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    Orate, fratres. E sperimentate


     

    Massimo Londini

    (NPG 1994-08-47)

     

    L’ultima indagine sui giovani e la preghiera in Italia risale a circa 25 anni fa: un quarto di secolo che è come un millennio. In una società che pulsa all'insegna della velocità, la preghiera sembra infatti sempre più qualcosa di stridente, fuori posto. Eppure resiste, anche tra i giovani che non sono stati propriamente educati ad essa.
    Monsignor Silvano Burgalassi, ordinario di sociologia all'università di Pisa e per anni anche docente di sociologia all'Università cattolica di Milano, conta che i giovani che pregano con una certa regolarità, cioè anche al di fuori della Messa domenicale, siano poco meno del 20% della totalità. Un dato non esaltante, ma nemmeno deprimente. Un dato però che dev'essere analizzato perché racchiude fondamentali novità rispetto al passato.

    Professor Burgalassi, come pregano i giovani d'oggi rispetto ai giovani dell'ultima indagine, quelli di tre o quattro generazioni fa?
    «L'elemento principale che caratterizza i giovani oggi è la diversa capacità e modalità espressiva rispetto ai giovani di una volta. Basti pensare che tradizionalmente la preghiera era corale, ma senza interventi personali, mentre ora tra i gruppi è molto presente l'estroversione, la tendenza a esternare sentimenti e riflessioni, quasi una confessione pubblica. Non c'è più nei giovani che pregano il problema del pudore».

    A che cosa si deve questo nuovo atteggiamento?
    «Intanto a un superamento delle forme di inibizione tradizionali. Noi eravamo piuttosto succubi del controllo sociale, invece oggi c'è una sorta di rivincita del privato.
    Questa capacità espressiva, che risponde al bisogno di esprimersi, può essere conseguenza della difficoltà a trovare comprensione in famiglia. E allora i giovani vengono in contatto con un gruppo religioso compatto e omogeneo, si aprono e si sfogano. Quasi come se costruissero un altro tipo di famiglia».

    Quali nuove modalità di preghiera prevalgono tra i giovani?
    «C'è sicuramente un nuovo ritmo di preghiera. Ma questo è naturale perché tutto ciò che è ritmato, musicale, moderno ed espressivo ha più possibilità di essere accettato dai giovani. La tradizionale «cantillazione» ha lasciato il posto al ritmo, e questo è un segno dei nostri tempi.
    Mentre prima si esprimeva l'orazione attraverso una lingua unica che era il latino e con una melodicità che era il gregoriano, ora invece si esprime facendo intervenire musiche esotiche, canti e preghiere differenziate. L'omogeneità espressiva ha lasciato il posto a una eterogeneità soggettiva. Ma un altro punto che caratterizza le giovani generazioni impegnate religiosamente è l'utilizzo diretto e libero della Bibbia, che le vecchie generazioni ignoravano al di fuori della Messa. Uno stile che sa un po' di protestantesimo».

    Il modo di pregare può anche rappresentare un'attrazione per entrare a far parte di un movimento?
    «Per alcuni gruppi senz'altro. Nei carismatici e nei catecumenali, ad esempio, la forma di preghiera è molto avvincente e può essere il primo approccio per un esterno.
    Ma più che qualcosa di appariscente, e che può colpire per la sua bellezza anche estetica, la modalità di preghiera viene percepita proprio nella sua sostanza, perché il giovane ha la sensazione di un allargamento della propria famiglia».

    Quale è stata l'evoluzione della preghiera dal pre-Concilio ad oggi?
    «La preghiera prima era tradizionale: le vecchie orazioni imparate da ragazzi che si recitavano nei momenti forti della giornata, quando ci si sedeva a tavola per mangiare e la sera prima di andare a letto.
    Erano formule imparate a memoria, solitamente in latino. Oggi sono sparite, lasciando però un grande vuoto perché non riusciamo più a trovare forme suppletive; per cui la religiosità rischia di esprimersi soltanto nella messa domenicale, il che è troppo poco.
    E l'assenza di preghiera è il vuoto della quotidianità che oggi si cerca di riempire con una vasta gamma di surrogati di Dio: la scienza, l'astrologia, la psicanalisi, la magia, tanto per citare».

    La preghiera è stata allora esiliata dalla quotidianità?
    «In parte sì. Mentre per i giovani di qualche generazione fa pregare la sera prima coricarsi era normale, il giovane d'oggi prega occasionalmente, a modo suo, magari quando è solo e parla con se stesso.
    In genere comunque il giovane d'oggi non è uno che prega molto, preferisce agire. Tuttavia i giovani impegnati che aderiscono a movimenti seguono una diversa condotta: per loro la preghiera è una scelta caratterizzante, quindi è qualitativamente migliorata. Il fatto di pregare in lingua volgare, di esprimersi liberamente, di poter partecipare attivamente, hanno certamente migliorato la comprensione dell'atteggiamento religioso».

    Che modalità potrebbe porre in atto la Chiesa per rivitalizzare la preghiera e riavvicinarvi i giovani?
    «C'è soltanto un modo ed è quello di permettere - si badi bene: non di consigliare o inculcare - la sperimentazione da parte di gruppi particolari di forme liturgiche e di preghiera. Se poi falliscono, l'esperienza così com'è nata si chiude. Certo si deve trattare di sperimentazioni non in contrasto con la tradizione, ma semplicemente innovative. Se tutte le esperienze valide dei diversi gruppi fossero riportate nella comunità, sarebbe un arricchimento senza precedenti».
    (Avvenire, 22 marzo 1994)

     


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