La forza delle cose

Inserito in NPG annata 1995.


Intervista a Giuseppe De Rita

a cura di Lietta Tornabuoni

(NPG 1995-09-43)

 

Piramide, uovo, marmellata. Sono le tre cose-simbolo che Giuseppe De Rita, sociologo, presidente del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, segretario generale del Censis, indicato nei giorni della crisi come possibile presidente del Consiglio, analista dei mutamenti italiani nel corso del tempo, sceglie per sintetizzare l'evoluzione della società nel mezzo secolo della democrazia.
Altri oggetti rappresentano, con la forza delle cose, gli immensi cambiamenti della nostra vita materiale. Nel 1945, finita la seconda guerra mondiale, non c'erano la televisione, la lavatrice, la plastica come uso corrente, l'automobile come veicolo di massa, la pubblicità come linguaggio collettivo, l'elettronica coi suoi computer. Non c'erano detersivi: i piatti si lavavano con la soda e le pentole con la pomice o la cenere, i panni sporchi si pulivano con l'acqua bollente, il sapone da bucato e la fatica manuale. Non c'era granché da mangiare, mancavano gli alloggi e neppure il sette per cento delle famiglie aveva contemporaneamente in casa elettricità, acqua potabile e gabinetto. Non c'erano frigoriferi, le poche ghiacciaie erano rifornite con pezzi di ghiaccio comprati e portati a casa ma gli alimenti si conservavano soprattutto all'aria, sui davanzali delle finestre di cucina. Non c'era il collant, le donne armeggiavano con reggicalze e fibbie e con elastici stretti intorno alle cosce: soltanto le signore porta vano calze di seta, il nylon non c'era. Non c'erano gli antibiotici, non c'erano assorbenti né pannolini per neonati o incontinenti. Non c'era l'abitudine né la possibilità del bagno o della doccia quotidiana: anche nelle famiglie borghesi il bagno era un evento settimanale, nella stessa acqua calda si lavavano magari due o tre persone, e di deodoranti neppure si parlava. Non c'erano il telefono né il riscaldamento nella maggior parte delle case. Non c'era la pratica del consumo, ma l'etica del risparmio; non la pratica dell'edonismo, ma l'etica del sacrificio. Paese rurale, l'Italia era pure un Paese sottosviluppato. Sulla vita materiale italiana enormemente migliorata nei cinquant'anni della democrazia, interroghiamo Giuseppe De Rita.

Domanda. Quali, fra tanti mutamenti, sono stati i più forti e influenti?
Risposta. «Quelli legati alla casa, alla mobilità, a se stessi. L'Italia è oggi, rispetto a ogni altra nazione del mondo, il Paese dove è più alto il numero delle case di proprietà. Nel 1945, dopo le perdite, le macerie, le insicurezze e i nomadismi coatti della guerra, la voglia di casa, il bisogno d'un tetto sono stati al primo posto, e si sono portati dietro tante cose, dai detersivi ai sistemi d'allarme, dall'aspirapolvere al forno a microonde, alle cucine complete, agli scaffali svedesi, al registratore, alla radiosveglia, al computer, ai divani. Anche la televisione è stata innanzi tutto un oggetto domestico. Anche qualche enci
clopedia. Abbiamo acquisito il più possibile e riempito le stanze, abbiamo voluto case piene di cose: la tendenza ad accumulare è durata per decenni».

D. Non ha provocato anche privazione, sacrificio? Per comprare la casa, tanti hanno pagato mutui per venti, trent'anni, e ogni nuovo oggetto domestico significava pacchi di cambiali. Ironicamente, ma non tanto, Corrado Mantoni poteva modificare l'articolo 1 della Costituzione in «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sulle cambiali», e venire accusato di lesa patria...
R. «La mia generazione è stata forse l'ultima a pensare che il futuro sarebbe stato migliore del passato, ad avere il senso della speranza. La cambiale era un investimento di speranza, mentre oggi è un preannuncio d'angoscia. I tassi d'interesse erano bassi e hanno consentito alla gente di farsi la casa: sino al 1973'74 di quella crisi valutaria ed economica che ha reso i tassi tanto alti da diventare impraticabili oppure schiaccianti come una condanna a vita».

D. Dopo la casa, i cambiamenti più grandi...
R. «Hanno riguardato la mobilità, i veicoli per muoversi. Anche prima dell'automobile, il treno, la Vespa, la Lambretta, pure una bicicletta a motore come il Mosquito, hanno rappresentato la scoperta dell'andare, girare, viaggiare, cambiare, liberarsi. Bisogna ricordarlo, ancora nel 1955 vigeva, magari inapplicata, la legge fascista che proibiva di spostare la propria residenza da una città all'altra senza una chiamata di lavoro.
Per secoli l'Italia era rimasta ferma, raggrumata nei paesi o nei quartieri d'origine: quel grumo originario resisteva e si riformava anche nei Paesi stranieri dell'emigrazione. Nel dopoguerra, il flusso dal Centro-Sud a Milano o a Torino non era più esclusivamente un'emigrazione classica da espulsione, era pure un'emigrazione da attrazione: si partiva non soltanto per anda re a lavorare, anche per cambiare l'esistenza e l'ambiente in cui si viveva, anche per sottrarsi al controllo familiare o sociale sulla libertà personale. L'impulso era a uscire dalla propria isola, e andare.
Insomma, massimo sviluppo dell'evasione dalla tana, dello spostarsi: una tendenza soltanto apparentemente schizofrenica o contraddittoria, in realtà equilibrata nella modernità. Il meccanismo della mobilità copre buona parte dei nostri usi di vita negli ultimi cinquant'anni, dalla Vespa alle vacanze in Polinesia; i consumi per la mobilità sono quelli che hanno dato e preso di più nella società italiana».

D. Il terzo elemento?
R. «Se stessi. Mezzo secolo fa il narcisismo non potevamo permettercelo. Ci siamo accorti lentamente che era permesso compare vestiti nuovi, scarpe nuove, cappotto nuovo. Gli investimenti per se stessi hanno poi avuto uno sviluppo enorme e anche abnorme, proporzionato soltanto all'assoluta carenza precedente. Il rapporto materiale col proprio corpo è stato nutrito da livelli di consumo più alti che in altri Paesi: altissimi. Enorme sviluppo degli aquisti di abbigliamento, di cosmetici e di prodotti per la pulizia e la bellezza personale. Enorme sviluppo delle spese sanitarie, visite mediche, medicinali, esami di laboratorio, analisi, terapie, regimi dietetici, ricerca di cibi sani: tutte cose che prima del 1945 erano ignote o quasi, farsi visitare dal medico era un evento eccezionale e spesso terminale, curarsi i denti o la pelle era un lusso inaudito».

D. Questo mutare della vita materiale è stato preceduto, accompagnato o seguito dai cambiamenti sociali?
R. «Il grande cambiamento sociale espresso dagli oggetti, dalle cose, consiste nella dimensione del «fare da sé», del cittadino padrone del proprio destino. Il 1945 poteva offrire l'immagine d'una Italia di sconfitti, di servi e di furbi pronti a prostituirsi, a seguire i nuovi padroni appena arrivati. Il punto di svolta fu un'intuizione, forse di Alcide De Gasperi: non realizzare la ricostruzione affidandosi allo Stato o ai grandi gruppi economici, ma affidandosi ai cittadini e alle loro risorse, chiedendo a loro di essere costruttori del proprio futuro. In realtà lo Stato era troppo debole per fare il padrone: l'Italia materiale venne affidata agli italiani».

D. Magari con l'assistenza, la protezione, la partecipazione, le spese dello Stato?
R. «Tutti coloro che hanno fatto da sé, dal fascismo in poi, hanno avuto il sostegno dello Stato: le leggi sui danni di guerra, sull'edilizia popolare e sulle cooperative, le commesse pubbliche, i Piani Verdi, magari anche le pensioni di invalidità... Quello italiano è stato un «fai da te» ambiguo, appoggiato, sostenuto e corretto dallo Stato: persino nelle illegittimità (non pago il fisco, non pago l'Inps) che hanno favorito il moltiplicarsi della piccola impresa che anche oggi fa sì che l'Italia regga».

D. Senza la democrazia, tanti mutamenti della vita materiale sarebbero stati possibili?
R. «No. In Italia s'è avuta una democratizzazione reale, non formale. Siamo passati da duecentomila a un milione di imprenditori; dai latifondisti ai coltivatori diretti; dall'accentramento a Roma e Milano al policentrismo. È stato un processo storico di massa a trasformare la democrazia scritta e verbale in democratizzazione sostanziale».

D. Tutto questo ha modificato l'assetto sociale di cinquant'anni fa?
R. «Abbiamo avuto un grande processo di `cetomedizzazione': si sono depotenziati i livelli alti, alzati i livelli bassi. Nel 1945 chi esercitava una professione liberale apparteneva alla élite sociale: oggi i sessantamila professori universitari, i medici, gli avvocati, i politici, i giornali-
sti sono ceto medio, e sono ceto medio gli ex braccianti o le parrucchiere. L'opinione di massa formata dalla televisione e i consumi di massa sono la colla che tiene insieme il corpaccione cetomedista. Il meccanismo sociale dunque non è più down-up, chi sta in basso e chi sta in alto, chi sale e chi scende; è invece in- out, chi sta dentro e chi sta fuori, chi è integrato alla società e chi ne è espulso. Ma anche questo... Mezzo secolo fa la società italiana poteva essere rappresentata come una piramide: base larga via via restringentesi verso il vertice.
Poi, come un uovo: uniformità, sommità ristretta di ricchi, fondo ristretto di poveri. Oggi la società italiana può essere rappresentata come una marmellata: tutto piatto».

D. Il cambiamento è avvenuto troppo velocemente e superficialmente?
R. «Cinquant'anni sono tanti, e il nostro cambiamento ha avuto una densità incomparabile».

D. Non ha avuto pure degenerazioni gravi?
R. «Tutti i discorsi sull'ignoranza, la brutalità o la volgarità del presente sono sciocchezze incompetenti oppure nostalgie di privilegiati: basta ricordare com'era la vita collettiva cinquant'anni fa per capirlo. Una degradazione della cultura e del costume riguarda caso mai le élite, riguarda la spettacolarizzazione della politica e la relativa esigenza di fare i guitti.
Una degenerazione più estesa e seria c'è: il 'fai da te' può diventare egoismo, individualismo, solipsismo, narcisismo, soggettivismo etico facilmente inclinante alla devianza delinquenziale, superpotenziamento dell'Io. Da questo si può salvarsi soltanto uscendo da se stessi, tornando a guardare gli altri e ad andare verso gli altri, convincendosi che l'identità non sta in se stessi ma nel rapporto con il prossimo».
(La Stampa, 16 gennaio 1995)