Famiglia e scuola: causa e cura del disagio

Inserito in NPG annata 1995.

Severino De Pieri

(NPG 1995-02-99)

 

Il 1994 è stato l'anno della famiglia. Ma quando sarà l'anno della scuola? Famiglia e scuola: due istituzioni oggi chiamate in causa da più parti perché di volta in volta si trovano o sul banco degli imputati, oppure messe sul trono.
La famiglia, da anni, è stata nel bersaglio di molte forze ideologiche e politiche, ed è stata ridotta quasi allo stremo. Tuttavia, come le ricerche sociologiche documentano, la famiglia dimostra una «tenuta» che non ha confronti. È una delle poche istituzioni che non solo gode la fiducia delle nuove generazioni, ma che è anche invocata come ultima spiaggia, estremo rimedio per i mali del nostro tempo. L'esempio più evidente è costituito delle comunità terapeutiche per la cura dei tossicodipendenti. Quasi tutte si ispirano al modello familiare. Se da una parte la famiglia è spesso ritenuta causa o concausa del ricorso alla droga, nel contempo l'approccio al modello famiglia da parte delle comunità terapeutiche si rivela risolutivo per salvare i giovani entrati nella spirale senza ritorno della droga.
Così per la scuola: soprattutto in Italia, questa istituzione risulta in crisi e molto bersagliata, soprattutto perché affetta da uno statalismo cronico. Tuttavia la scuola, specialmente in questi ultimi anni, sta esprimendo progetti educativi, proposte pedagogiche che fino a qualche anno fa potevano sembrare impensabili.
Ma famiglia e scuola non sono due istituzioni separate: sono in rapporto tra di loro e in relazione anche con altre istituzioni, come ci insegna l'approccio sistemico.
In questo articolo famiglia e scuola sono simultaneamente viste come causa e rimedio del disagio e del disadattamento, cioè come fattori che possono creare delle crisi nella crescita delle nuove generazioni, ma anche come istituzioni che in se stesse possiedono risorse non solo curative ma anche propositive per una offerta di civiltà e di recupero storico.

 

UN APPROCCIO SISTEMICO

Nella realtà complessa della società in genere e italiana in specie, nella cui trama il preadolescente e l'adolescente di oggi pure esistono e in essa si definiscono, compiamo una esplorazione specifica sull'influsso che tali principali agenzie di formazione possono avere nei loro confronti.
Non si tratta di una semplice analisi sociologica, una lettura strutturale della società o una analisi dei fattori che possono incidere in queste formazioni o deformazioni della realtà dei giovani di oggi in crescita e sviluppo, bensì di una valutazione di insieme: in altri termini della visione sistemica secondo cui ogni realtà sociale va intesa come parte di altre realtà più ampie e interdipendenti, sicché ogni mutamento parziale si ripercuote sul tutto. Il problema del disagio e del disadattamento viene dunque considerato come un sottosistema nel più ampio sistema di riferimento istituzionale e sociale.
I soggetti allora sono proprio i ragazzi, i quali, attraverso l'analisi del proprio vissuto, esprimono il danno sociale ma nel contempo anche la possibilità di ripresa, di recupero e di nuova proposta.
Oggi è di moda parlare di agio e disagio, adattamento e disadattamento.
Questi termini fortemente emotivi e spesse volte ideologici possono trarre in inganno. Noi concepiamo le istituzioni globalmente nel loro insieme come capaci in modo simultaneo di creare salute, produrre sviluppo, promuovere integrazione e, allo stesso tempo, essere occasione di patologia, di degrado, di sofferenze indicibili dei singoli e della collettività.
La famiglia di oggi, i genitori in particolare, stanno dimostrando che è possibile cambiare atteggiamenti e comportamenti, anche sulla lunghezza d'onda delle richieste dei figli, in una specie di interscambio tra generazioni. Alle domande dei figli corrispondono risposte da parte dei genitori che possono risultare adeguate e pertanto migliorative, come al contrario risultare rigide e quindi tali da esporre al blocco di ogni possibilità di sviluppo.[1]
Per allargare il discorso, risulta che non è nell'ambito della società civile e politica, né dentro le maglie delle stratificazioni sociali e territoriali che sta emergendo una autonomia produttrice di interazioni significative.
Con tali agenzie ambientali il preadolescente appare come un recettore passivo. Nei mutamenti intersistemici operativi osservati dentro il mondo interiore dei ragazzi, è possibile riscontrare l'influsso delle trasformazioni intersistemiche che avvengono attraverso l'apporto delle istituzioni e delle agenzie che si propongono «intenzionalmente» l'educazione dei giovani d'oggi: come la famiglia, la scuola, la comunità ecclesiale, e tutte le altre istituzioni dirette da adulti in qualunque modo intese come fattori educativi.
Questo condizionamento certo esiste; ma l'impulso a cambiare proviene anche dalle nuove generazioni che «spingono» gli adulti a rivedersi e a dare risposte diverse.
Un approccio sistemico al fenomeno è dunque essenziale, anche per i risvolti pedagogici.
Le esigenze di autonomia e di «controdipendenza» che gli adolescenti di oggi manifestano possono infatti venire accompagnate da risposte adeguate negli adulti, o trovare invece risposte sbagliate. Se accettate in modo positivo, le esigenze dei ragazzi producono una evoluzione favorevole nei processi di autonomia; al contrario, un rapporto di in- comprensione, di mancata valorizzazione può provocare una emancipazione con forme di rottura, di distacco, di fughe reattive, di ripiegamento: in altri termini di disagio e di disadattamento.
Risulta dunque importante, accanto agli esperti e agli studiosi, ascoltare anche la voce dei ragazzi, perché questa voce può dire il vissuto, il modo concreto secondo cui essi rispondono ad una realtà dinamica che può avere esiti contrastanti.

DATI DELLE RICERCHE COSPES

Adattamento e disadattamento nella preadolescenza

Quando insorge un disadattamento durante l'età preadolescenziale possiamo osservare che entrano in gioco molteplici fattori, sia esterni che interni al soggetto.
I fattori esterni sono anzitutto quelli ambientali e socio-culturali. In particolare, accanto al degrado ambientale e culturale e all'influsso determinante dei mass-media, possiamo mettere in luce l'assetto familiare, che appare in molti casi problematico e inadeguato in ordine alla capacità educativa dei genitori. E anche la scuola, essa stessa fattore scatenante di disadattamento e di emarginazione in quanto appare incapace, in molti casi, di sviluppare attitudini di base e interessi in sintonia con i bisogni dei preadolescenti.
Tra i fattori interni, connessi con le strutture dell'io del preadolescente e con le sue dinamiche accrescitive, possiamo ritrovare carenza motivazionale, debole identificazione con i modelli parentali e con gli adulti significativi, ma soprattutto una «sindrome di deprivazione» in vari ambiti, che può compromettere seriamente un corretto sviluppo dei preadolescenti. I dati a nostra disposizione (cf L'età negata, 1986)) mettono in luce il tipo di influsso familiare che subiscono i ragazzi in Italia.

La famiglia

Al quesito «Come ti trattano i tuoi genitori rispetto a quando eri piccolo/a?», i preadolescenti italiani nella stragrande maggioranza affermano di aver avuto un intervento educativo soddisfacente.
Infatti il 23% dichiarano di essere divenuti più grandi (e sono soprattutto quelli di terza media), per cui stanno già distaccandosi dalla dipendenza infantile. Il 32,8% affermano di riuscire a capire di più le idee dei genitori, in pratica le loro convinzioni educative. Il 33,2% dichiarano che i genitori, ora, parlano di più con loro. E soprattutto (il 43,4%) affermano che i genitori non li trattano più da bambini.
Sembra dunque che nella stragrande maggioranza dei casi le famiglie italiane si adeguino ai cambiamenti intervenuti durante la pubertà, imparino a distanziarsi da un rapporto troppo protettivo nei confronti dei figli e incrementino il sorgere in loro di una certa autonomia che sarà molto più accentuata durante l'adolescenza.
Non sfugga però quella fascia di preadolescenti italiani che non godono di questo intervento positivo da parte dei genitori. Possiamo evidenziare delle percentuali sia pur minime, riferite a problemi, a difficoltà che i ragazzi italiani manifestano nell'intervento educativo della famiglia.
Infatti il 4,3% affermano di essere in dissenso manifesto con i genitori, non condividendo più le loro idee. Il 3,2% si lamentano perché i genitori non li capiscono più ( ciò potrebbe anche comportare un cambiamento adolescenziale in atto). Il 2,9% dichiarano che i genitori continuano a trattarli come dei bambini, in quanto non si accorgono del cambiamento intervenuto. Una piccola parte (1,3%), sempre in questo panorama negativo, dichiara che i genitori non hanno più tempo per loro.
L'analisi compiuta sul disadattamento inoltre (che interessa circa il 7,5% dei preadolescenti italiani) mostra ancora come la famiglia stessa appare ed è effettivamente causa di sviluppo integrale della persona, ma anche che in alcune situazioni diventa essa stessa causa scatenante di traumi, per difficoltà evolutive, per arresti della crescita, per distorsioni e disturbi vari.
Al quesito: «Quando i tuoi genitori ti rimproverano per una mancanza, come reagisci?», i preadolescenti italiani nella stragrande maggioranza dei casi affermano di mettere in atto una reazione che appare piuttosto articolata.
Il 13% dicono che accettano i rimproveri e si sforzano di migliorare e il 17,1% affermano che cercano dove hanno sbagliato per poter intervenire e cambiare. L'8,3% dichiarano di discutere con i genitori circa i rimproveri ricevuti.
Accanto a queste risposte positive abbiamo quelle problematiche: il 18% affermano che di fronte ai rimproveri cercano di difendersi con delle scuse. Il 12,7% dichiarano di non reagire e il 16% invece subito reagiscono male ma poi accettano. A ciò si aggiungano le risposte di passività e indifferenza, (6,3%) e per il 9,2% di ribellione aperta, di opposizione manifesta.
In sostanza questo panorama di reazioni ci permette di cogliere come si manifesta la dinamica reattiva del preadolescente nei confronti dei genitori. Il preadolescente tenta di uscire dalla di pendenza e sperimenta tecniche di distanziamento, di allontanamento e di indipendenza che lo porteranno ad essere più autonomo nell'adolescenza. È interessante osservare come wiesta dinamica si presenta ambivalente, spesse volte conflittuale, talora non risolutiva e in alcuni casi anche nociva e devastante per la crescita della personalità. (Nella guida educativa il sistema dei divieti e dei rimproveri può così diventare l'occasione per una crescita armonica della personalità, come pure la causa passiva per l'instaurarsi di un conflitto, di un disturbo che potrebbe col tempo diventare consistente).
Quali sono le cose che fanno più male a un ragazzo di questa età? La ricerca cui ci riferiamo ha documentato che tra esse emerge innanzitutto la droga. Nell'immaginario collettivo la droga rappresenta il male per eccellenza. In seconda posizione vi è la discordia in famiglia. Il preadolescente italiano ritiene che nella sua crescita è essenziale l'accordo, l'intesa armonica della coppia e di tutto il sistema familiare. Segue poi l'influsso delle cattive compagnie. Poi, a lunga distanza, le altre voci che tradiscono il condizionamento ambientale. come il linguaggio volgare, la violenza. le cattive letture, i films; ed altri fattori come il non avere amici, non essere capiti: in sostanza il preadolescente italiano non chiede una eccessiva libertà per sé, bensì una guida educativa e soprattutto una testimonianza di amore. Sembra poi invocare indirettamente una prevenzione efficace contro i veri mali della società, in primo luogo la droga che rappresenta l'emblema di ogni male.

La scuola

Passiamo ora all'analisi della scuola, quella dell'obbligo che il preadolescente frequenta. Come viene percepita dai ragazzi di questa età?
Con una percentuale elevata del 78,6% i ragazzi affermano che la scuola svolge la sua funzione didattica, insegna cose nuove, aiuta a crescere nell'istruzione e nella cultura. A questa voce si aggiunge quella che si riferisce agli obiettivi educativi in quanto la scuola aiuta a diventare uomini o donne (32,7% ), quella indicante che la scuola aiuta a realizzare i desideri e le aspirazioni dei ragazzi di questa età (15,9%). Le due voci sommate sono molto rilevanti (48,6%). In terzo luogo la scuola è valida perché prepara per la professione (41,6%).
L'immagine che i ragazzi hanno della scuola si riferisce al suo influsso culturale, alla formazione della personalità e al suo orientamento professionale.
Leggendo le interviste, si può rilevare che i ragazzi soprattutto vogliono nella scuola un ambiente umano, comprensione, o aiuto nella crescita e istruzione, ma soprattutto educazione globale, promozione integrale della persona. A riprova, le percentuali del disadattamento vero e proprio che una certa fascia di preadolescenti vive in Italia a causa della scuola sono molto basse, forse perché essi non hanno il coraggio di criticare le istituzioni scolastiche, ma neanche gli adolescenti, che pure dispongono di maggiore spirito critico.
È interessante comunque cogliere come per alcuni ragazzi la scuola viene vista come una struttura che fa perdere tempo, che non serve a nulla, addirittura che rende peggiori.
Queste voci troveranno un esito molto più marcato durante l'adolescenza, quando l'influsso negativo della scuola sarà riscontrato in maniera maggiore.
È ovvio che il preadolescente, nel suo sforzo di controdipendenza, scateni delle reazioni negative anche nei confronti dei suoi educatori. È però evidente che la scuola, che pure svolge un ruolo di contenitore sociale e di sviluppo della personalità, non sempre è in grado di attuare una funzione preventiva e terapeutica.
Una certa parte di soggetti, anche nella scuola dell'obbligo, viene espulsa, e pertanto la scuola non solo viene meno alla propria funzione di integrazione sociale, ma si pone in certi casi essa stessa come fonte di disadattamento. Nella
scuola lavorano come educatori gli insegnanti.
Abbiamo chiesto ai ragazzi «Come sono con te gli insegnanti?». La stragrande maggioranza si esprime in termini positivi: il 58,8% affermano che i loro insegnanti sono buoni e amichevoli e il 22,6% che rispettano i ragazzi. Queste voci positive sono però controbilanciate da altre indicanti che essi non dimostrano di aiutare i ragazzi a crescere nella personalità e che possono anzi esporli al disadattamento.
Nel dettaglio ben l'11,3% dei ragazzi dicono che gli insegnanti fanno preferenze, non valutano in modo positivo, si fanno condizionare da fattori non oggettivi. Inoltre il 2,8% dei ragazzi affermano che gli insegnanti ce l'hanno con loro e quindi instaurano un rapporto conflittuale e di esclusione; e il 4,1% affermano che gli insegnanti sono severi: notazione fatta proprio da coloro che esperimentano una valutazione negativa e svalorizzante da parte degli insegnanti.

L'etero-valutazione negativa connessa con il grado di disadattamento

Senza dubbio nella gran parte dei casi le carenze di stima provengono dagli stessi genitori: il tipo di educazione da essi impartito viene giudicato come inadeguato dai preadolescenti che non si sentono considerati, stimati e valorizzati come avrebbero desiderato.
Ecco il loro «identikit».
- Quanto al sesso, sono per 2/3 maschi e per 1/3 femmine. Queste ultime, anche se più precoci e talora «contestatrici», apparirebbero nel complesso meno esposte dei maschi al disadattamento. — Quanto all'età, si distribuiscono in prevalenza attorno al periodo 12-14 anni, nell'acme della crisi puberale, con una lieve accentuazione verso il quattordicesimo anno. Forse per una maggiore presa di coscienza a questa età della svalorizzazione.
- Quanto al ceto sociale, si addensano in prevalenza verso il livello medio-basso e basso.
- Quanto alla zona geografica, pur essendo presenti in tutto il territorio nazionale, si concentrano maggiormente
nelle periferie urbane del Nord, lungo la dorsale appenninica del Centro e nel Sud e nelle Isole.
- Quanto alla scolarità, ritroviamo tra questi ragazzi il maggior divario («bocciature») rispetto agli altri.
- Quanto alla composizione familiare, appartengono prevalentemente a famiglie numerose.
- Quanto al comportamento del padre verso di loro, affermano che, con notevole diversità dagli altri, non gioca con loro, non si interessa dei loro problemi, lascia fare ciò che vogliono. Soprattutto ne denunciano l'eccessiva severità e talora anche il ricorso alle «percosse».
- Non dissimile, ma solo di intensità minore, è il comportamento ritenuto negativo nella madre, che non aiuta a diventare migliori ed è troppo severa.
- Lamentano poi, più degli altri, un peggioramento delle relazioni non in forza di una eventuale crescita critica dell'autonomia, bensì a causa di un tipo di educazione improntato ad autoritarismo o a disinteresse.
- Il dialogo con i genitori risulta più difficile o non esiste affatto, specialmente con il padre. Ciò è confermato dalla frequenza e intensità dei litigi che, specialmente con il padre, risultano in maniera notevolmente maggiore rispetto agli altri.
- Il rapporto con gli insegnanti è vissuto in maniera più sofferta e insoddisfacente in quanto, notevolmente più degli altri, i preadolescenti «disadattati» lamentano da parte degli insegnanti minore accettazione, comprensione, rispetto, e più ingiustizia, severità e «attitudine persecutoria» («ce l'hanno con me»). A questo proposito si nota in maniera manifesta che risulta per essi alquanto difficile l'identificazione con gli insegnanti.
- Per loro l'istituzione scolastica perde alquanto di significato. Più degli altri lamentano il fatto che la scuola non insegna cose nuove, non prepara al lavoro e alla professione e, soprattutto, che fa loro perdere tempo, non serve a nulla e in alcuni casi rende addirittura peggiori. Da notare che nel coro di coloro che esprimono questi giudizi critici, i «disadattati» si presentano in una percentuale notevolmente superiore rispetto a quelli che possono beneficiare di una valutazione di sé più positiva e soddisfacente.

 

Adolescenti, famiglia e scuola: tra crescita e disagio

Nella ricerca nazionale COSPES sulla adolescenza, ancora in atto e di prossima pubblicazione, si è potuto tra l'altro verificare l'influsso positivo e negativo che sia la famiglia che la scuola possono avere sul mondo interiore degli adolescenti e soprattutto sulla formazione dell'identità.

La famiglia

Si voleva anzitutto analizzare come si pone l'adolescente, in cambio di età, nei confronti dei genitori. Gli adolescenti (come del resto i preadolescenti) sono molto legati ai propri genitori e dimostrano nei loro confronti una stima molto elevata.
L'80,4% degli adolescenti intervistati ritrovano nei genitori una esperienza autentica di amore nei loro riguardi. Nel dettaglio, il 59% dicono che i genitori cercano di capire i problemi degli adolescenti e danno loro consigli per una crescita armonica. Il 21,4% dicono che i genitori sono credibili, vanno ascoltati, perché hanno esperienza e pertanto educano facendo riferimento all'esperienza come base essenziale per la formazione.
Ma in questa domanda si ha anche una percentuale di soggetti che trovano nella famiglia non una risorsa di crescita, una esperienza di amore autentico. bensì mancanza di amore e disinteresse per un totale del 20%.
Nel dettaglio l'11,6% di questa fascia dicono che i genitori in fondo chiedono agli adolescenti di fare come vogliono loro, di tenerli legati ancora alla dipendenza preadolescenziale, cioè non li promuovono verso l'autonomia; il 7% addirittura li fanno sentire in colpa se i ragazzi si avviano verso questo loro specifico compito di sviluppo. Solo lo 0,7% dicono che i genitori si disinteressano completamente in quanto la famiglia è «disastrata».
Nel complesso, come si vede, i ragazzi assolvono ampiamente la famiglia italiana nel suo insieme. Si può notare anche che i ragazzi manifestano un certo riserbo, quasi pudore nel rilevare le difficoltà e i problemi della propria famiglia.
Circa il modo con cui i genitori aiutano i figli a crescere, si è verificato come si pongono i genitori di fronte agli adolescenti che nel cammino evolutivo esprimono opinioni diverse dalle loro.
Si riscontra una percentuale a sorpresa: il 73,2% dei genitori sembrano rispettare questo cammino verso la responsabilità. Di questi infatti il 32,9% ragionano con loro, cercano di persuaderli, e il 40,3% si sforzano anche di capire il loro punto di vista e le richieste dei figli adolescenti. Il 13,0% sostengono che dovrebbero essere i figli a capire i genitori, e per l'8,6% quando i figli hanno opinioni diverse, i genitori si arrabbiano e si mettono in posizione difensiva.
Nella valutazione della crescita verso l'autonomia come si comportano i genitori? C'è innanzitutto una valutazione in retrospettiva: rispetto a qualche anno fa il 69,4% di ragazzi dicono che ora si sentono più valutati come persone.
Nel dettaglio per il 38,3% si sentono considerati più grandi e per il 31,1% possono esprimersi per quello che sono. Nella percentuale restante del 30% abbiamo voci che fanno pensare. Ben il 16,4% di ragazzi si trovano in conflitto con i genitori. Non solo la pensano in modo diverso, ma reagiscono con una conflittualità crescente. Il 9,9% purtroppo affermano che non sono presi in seria considerazione secondo le esigenze della loro età, e questo si evidenzia in due picchi specifici ai 16 e ai 18 anni. Una parte minima (3,8%) afferma che non sono stimati per nulla e che pertanto non c'è considerazione oggettiva. Questa percentuale è più alta verso il 15° anno, il momento del passaggio.
L'avvio verso l'autonomia viene analizzato soprattutto nel momento delle situazioni nuove, quando avvengono fatti che pongono problema.
Il 38,1% affermano che è bene parlare con i genitori, sentire il loro parere; il 30,4% cercano di capire da soli quello che stanno per fare. Il 30,2% si rivolgono agli amici in questa circostanza.
In sostanza solo una parte si rivolge ai genitori per affrontare situazioni nuove. Questo rivela come i ragazzi, pur essendo amati, non si sentono di affrontare con i genitori lo specifico delle «novità adolescenziali».
Nella caratterizzazione del cammino verso l'autonomia, come documentano i ragazzi le reazioni dei genitori al pensiero che i figli diventeranno grandi e che presto usciranno dalla famiglia?
Il 78,1% affermano che i genitori sono contenti anche se dispiace loro di perdere un figlio o una figlia. Il 42,2 dicono che i genitori cercano di dare consigli ai figli perché in questa «uscita» non abbiano a sbagliare. Nel dettaglio, il 13,9% addirittura ritarderebbero il momento dell'uscita, cioè vorrebbero tenere il figlio per sé. Questa percentuale sale al 16% verso i 19 anni. Sembra quasi che più i figli crescono, più i genitori vorrebbero tenerli presso di sé e più sentono la fatica della separazione e del distacco. I15,2% «stanno male», perché ritengono il figlio ancora piccolo, anche se ha 16 anni. Il 2,3% dei genitori gli organizzano la vita, senza fare attenzione all'età del figlio e non sono in grado di crescere insieme con lui.
Come si comportano i ragazzi che desiderano forzare questa autonomia e in un certo qual modo mettersi nella prospettiva di «uscire di casa» per affrontare meglio questa separazione?
Vi è un 42,9% che non vogliono ancora pensare a questo evento: si sentono ancora troppo giovani, preferiscono essere coperti dalla famiglia, stanno bene in essa, non pensano di andarsene. Una parte però pari al 25,7%, se dovesse mettersi in questa prospettiva, si sentirebbe più grande e tenterebbe, nonostante l'uscita, di mantenere dei buoni rapporti con la famiglia. Il 17% sarebbero invece molto felici di andarsene e tenterebbero di organizzare da soli la propria vita. Questa percentuale arriva al 20,8% a 19 anni. Solo il 14,0% sarebbero scontenti di andarsene di casa, e questo rafforza la percentuale del desiderio della dipendenza.
Possiamo constatare, anche da questi dati, come oggi ci sia un forte avvicinamento dei figli alla casa. Ci sembra però di cogliere una «tenuta ambivalente» della famiglia nei confronti dei figli, almeno nel contesto italiano; e quindi la famiglia si riconferma come un rifugio, una specie di protezione nei confronti di questi ragazzi che, pur desiderando affrontare il loro futuro, hanno paura di crescere e ci tengono a mantenere tutti i beni della protezione e del vantaggio. Conformisti, paurosi o semplicemente prudenti nell'affrontare un mondo nuovo?
Sulla base di questi dati gli adolescenti in Italia si rivelano accolti nella famiglia, aiutati più nel senso della protezione e della promozione della loro personalità. Sia pure in percentuali ridotte, una parte degli adolescenti trova nella famiglia una «trappola» alla loro crescita e non invece una «piattaforma di lancio». Questi sono i candidati al disadattamento, al disagio, a tentare esperienze forti anche al di fuori della famiglia. Circa il rapporto degli adolescenti con la famiglia osserviamo i seguenti risultati.
Una percentuale piuttosto elevata indica che il contributo che i ragazzi danno viene apprezzato (62,6% ); altri affermano per il 16,2% che fanno fatica a persuadere i propri genitori che anch'essi hanno dei diritti. Le altre percentuali sono piuttosto negative: il 9,3% dicono di essere in forte contrasto con i genitori, il 5,8% ammettono che se non entrano negli schemi dei genitori non riescono a trovare spazio in famiglia; infine il 5,6% dicono che ciascuno a casa fa ciò che vuole. Siamo in presenza della famiglia dissociata dove ognuno è per sé.
In sostanza, ad eccezione della prima percentuale del 62,6% che sembra incrementare l'autonomia, la responsabilità, la crescita nel futuro, per il restante terzo degli adolescenti abbiamo voci problematiche o negative. Questo dice che la famiglia italiana va aiutata ad educare, soprattutto nell'adolescenza che rappresenta un apice del cammino verso la vita.

La scuola

Come si sentono gli adolescenti italiani nell'ambiente scolastico della scuola secondaria superiore?
L'esperienza vissuta nella scuola appare così documentata: il 49,8% affermano che nella scuola possono coinvolgersi, partecipare con soddisfazione; il 43,4% affermano che la scuola aiuta a scoprire ciò che vale nella vita e nella professione; il 22,3% dicono che la scuola aiuta all'autodisciplina e il 25,1% dicono espressamente che nella scuola trovano comprensione e aiuto. Però abbiamo anche un insieme di percentuali negative che fanno pensare. Il 10,1% dicono che la scuola non prepara adeguatamente per la vita e per il futuro. Il 9,7% insistono sul fatto chela scuola svaluta i ragazzi. Poi c'è una percentuale piccola ma piuttosto tragica, del 3,6%, che dice che nella scuola «sono stati rovinati». Vale a dire la scuola come struttura è stata fonte di disadattamento. Facciamo notare che queste due percentuali negative hanno delle punte massime di disagio verso i 16 anni e i 19 anni. Quindi con il crescere dell'età peggiora il rapporto dei ragazzi con la scuola.
Quando si chiede in che modo la scuola può aiutare a crescere per la vita. abbiamo i seguenti risultati.
In generale si hanno affermazioni decisamente positive (73,4%): cioè la scuola viene ritenuta valida, anche se dev'essere rinnovata, da quasi tre ragazzi su quattro (72,2% ). Così pure la scuola dà una preparazione utile per domani (75,6%), aiuta a crescere (73,4%). Le percentuali si abbassano quando in questa valutazione troviamo che la scuola è troppo staccata dalla vita (34,7%) e dal mondo del lavoro (40,7%).
Riguardo poi alla personalità degli insegnanti.
Gli adolescenti affermano che quando hanno avuto difficoltà con qualche insegnante, ciò è stato soprattutto perché l'insegnante non dimostrava dialogo, non era cordiale (36,6%); viene poi rilevata una eccessiva rigidità (13,6%); il 17,0% non trovano l'insegnante capace di valutare in modo positivo, per cui i suoi giudizi sono molto negativi e pesanti. Due voci appaiono molto negative: per il 5,8% gli insegnanti si disinteressano dei problemi dei ragazzi e per il 3,9% sono incapaci di tenere la disciplina e di farsi ascoltare. Il 27,9% dicono che non ha avuto nessuna difficoltà a scuola; e questo è solo un terzo, ciò vuol dire che tutti gli altri hanno avuto comunque difficoltà.
È interessante vedere come i ragazzi delineano il profilo dell'insegnante ideale. Abbiamo chiesto agli adolescenti se apprezzano gli insegnanti. Per alcune caratteristiche abbiamo la seguente graduatoria.
L'insegnante viene innanzitutto apprezzato perché è un animatore (57,6%), cioè ricco di fantasia e di stimoli; in seconda posizione viene messa in luce l'affettività, il rapporto affabile e cordiale con gli allievi (32,1%); in terzo luogo viene l'appello ad una guida autorevole (27,8%); in quarta posizione viene sottolineato il rapporto democratico che si instaura a scuola (28,8%), cioè un insegnante viene apprezzato perché ha uno stile democratico, rispettoso e incoraggiante; e poi abbiamo in quinta posizione (21,6%) l'insegnante equilibrato; e soltanto in ultima istanza (15,4%) l'insegnante che è serio, sistematico, competente nel suo insegnamento.
Quindi le doti dell'insegnante maturo che insegna nella scuola sono riferite sì all'equilibrio, alla competenza, ma molto di più allo stimolo forte per la crescita, al rapporto affettivo di amicizia e soprattutto alla guida autorevole, alla capacità di aiutare con forza nel condurre la propria esistenza. Questo, a nostro avviso, mostra come l'adolescente italiano non è contro la scuola, anzi è favorevole e si aspetta molto da essa, vuole l'insegnante più autorevole e stimolante. Trova purtroppo una scuola burocratica, una scuola centrata su problemi formali. L'adolescente vive gli anni più felici della sua vita in questo ambiente che non tiene conto adeguatamente di lui. Il grande quesito è questo: la nostra è veramente una «scuola ecologica», che facilita le relazioni umane, o è una scuola in funzione del mantenimento dei docenti, della soluzione dei loro problemi, del superamento delle loro difficoltà? Anche questo è umano e doveroso, però i ragazzi vorrebbe
ro soprattutto una riforma che incida in questo stile umano, che incentivi questo tipo di accompagnamento, non una riforma nelle strutture, negli apparati. Vorrebbero un serio cambiamento per quello che si riferisce ai rapporti interpersonali. L'adolescente cresce nella misura in cui l'adulto è capace di entrare in rapporto significativo con lui, nella capacità di essere un modello di vita, soprattutto attraverso l'analisi delle esperienze e l'«attraversamento in compagnia» di questo periodo delicato e talvolta tragico dell'esistenza.
Noi siamo convinti che molti adolescenti rimangono nelle loro «imperfette identità» e non evolvono verso identità adulte perché mancano processi di identificazione con persone significative e veramente autorevoli. Addirittura abbiamo notato che la percentuale qui è maggiore nel complesso, rispetto ai preadolescenti. La scuola diviene perciò, senza che neppure se ne accorga, causa del disadattamento, crea disagio e contraddice in modo macroscopico la sua funzione.
Tuttavia la scuola ha enormi poteri di recupero ancora oggi se presa seriamente in mano e riorientata verso i giovani. Essa deve essere una struttura terapeutica per il recupero del disadattamento, ma soprattutto una struttura educativa, preventiva, per una formazione integrale della personalità e per una preparazione adeguata e competente verso il futuro.

QUALCHE INTERROGATIVO PEDAGOGICO

Nella nostra analisi abbiamo posto in simultanea i fattori di adattamento, di agio, e quelli del disadattamento e del disagio, che interessano preadolescenti e adolescenti in relazione all'influsso delle relazioni famiglia e scuola.
A questo punto ci pare di cogliere una stretta relazione di interdipendenza tra fattori esterni/sociali e fattori interni/psicologici. Infatti nella complessa sintomatologia del disagio e del disadattamento. una mancata soluzione di adattamento, cioè risolutiva, avviene, simultaneamente, per un circuito di interdipendenza che si instaura tra fattori esterni (ambientali, sociali, economici, culturali) e fattori di personalità (struttura dell'io, dinamica emozionale, supporto motivazionale). L'analisi compiuta delinea sia le modalità di soluzione, di proposta, di terapia, sia quelle di disagio e di devastazione che possono cogliere preadolescenti e adolescenti nel loro impatto con le istituzioni educative.
Anche perché, a parità di condizioni, può essere affermata una reciprocità di influsso e condizionamento tra soggetti giovani e istituzioni. Infatti la mancata soluzione positiva ai problemi dinamici posti dal proprio adattamento comporta, a sua volta, nel campo delle interazioni sociali, un peggioramento o anche una rottura delle relazioni che questi soggetti «disadattati» hanno nei confronti non solo dei coetanei, ma anche dei genitori, degli insegnanti e di tutto il complesso sociale in genere.
Da qui si può osservare l'instaurarsi di una «catena patologica» di atteggiamenti e comportamenti che dal disagio, dallo svantaggio e dal disadattamento può portare a situazioni «a rischio», soprattutto ai casi di devianza, di emarginazione, e più generale di patologia sociale.
In termini psicopedagogici possiamo rilevare come adolescenti e preadolescenti dipendono in maniera determinante dalla qualità del rapporto che gli adulti significativi riescono o meno a instaurare con loro, ad iniziare dagli atteggiamenti minimali dell'accettazione e del sostegno fino a quelli più propositivi della stimolazione e della valorizzazione di tutti i dinamismi di crescita e di maturazione di cui questi soggetti evolutivi dispongono.
Sotto il profilo dinamico, un ruolo determinante hanno l'etero valutazione negativa per l'insorgenza del disadattamento e l'eterovalutazione positiva per la crescita e la maturazione. In altri termini, quando vengono a mancare le minacce all'immagine di sé, quando la costruzione della propria identità può contare sulla stima positiva di adulti significativi, quando la formazione della personalità può essere fondata su un supporto valoriale autentico, si possono cogliere esiti positivi nella crescita della persona.
E così le istituzioni famiglia e scuola hanno estrema rilevanza sia per la vita come per la morte, sia per lo sviluppo che per l'involuzione, sia per la preparazione al futuro che per la fissazione nell'immaturità e per l'esposizione al degrado.
Ancora una volta possiamo dire che sia l'adattamento come il disadattamento consistono in un processo dinamico «ambivalente», incerto nella soluzione, che richiede di essere orientato intenzionalmente in senso positivo. Questa è la scelta dell'educazione, per contrastare esiti problematici o negativi che con molta facilità, in modo quasi determinante, possono accadere quando le istituzioni perdono di vista i fini per cui sono costituite.
Ma il vero problema oggi si pone in un altro contesto. Possiamo lasciare sole queste istituzioni? Potranno esse perseguire gli scopi istituzionali senza essere aiutate e orientate? Come è possibile oggi far diventare curative, o meglio preventive, di ogni forma di disagio e disadattamento, la famiglia e la scuola? Da chi devono essere aiutate? Quali sinergie dobbiamo porre in atto perché la famiglia e la scuola possano conseguire i loro scopi senza diventare esse stesse fonte di disagio e di disadattamento? Può bastare per la scuola, ad esempio, l'appello alla professionalità docente? Non è forse il caso di fare ricorso alla vocazione, al volontariato pedagogico del docente? E per la famiglia è sufficiente un insieme di sussidi e garanzie sociali di cui pure essa ha assoluto bisogno? O non dobbiamo anche fare appello alla disponibilità che oggi la famiglia manifesta per la formazione permanente, incentivando delle sistematiche scuole per la formazione del genitore a vivere i compiti della maturità adulta nel fatto educativo? E in questo intervento possiamo dimenticare la voce dei giovani, dei diretti interessati alla propria formazione, soprattutto in questo momento in cui essi sono antenne aperte che captano i segnali che provengono dal futuro, nel momento storico in cui viene fortemente attivata la «funzione profetica» dei giovani?
Può essere costruita una società senza tener conto dell'apporto determinante delle nuove generazioni? dell'apporto che i ragazzi, gli adolescenti di oggi, i giovani possono dare, se adeguatamente coinvolti, alla costruzione del loro futuro e della stessa società?

NOTE

1) Per «disadattamento» intendiamo una soluzione inadeguata e talora patologica a normali problemi di adattamento, soluzione che non viene orientata in senso positivo, societario, bensì in senso prevalentemente privato, individualistico, talvolta autocentrato. In questa mancata soluzione di un normale conflitto evolutivo l'individuo può sviluppare un «vissuto» di sofferenza psicologica e sociale che può portare a turbe di personalità e di comportamento. Oltre al disadattamento, possiamo anche rilevare condizioni ben più gravi di vera e propria devianza, oppure di semplice disagio o malessere esistenziale, che il più delle volte può essere semplicemente inteso come prezzo che le nuove generazioni devono pagare per lo sviluppo rapido e mutevole che stiamo attraversando.