «Negli slanci come nelle difficoltà, nell’entusiasmo come nella fatica, desideriamo esservi vicini, per continuare con voi questo cammino che colora di luce e di speranza l’alba del terzo millennio nella certezza che non potremo dimenticare ciò che abbiamo veduto, sentito e toccato nel corso di questa Giornata Mondiale».

Un genuino impegno di evangelizzazione
(educare evangelizzando)

«Il Regno dei cieli è simile ad un seminatore che usci a seminare…» (Mc 4,3). È l’icona che ci spetta: la dinamica del seme gettato che richiede la cura dell’agricoltore/pastore che accudisce, più che far crescere, una cosa che non è sua (cf Mc 4,26-28), che fa parte del Mistero del Regno tra i giovani, ma che Dio gli affida, in quello spicchio del suo campo pastorale, piccolo ma importante quanto il Regno di Dio. Un compito dunque sorretto dalla fede e dalla responsabilità. Si chiama evangelizzazione. Vi sono diversi motivi che la richiedono e che qui evidenziamo intorno ad alcuni nuclei che stimo di peculiare rilevanza.
* Quale fede?
Colpisce il fatto che in una graduatoria su ciò che fa «venire in mente come prima cosa la GMG» la maggioranza dei giovani risponda con le parola «gioia» e «insieme». Insomma qualcosa di soggettivamente gratificante, certamente legato alla ragione della fede, ma anche rivelativo di una tendenza di intenderla a partire da sé. Arricchiamo il chiaroscuro ricordando il relativo silenzio delle testimonianze giovanili, sulla realtà del mistero di Dio uno e trino (vi è chi ha parlato del rischio di un gesuismo diffuso), sulla Parola di Dio riconosciuta come dato primario della fede, sulla Bibbia dunque come sorgente della fede, sulla Chiesa nel suo mistero divino ed umano (qualcuno ha detto che la Chiesa rischia di essere ridotta al papa. E i vescovi, i preti? Sembrano più accolti come compagni di marcia che come maestri della fede), su Maria madre e discepola della Chiesa, sul futuro dell’uomo e del mondo, sulle implicanze etiche e sociali modernamente intese, sul valore reale della sessualità, ma più in generale sulla morale dei 10 comandamenti, sul senso del bene e del male, sul peccato: «Ragazzi se non avete il senso del peccato che Giubileo fate? Da un’etica senza amore che voi rifiutate non potete passare ad un amore senza etica che tanto gradite!» (Card. D. Tettamanzi). Il Catechismo dei giovani, per indicare un modello adeguato e moderno della fides ecclesiae, è veramente conosciuto ed assimilato da loro? Riescono ad avere i giovani quella che il Card. Martini, chiama la «consolazione della mente», ossia la percezione anche culturale della totalità della rivelazione e della propria collocazione in essa? La Parola di Dio è da loro vitalmente afferrata come il primato di verità e di pane di cui hanno bisogno? Fuori del cristocentrismo trinitario della rivelazione, l’accettazione così ardente di Gesù non rischia di essere fragile e impoverita?
* Fede ed emotività.
Leggendo una mole di questionari che registravano le impressioni dei giovani sulla GMG, ho notato con assoluta chiarezza la dominanza di una straripante componente affettiva ed emotiva entro cui l’Evento si è svolto ed è stato recepito. Questo porta a riflettere seriamente ogni operatore pastorale. Ricordo tre espressioni.
- Si pensi all’attaccamento profondo al Papa: ne abbiamo illustrato il significato che ci sembra corretto, ma avvertiamo che è doveroso proporlo nel suo giusto senso evangelico.
- Si pensi al modo di intendere la confessione come rasserenamento, come sentirsi puliti dentro. Molti sacerdoti che hanno confessato al Circo Massimo testimoniano una sorpresa gioiosa per il modo di questi giovani di confessarsi: lo fanno con sincerità, in ascolto, insomma in piena disponibilità. Qualcuno però ha osservato anche la scarsa chiarezza su coscienza morale e sul peccato, su cosa significhi esame di coscienza, sul valore e dunque la necessità del dolore teologico o perfetto, su cosa comporta nella vita ricevere il perdono… C’è da chiedersi: corrisponde questo al senso evangelico di riconciliazione? Non vi sarà da attuare la pedagogia di Gesù che «in privato ai suoi discepoli spiegava ogni cosa?» (Mc 4 34).
- Si pensi, sempre in prospettiva di emotività, all’effetto moltiplicativo dello stare insieme. E se questi fattori mancassero? Non vi è il rischio di erigere a criterio di verità la gratificazione gioiosa, come pure non ci sta il rischio della selezione dei contenuti di fede? Non per nulla la Croce è al centro della GMG: ma essa viene evangelizzata come si deve? Il mistero pasquale nella sua interezza non dovrebbe essere il primum evangelicum che i giovani ricevono? Non è forse proprio questo tanta parte del messaggio del Papa a Tor Vergata? Non sarà dunque indispensabile, quale capitolo di formazione cristiana, il rapporto tra sentimento e fede, tra gioia, dolore e fede? Ma non è anche un tratto di questa incipiente «inculturazione» giovanile della fede non distaccare mai la verità dall’affettività, diciamo pure, da una certa risonanza terapeutica?
Il mistero della croce è l’unico che porta a maturità ogni entusiasmo cristiano di neofita. Esso è la grazia più alta per connettere il mistero del male al mistero di Dio e per superare con questo l’abisso dell’altro. L’ha ricordato con una preghiera calda il Card. Ruini alla conclusione della Via Crucis (non si dà GMG senza Via Crucis). La frase del Papa alla veglia: «La fede è difficile, ma con la grazia di Dio è possibile» si connette logicamente con il «laboratorio della fede», diventando in certo modo il nome nuovo e legittimo dell’annuncio ai giovani.
Vi è trionfalismo da purificare, vi sono crisi da superare. Il mistero del Crocifisso Risorto è l’antropologia più compiuta che Dio intende per l’uomo, quella vittoriosa del male. Per questo la Croce a Tor Vergata si stagliava alta più di ogni altro segno. Ma si badi: non la croce come scorciatoia dalle croci, come un amuleto. Ma la Croce di Cristo come salvezza dell’uomo in una riconciliazione con il mistero di Dio e del prossimo. È dalla abissalità amorosa della sua verticale che la Croce sprigiona una fecondità orizzontale con una estensione planetaria, fatta di commozione e con segni di reale liberazione.
* La grazia della radicalità.
Si profila un bisogno di evangelizzazione come grazia di radicalità, di profondità, di progettualità globale. La radicalità richiama il Gesù dei Vangeli, e con ciò la Sacra Scrittura, fonte costitutiva di una solida spiritualità giovanile; la profondità richiede motivazioni solide, interiori, consistenti della fede rispetto alla pura emozione; la progettualità globale vuole la capacità di collocare i particolari della fede nella totalità della storia della salvezza.
Come è stato osservato, evangelizzare per questi giovani vuol dire aiutare a passare dal volere Lui, Dio, Cristo, in nome del proprio benessere interiore («mi sento pulito dentro») al fatto che Lui come Mistero di vita in Gesù ama me, vuole me. Passare da una soggettivizzazione appassionata alla personalizzazione oggettiva del dato cristiano. Riconosciamo che è stata la strategia dell’annuncio del Papa dall’accoglienza alla Messa finale: «Chi cercate? Chi dite che io sia? Volete andarvene anche voi?», addirittura prospettando per i giovani un «laboratorio della fede» come Gesù lo fece con i discepoli. «Non bisogna avere paura di offrire un vangelo di qualità, nei termini e serietà dimostrate da Gesù. Penso che occorra offrire ai giovani luoghi ed esperienze in cui possano diventare protagonisti della loro formazione cristiana» (C. Nosiglia).
* Una questione specifica.
Ha fatto parlare di sé: riguarda i giovani e il sesso. È stato troppo puntato su questo come cartina di tornasole di verità o di menzogna della fede. Infatti si può pensare che sia un lato debole (e chi non lo è su questa materia nei tempi attuali!) della vita di un giovane, e che riveli un annuncio ed una formazione decisamente inadeguata. Ma è fuorviante trovare cunei insuperabili tra giovani e Papa, o un regime di doppia verità consapevole e voluto. Rimane tuttavia la necessità primaria, per la rilevanza totalizzante del tema, di annunciare il «vangelo della sessualità» in termini nuovi.
* La missionarietà come vocazione.
Vi è un’area delicata, forse la maggiore, quella dell’impegno di «evangelizzare la GMG» prolungandone il senso oltre la GMG. Questa infatti non è più un evento da ripetere, ma una strada da percorrere. Parliamoci chiaro. Abbiamo detto che in sé non vi dovrebbe essere stupore per un numero così alto di giovani. Data l’estrazione genuinamente cattolica professante di tantissimi di loro, i milioni potrebbero essere nel mondo anche dieci, cento. Ma ecco l’errore da evitare, quello di un narcisismo ecclesiale. Bisogna vedere con altrettanta serietà il numero grande di quanti non sono stati a Tor Vergata, anzi sono ai margini delle fede. La GMG in questo è stata più festa dei «nostri» che degli «altri». Quindi dovrebbe diventare stimolo per una condivisione, non per un vanesio compiacimento. La fede da sempre è vitale se manda verso gli altri e non rinchiude nel piccolo gruppo. Il Papa vi è tornato in una udienza dopo la GMG ricordando i ragazzi del muretto. Questo significa che essere di Cristo richiede una qualità genuinamente cristiana, l’apertura missionaria, anzi la vocazione missionaria. Il nodo della ecclesialità ad intra (intesa come communio con la Madre Chiesa), e della missionarietà ad extra (come annuncio e testimonianza della fede negli ambienti di vita e specialmente verso altri giovani) sono a mio parere i due nodi più brucianti, di cui è maggiore il bisogno, e dunque dal Papa timbrati con il fuoco: «Se sarete quello che dovete essere, metterete il fuoco in tutto il mondo». Non dimenticheremo che per Giovani Paolo II questi giovani sono gli adulti di domani, con l’incomparabile rilevanza di esserlo quali «sentinelle del mattino del terzo millennio». Ancora di più che nel passato, questi giovani saranno discepoli di Gesù se lo saranno nel mondo e per il mondo.
La sfida missionaria è per Giovanni Paolo II la prova suprema dell’identità cristiana del mondo giovanile, secondo il circolo virtuoso per cui la parola del vangelo è tradotta in fatti, la testimonianza della vita, ma questa è capace di farsi parola, di «rendere conto della speranza» che è in noi (cf 1Pt 3,15). Una conseguenza pastorale di alto profilo, cui abbiamo già accennato: evangelizzare i giovani non senza i giovani, anzi loro come protagonisti, perché lo sanno fare, anzi per certi aspetti solo loro lo sanno fare, e la GMG indica che sono disponibili a farlo.

In sintesi

La GMG è stato un atto grande di evangelizzazione da continuare, recependone i parametri principali (anzitutto il messaggio del Papa) e i grandi simboli di comunicazione (il laboratorio della fede, la celebrazione sacramentale in particolare della riconciliazione, il superamento delle frontiere, l’essere insieme come appartenenza all’unico popolo di Dio, il volontariato del servizio, la fede come festa e varietà di linguaggi…). Adesso sappiamo meglio di prima che vi è nei giovani la disponibilità, pari al bisogno, di ascoltare e rivisitare le verità del loro credere, cioè i grandi misteri cristiani come motivazione, e una condotta moralmente alta come stile di vita. Si profila per la comunità (pastori) il compito di promuovere una spiritualità giovanile in cui momenti ascetici, anzi mistici contemplativi, si intrecciano con il vivere da cristiani nella situazione di questo mondo, colto così come è, con le sue sfide, maturando nei giovani la responsabilità verso il futuro, con una parola del Papa: «Siate i santi del terzo millennio».

Attraverso una pedagogia avvertita
(evangelizzare educando)

«Papolatria? Qualcosa di sì, di esaltato nel saluto, ma anche una invocazione quasi disperata di un padre. Questo gridargli amore, non si riduce soltanto a fanatismo, ma esprime stima e bisogno».
«Mi chiedevo se questo raduno che si svolge nell’ordine e nella quiete non sia in realtà una rivolta, almeno una protesta contro un mondo dominato dall’ansia del nuovo che a sera ha già reso decrepito tutto ciò che ha inventato il mattino».
Sono due affermazioni (l’ultima è di Montanelli) che mettono al fuoco una componente della responsabilità degli operatori verso i giovani: quella educativa, un evangelizzare sì, ma educando. Vescovi, preti, laici siamo tutti chiamati ad essere educatori, ancora di più di prima, perché, ha notato il Card. Ruini, la GMG è un evento che ha scosso vecchi equilibri sovente di sospetto e di stanca ripetizione. Siamo confrontati con una situazione nuova di cui enumero alcuni indicatori con relativi impegni.
* «Ho aspettato tanto di potervi incontrare…».
Focalizziamo subito il primo tratto dell’eredità che secondo il Papa la GMG ci consegna: il giovane in se stesso. I giovani sono persone umane che usufruiscono del bene della giovinezza, sanno mostrarsi credenti, praticanti, ma sono anche fragili, esposti al contrario di ciò che vorrebbero essere. Giovanni Paolo II li ha incontrati nella stima e nella fiducia, con una prospettiva alta di futuro: «Voi giovani sarete all’altezza delle sfide del nuovo millennio». Egli parla a loro come albero che cresce, non ad un salice piangente (D. Sigalini). Essi si sono riconosciuti ed incoraggiati anche quando falliscono: «Il Signore ci ama anche quando lo deludiamo!».
Stimarli, amarli, ascoltarli, accompagnarli, aiutarli a crescere: questo è educare.
* Farsi educatori del quotidiano.
Teniamo conto che la GMG rappresenta una forma eccezionale di esperienza cristiana, di un non-quotidiano che i giovani sono riusciti a volere come una utopia miracolosamente raggiunta per qualche frammento. Ma subito viene il quotidiano. In qualche intervista i ragazzi esprimono una certa paura per il dopo Tor Vergata, o meglio esprimono al massimo la volontà di continuare le scelte ivi fatte, ma chiedono un cammino ecclesiale corrispondente nelle parrocchie, quanto a contenuti e quanto a linguaggio. Ecco un impulso esigente di rinnovamento pedagogico-religioso.
Qui viene opportuna una riflessione di F. Garelli, il quale considera la vita dell’associazionismo cattolico giovanile come un motore a due tempi: quello straordinario, tipo GMG e quello ordinario, che va altrettanto curato e che oggi patisce debolezza. E annota: «In difficoltà è in genere il discorso educativo. Ad esempio non fatichiamo molto a trovare volontari. Fatichiamo invece tantissimo a trovare adulti che sappiano farsi educatori, e non per una stagione episodica; e poi preti giovani capaci di stare con i giovani; e il problema eterno dei 14-15enni che scompaiono. Se non si affrontano questi problemi legati all’ordinarietà, non vorrei che la straordinaria GMG avesse una sorta di ‘effetto anestesia’. La domanda che dobbiamo porci dal 21 agosto è: la Chiesa italiana fa abbastanza per aggredire il problema della pastorale giovanile? Vi dedica sufficiente passione ed energie?».
* Dentro la reale condizione giovanile.
Teniamo ancora conto che la loro fede avviene dentro la carne della cultura giovanile, dunque in riferimento a scelte di vita, di divertimento, di linguaggio… che la fede non elimina, forse con qualche contraddizione, ma senza vedervi dualismi. La caduta delle ideologie non favorisce per sé la fede, ma questa si dà più o meno faticosamente nel confronto con la ideologia o non ideologia del momento
Don Sigalini parla di una proposta della fede come continua sfida a sé, agli altri, alla cultura, al mondo; riconosce, quale segno della GMG, una rilettura della vita dei giovani da parte della Chiesa comprendendoli come quelli che sanno incarnare il vangelo nel rock come nel gregoriano, nella festa insieme e nel silenzio. Non vanno sottaciute le istanze feriali dei giovani: difficoltà a decidersi, una nascosta domanda religiosa, amore di relazione e fragilità relazionale: tutto ciò richiede di organizzare tempi e spazi oltre a quelli tradizionali, specie per i giovani del muretto, dello sport.
* Gettare l’ancora sul mistero.
La componente emotiva - l’abbiamo sopra accennato - domanda una pedagogia dell’annuncio che riporti, a partire da segni concreti dell’esperienza cristiana, alla cifra del «mistero» come ragione di vita: il mistero dell’uomo, il mistero di Dio, che si incontrano compiutamente nel mistero di Gesù, in tensione al mistero del futuro oltre il tempo. Questo inquadramento nella storia della salvezza, e dunque con chiaro accostamento alla Bibbia, è una indispensabile visione di insieme che dona ancoraggio ad un presente che si vuole intenso, ma che la cultura di oggi propone ai giovani, e loro stessi vivono, così frammentato perché disancorato da valori, verità certe, presenze forti e credibili.
* Educazione alla mediazione culturale.
È questione grande e delicata. È una esigenza tanto più forte quanto più l’«assoluto» è visto entrare in casa («Il Verbo si fece carne e venne abitare in mezzo a noi»). I rischi di cadere in visionarismo, integrismo, immediatismo, fondamentalismo sono alla porta, con un congedo altrettanto rapido per la delusione di essere stati presi per il naso (è lo sconsolato «speravamo» di quei due di Emmaus). Questo significa, per il principio della incarnazione, che la causa ultima eppure presente, come il Signore risorto con la sua grazia, e dunque con i valori promessi (salvezza, libertà, amore…), si avvale della partecipazione delle cause seconde, dei soggetti e del contesto. Quindi lo slogan «Cristo è felicità» è formula impropria, non può essere una ricetta magica, va compresa ermeneuticamente con le mediazioni necessarie che la cultura, sorretta dalla fede, propone. Lo stesso Papa che ama affermare tali equazioni, ricordava ai giovani la vita normale, i rischi, i prezzi, la fatica. Lungo il pellegrinaggio a S. Pietro esplicito era il riferimento alla creazione come dono di Dio. Cristo non la snatura, né toglie la libertà del progresso, ma vi dà un compimento trascendente. In fondo, se si bada, nell’educazione cristiana non vi è spazio per una trasformazione ideologica nella fede, perché i referenti Dio, Cristo mettono in questione altri assoluti, fossero anche apparentemente al servizio della fede.
Ecco un compito educativo ineludibile: come la Parola di Dio perviene alla mia coscienza? Come Tor Vergata raggiunge il mio quotidiano?
* E il fenomeno massa come valutarlo pedagogicamente?
È stato una aspetto criticato.
«Fenomeni del genere hanno di solito un tasso di dispersione molto alto, anche se non dubito che la fede possa essere stata presente con gradi diversi di intensità. Nel caso specifico una componente di questa maxi-aggregazione è stata sicuramente lo ‘stare insieme’ come è avvenuto nel ’68. Un’altra componente è stata altrettanto sicuramente quella turistica, come avviene in ogni Giubileo. Una terza è quella di vedere e sentire una persona, un leader carismatico dello spessore di Giovanni Paolo II. Se fossi la Chiesa non farei troppo affidamento sull’aspetto oceanico di questa manifestazione: l’esperienza insegna che il vincolo tra il giovane e l’istituzione religiosa si allenta sensibilmente quando il giovane stesso comincia ad assumere responsabilità di tipo professionale e familiare» (S. Romano, Il Giornale, 21 agosto).
Viene da rispondere chiedendo se è giusto chiamare massa la GMG, o almeno non si debba prima impostare una discussione sulla diversità del significato. La GMG era massa, ma non da Woodstock né da Berlino, non da stadio, né da parata militare, e nemmeno da parata religiosa come potrebbe fare un movimento, era una «anarchia» volutamente disciplinata da un animus comune provocato dalla fede cristiana, rottura di ogni patriarcalismo, come da ogni consegna preordinata. Bastava vedere il silenzio e la concentrazione nel momento della preghiera, l’individualità della confessione, ma anche la capacità di tenuta di fronte al venir meno del servizio d’ordine sia all’entrata che all’uscita di Tor Vergata. Ciò che questi giovani compivano era fatto con convincimento interiore, erano gruppi di soli che facevano insieme. O come è stato detto: «Si è sentito l’impulso di canonizzare questi diversi dalla faccia pulita. Occorre ricordare che era una massa fatta da singoli, ciascuno dei quali ha la faccia pulita. La tenuta su certi valori è possibile solo in base alla coscienza del singolo che tiene». La massa omogeneizzata da qualche droga non esisteva. Il richiamo di questo tipo di raduno rimanda ad un evento bene finalizzato e non comparabile con quello musicale, nazionalista, sportivo, ecc. Il che dice anche pedagogicamente quale debba essere l’ottica giusta per realizzare incontri di massa. Non massa, nota Cacciari, ma coro, dove azioni che contano per ciascuno valgono per tutti. Garelli ha parlato della presa avuta da una simbolizzazione alta ed unitaria.
* La compagnia educativa.
Il Papa lungo la GMG ha evidenziato con la forza dell’esempio un principio pedagogico-religioso che si potrebbe definire della «compagnia» tra persone. Il punto di partenza, come abbiamo già accennato, è la persona e l’incontro tra persone: «Il problema essenziale della giovinezza è profondamente personalistico…. È importante rendersi conto che fra le tante domande affioranti al vostro spirito, quelle decisive non riguardano il che cosa. La domanda di fondo è chi: verso chi andare, chi seguire, a chi affidare la propria vita». Dicendo queste parole, il Papa ha presente la figura di Gesù, la cui compagnia od amicizia è il fondamento di ogni altra. Ma vi rientrano i necessari segni o mediatori di Gesù, il Papa stesso, e naturalmente gli animatori educatori. Viene in mente - ci ripetiamo felicemente - la presenza continua, faticosa e quanto mai determinante di giovani preti e laici che hanno letteralmente vissuto il caldo, la sete, la fatica, il cammino, la preghiera, la tenda dei propri ragazzi. Adesso nel quotidiano il criterio dello stare insieme educatori e giovani avrà altri segni, ma non potrà andare in soffitta.
Vi si connettono tre aspetti emersi dalla GMG che in certo donano un profilo nuovo all’educazione giovanile:
- Stare con loro, viverci insieme, non lodarli e poi abbandonarli. Come ha sottolineato più volte M. Pollo in questa occasione, «educare è accompagnare» con la saggezza e l’affetto illuminato di un adulto verso un giovane. Per l’educatore vale il detto di L. Sciascia: «Il vangelo continuerà a vivere nel cuore degli uomini che hanno cuore». Possono fare questo «educatori ossia guide nei significati profondi della vita, riferimento per la ricerca dei valori, persone capaci di mettersi in gioco» (D. Sigalini).
- Parlare con loro come interlocutori reali. Annota con decisione Mons Nosiglia: «Dopo la GMG cambia sicuramente il modo di approcciare i giovani. Bisogna guardarli negli occhi, parlare direttamente con loro, ascoltarli, corresponsabilizzarli su contenuti forti, che sono poi quelli della nostra fede cristiana».
- Considerarli e volerli soggetti attivi, con l’assunzione di responsabilità per compiti da fare. In tale prospettiva si pone la responsabilità della vita come progetto, e dunque come vocazione.
* Capaci di fare storia giovane della fede.
Ma oltre questa compagnia di singoli educatori nella chiesa si prospetta la chiesa come evento educativo. L’autobiografia del Papa in piazza S. Pietro per impostare il tema della fede, come pure la provocazione di Gesù ai discepoli: «Chi dite che io sia?», «Volete andarvene anche voi?», il richiamo dei martiri di ieri e di oggi (quelle palme della Via Crucis!) fanno della fede il racconto di una storia che da ieri viene ad oggi, da te viene a me e viceversa. Con gestualità anche corporale occorre tornare a narrarsi incrociando le proprie storie con quella biblica, di Gesù, dei martiri. Una vita di fede come dialogo condiviso di esperienze di fede, dove tutti parlano, tutti ascoltano, tutti mettono la loro creatività, il tatuaggio, la preghiera rockeggiante, il silenzio, la confessione, l’Eucaristia, la solidarietà.
Ogni comunicazione di vangelo è sempre vecchi muri che si abbattono verso nuove frontiere.
Pedagogia del dialogo: «Vi ringrazio per questo dialogo, scandito con grida e applausi. Grazie per questo dialogo. In virtù della vostra iniziativa, della vostra intelligenza, non è stato un monologo, è stato un vero dialogo».
Qui, considerando la capacità di incarnare la fede di questi giovani, il Card. Ruini prospetta una visione che ha dell’audace, ma con fondamento. Egli intende l’evento di Tor Vergata come testimonianza di un segno grande non solo di fede giovanile, ma di inculturazione della fede che essi vanno facendo, con il loro stile di modernità (e quanta!) che assume la fede in Gesù Cristo, senza remore sessantottine, per nulla badando al giudizio largamente diffuso, e che essi stessi certamente sentono, di un cristianesimo in fatale estinzione sotto i colpi del progresso tecnologico. Per cui tornare ai giovani significa per la chiesa trovare l’itinerario per il futuro. Quindi non solo aiutarli a seguirci, ma aiutarci, noi adulti, a seguirli. Disse con lungimiranza Giovanni Paolo II: «La Chiesa ha tante cose da dire ai giovani e i giovani hanno tante cose da dire alla Chiesa» (ChFL, 46).
* Altri stimoli educativi.
Raduno insieme, perché non si perdano, alcuni stimoli educativi che fanno parte del patrimonio della GMG.
- Ritornare a dare il linguaggio biblico agli eventi che riflettono in misura così impressionante momenti della storia della salvezza. Cosa erano queste assemblee se non quella del Sinai, Sichem, del Discorso della Montagna fra di noi? Cosa significava la traditio e redditio fidei se non l’attualizzazione dell’alleanza biblica? Giovani come popolo di Dio: perché non leggere tale convenire secondo tale filigrana biblica? L’uso della Bibbia potrebbe rivelarsi decisivo: al di sotto della irrepetibile spinta emotiva che il grande evento ha prodotto, resta vero che l’ordinario della fede continua ad avere come compagno del quotidiano il Protagonista, Gesù di Nazaret. E chi meglio dei Vangeli, sullo sfondo della storia patria che è l’AT, dice la quotidianità di Gesù? I giovani conoscono e praticano vitalmente assai poco la Scrittura. Essa va attentamente riletta come indispensabile filigrana del quotidiano del giovane amico di Gesù. È un segno positivo avere messo in circolazione, durante la GMG, un CD biblico così eccellente. Aiutarli ad entrare nel mondo della Bibbia, è come riportarli alla loro casa: vi è abbastanza carica di utopia, di benedizione e di mistero, di scavo e di speranza per dare respiro vitale ad una fede che ha assoluto bisogno di nutrimento! Ecco una sfida voluta dalla GMG, segno della nostra fedeltà alla sua eredità!
- Riflettere sul significato e portata educativa della confessione anche individuale rimane una lezione non da poco per tutta la Chiesa nel confronto dei giovani.
- La pedagogia del volontariato è carta vincente, alla luce delle migliori testimonianze bibliche e cristiane. La solidarietà e gratuita compaiono come il fiore dell’antropologia moderna che Dio fa crescere per la proposta di fede.
- I valori della prossimità, solidarietà, interculturalità, riconciliazione (si ricordi la testimonianza del giovane angolano!) diventano valori educativi irrinunciabili se proposti con la concretezza del discorso del papa specie alla Veglia.
- Chiamati ad essere educatori, camminiamo insieme secondo un sistema educativo. Con tranquilla certezza oso proporre quello perseguito da santi come Don Bosco, per il quale la ragione, la religione e il cuore fanno sintesi indimenticabile della persona.
- ...
* Una pedagogia ecumenica: i giovani come bene comune.
Un’ultima questione, delicata, non facile, ma cui non rinunciare. La GMG non può essere sequestrata dai cattolici, tenuta sotto chiave. I giovani, questi giovani sono umanità che è bene per tutti, da non sfruttare ma da valorizzare per il bene comune! «Cittadini e discepoli», dice il bel titolo di un libro recente di E. Genre, valdese.
«Un bene comune»: G. Bachelet si è ricreduto, quasi convertito vedendo questi giovani in azione.
Annota una personalità della cultura laica. «Il gran raduno di Tor Vergata non è stato un fatto epocale, ma neppure può essere interpretato come la semplice variante cattolica dei tanti eventi giovanili di massa di questi anni. Quei giovani cattolici hanno rivelato modi di essere, nel costume e nei rapporti sociali, simili a quelli d’ogni altro loro coetaneo. Ma questo è avvenuto in un contesto segnato culturalmente e politicamente da uno slancio verso fini ultimi e impegnativi che possono non essere condivisi. Ma non possono essere messi tra parentesi… Se oggi si vuol parlare ai giovani, si devono ritrovare gli accenti della nettezza, della moralità, anche dell’utopia. Un mondo di mediocri compromessi, di negoziazioni continue, fa smarrire il senso della missione civile, della cittadinanza attiva. Negli ultimi tempi i laici hanno dato la sensazione d’aver tutto scambiato con il calcolo economico. Non deve sorprendere allora, se le parole della Chiesa e del suo Papa abbiano il sembiante dell’unico pensiero di opposizione a un mondo in cui la logica di mercato si manifesta insofferente di ogni vincolo e controllo» (S. Rodotà).
Ecco una pista, su cui non solo parlare, ma fare. A questo proposito merita leggere il saluto del giovane fatto in Quirinale al Presidente Ciampi, così attenti, il giovane e il presidente, a mostrare il profilo alto e benefico dell’umanesimo evangelico nella città dell’uomo.

In sintesi

«Una pastorale dell’intelligenza», è l’incisiva formula coniata dal Presidente della CEI al Consiglio permamente di settembre 2000, da intendere nel senso letterale di saper «leggere dentro» la realtà della persona, quindi una pastorale «che prenda sul serio le domande dei giovani, sia quelle esistenziali sia quelle che nascono dal confronto con le forme di razionalità oggi più diffuse, per aiutarli a trovare pertinenti risposte cristiane e finalmente far propria - per le vie e nei modi che essi stessi, sotto l’impulso dello Spirito Santo, sapranno scoprire - quella risposta decisiva che è Cristo Signore. Non dobbiamo dunque peccare contro la speranza».