Un bel giorno si spezza. La morte nella canzone

Inserito in NPG annata 1995.

Giampaolo Mattei

(NPG 1995-02-35)


Il mestiere di far canzoni, al di là di forzate «illuminazioni», dovrebbe essere ancorato alla sostanza di scrivere storie e di cantante. Farlo, senza seguire mode o logiche funzionali ad un mercato imposto dall'industria discografica, è oggi impresa piuttosto difficile. Viene da sé che il tema della «morte» non è ricorrente nelle canzoni. Sicuramente «pagano» di più altre sollecitazioni, «meno tristi».
È bene fare subito questa premessa per dare alla canzone, probabilmente il veicolo di comunicazione più diffuso, il valore che merita. La canzone esiste da sempre perché da sempre l'uomo ha dentro di sé la necessità di far uso di questo mezzo espressivo per raccontare storie, di vita e di morte.
La musica popolare (è forse improprio chiamarla «leggera») si rivolge quasi esclusivamente ai giovani e si sta sforzando sempre più di parlare il loro linguaggio. I giovani infatti costituiscono il mercato, sono i clienti da convincere. Aver successo nella canzone oggi significa far di tutto per piacere ai ragazzi.
La canzone dovrebbe rimanere sempre una bella cartolina, una bella fotografia, che ti accompagna in un periodo della vita. Poi la riguardi, in questo caso la riascolti, ed ecco che ti vengono in mente ricordi, emozioni, sensazioni, struggimenti, spunti e occasioni se non proprio per pensare, almeno per aiutare un pensiero in più, e per conoscere meglio anche se stessi.
Soltanto per questo la canzone andrebbe già benedetta.
Che poi ci siano in giro tante canzoni brutte che partecipano ad un altro tipo di linguaggio, di interesse, è un fatto evidente. Oltretutto non è per nulla agevole riconoscere le espressioni culturali autentiche dalle manipolazioni commerciali: i mass-media infatti privilegiano quasi esclusivamente queste ultime. La maggior parte delle canzoni di successo (quelle che scalano le classifiche di vendita) hanno una «voglia» completamente diversa da quella «cartolinistica» e possiedono tutti quei requisiti anche tecnici che consentono di prestare il fianco ad un ascolto tranquillo e tranquillizzante, che non crea problemi o inquietudini. E questo esclude il tema della morte, un campo di riflessione che non dovrebbe mai ammettere risposte preconfezionate che le canzoni costruite a slogan e con facili frasi «fatte» tendono invece a dare. Parlare della morte richiede «silenzio» e sincerità. Per questo scrivere una canzone sulla morte è una «provocazione».
Parlare di provocazioni oggi che queste sono estremamente reali, rumorose e molto spesso volgari, può apparire scontato. Invece occorrerebbe tentare questo sistema di provocare anche nella musica popolare: provocare idee e reazioni, provocare per costruire e non tanto per richiamare attenzioni.
Mi concedo - come cittadino prima ancora che come ascoltatore - il beneficio del dubbio davanti a quei cantanti che dichiarano di voler salvare l'umanità, e non so se tutti sono realmente in buona fede quando parlano di beneficenza o annunciano conversioni religiose. Alle volte schierarsi dalla parte di qualcuno che non ha voce vuol dire accelerare la promozione di se stessi anche quando magari si ha poco o nulla da proporre.
Bisogna scegliere con attenzione le canzoni da proporre per un cammino spirituale e di riflessione sul tema della morte. Si tratta, in definitiva, pur sempre di canzoni; non è neppure giusto pretendere «perfette sintesi» di filosofia, di sociologia e via dicendo. I suggerimenti migliori vengono dai cosiddetti «cantautori», orribile parola usata per definire artisti che dovrebbero proporre canzoni più «serie» e «impegnate» come si usa dire. «Cantautore» in realtà non vuol dire nulla, ma crea una categoria all'interno della quale si consumano i più disparati «reati» musicali. Infatti nulla accomuna Paolo Conte e Toto Cotugno, eppure entrambi sono considerati «cantautori». Negli anni settanta ci fu una esagerata sopravvaluta- zione della figura del cantautore, visto come un campione di purezza nel quale era quasi doveroso identificarsi. Il tutto ha finito per confondere irrimediabilmente le idee.
Negli ultimi anni non sono state pubblicate molte canzoni che affrontano il discorso sulla morte; si preferiscono infatti argomenti che fanno più colpo sull'emotività superficiale della gente. E anche quando si parla della morte, spesso lo si fa in maniera strappacuore, per sfruttare storie drammatiche di persone che invece sarebbe giusto lasciare in pace, per speculare sulla morte e sui sentimenti. Bisognerebbe invece entrare in punta di piedi in certi misteri.
Quella che segue è una parziale rassegna su come questo tema è stato visto da alcuni autori, un veloce viaggio dentro la musica, con qualche suggerimento. L'invito ad ognuno è di trovare la propria chiave di lettura.

LE CANZONI ITALIANE

«Canzone per un'amica» (pubblicata nel 1967 con il titolo «In morte di S. F.») da sempre apre i concerti di Francesco Guccini, modenese, 54 anni. È il moderno cantastorie che racconta un fatto tragico, dando un piglio quasi epico al racconto. «Stavo incidendo a Milano il mio primo disco - racconta Guccini - e alcuni amici modenesi mi raccontarono della morte di una nostra coetanea. La cosa naturalmente mi colpì molto. Tornando a casa scrissi la canzone». La storia è nota: un allegro viaggio estivo in auto interrotto da un mortale incidente. «Non lo sapevi che c'era la morte quel giorno che ti aspettava... quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano... non lo sapevi ma cosa hai pensato quando lo schianto ti ha uccisa, quando anche il cielo di sopra è crollato, quando la vita è fuggita... dopo il silenzio soltanto è regnato tra le lamiere con- torte, sull'autostrada cercavi la vita ma ti ha incontrato la morte...». E poi il finale: «Vorrei sapere a che cosa è servito vivere amare e soffrire, spendere tutti i tuoi giorni passati se presto hai dovuto partire... voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi...».
Questi interrogativi esistenziali si ritrovano anche nella conosciutissima «Dio è morto» che venne censurata dalla Rai ma trasmessa dalla Radio Vaticana. Una canzone diretta, generazionale, quasi un inno per i ventenni di allora che si affacciavano a guardare un mondo che quegli anni Sessanta avrebbero profondamente cambiato. Di quel periodo fanno parte anche «Auschwitz», «Per fare un uomo» e «Noi non ci saremo» che vennero interpretate dai Nomadi. I versi finali di «Dio è morto» sono pieni di speranza e - ricorda Guccini - «li scrissi non per trovare un finale positivo a tutti i costi, ma perché quella speranza si covava veramente». Eccoli: «Perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge, in ciò che noi crediamo Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, nel mondo che faremo Dio è risorto...».
È la storia semplice degli uomini che costringe a riflettere sul senso dell'esistenza. Significativa a questo proposito è «Il pensionato» (dall'album «Via Paolo Fabbri, 43» del 1976) che Guccini descrive così: «Un mio vicino di casa, quello che mi aveva raccontato i particolari della storia della «Locomotiva», ha fatto nascere questa canzone. Mi affascinava questo vecchio solo, mi dava la sensazione angosciosa che se ne sarebbe andato senza lasciare traccia o ricordo di sé, come potrebbe accadere a molti di noi». Dopo una descrizione struggente delle abitudini di vita e dell'appartamento del «pensionato» e dopo alcune considerazioni sul senso dell'esistenza, sulla solitudine, sul tempo che passa inesorabile, ecco il finale: «Diremo forse un giorno, ma se stava così bene, avrà il marmo con l'angelo che spezza le catene, coi soldi risparmiati un po' perché non si sa mai, un po' per abitudine e son sempre pronti i guai... vedremo visi nuovi, voci dai sorrisi spenti, «piacere», mio», «son lieto», «eravate suoi parenti», e a poco a poco andrà via dalla nostra mente piena, soltanto un'impressione che ricorderemo appena...».
Segno di un itinerario diciamo metafisico, pervaso di inquietudine sul senso del vivere, è «Shomèr ma mi-llailah?» (1983), originale ebreo dell'espressione: «Sentinella a che punto è la notte?», tratto dal Libro del Profeta Isaia (21, 11-12). «Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno rezni. e resteranno di uomini e idee polveri e segni... ma ora capisco il mio non capire. che una risposta non ci sarà, che la esposta per l'avvenire è in una voce che Alederà... Shomèr ma mi-llailah?...».
È una riflessione di Guccini che ci introduce ai suoi ultimi lavori. «Io faccio canzoni sul vivere e su quel che oggi sto vivendo - dice -. Quando hai vent'anni sei stupito del fatto che una tua coetanea possa morire improvvisamente in un incidente stradale, fino a scriverne una canzone. Ma alla mia età il fatto che attorno comincino ad aprirsi dei vuoti e che da qui in avanti questa sia l'unica strada naturale, mi fa pensare. Ma non è tutto. C'è sempre stata, pudica, sottile, nelle mie canzoni una domanda sull'infinito, sul senso ultimo delle cose. Ma da agnostico, da vago panteista e spiritualista quale sono, da uomo che non crede nell'esistenza dell'anima, ma forse coglie un fondo di infinitezza, di immortalità nel nostro destino, mi fermo alla domanda. L'importante però, ed è questo il senso di «Shomèr ma millailah?», è che la domanda non cessi mai perché è uno dei sintomi preziosi della nostra vitalità come uomini».
Canta in «Signora Bovary» (1987): «Ma che cosa c'è proprio in fondo in fondo, quando bene o male faremo due conti, e i giorni goccioleranno come rubinetti nel buio e diremo «un momento... aspetti...» per non essere mai pronti... Signora Bovary, coraggio pure, tra gli assassini e gli avventurieri... in fondo a quest'oggi c'è ancora la notte, in fondo alla notte c'è ancora...» e la frase resta sospesa.

Anche Fabrizio De Andrè, genovese, 54 anni, affronta il tema della morte in moltissime canzoni, più o meno direttamente quasi in tutte. Terribile è il verso «questo ricordo non vi consoli quando si muore si muore da soli» de «Il testamento», così come disperata è «La ballata dell'eroe»: «Ora che è morto la Patria si gloria di un'altro eroe alla memoria». Conosciutissime sono «La canzone di Marinella»: «E come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno come le rose», e «La guerra di Piero» che denuncia la stupidità e l'orrore della guerra: «Ninetta mia, crepare di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio...». Tutte «La morte» è una vecchia canzone di De Andrè che oggi non è facile ascoltare: le sue scarne sonorità contrastano infatti con il rumore che accompagna la maggior parte delle produzioni attuali. «La morte verrà all'improvviso, avrà le tue braccia e i tuoi occhi, ti coprirà di un velo bianco addormentandosi al tuo fianco... nell'ozio, nel sonno, in battaglia, verrà senza darti avvisaglia, la morte va a colpo sicuro, non suona il corno né il tamburo... straccioni che senza vergogna portaste il cilicio o la gogna, andarvene non vi fu fatica perché la morte vi fu amica... di fronte all'estrema nemica non vale coraggio o fatica, non serve colpirla nel cuore perché la morte mai non muore».
Il suicidio di Luigi Tenco al Festival di Sanremo del 1967 ispirò a De Andrè una straordinaria preghiera: «Lascia che sia fiorito Signore il tuo sentiero... Signori benpensanti, spero che non vi dispiaccia se in cielo in mezzo ai santi, Dio fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte. Dio di misericordia il tuo bel Paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto con la coscienza pura, l'inferno esiste solo per chi ne ha paura...». («Preghiera in gennaio»). Tenco era una persona che non meritava di stare in un posto come Sanremo. È stato sacrificato sull'altare della banalizzazione dei contenuti, della volgarizzazione condita da trucchi ed inganni. Se non è stato assassinato da questo, certo è morto per questo.
La morte come strada per tentare un'indagine sulla natura umana è lo spunto del disco «Non al denaro, non all'amore né al cielo» che De Andrè pensò nel 1971 ispirandosi all'«Antologia di Spoon River» di Edgar Lee Master.

«A Pa'» è il titolo della splendida canzone che Francesco De Gregori. romano. 44 anni, ha dedicato nel 1985 a Pier Paolo Pasolini: «Non mi ricordo se c'era luna e né che occhi aveva il ragazzo, ma mi ricordo quel sapore in gola e l'odore del mare come uno schiaffo... a Pa'... e c'era Roma così lontana e c'era Roma così vicina e c'era quella luce che ti chiama come una stella mattutina... a Pa'... tutto passa il resto va... e voglio vi¬vere come i gigli nei campi, come gli uccelli del cielo campare e voglio vivere come i gigli dei campi e sopra i gigli dei campi volare...».

Molto religiosa ma poco cattolica. anche se ha eseguito una Messa arcaica in molte chiese, è «la proposta spirituale» del siciliano Franco Battiato. «Ho dedicato molto tempo alla contemplazione» spiega. Così nella canzone «L'ombra della luce», che definisce «la vetta» della sua produzione, canta: «E non mi abbandonare mai... riportami nelle zone più alte, in uno dei tuoi regni di quiete... è tempo di lasciare questo ciclo di vite... e non mi abbandonare mai... perché le gioie del più profondo affetto e dei più lievi aneliti del cuore sono solo l'ombra della luce... ricordami come sono infelice lontano dalle tue leggi, come non sprecare il tempo che mi rimane... perché la pace che ho scritto in certi monasteri o la vibrante intesa in tutti i sensi in festa sono solo l'ombra della luce...».
Nella stessa dimensione è «Le sacre sinfonie del tempo»: «Le sento più vicine le sacre sinfonie del tempo con un'idea... che siamo esseri immortali caduti nelle tenebre, destinati a errare, nei secoli dei secoli fino a completa guarigione... guardando l'orizzonte, un'aria di infinito mi commuove, anche se a volte le insidie di energie lunari specialmente al buio mi fanno vivere nell'apparente inutilità nella totale confusione... che sia¬mo angeli caduti in terra dall'eterno, senza più memoria per secoli, per secoli, fino a completa guarigione». Le due canzoni sono state pubblicate nel 1991.

Vissuto undici anni in un monastero benedettino, Juri Camisasca è da tempo stretto collaboratore di Franco Battiato per cui ha scritto «Nomadi». Una proposta coraggiosa è la sua canzone dedicata ad Edith Stein, intitolata «Il Carmelo di Echt» (1991): «E per vivere nella pace e nel silenzio ai confini della realtà, mentre ad Auschwitz soffiava forte il vento e ventilava la pietà, ha lasciato le cose del mondo, il pensiero profondo dai voli insondabili per una luce che sentivi dentro, le verità invisibili... e nel tuo desiderio di cielo una voce nell'aria si udì... gli ebrei non sono uomini...» fino al grido deciso: «Dove sarà Edith Stein? Dove sarà?...». Edith Stein è uno dei maggiori filosofi contemporanei, una delle figure meravigliose della Chiesa in questo secolo. Ebrea, si convertì al cristianesimo e si fece carmelitana. Venne arrestata dalla Gestapo e uccisa nel campo di concentramento di Auschwitz come ebrea cattolica. «La sua storia è straordinaria - racconta Camisasca - e conferma che non sempre stare in solitudine e nel silenzio, come lei faceva nel Carmelo di Echt, significa essere «meno vivi» o staccati dagli altri. C'è una valenza ecumenica nella sua morte: all'interno del cristianesimo Edith si è ricongiunta al suo popolo ebraico. Condannata da ebrea, ha vissutola morte in maniera cristiana.

«Le acque di Siloe», contenuta sempre nello stesso disco, è la testimonianza di fede che Camisasca vuole condividere con chi lo ascolta. La canzone esprime la verità che l'uomo è concepito nella mente di Dio ancora prima dell'esistenza del mondo. Ecco che la prima strofa della canzone parla della preesistenza nella mente di Dio; la seconda della creazione, della nascita; la terza della vocazione sacerdotale che ha ogni battezzato e dell'Incarnazione. La quarta e ultima strofa parla del ritorno dell'anima a Dio:
«Il mo corpo appartiene alla terra ed il sole che contiene è un tuo riflesso... in un tempo sconosciuto io ritornerò con un magico volo nei tuoi giardini e alle acque di Siloe riavrò tutte le cose di una volta...».

Come è nel suo stile di pittore-novelliere, Mario Castelnuovo, 38 anni, romano con «accento» toscano, tratta della morte con delicatezza, senza esasperazioni, anche se, è il caso di «Illa» (1982), c'è di mezzo violenza e sangue. «Illa» è una favola che racconta la tragica storia di droga di una ragazza dal nome singolare, «scelto proprio perché non fosse già negli orecchi della gente». Si può parlare di droga e di morte anche uscendo fuori dai canoni tipici del populismo. Non c'è retorica, ma grande rispetto, in questi tratti segnati appena in bianco e nero che lasciano quindi la possibilità di colorare: «Notte antica le renderai quelle dalie che intrecciò prima dell'uomo che le uccise il cuore che son corona adesso di stelle d'oro, notte antica gliele darai?... E fu il sogno di un minuto, il suo cavaliere nano fra gigli e salici la pugnalò, siringa e sangue ormai dietro di sé, sopra il tempo si fermò... e al viandante che non sa qualche volta grida ancora... ritornerò, ritornerò, ti canterò di nuovo questa mia canzone... Addio alla vita che se ne va, addio alla vita cruda e tacita con Illa...».
In «Via della luna» (1989) Castelnuovo fa riferimento a quel «Poema dei lunatici» di Ermanno Cavazzoni che è all'origine anche del film «La voce della luna» di Federico Fellini. Nel dialogo, quasi un passaggio di testimone, con un bambino, un vecchio dice: «Sulla sabbia di questo mare m'inventai la vita... col profumo di questa luna e chi lo sa perché ogni tanto penso la mia ora forse è già arrivata, ma non esistono gli orologi grandi come me...». Alle volte è bene sussurrare e non gridare certi pensieri: così l'immagine dell'orologio richiama l'eternità della vita, anche se non tutti magari hanno compreso la metafora. Forse oggi l'artista dovrebbe più alludere che rivelare.

«Samarcanda» (1977) di Roberto Vecchioni, brianzolo, 5lenne insegnante in un liceo, è una di quelle canzoni che in molti cantano senza preoccuparsi di conoscere il significato. L'ispirazione è quella di un antico racconto arabo: un cavaliere che corre inconsapevolmente verso la morte, a Samarcanda, città al confine tra Russia e Persia. Lo spunto decisivo è stato offerto all'autore dal fratello che aveva concluso la sua tesi di laurea con il curioso motto: «... come il cavallo di Samarcanda». «... Il soldato che tutta la notte ballò vide tra la folla quella nera signora, vide che cercava lui e si spaventò... salvami salvami grande sovrano fammi fuggire fuggire di qua, alla parata lei mi stava vicino e mi guardava con malignità...» Inutile la fuga del cavallo... «fiumi poi campi poi l'alba era viola, bianche le torri che infine toccò, ma c'era sulla porta quella nera signora, stanco di fuggire la sua testa chinò: eri tra la gente nella capitale so che mi guardavi con malignità, son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale, son scappato via ma ti ritrovo qua! Sbagli, t'inganni, ti sbagli soldato, io non ti guardavo con malignità, era solamente uno sguardo stupito, cosa ci facevi l'altro ieri la? T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda, eri lontanissimo due giorni fa, ho temuto che per ascoltar la banda non facessi in tempo ad arrivare qua... non è poi così lontana. Samarcanda, corri cavallo corri di là... ho cantato insieme a te tutta la notte, corri come il vento che ci arriverà...».

Per restare alle canzoni di cui in pochi si pongono il problema (ammesso che ciò costituisca un problema) di capirne il significato, susciterà forse sorpresa la citazione de «Il gigante e la bambina», una vecchia canzone scritta da Paola Pallottino e da Lucio Dalla e interpretata da Ron, che può offrire un particolare spunto di discussione. Il tono è quello di una favola, ma la storia è drammatica: racconta infatti una violenza sessuale. «Il gigante e la bambina li han trovati addormentati, falco e passero abbracciati come figli del Signore... camminavano tra i sassi sotto il sole contro il vento, in un giorno senza tempo... il gigante e la bambina...».

Claudio Lolli, bolognese di 44 anni, anche lui insegnante in un liceo, è un autore che avrebbe meritato sicuramente più attenzione, anche se negli anni Settanta faceva parte della «eletta schiera» dei «paladini» della canzone «impegnata». Il suo ruolo oggi è forse purtroppo improponibile. I suoi dischi sono duri, disperati, mai allegri e spensierati, e per questo non hanno ottenuto successo e consenso. È il caso di «Aspettando Godot» del 1972. La morte - è il senso della canzone che dà il titolo all'album - arriva all'improvviso e solo allora l'uomo si accorge di non aver vissuto pienamente, sempre attendendo invano «qualcosa», una felicità improbabile, e rimandando a domani il coraggio di cercarla. E quando se ne rende conto, l'abitudine di tutta una vita lo porta ancora una volta a voltarsi indietro per vedere se quel «qualcosa» sta finalmente arrivando: «La morte mi ha preso le mani e la vita, l'oblio mi ha coperto di luce infinita e ho capito che non si può coprirsi le spalle aspettando Godot... non ho mai agito, aspettando Godot, per tutti i miei giorni aspettando Godot e ho incominciato a vivere forte proprio andando incontro alla morte». Sempre nello stesso LP c'è anche «Quando la morte avrà» che richiama la stessa disperata inquietudine: «Quando la morte avrà addolcito il tuo viso che tante volte già mi aveva intimorito... allora ti amerò, allora quando avrai la tenerezza che non hai avuto mai, allora ti amerò ma tu non lo saprai e per tutti e due sarà troppo tardi ormai...».

Un altro artista poco conosciuto dal grande pubblico, e che soltanto dopo la morte è stato in parte «riscoperto», è Piero Ciampi. «Gira la ruota e la fine del tempo ci fa far l'altalena e un bel giorno si spezza...» è il verso di una sua canzone.

Uno spunto di riflessione originale viene dalla storia di Jerry Masslo, immigrato extra-comunitario ucciso qualche anno fa nella guerra tra poveri nel sud d'Italia, raccontata in una canzone da
Massimo Priviero, nel disco «Nessuna resa mai» del 1990: «Canto la storia di un ragazzo che un po' di tempo fa se n'era andato da un paese lontano da qua, con un biglietto per partire ed una vita da trovare ed un lavoro, forse la libertà... Jerry Masslo era un ragazzo che un po' di tempo fa ha finito la sua corsa in una piccola città, per colpa di qualcuno oppure di una verità e ora guarda dal suo cielo quel che succede qua... nel nome di una vita migliore un uomo nasce senza un nome, di una vita che non ha mai colore l'unico pegno è non fermarsi mai, vivendo un po' per lui anche se non lo sai...».

L'immagine del «carrozzone» come metafora della precarietà della vita è stata utilizzata nel 1979 da Renato Zero per una riflessione, condita da amara ironia, sulla morte... «Il carrozzone va avanti da sé, con le regine, i suoi fanti, i suoi re... ridi buffone per scaramanzia così la morte va via... musica gente, cantate che poi uno alla volta si scende anche noi... sotto a chi tocca, in doppiopetto blu, una mattina sei sceso anche tu...». La morte di un uomo, anche il più ricco e il più famoso, non ferma il grande «carrozzone» che, tra facce truccate di malinconia, «riprende la via... tempo per piangere no, non ce n'è, tutto continua anche senza di te... bella la vita, dicevi tu, e t'ha imbrogliato, t'ha fottuto, proprio tu!... con le regine, con i suoi re, il carrozzone va avanti da sé...».


LE CANZONI STRANIERE

Un rapido sguardo anche fuori dall'Italia. In questo caso la rassegna è ancora più parziale. «Revolver» (1966), forse il miglior album dei Beatles, contiene questa canzone: «Eleanor Rigby morì una notte e fu sepolta insieme al suo nome... nessuno andò a trovarla... Padre McKenzie si puliva le mani mentre si allontanava dalla tomba... nessuno fu salvato, tutta la gente solitaria da dove viene? Tutta la gente solitaria a chi appartiene?». Sempre dei Beatles è «Yer blues» (1968): «L'aquila becca i miei occhi, i vermi si nutrono delle mie ossa, sento di volermi suicidare proprio come il Mr. Jones di Bob Dylan».

Il «Mr. Jones di Bob Dylan» di cui parlano i Beatles è il protagonista della canzone «Ballad of a thin man» («Ballata di un uomo sottile»). Il «mito Dylan». oggi 54enne, è per noi una vera • miniera», a cominciare dall'epitaffio zhe scrisse nel suo romanzo «Tarantula all'indomani del terribile incidente con la moto che il 30 luglio 1966 lo ridusse in fin di vita, tanto che le emittenti radiotelevisive annunciarono la morte del cantante. Queste le sue parole: «Qui ora egli giace nell'obitorio della Signora Effettivamente... Dio accolga la sua anima e la sua sgarberia... qui giace Bob Dylan, assassinato alle spalle da carne tremante che dopo essere stata respinta da Lazzaro gli balzò addosso per solitudine, ma scoprì sbalordita che era già diventato un tramvai e questa fu esattamente la fine di Bob Dylan».

«Knocking on Heaven's door» («Bussando alla porta del Paradiso» è tratta dalla colonna sonora del film «Pat Garret and Billy the Kid», girato nel 1973 da Sam Peckinpah e a cui lo stesso Dylan partecipò come attore, e il richiamo all'epopea western è molto chiaro: «Cara, toglimi questo distintivo, non potrò più usarlo... si sta facendo scuro troppo scuro, per vedere, mi sembra di bussare alla porta del Paradiso... cara, metti le pistole a terra tanto non posso più sparare... quella grossa nuvola nera sta scendendo giù, mi sembra di bussare alla porta del Paradiso... ».
Dell'album «Saved» («Salvato») del 1980 fa parte «Are you ready?» («Sei pronto?»). «Sei pronto?... sei pronto ad incontrare Gesù? Ti riconoscerà quando Lui ti vedrà oppure dirà di allontanarti? Sei pronto... quando la fine rapida verrà e non ci sarà tempo per un commiato, hai già deciso se vorrai essere in paradiso o all'inferno? Hai ancora qualche affare non concluso? C'è qualcosa che ti trattiene ancora? Stai pensando per te stesso o stai seguendo il branco? Sei pronto per il Giudizio? Sei pronto per quella implacabile spada? Sei pronto per il Giorno del Signore? Sei pronto? Spero tu sia pronto...».

Suggerimenti interessanti vengono anche dalle canzoni di Bruce Springsteen, dalle sue storie di strada e di vita. La morte come fuga da una realtà terribile è la scelta di «Johnny 99», una canzone dell'album «Nebraska» del 1982. Condannato, come dice il titolo, a 99 anni di prigione, un uomo disperato per aver perso il lavoro e la casa dice al giudice: «Vostro Onore, credo fareste meglio ad ammazzarmi e visto che voi potete prendervi la vita di un uomo per i pensieri che sono nella sua testa, perché non tornate a sedervi su quella sedia e riconsiderate il caso, giudice, e lasciate che mi taglino i capelli per l'esecuzione?». Altrettanto terribile è la storia di un suicidio raccontata in «Johnny bye bye»: «Lo trovarono abbandonato a un tubo di scarico con mille problemi che gli scorrevano nelle vene, arrivederci Johnny... non dovevi morire, non dovevi morire...».

Dalla disperazione di queste storie di Springsteen alla speranza di quelle degli irlandesi U2. «Pride (in the name of love)» - «Orgoglio (nel nome dell'amore)»  è dedicata a Martin Luther King e fa parte di «Unforgettable fire» («Il fuoco indimenticabile») del 1984. «La scrissi parlando di Reagan e di certi modi ambigui che lui aveva - spiega Paul David Hewson, detto «Bono Vox», 34enne cantante del gruppo -. Poi parlare di questo orgoglio che non ti fa cadere non mi ha più convinto. Ho pensato di far splendere di più la luce che già c'è ed ecco perché ho parlato di Martin Luther King. Reagan non meritava un pezzo». Queste sono le parole: «Un uomo viene nel nome dell'amore, un uomo viene e se ne va... è il 4 aprile, mattina presto, uno sparo echeggia nel cielo di Memphis, alla fine si sono sbarazzati di te, ti hanno carpito la vita perché non erano riusciti a toglierti l'orgoglio... nel nome dell'amore un altro uomo è andato... nel nome dell'amore...». E sempre a King è dedicata «MLK»: «Riposa questa notte, riposati e che tutti i tuoi sogni possano diventare realtà, se la nube che cela il tuono darà pioggia allora tu lascerai piovere, lascerai che l'acqua discenda su di Lui... e poi così sia, lascerai che tutto sia così... e l'acqua lo benedirà».
«Tomorrow» («Domani»), tratta dall'album «October» («Ottobre» del1'81, è una raccolta di forti sensazioni scaturite in Bono soprattutto dal ricordo del giorno del funerale di sua madre: «Non potresti tornare più domani, lì fuori c'è qualcuno, sta bussando alla porta e al lato della strada c'è un auto nera ferma ad aspettare... non andate ad aprire, io esco, mamma io esco, vado lì fuori... sarai di ritorno per domani, tornerai domani... chi ha rotto la finestra, chi ha sfondato la porta? Chi ha strappato la tenda e perché? Chi guarisce le ferite, chì cura le cicatrici... apri la porta... potresti tornare domani... io ti voglio qui... ti voglio davvero... ti voglio... io vorrei che tu tornassi domani... apriti, accogli l'Agnello di Dio, apriti all'amore di Colui che ha fatto vedere il cielo, sta per tornare, sta tornando a noi, credi in Lui, Gesù sta per giungere... io domani ci sarò, domani voglio esserci, tutti andremo là... ».
Le due canzoni degli U2 che esprimono in maniera migliore il loro atteggiamento spirituale nei confronti delle morte sono «Sunday bloody sunday> («Domenica sanguinosa domenica») ( «40», entrambe tratte dall'album «War> («Guerra») del 1983. La prima richiama la strage di 14 civili irlandesi ad open dei soldati inglesi nel 1972. Non è peri

una canzone politica o di vendetta, ma la richiesta accorata di pace e di riconciliazione nella consapevolezza che non è la violenza, con i suoi morti, a risolvere i problemi: «Ci sono già molte perdite: ma dimmi, in realtà chi ha vinto? Hanno vinto le trincee scavate nei nostri cuori e i fratelli, i piccoli delle madri, le sorelle, tutti strappati dalla lotta... asciuga le lacrime dai tuoi occhi... sì, è vero, ormai siamo immuni, visto che la realtà passa per narrativa e la TV è la realtà, ma oggi sono milioni coloro che piangono, noi mangiamo e beviamo e questi domani moriranno. La vera lotta è solo agli inizi, perché dobbiamo reclamare la vittoria che Gesù riportò in quella domenica sanguinosa domenica...». «40», il titolo è un riferimento al Salmo a cui si ispira, è la preghiera di un uomo stanco che si avvicina all'incontro con Dio: «Ho atteso con pazienza il Signore e Lui si è chinato e ha udito il mio lamento...».

Un discorso a parte va fatto per i Rolling Stones. Loro stessi dicono che nelle canzoni che scrivono amore e morte si confondono in una ridda di esperienze dove la droga marca la sua presenza abbagliante. La morte è spesso presente nei loro testi, ma le provocazioni che hanno lanciato forse sono nate più dalla voglia di stupire e c'è stata poi la morte di Brian Jones, avvenuta nel 1969 in circostanze non del tutto chiarite.
«Onnipotenza e autodistruzione» sono le parole d'ordine di Mick Jagger e Keith Richard, entrambi 52enni, che nel 1966 scrivono «Paint it black» («Dipingi di nero»): «Vedo una porta rossa e vorrei che fosse nera, non voglio più i colori, possa tutto diventare nero», per riaffermare una volontà di annientamento, di morte.
C'è poi tutta una serie di canzoni «sataniche» o presunte tali. Da «Sympathy for the devil» («Simpatia per il diavolo») del 1968 a «Dancing with Mister D.» («Ballando con Mister D.») del 1973, dove «D» sta per «devil» (diavolo).

Chiudiamo questa carrellata con alcune canzoni famose. Iniziamo con «Daniel» che Elton John scrisse negli anni settanta in occasione della morte del fratello: «Daniel era mio fratello, era più vecchio di me... senti ancora il dolore delle ferite che non guariscono? I tuoi occhi sono morti ma vedono di più quando vedono i miei... Daniel ora sei una stella accesa nel cielo...». Più recente è «Tears in Heaven» («Lacrime in Paradiso»), il brano composto da Eric Clapton per la morte del figlio: «Sapresti dire il mio nome se c'incontrassimo in Paradiso, sarebbe tutto come prima se c'incontrassimo in Paradiso, ma io devo essere forte e continuare ad andare avanti perché so di appartenere al Paradiso...».

In «The needle and the damage done» («Il lago e il danno provocato») Neil Young racconta così il dramma della droga: «Vedo lago e danno provocato, una piccola parte in ciascuno di noi ed ogni dose è come un sole che tramonta». E un brano del musical «All that jazz» ha queste parole per «presentare» la morte: «Addio felicità, bentrovata solitudine, penso che sto per morire...».