La felicità del credente

Inserito in NPG annata 1994.

Edward Schillebeeckx

(NPG 1994-06-63)

 

La fede cristiana si trova oggi nella situazione di un mondo pieno di sensi e di non sensi, di fortuna e di sventura, un mondo che
sul limitare del ventunesimo secolo è scosso da nuovi olocausti; un mondo infine nel quale le ideologie vanno crollando a una a una, ma, ecco, in maniera che l'ideologia del solo principio economico capitalista, strutturalmente violento, va imponendosi su tutto e i paesi ricchi diventano sempre più ricchi, mentre i paesi poveri sempre più poveri. Va anche detto che qua e là comincia a dominare una specie di cinismo o almeno di indifferenza apocalittici, mentre altre persone soffrono un malessere, un'impotenza inedita e ne sono paralizzati.

L'indignazione dinanzi al male

Come sempre avviene nei periodi storici che registrano mutamenti culturali, sociali ed economici fondamentali, che vedono agonizzare una cultura dominante, mentre un'altra cultura, ancora incerta, si va cercando, uno spirito di fine secolo va diffondendosi, quasi un virus che si insinua nell'inconscio di molti di noi. La situazione intera sembra colma sia di profezie di sventura, sia di grida profonde che testimoniano un bisogno religioso, o comunque la ricerca di una nuova interiorità, benché marcatamente individualista. Il mondo occidentale, nella sua condizione moderna e postmoderna, o forse già oltre la postmodernità, è alla ricerca di un nuovo senso per la condizione umana e tutto ciò su una terra dannata, dal momento che l'humus di ogni pos sibile vita comincia ad essere ormai da noi stessi avvelenato.
In tale situazione critica ed ermeneutica, quale è il compito della chiesa, delle nostre comunità cristiane? E inoltre, fino a che punto la chiesa stessa vive l'incertezza, la precarietà in una situazione nella quale lei pure si trova immersa? L'avvenire della chiesa è fondamentalmente legato al restare presente della chiesa all'avvenire del mondo e al suo restare presente ai grandi problemi e alle grandi sofferenze dell'umanità in questo mondo.
Per me c'è un'esperienza fondamentale; un'esperienza basilare, comune a tutti e che, a mio giudizio, è di natura prereligiosa e, in quanto tale, accessibile a tutti. La sento come una sorta di veto che l'uomo sperimenta in rapporto al mondo così com'è, con la sua storia di sofferenze, di ingiustizie. La realtà che quotidianamente sperimentiamo, ciò che vi vediamo, leggiamo, sentiamo (sui giornali, la televisione, gli altri media), non è una realtà «ordinata». È una realtà che brulica di contraddizioni e sofferenze. È per questo che l'esperienza umana della sofferenza e del male, dell'oppressione e della sventura, è alla base e all'origine di un no di fondo verso la fattualità storica del nostro essere al mondo. Tale esperienza è inoltre più certa, più evidente di quanto la filosofia e le scienze possano darci in sapere verificabile e falsificabile. L'indignazione, una parola che non figura nel vocabolario scientifico, sembra esprimere bene un'esperienza fondamentale della nostra vita in questo mondo dominato - per quanti sanno aprire gli occhi - dal consumismo, dal piacere, dall'oblio o... dal potere.
Senza dubbio in questo mondo vi si trova anche molta bontà e bellezza, molta letizia. Non si tratta di un nuovo dualismo o di una filosofia pessimista. Non si tratta di una sorta di doomthinking (pensiero tragico) disfattista, né peggio ancora, di scaltra strategia esperta nell'arte di dipingere il mondo moderno a tinte fosche e minacciose, così che la luce portata da Cristo possa brillare ancora più viva, più redentrice e liberatrice. D'altronde, va pure riconosciuto che la presenza di tanti frammenti di bontà, di bellezza e di senso si trova costantemente smentita e ricacciata nel silenzio dal male, dall'insopportabile, dalla sofferenza manifesta o segreta, dall'abuso del potere e del terrore. Tali contraddizioni così caratteristiche del nostro mondo sembrano reciprocamente annullare il bene col male e il male col bene. I cinici la vedono così. Quanto ai noncinici, essi non riconoscono in tutto ciò il segno di una decadenza ove non si darebbe più motivo per vivere né per morire. A dispetto della sua miseria, l'uomo custodisce un senso fin troppo cosciente della propria dignità per giudicare il male con lo stesso metro del bene.

Attese di salvezza

Contemporaneamente, il nostro mondo è non di meno impantanato in questa palude enigmatica di bene e di male, di senso e di non senso. La storia non ci fornisce ragioni per giudicare chi sarà vincitore, se il male o il bene, né se mai vi sarà, nell'orizzonte di quanto ci è dato di costatare, un termine definitivo, un'ultima parola. Dal punto di vista della storia in quanto tale, questa storia può perdurare priva di senso ultimo.
Tuttavia si dà questo veto irresistibile degli uomini contro l'inumano nel mondo; questa indignazione tanto accanita quanto inestinguibile, finché le ingiustizie opprimono gli esseri umani, donne e uomini. Bisogna dunque ammettere che una seconda dimensione si manifesta in queste esperienze di contrasti e nell'indignazione di colui e di colei che la provano. Questo rifiuto umano dell'inumano, questa rivolta contro tutto ciò che urta l'umanità degli uomini e conseguentemente il rifiuto di rassegnarvisi, offrono in effetti una prospettiva positiva. È un'esperienza che si potrebbe scrivere così: anche quando non posso rappresentarmi o immaginarmi l'aspetto di un mondo terreno possibilmente migliore, si dà l'esperienza di un «basta», o, in ogni caso, di un «mai più»: il mondo e noi stessi devono cambiare.
Questo rifiuto umano della disumanità rivela inoltre un'apertura a una situazione nuova che avrà, essa sì, diritto al nostro «si» di approvazione. Si potrebbe parlare di un consenso all'«ignoto», all'ignoto migliore, il cui contenuto sfugge a qualsiasi determinazione positiva: un altro mondo migliore, che mai è stato dato. O per dirla altrimenti: questa dimensione rivela l'aspettativa positiva che il nostro mondo sia «migliora bile». L'indignazione, che è un'indignazione morale al riguardo della situazione data, rivela quanto meno una fede nell'umanità dell'uomo. In queste esperienze negative è possibile sentire l'eco di un grido umano balbettante di speranza nel mezzo della nostra storia, piena di sofferenze e di ingiustizie.
Il rifiuto fondamentale che l'uomo oppone il male palesa dunque un non compiuto, un non esaurito, un vuoto in attesa di pienezza, e dunque un «sì aperto», tanto incrollabile quanto il «no» o il veto, anzi ancor più, poiché tale «sì aperto» fonda il «no» all'inumanità e lo rende possibile. In tal senso la speranza dell'umanità è più radicale di qualsiasi esperienza negativa o contrastante, poiché esse sottintendono e insieme rivelano la presenza di questa speranza umana.
Si danno d'altronde, di quando in quando, esperienze di senso e di felicità, su piccola o grande scala, frammentarie ma reali, che alimentano ogni volta il «sì aperto», lo confermano e lo perpetuano.
Simile esperienza è comune al credente e all'agnostico. Costituisce inoltre una solida base per fondarvi una solidarietà di tutti con tutti e per un impegno comune, di credenti e «non-credenti», in vista di un mondo migliore dall'aspetto più umano.
La storia delle religioni conferma questo modo di guardare le cose. Le rappresentazioni e le aspettative di salvezza, di liberazione e di felicità risultano sempre essere, presso gli umani, progetti elaborati a partire da realtà contrarie e dolorose, affliggenti e alienanti, vissute concretamente prima di divenire oggetto di una riflessione. Essi si costruiscono a partire dall'accumulo di esperienze negative, lungo la traccia di prove che segnano la strada di una storia secolare oltremodo cupa, benché parsimoniosamente illuminata di frammentarie esperienze di salvezza e di liberazione, di senso e di felicità, una storia di attese vane lungo generazioni innumerevoli; una storia anche di colpe e di sventure, ove la domanda di Giobbe non cessa di essere pronunciata. Alla lunga, esse danno luogo all'articolazione di un progetto antropologico, che apre una prospettiva su ciò che si potrebbe considerare come il modo di essere uomo vero, felice e buono in una società accettabile giusta, perché comunque finita e precaria.

La storia, dono di Dio

Tale aspirazione umana alla salvezza e alla felicità, continuamente e criticamente rivista, si qualifica come «consegna fuori da...» l'infinita varietà delle situazioni di prova, dunque una liberazione e, simultaneamente, un gioioso ingresso in un universo completamente nuovo. Le esperienze negative tracciano in calco le rappresentazioni positive della salvezza e della liberazione e le speranze collettive, anche se, in mancanza di fonti storiche, è impossibile rintracciarne l'origine.
C'è di più. La sventura, in qualunque maniera la si affronti. resta senza spiegazioni sufficienti, teoriche o pratiche. Per questo, fin dai tempi più remoti, l'esperienza della sventura nel vissuto di tutti i popoli (per la sua profondità che nessuna teoria riesce a sondare né alcuna prassi a eliminare integralmente), così come la memoria storica della successione delle sofferenze umane. sono state caratterizzate da una dimensione di qualità religiosa. Quanti credono in Dio attribuiscono infatti a tale esperienza, fondamentale ma ambigua, un contenuto religioso. Allora l'attesa di salvezza e di liberazione comincia a comprendersi come una questione religiosa. L'umanità non poteva attendere la salvezza piena e integrale se non da un «Altro» che la supera, da una Trascendenza. Il «sì aperto» ne guadagna in senso e rilievo.
Storicamente, il periodo in cui ha vissuto Gesù, si è rivelato, sia per i pagani sia per gli ebrei, un tempo fortemente creativo quanto ad attese di salvezza e di liberazione multiformi Simili rappresentazioni sono prodotto, da una parte, della memoria secolare di brevi istanti di felicità, ma soprattutto, dall'altra, d'innumerevoli attese vane. Ne risulta, a intervalli, un'esacerbazione del desiderio di venirne fuori una buona volta: ora basta. Bisogna che ora il mondo cambi, radicalmente e definitivamente; bisogna che anche il cuore dell'uomo cambi.
L'esperienza contraddittoria fondamentale e il connesso rifiuto dell'ingiustizia, al pari della prospettiva aperta su qualcosa di migliore, divengono per i cristiani il luogo dove si compie la storia, in quanto dono di Dio, benché sempre attraverso la mediazione degli uomini e di altri fattori terreni.
A più riprese e con diverse sfumature il significato propriamente cristiano di «salvezza» è stato chiamato in causa. In effetti, salvezza e redenzione non possono limitarsi alla «salvezza delle anime», senza tuttavia escluderla. Si tratta piuttosto di una salvezza che riguarda tutto l'uomo: nella sua condizione corporea e
dunque nella sua situazione ecologica, nella sua struttura psicosomatica, nella sua identità di persona in relazione con altri in seno alla società, sulla base di una struttura soggetta sì a trasformazione e tuttavia preesistente; ivi compresa la sua dimensione spirituale e il suo rapporto con il peccato da cui la salvezza lo libera, lo rende libero per porsi liberamente al servizio degli altri e, in tutto ciò, nella sua relazione teologale o mistica con Dio.
Cosa possa essere, in definitiva, la salvezza umana completa ed escatologica sorpassa i nostri concetti razionali. Solo il linguaggio dei simboli e delle metafore può evocare l'indefinibile schiudersi e svincolarsi escatologico dell'umanità storica.
Quattro grandi simboli della tradizione ebraica e cristiana ci suggeriscono la direzione in cui i cristiani devono cercare per intuire quanto Dio sogna per l'avvenire dell'umanità, affinché l'uomo e donna vivano finalmente felici in mezzo alle altre creature.
1. La salvezza definitiva o la liberazione radicale dell'umanità, in una società e in una vita comunitaria a carattere fraterno, dove saranno scomparsi i rapporti padrone/schiavo, dove le lacrime saranno asciugate e dimenticate le amarezze: ecco il grande simbolo del regno di Dio.
2. Salvezza e felicità perfette della singola persona, chiamata sarx, «carne», nella Bibbia, integrata in questa società compiuta, si chiamano, nella tradizione di fede cristiana: risurrezione della carne; ciò significa che ciascuna persona, fin nella sua corporeità, una corporeità che ne è l'orchestrazione percepibile, canterà la propria melodia di cui altri potranno godere.
3. Il compimento escatologico di un ambiente ecologico sano e necessario a un buon grado di vita degli uomini e delle altre creature è suggerito dalla metafora biblica dei nuovi cieli e della nuova terra.
4. Infine, apparirà agli occhi di tutti il ruolo fondamentale giocato da Gesù - il significato che i cristiani ri conoscono a Gesù chiamandolo Cristo - nella realizzazione, da una parte, di frammenti del regno di Dio sulla terra e, dall'altra, nel compimento escatologico di questo stesso Regno. Un avvenimento che al presente non si può intuire se non a partire dall'immagine biblica del maranathà («Vieni Signore Gesù») nella quale si esprime l'aspirazione e il desiderio della cristianità. Quest'immagine biblica praticamente impossibile da tradurre con linguaggio umano (si parla della parusia del Signore) è tuttavia alimentata dall'esperienza e dalla memoria di ciò che i cristiani, fin da ora, non senza una certa trepidazione, ma nondimeno con una necessaria audacia, chiamano l'unicità di Gesù Cristo. Ciò che, in linguaggio cristiano, si chiama la parusia o il ritorno glorioso di Gesù al momento della realizzazione finale del regno di Dio, sarà la piena manifestazione, agli occhi di tutti, del significato che a Gesù di Nazaret compete nel mezzo delle molte religioni del mondo e quale Dio stesso lo vede.

Non c'è cielo senza terra

D'altra parte: non c'è cielo senza terra. Ogni giorno si fa l'esperienza che i problemi che dividono il mondo dividono anche le comunità cristiane, la chiesa stessa; e cioè le quattro immagini metaforiche dell'avvenire preparato da Dio per l'umanità influenzano fin d'ora l'agire dei cristiani nel mondo. Tali metafore traducono il fondamento metaetico (= la dimensione teologale o «mistica») dell'impegno etico dei cristiani nel mondo. Per il loro dinamismo proprio, inoltre, esse orientano l'agire umano dei cristiani verso una direzione specifica: la direzione di un agire umano per la giustizia, la pace e l'integrità di tutto il creato; il che comporta la preoccupazione per un miglior tenore sociale per tutti, ma soprattutto per gli esclusi e gli emarginati, per i feriti dalla vita; la cura pastorale della comunicazione tra persone nel senso di un'irrinunciabile critica della cultura e della società ovunque l'ingiustizia gridi vendetta; la cura dei corpi umani e della salute sia psichica sia sociale dell'uomo e della donna; la cura per la nostra terra come spazio vitale di tutto ciò che cresce e fiorisce, esiste e respira; la cura del tenore della fede, della speranza e dell'amore cristiano; la cura di una forma significativa della preghiera liturgica e dell'amministrazione dei sacramenti; la cura di una spiritualità e di una cultura di orazione; la cura infine della pastorale individuale, soprattutto a vantaggio di quanti soffrono di solitudine e «non hanno speranza» (1 Ts 4, 13).
Il passo biblico che riassume tutta la storia della creazione continua meravigliosamente dicendo: «L'uomo creato da Dio è chiamato ad essere a sua immagine». Ecco, dunque, l'immagine di sé, che Dio ha posto nel mondo, e la sua storia: l'uomo, maschio e femmina. Dovunque l'uomo vive e opera, dovrebbe esser chiaro a tutti che Dio regna, che il regno di Dio è già inaugurato e cioè che la pace e la giustizia stanno per prendere dimora presso gli uomini e i popoli, in una natura sana e armoniosa, nella pace dell'universo intero con il Dio vivente, cuore e fonte della storia della salvezza. Purtroppo, perfino i credenti e i loro pastori sfregiano quest'immagine; non rivelano sempre l'immagine veramente umana del Dio vivente.
La questione dell'identità cristiana non può essere separata da quella dell'integrità umana, a tal punto che la questione dell'identità non accetta risposte puramente teoriche, ma implica per sua stessa essenza la questione di una prassi specifica, altrettanto mistica o teologale quanto pratica, estesa agli ambiti ecologico, sociale e politico. Parlare di Dio non riceve il suo senso pieno se non nel quadro della prassi del regno di Dio.

A mo' di conclusione

Quanto ho appena detto rivela lo spirito che anima il mio pensiero. Per «spirito» (o «spiritualità», se si preferisce) intendo l'atteggiamento fondamentale e l'ispirazione fondamentale con le quali un uomo affronta la vita e si regge nella storia umana mentre vi si coinvolge. Tutto fa riferimento alla ricerca di Dio. che sta al cuore della teologia intera, e anche della stessa gestione ecclesiale, perché, nella chiesa cattolica, questa gestione può paralizzare, attraverso leggi canoniche inopportune, i grandi orizzonti cristiani che ho appena evocato. E il libro dei Proverbi ci ammonisce: «Senza la rivelazione il popolo (di Dio) diventa sfrenato» (Pr 29,18).
Concludo. Qualcuno ha detto che «Dio ha avuto inizio nella storia quando un uomo ha detto "Dio"». Nel testo biblico mi sembra di sentire Dio che dice: Cammina, uomo, maschio e femmina, opera delle mie mani, opera del mio amore, tu non sei solo. Cammina; e nel tuo passo leggerai la traccia del mio amore.