Incontri con i giovani: è tutto valido?

Inserito in NPG annata 1994.

Alvaro Ginel

(NPG 1994-08-11)


Desidero offrire alcuni dati che servano di riflessione sugli incontri con i giovani. Per incontro intendo in questo caso sia le abituali riunioni settimanali nel luogo di residenza quanto le convivenze, ed altre riunioni similari di ampia durata, al di fuori della zona di residenza.
Anche se il titolo indica soprattutto quanto si realizza con i giovani, credo che quanto dirò valga allo stesso modo anche per altre fasce di età. La mia esperienza è più vasta nel lavoro con i giovani ed è per questa ragione, e soltanto per questa, che io faccio riferi mento esplicito ai giovani. Coloro che lavorano con preadolescenti, adolescenti ed adulti potranno verificare essi stessi in che misura quello che si dice dei giovani valga anche per le altre fasi della vita.
Parlo, senza fare distinzioni, sia di educatori che di animatori-catechisti. La riflessione non è strettamente catechetica. Ritengo che abbracci un ambito molto ampio del lavoro educativo. In ogni caso, dato che attualmente il mio impegno è polarizzato soprattutto intorno alla catechesi, mi muovo con risonanze catechistiche molto forti.

LA PROGETTAZIONE

Un'esperienza

Quando ho cominciato a scrivere queste riflessioni avevo appena terminato di parlare con degli adolescenti e dei giovani che tornavano dalla celebrazione della Pasqua in ambiente giovanile.
Ho chiesto loro:
- Come siete stati?
- Molto bene, è stato fantastico. Forte, geniale, davvero super...
Ma le loro espressioni erano più sfumate di quelle dei ragazzi. È comprensibile. Gli obiettivi degli uni e degli altri non sono probabilmente gli stessi.
Adolescenti e giovani, in incontri organizzati per la pastorale giovanile o per la catechesi, trovano tutto quello che serve per stare bene: sono lontani dal loro ambiente naturale, all'aria aperta, con amici ed amiche che vengono da ogni parte, compagni sani, un oratorio speciale, notti interminabili per chiacchierare... Alcuni sono capaci di «resistere» e «sopportare le storie noiose» che gli raccontano pur di sfruttare «uscite» di questo genere. Senza entrare in altre valutazioni basterebbero gli ele-menti già segnalati per giustificare le opinioni che in maggioranza i partecipanti danno alla fine di un incontro o di una convivenza.
Il criterio di valutazione viene di solito basato sul come si sono trovati. Inoltre i giovani sono condiscendenti e comprensivi con i compagni «meno coinvolti» negli obiettivi educativi e formativi riguardanti l'intero incontro. Giustificano e comprendono senza tanto sforzo le lacune di comportamento o la mancanza di interesse di determinate persone o gruppetti.
Da un altro punto di vista bisogna riconoscere che capita di frequente di incontrare giovani che sono rimasti segnati da questi incontri, siano essi quelli di Taizè oppure le Giornate della Gioventù, le Pasque Giovanili, o quelli insieme al proprio gruppo in un luogo sperduto che nessuno conosce, che però ognuno riconosce come «luogo sacro» personale: lì hanno vissuto qualcosa di indimenticabile che lo ha segnato e la cui impronta rimane.
Credo che ci sia da aggiungere, senza timore di sbagliare, che quanto stiamo dicendo a proposito di adolescenti e giovani può essere ugualmente valido per gli adulti e per gli stessi animatori ed educatori che li accompagnano e che organizzano l'incontro.

Una intuizione e una constatazione

Senza sapere molto bene dove si trovi la radice delle cose, la maggioranza degli educatori e degli animatori intuisce che è necessario organizzare incontri di giovani, non molto numerosi, al di fuori delle coordinate di spazio e di tempo abituali.
Ci sono scuole private che oggi inseriscono nella loro offerta educativa un qualche tipo di uscita durante il fine settimana.
Gli adolescenti e i giovani vivono gli incontri, soprattutto quelli fuori di casa, come un vero evento. Qualcosa avviene nelle loro vite dopo avere partecipato ad essi.
Ci troviamo dunque di fronte ad una intuizione e allo stesso tempo di fronte ad una realtà: i giovani chiedono incontri speciali, fuori dall'ambiente ordinario; gli animatori intuiscono che è necessario andare in questa direzione.
Non sono comunque pochi gli educatori che «fanno resistenza» quando si tratta di realizzare attività formative fuori di casa, per la serie di problemi che essi portano con sé. Tra le difficoltà che vengono più frequentemente sottolineate, ci sono il rischio che si formino coppiette e le notti in bianco, durante le quali la gente non dorme, cosa che sup-pone che il lavoro del giorno seguente risentirà della stanchezza e dell'assopimento generale.
In ogni caso l'esigenza di questi incontri continua ad essere sentita vivamente. Sono molte le misure adottate per ridurre i problemi segnalati. È come se gli adulti sentissero l'urgenza di cercare soluzioni a problemi «disciplinari e organizzativi» per non uccidere l'intuizione fondamentale.
Non sono pochi gli educatori che devono arrendersi di fronte alla seguente constatazione: se essi non programmano uscite ed incontri, gli stessi adolescenti e i giovani si organizzano e li realizzano per proprio conto, mettendo mille scuse davanti ai genitori.
Ci troviamo di fronte ad un processo inarrestabile che si fa strada da tutte le parti. La questione educativa nasce riflettendo sui valori educativi e pastorali che si trovano negli incontri e nei momenti di vita comunitaria, di diversi giorni, al di fuori dell'ambiente ordinario.

Alcune domande

Un'esperienza, una intuizione e una constatazione ci pongono di fronte alla realtà attuale. Certamente il problema non è sentito ugualmente da tutti gli educatori ed animatori. Però possiamo dire che esso esiste.
Nascono allora alcune domande: perché oggi viviamo tutti, anche se in maniera differente, la necessità di tempi di incontro in una atmosfera diversa da quella della realtà quotidiana? Che cosa fa sì che questi incontri abbiano una densità speciale? Come devono essere realizzati affinché siano realmente educativi e formativi?

L'ANALISI

«Tempo della vita dura» e «tempo della libertà»

Nella società attuale la nostra vita è organizzata in un modo molto concreto: ci sono alcuni giorni della settimana che sono destinati al lavoro, ed altri, per esempio il fine settimana, che servono per riposarsi. Ci sono dei mesi dedicati al lavoro e dei mesi per le vacanze. C'è un tempo della vita dura, del lavoro, dell'orario controllato da macchine per timbrare il cartellino e c'è un• tempo della libertà. Libertà intesa in questo caso come assenza di orario di lavoro.
Nel tempo della vita dura si fa ciò che si deve fare, ciò che ci è stato comandato, ciò che è stato programmato, quello che vogliono i nostri capi e quello per il quale noi veniamo pagati. Questo tempo non è un tempo di creatività personale, è un tempo produttivo. Durante il tempo della vita dura importerà poco ciò che la persona sta vivendo, ciò che gli succede... Ha importanza soltanto il rendimento finale. Il tempo del lavoro non è un tempo di confidenze né di sfoghi personali. Si richiede competenza, non storie personali. Veniamo pagati per lavorare e non per fare pettegolezzi.
Il tempo del lavoro si è dunque trasformato in tempo duro, tempo disumanizzato. Non conta nessun altro principio all'infuori della produttività e della efficacia. I macchinari di una impresa sono inumani, non hanno sentimenti. Se una impresa avesse sentimenti smetterebbe di essere un'impresa. Le imprese che dimostrano di essere troppo tenere di cuore vengono assorbite dalle imprese-squalo che divorano tutto.
La persona sente la realtà del tempo in cui si lavora e sfugge, persino fisicamente, dai luoghi di lavoro, perché questi provocano in lei «cattivi pensieri».
Per estensione tutte le persone che vivono nei luoghi di lavoro condividono questa repulsione per il luogo della vita dura. Per gli adolescenti e i giovani il luogo di lavoro è la scuola, oppure l'università. I professori rientrano nel pacco della vita dura e, di conseguenza, del rigetto. Si salveranno soltanto quei professori che riescano a stabilire relazioni personali forti con gli alunni, quasi a cancellare l'immagine del lavoro; si salveranno i centri educativi dove, oltre al duro, la persona possa vivere altre dimensioni o vivere il lato duro della vita in una dimensione umanizzata e creativa.
Il tempo della libertà rappresenta l'apertura, ciò che non è regolamentato, la possibilità di organizzarsi la vita e non di condividere una esistenza organizzata, l'assenza dell'orologio, amici scelti, e non conosciuti sul posto di lavoro, il tempo per la parola e per la conversazione... Il tempo della libertà è il tempo per essere ciò che ognuno di noi desidera essere e per fare quello che più aggrada a ciascuno. In libertà non si vive e agisce con artificiosità, bensì con naturalezza.

Gli incontri e le riunioni settimanali

Durante la settimana i giovani partecipano agli incontri formativi (catechesi della cresima, riunioni formative, gruppi di preghiera e riflessione, ecc.) entro un orario enormemente ristretto.
Molti vivono le riunioni settimanali come un'oasi in mezzo al deserto: «Meno male, abbiamo il gruppo e così incontrerò i miei amici in un clima diverso». Altri, di fronte alla stessa realtà, si esprimono in questo modo: «Uffa! E come se non bastasse, oggi mi tocca anche la riunione del gruppo. Ne ho abbastanza! Non ce la faccio proprio più! E poi, per quel che se ne ricava...!».
Con le esperienze c'è poco da argomentare, ce ne sono di tutti i tipi.
Per prima cosa un giudizio di valore del tutto personale su questi incontri: sono assolutamente necessari e, allo stesso tempo, insufficienti.
Un accostamento, sempre comunque relativo, alla realtà porta a scoprire determinati elementi che si riscontrano negli incontri é nelle riunioni settimanali:
- in generale si svolgono in uno spazio chiuso, che è quello dato. I gruppi non possono scegliere con facilità lo spazio più appropriato né tanto meno quello più silenzioso o più comodo. E devono già dirsi contenti di riuscire a sistemarsi in una sala, senza preoccuparsi di come essa sia sistemata...! Se mettiamo a confronto gli spazi che la società mette a disposizione dei giovani per consumare e incontrarsi (studio della luce, pulizia, comodità delle poltrone per sedersi, tavolini, moquette, musica di sottofondo, decorazioni...) con gli spazi che invece offrono la parrocchia o i centri giovanili, possiamo arrivare a diverse conclusioni...
- Comunque non si tratta solo dello spazio; esiste anche il fattore tempo. Se è vero che alcuni gruppi di adolescenti e di giovani non hanno nessun problema di tempo, molti altri gruppi, soprattutto in parrocchie grandi e in centri giovanili numerosi, hanno riunioni limitate nel tempo. Dopo un'ora, o dopo un'ora e mezzo, devono concludere, dovunque si trovino, perché c'è un altro gruppo che aspetta fuori della porta per cominciare la propria riunione... La parola personale e la riflessione comune sono in-quadrate in una cornice di un orario molto concreto.
Se il gruppo è grande e non tutti hanno potuto prendere la parola... pazienza! Se si sono perduti alcuni minuti per far «riscaldare il gruppo» e alla fine non è più stato possibile entrare nel tema vero e proprio... pazienza! Se si è dovuto interrompere la riunione nel momento più interessante... pazienza! Sì... pazienza!
Alla fine resta sempre una parola di consolazione: «Meglio questo che niente!».
Chiunque abbia esperienza di quello che significa dinamica di gruppo e influenza del fattore tempo nella interrelazione personale, comprenderà molto bene che cosa ci si possa aspettare da una riunione settimanale limitata nel tempo e nello spazio. È in questo, credo, che bisogna cercare una delle ragioni che contribuiscono alla superficialità del modo in cui vengono trattate certe tematiche, superficialità nella quale di solito cadono gran parte dei gruppi che funzionano secondo quei parametri che abbiamo appena descritto.

L'importanza del fattore tempo

La persona umana si realizza nel tempo, fa storia. Nel tempo l'uomo cammina verso la sua maturità. Non si tratta di un tempo discontinuo, senza collegamenti. La maturazione di una persona si tesse in una interrelazione di avvenimenti. Il passato trova ripercussione e connessione nel presente e nel futuro. Le realtà che la persona vive nel presente dipendono da accadimenti vissuti anteriormente. L'oggi e il domani della maturazione personale si spiegano sulla base di una storia precedente. Abbiamo bisogno di tempo, di molto tempo, per arrivare ad essere quello che ognuno di noi è chiamato ad essere.
Se intendiamo l'esistenza umana come alleanza e come comunicazione con la natura, con le altre persone e con Dio, dovremo allora ammettere che è possibile una maggiore pienezza di alleanza e comunicazione nel tempo.
La vita cristiana ha dato sempre importanza al tempo, alla storia. Nella storia dell'uomo Dio è entrato in modo concreto e graduale. Questa entrata ha costituito una novità importante: non esistono due storie per una persona; esiste un'unica storia, e questa, per la presenza di Dio che così ha voluto, si è convertita in storia sacra.
L'aggettivo «sacra», unito a storia, indica semplicemente che il tempo della persona si fa santo nella misura in cui accetta l'alleanza e la comunicazione iniziate da Dio insieme all'uomo.
Da sempre la liturgia e la spiritualità cristiana parlano di tempi forti, ovvero di periodi di tempo nei quali la persona è stimolata in modo speciale a rivedere l'alleanza e la comunicazione con Dio. Nella liturgia si parla di Avvento, Quaresima e Pasqua come «tempi forti» dell'anno liturgico, nei quali si insiste maggiormente su un aspetto concreto del mistero di Gesù Cristo Salvatore. Esiste anche un «tempo ordinario», in cui lo stesso mistero di Gesù Cristo viene contemplato in maniera più globale.
La pastorale, con nomi diversi, ha segnalato «tempi forti», che sono stati chiamati ritiri mensili, esercizi spirituali, giorni di deserto o di sole, incontri personali di direzione spirituale, riunioni, convivenze, campeggi...
L'ottica di fondo è, ritengo, sempre la stessa: stabilire tempi nel tempo affinché la persona sia capace di prendere la propria realtà in mano e di confrontarla con Colui che è l'Alfa e l'Omega, la ragione ultima della esistenza umana. Non tutti i tempi sono uguali. Ci sono momenti speciali durante i quali uno è chiamato a confrontarsi con la propria nuda sincerità.
Applicando queste considerazioni all'educazione e alla catechesi, dovremo arrivare a concludere che l'educazione della persona e la catechesi - che rappresenta una forma di educazione nella fede - sono obbligate a tenere in conto il fattore tempo nelle azioni che mettono in moto.
Non tutto è possibile allo stesso tempo, perché la persona ha il suo ritmo di assimilazione delle cose. La stessa maturazione della persona segna la necessità di tempi speciali, tempi lunghi, tempi forti, per poter affrontare questioni che non possono essere affrontate durante il tempo ordinario.

ALCUNE CONCLUSIONI

Il punto di partenza è stata la constatazione di alcune situazioni che vivono gli educatori e gli animatori dei gruppi di fede oggi. Ci siamo avvicinati agli incontri di giovani con un interrogativo: «Serve tutto?». L'analisi fatta ci ha aiutato a definire alcune regole di riferimento per centrare la nostra attenzione non solo su ciò che succede, ma anche su quello che dovrebbe succedere negli incontri.
Annotiamo dunque alcune linee orientative per l'azione educativo-pastorale. E lo facciamo partendo da un principio: non serve tutto, non serve qualunque cosa. Applicando quanto detto al soggetto di cui stiamo parlando, dobbiamo affermare quanto segue: negli incontri dei giovani non è tutto ugualmente significativo e di conseguenza educativo. In educazione e nella pastorale non tutto possiede la stessa validità.
Anzi ci sono incontri di giovani (o di adulti, è lo stesso) che possono arrivare ad essere antieducativi.
La questione non si concentra sul problema se gli incontri debbano essere di massa o non di massa. Ci possono essere, come in realtà ci sono, incontri di massa enormemente educativi e formativi. Così come al contrario si organizzano incontri con piccoli gruppi che non hanno un significato positivo per i partecipanti. Gli educatori in generale, e gli educatori della fede in particolare, hanno bisogno di affrontare una riflessione seria sugli incontri di giovani, partendo da quello che significa maturazione, crescita personale, alleanza e comunione con il Dio vivo.
Enumero ora alcuni dei requisiti degli incontri che mi sembrano i più pratici.

Incontri e incontri

Scrivendo «incontri e incontri» intendo dire che oggi l'educazione e la pastorale devono fare un grande sforzo per coniugare e combinare incontri con i giovani di diversa durata. Mi riferisco adesso soltanto al fattore tempo.
Una riunione settimanale di una ora è un tipo di incontro che rende possibili molte cose: la continuità, la coscienza di essere gruppo (ciò significa persone che lasciano da parte tutto il resto per alcuni minuti ogni settimana per vedersi, dialogare, realizzare piccole riflessioni...). Probabilmente non è possibile chiedere di più a questi incontri di breve durata organizzati in mezzo alla settimana. Sono necessari. Un educatore però conosce bene quali sono i limiti di questi incontri e di conseguenza la convenienza (e l'urgenza) di offrire un altro ambito di riflessione, nel quale la persona disponga del tempo sufficiente per entrare in se stessa, per parlare scendendo in profondità, per rompere l'orario della «vita dura», per prendersi il lusso di perdere tempo e non andare comunque contro l'orologio, per annoiarsi e pensare (nella noia accadono molte cose importanti alle persone...). Non è per moda che l'uomo della grande città ogni fine settimana sperimenta il desiderio di abbandonare i luoghi abituali di vita. È un grido di ricerca di se stesso, di realizzazione, di scoperta di tutto quello che il lavoro ordinario ad-dormenta, e che comunque resta latente nel cuore aspettando la propria opportunità. È necessario molto tempo per dire parole importanti e sono necessari spazi ed ambienti appropriati che favoriscano la parola che la persona deve pronunciare.
Una educazione, soprattutto una educazione nella fede, che non offra incontri di tempo prolungato, forse sta privando dei giovani di occasioni per l'interiorità, per il silenzio, per la preghiera.
È certo che offrire la cornice giusta non è tutto, però questo costituisce l'inizio.
Per riassumere, è mia opinione che gli incontri prolungati debbano aumentare (risolvendo le difficoltà materiali che tuttavia esistono e modificando le nostre strutture attuali e le nostre attività programmate) nell'opera di educazione alla fede. Su di essi deve ricadere la parte più importante sia dell'esperienza che delle conoscenze. Gli incontri settimanali sono chiamati ad essere il fuoco lento che fa «cuocere» quello che si è preparato nei tempi forti.

Conservare la memoria

Altro elemento di riferimento per calibrare la bontà di un incontro di giovani lo identifico nella possibilità (o impossibilità) che si offre loro di fare memoria.
Parto dalla seguente considerazione: molti incontri di adolescenti e di giovani si esauriscono nel «divertirsi» o nel «far cose per divertirsi». Il divertirsi si trasforma in categoria di finalità. Più ancora, il divertirsi si contrappone alla vita ordinaria e al luogo di vita abituale. Si può arrivare a pensare che per divertirsi è necessario uscire dalla norma-lità quotidiana.
Cadere nella trappola ed agire secondo questi schemi contiene un rischio molto grande. È necessario che la gente, tutta la gente, impari e riesca a divertirsi là dove trascorre la maggior parte della sua esistenza, o al contrario sarà condannata alla più grande tristezza ed infelicità. L'esistenza intesa come compartimenti differenziati è carente di unità interna.
L'espressione «fare memoria» è diversa dal conservare la memoria, o ricordare. «Fare memoria» vuol dire che la persona è in grado di vivere unificata.
Una persona può avere molta memoria e immagazzinare in essa migliaia di dati, come se fosse un grande calcolatore elettronico, senza per questo essere capace di fare memoria.
L'espressione «fare memoria» non fa riferimento al fatto di ricordare dati, bensì alla capacità di organizzare i dati che si posseggono partendo alla prospettiva del senso e del significato, cioè partendo dalla integrazione di essi nella propria identità. Fare memoria va molto oltre il dato freddo e puntuale. Quando si fa memoria di qualcosa è perché lo integriamo nel senso della nostra vita e quindi ci aiuta a chiarire l'esistenza stessa. Fare memoria non è un ricordare fine a se stesso; è un ricordare per capire meglio se stessi e per intendere meglio la meta esistenziale verso la quale ognuno di noi cammina. Colui che fa memoria seleziona dati e li organizza qui e ora in accordo con il significato della vita stessa. Fare memoria è coniu-gare passato, presente e futuro personali in coerenza e continuità.
In questo senso fare memoria è rivivere non tanto come ricordi di qualcosa del passato, quanto come implicazione vitale. Viviamo immersi in fatti significativi che ci spingono verso il futuro e che danno spessore alla nostra esistenza.
Imparare a fare memoria è un compito educativo. Qualunque tempo e luogo sono adatti per fare memoria. Bisogna riconoscere le possibilità di rompere la frammentazione vitale nella quale giovani e meno giovani viviamo, possibilità che ci vengono offerte dagli incontri di lunga durata. Il tempo del silenzio, l'incontro con gli altri in profondità, la presa di coscienza della difficoltà di giungere a una identità personale chiara, la chiarificazione progressiva di ciò che uno è, di ciò che uno fa e di chi lo fa, ecc. sono attività che richiedono un apprendistato sistematico del fare memoria.
La semplice accumulazione di azioni educative si può convertire in paralisi educativa, se queste azioni non arrivano a orientare nuovamente la persona riguardo alla sua maturazione integrale.
Importa prima di tutto che educatori e animatori nella fede sappiano ciò che pretendono e cerchino dei mezzi per ottenerlo. Probabilmente a volte ci colpisce la preoccupazione di riempire le ore più che la finalità di ciò che stiamo per fare. Ci sono obiettivi che sono irraggiungibili, per quanto ci si sforzi di raggiungerli, in alcune coordinate determinate. Per fare un esempio, è curioso vedere come animatori ed educatori uccidono dinamiche interessantissime perché le realizzano in coordinate di tempo improprie. Così che si trasforma in «fuoco senza senso» qualcosa che contiene in sé una ricchezza enorme di provocazioni personali.

Altre condizioni di autenticità degli incontri

Abbiamo parlato di due elementi che ci servono per orientare ciò che serve e ciò che non serve negli incontri con i giovani. Esistono però altre chiavi di lettura per verificare l'autenticità degli incontri:
- L'attenzione prestata alle infrastrutture: il luogo scelto, le condizioni geografiche ed interne, l'igiene e la pulizia in cui si accetta di convivere, l'orario delle attività programmate, la disciplina minima comunitaria, le norme elementari di convivenza e di comunicazione... Nessuno di questi elementi può essere considerato insignificante.
- Esplicitazione di intenzioni e obiettivi, e convocazione: non è raro che gli educatori abbiano in testa alcuni «obiettivi impliciti» e che gli obiettivi espliciti siano altri.
Ciò provoca il fatto che in un determinato momento si produca delusione nei partecipanti, i quali si sentono ingannati perché credevano di esser andati in quel luogo per una cosa e ne trovano un'altra.
Succede anche con una certa frequenza che negli incontri si ammettano (o si facciano entrare furtivamente) delle persone che non erano previste al momento di programmare gli obiettivi e i contenuti. Le ragioni che danno gli animatori che operano in questo modo
possono essere sintetizzate in queste due considerazioni: «Il problema è che non abbiamo alternative» (e se non porto queste persone non posso portare nessuno e quindi io stesso non potrei partecipare oppure mi chiederebbero spiegazioni per il fatto che non mando nessuno all'incontro...), e poi: «Un po' di bene gli farà comunque, anche se non gli rimarrà tutto».
- Equilibrio e proporzione tra lavoro, ambiente di festa, celebrazione-preghiera e riflessione personale.
- Integrazione degli incontri in un processo educativo-pastorale più ampio. Qualunque tipo di azione educativa, perché risulti efficace, ha bisogno di continuità e di complementarietà. Nel campo educativo perlomeno non si può porre come principio il «fare per fare» o il «questo è di moda». Chi lavora nel settore dell'educazione sa molto bene che qualunque cosa faccia o proponga educa sempre, sia esso in positivo o in negativo.
Gli incontri devono essere inseriti in una linea pastorale e bisogna tener chiara in mente la dimensione concreta della persona di cui ci occupiamo in ognuno di questi incontri.
- I modi di comportarsi e la presenza degli educatori e degli animatori. Quanta meno contraddizione ed incoerenza esistono tra ciò che si chiede ai partecipanti e ciò che fanno gli educatori e gli animatori, tanto più educativa risulterà la nostra proposta.
La contraddizione frena, quando non distrugge, tutta l'opera educativa tentata. La contraddizione non è soltanto una questione che riguarda le parole che si pronunciano; essa si manifesta anche nei modi di fare che si utilizzano.
Alcuni pensano che la parola educativa più efficace sia sempre la non verbale.

Incontri con i giovani, serve tutto?

No. Serve soltanto quello che facciamo con una finalità formativa determinata, all'interno di un progetto educativo pastorale. Serve tutto ciò che in sé ha valore e significatività educativa.