Al di là della vernice

Franco Cassano

 

Il turismo è ormai da tempo un'industria e un'esperienza di massa, qualcosa che mette in movimento ogni anno milioni di persone, spingendole lontano da casa e dal lavoro con un promessa di benessere e di piacere. Sul turismo esiste da tempo un'accesa polemica: secondo alcuni è un'esperienza permessa solo agli abitanti dei paesi ricchi, perché va in genere dal nord verso il sud e mai nella direzione contraria, riservata agli emigranti. Inoltre esso costruisce, con la sua standardizzazione e massificazione, un rapporto «falso» e mercificato con il paese che si visita. Il turista spesso non conosce (né desidera farlo) gli abitanti del paese in cui si trova, ma solo gli operatori turistici o altri turisti. Egli compra non una relazione, maspicchi di mondo completamente astratti dal contesto umano, confezionati per il consumo: un clima, uno specchio di mare, sentieri tra i boschi. L'industria delle vacanze finisce così per deturpare i luoghi, facendo perdere loro antichi e preziosi equilibri, e avviando verso una sorta di mercificazione-prostituzione l'antica bellezza, un tempo valore d'uso per gli abitanti del luogo e per rari viaggiatori. Questa mercificazione conosce ovviamente forme molto diverse in funzione del target cui si mira, dall'eremo che affitta pace e silenzio alla trasformazione di antichi borghi riservati in sedi di festival affollati e rumorosi, alla costruzione di vere e proprie cattedrali dello «sballo», il conformismo oggi più inaffondabile proprio perché convinto di essere il suo contrario.
Ci sono però anche molti altri che difendono il turismo con argomenti degni di attenzione. È meglio, sostengono, che i paesi ricchi mandino in giro per il mondo turisti piuttosto che soldati. Il turismo può essere superficiale, volgare e distruttivo, ma mai come lo è una guerra, perché implica in molti casi una curiosità per l'altro e un desiderio di conoscerlo che, anche se non sono profondi, presuppongono almeno una relazione di apertura e di contatto, un interesse non aggressivo. Non si dovrebbe mai dimenticare, prima di tuonare contro l'edonismo e la mercificazione, che la fuga dei turisti è il primo sintomo di una guerra. D'altra parte, si afferma, il turismo costituisce per i paesi poveri un mezzo lecito e non traumatico per entrare nel circuito del benessere: l'industria del sole, del mare e della montagna porta reddito, laddove prima accanto alla bellezza e all'equilibrio c'erano la miseria e l'emigrazione. Il turismo, si ricorda ancora, a differenza dell'industria ha un interesse economico alla salvaguardia dell'ambiente, perché ogni inquinamento si trasforma in danno economico.
Sia i detrattori sia i sostenitori del turismo fanno ricorso ad argomenti apprezzabili che rivelano l'ambivalenza del fenomeno e impongono una risposta lontana da ogni pigrizia intellettuale. Non si può negare che l'ethos del turismo sia per certi aspetti esattamente l'opposto di quello della guerra, che il mercato comune del tempo libero favorisca insieme ai legami economici anche delle forme di conoscenza reciproca, che una vacanza piacevole costruisca un legame duraturo con i luoghi e chi li abita. È bene però evitare un'esaltazione di questo pacifismo del mercato, perché esso consegna intere zone del pianeta a una devastazione meno grave di quella della guerra, ma che sarebbe colpevole sottovalutare. Il cliente pretende di avere sempre ragione esattamente come l'invasore e quindi chiede di essere assecondato in tutti i suoi capricci. È questo il pericolo del turismo, che esso riesca a ottenere, proprio perché paga, quello che l'invasore non riesce mai a ottenere: una dipendenza economica dei paesi poveri fondata su un'omologazione subalterna e consensuale.
Il turismo può essere invece molto prezioso se permette di costruire un rapporto con la diversità di un luogo e di una lingua, quando è capace di delicatezza, di dar accesso non solo alle strade di un paese, ma anche al modo di sentire e vedere di chi lo abita, quando, conoscendo la propria violenza, sappia accettare regole e limiti. Si dice che la regina d'Inghilterra creda che l'odore del mondo sia quello della vernice perché viene sempre preceduta dai pittori che rimettono a nuovo i luoghi che essa visita. È questo il rischio del turismo: che esso creda di far conoscere mentre in realtà sta rendendo tutto uguale purché gradevole al viaggiatore. Occorrerebbe abituarsi a qualche scomodità in più, se questo è il prezzo del rapporto con la verità, con la differenza dell'altro, se qualche disagio permette di andare al di là della vernice. È allora che inizia il viaggio.