Il linguaggio simbolico nel celebrativo cristiano

Inserito in NPG annata 1994.

Guido Novella

(NPG 1994-06-20)

 

L'esperienza dei giovani e di tutti è vissuta nel quotidiano, sequenza di gesti, atti, eventi, relazioni, scelte che si susseguono nel divenire dei giorni. Quotidiano che ospita momenti felici, ma è più sovente segnato dalla monotonia del lavoro, dalle fatiche, sacrifici, delusioni, insuccessi, incomprensioni, desideri inappagati.
È una pesantezza che rende faticoso il respiro dell'uomo, fiacca le sue energie, lo blocca nelle sue aspirazioni... La vita frenetica logora e fa vivere in una superficialità che impedisce di interrogarsi sul senso delle cose. Fa sentire spaesati nel mondo, con se stessi.
Nonostante la monotonia, la banalità e la pesantezza che lo caratterizza, il quotidiano ospita anche momenti che dicono la grandezza dell'uomo, gesti di generosità, dedizione silenziosa nell'impegno tenace di vincere un mondo di ingiustizia.

LA VITA QUOTIDIANA

Siamo coinvolti nella quotidianità, col rischio di rimanerci prigionieri. Ogni giorno lo studente, il lavoratore, la massaia subiscono il tempo che passano a scuola, in ufficio, in fabbrica o in casa. Orario, ritmo, preoccupazioni ci costringono ad un «ordine» che ci logora. Sentiamo la voglia di spezzare il circolo chiuso. Nasce il desiderio di essere in modo diverso da quello quotidiano. Anche l'inquietudine che sempre ci prende invoca una liberazione. Si possono realizzare «fughe» fuori dalla realtà con esperienze di meditazione trascendentale o trovare un narcotico alla insoddisfazione nella musica assordante del sabato sera o in tempi di festa e di vacanze, in esperienze in cui si ricrea l'esistenza differente «altrove».
O si può anche assumere l'abitudine di non pensare, vivere alla giornata. Alla fine si dovrà riconoscere che la vita è tessuta di quotidiano. E il quotidiano prima o poi appella a qualcosa di altro e di oltre. Si dovrà allora ricercare una modalità di abitarlo in modo diverso senza fughe, ma valorizzando ciò che lo costituisce.
Vedere con occhi nuovi il nostro quotidiano, popolato di gesti, oggetti, spazio. Scoprire che tali elementi raccontano la nostra storia di oggi, di ieri. Possono parlare di futuro nuovo, di sogno, nel quale percepiamo la felicità.
A patto che tali elementi non siano così «sublimati» da non appartenere più alla vita dell'uomo. Dobbiamo vincere la tentazione di un certo nostro radicato spiritualismo poiché esso è una colpa contro l'Incarnazione.

Abitare la vita: la festa e la celebrazione

Vogliamo godere un tempo di libertà, sentiamo il bisogno di abitare la nostra vita, non subirla. Ecco allora che sorge la festa che è nel tempo, ma un tempo particolare, diverso dal tempo ordinario. La festa riscatta il quotidiano: dedichiamo tempo a quanto è più importante per l'uomo, la famiglia, l'amore, la religione, la patria...
Un tempo gratuito! Lo si spende senza guadagnare. Un tempo in cui si prende coscienza di ciò che più vale.
Vivere in comunione
Nel desiderio di controllare la propria vita, l'uomo prova un altro bisogno fondamentale: vivere con gli altri, essere in comunione.
Ciò non avviene ordinariamente: il lavoro, la fretta del nostro modo di vivere rendono le nostre relazioni funzionali all'efficenza.
Vogliamo dedicare tempo per stare insieme agli altri.
Dare qualità umana alle nostre relazioni. Nasce la festa.
Il momento «insieme» rianima il gruppo e l'individuo. Diviene celebrazione della vita.
La celebrazione è il cuore della festa, dice e fa vivere il perché della festa.

LA CELEBRAZIONE

Perché quella stretta di mano, quel pranzo particolare, quel brindisi gioioso? Perché quella riunione, quella manifestazione di folla, quel corteo per le strade? Quello stadio gremito di giovani per un concerto?
Qualcosa di importante sta avvenendo: è una celebrazione.

La celebrazione umana

Nell'uomo, dunque, la tendenza a celebrare si manifesta come un bisogno insopprimibile. Vita, morte, amore, gioia, dolore, conquiste, speranze, libertà, patria, Dio... sono tutte realtà che sentiamo il dovere di celebrare.
Ogni celebrazione presenta alcune caratteristiche particolari.
* È un'azione comunitaria. Da soli non si può celebrare; al massimo si possono fare dei gesti carichi di significato particolare, vale a dire dei riti. Ma le celebrazioni si fanno assieme. È sempre un gruppo di persone che compie una celebrazione.
E questo è un elemento importante: perché aiuta a rinsaldare il vincolo di appartenenza al gruppo, consente di sentirci e di manifestarci come comunità.
* Comporta una parentesi nella vita ordinaria.
Ciò significa rottura con lo svolgimento abituale dell'esistenza. La «parentesi» nella quotidianità è espressa dal luogo della celebrazione, dagli orari, dai vestiti, dagli oggetti, dai gesti e dalle parole che si usano, da quel clima particolare che sa di gratuità. Porta a vivere qualcosa che tocca le zone profonde della vita umana.
La celebrazione è sempre provocata da qualcosa che attinge al senso ultimo della vita e della storia. Non si celebra una banalità, bensì un valore che ci costituisce come uomini e ci aiuta a essere più uomini.
Quando si celebra un matrimonio, lo si fa per esprimere il valore che assume l'amore tra due persone, il valore della fecondità, la speranza che ci protende verso il futuro.
Quando si celebra il lavoro, si esaltano la laboriosità, la solidarietà, le conquiste in campo sociale, la prospettiva d'un futuro migliore.
È, dunque, sempre un valore che tocca la vita del singolo e della comunità a venir celebrato.
* È un'azione espressa in gesti rituali. Celebrare non è solo riflettere, ma agire. E tale agire avviene tramite gesti particolari: canto, acclamazioni, applauso, movimenti previsti o del tutto spontanei.
Si tratta di gesti, che si ripetono ogni qualvolta si compie «quella» celebrazione; gesti che rappresentano quasi una parola d'ordine per il gruppo, creando un linguaggio caratteristico che consente a tutti di ritrovarsi entro un quadro di riferimento ben preciso.
Oltre ai gesti, anche la parola acquista particolare valore: esplicita il senso profondo della festa, mentre invita e aiuta i partecipanti a entrar dentro nella celebrazione per viverla con totalità di partecipazione.
Vero è che esiste sempre un pericolo: ed è quello del ritualismo.
Quando cioè gesti e parole diventano ripetizione meccanica, fredda e spersonalizzata: un linguaggio che non esprime più niente e non coinvolge più nessuno.
* Produce un'esistenza trasformata. Se la celebrazione è vissuta con verità, si assisterà a una trasformazione nella qualità di vita dei partecipanti. Essi ritorneranno alla quotidianità rinfrancati e ricaricati, come gente che ha riscoperto un senso da vivere.

La celebrazione cristiana

La celebrazione cristiana connota di contenuti e modalità particolari la celebrazione umana.
- Il soggetto celebrante è sempre la Chiesa, l'assemblea riunita dall'amore del Padre.
Ed è una comunità articolata in ministeri, dove tutti sono responsabilmente attivi: c'è chi presiede, chi accoglie, chi legge, chi canta...
- Il perché si celebra: non è solo per un valore umano, ma per un dono che proviene da Dio, una Parola che rischiara e trasforma il senso ultimo della nostra vita.
- Il contenuto della celebrazione è un evento: il Cristo morto e risorto, il mistero pasquale, la storia umana salvata dal peccato e dalla morte, l'alleanza nuova che esige risposta e contraccambio.
- Il come si celebra è caratterizzato da gesti, parole, abiti, atteggiamenti particolari: il linguaggio della liturgia.
- L'esito della celebrazione è la vita nuova: che è conversione all'Amore e impegno a costruire il Regno di Dio dentro la storia, nell'attesa del suo definitivo compimento.
La celebrazione trova senso solo se si radica nella vita. E la vita esige di essere celebrata. Ma come dire l'ineffabile?

PER DIRE L'INEFFABILE: IL SIMBOLO

Nella celebrazione noi usiamo un linguaggio fatto di parole, silenzi, musica, spazio, tempo, oggetti, gesti, colore, profumo...: elementi che permettono di comunicare. All'uomo non è possibile ricevere e dare comunicazione se non attraverso segni percepibili dai sensi.

Il linguaggio della celebrazione

Usiamo il linguaggio oggettivodescrittivo: per dire quello che vediamo; un linguaggio scientifico: comunicare cos'è e come è la realtà.
L'uomo, oltre la conoscenza fenomenica e scientifica, sperimenta la relazione con cose e persone, si sente coinvolto personalmente con l'emozione.
E per lui una necessità comunicare tale esperienza. Fa allora ricorso ai toni caldi della passione, della fede, della poesia. Trova il linguaggio adeguato ad esprimere l'indicibile. Per dire in una sola volta ciò che comporterebbe lunghi discorsi. Cercherà di «metter insieme» il molto nel poco, il diverso e il diviso. Userà il simbolo. Nel dialogo platonico «Simposio» Aristofane racconta una storia affascinante sull'essenza dell'amore. Egli dice che gli uomini erano originariamente degli esseri sferici; poi si comportarono male e gli dei li tagliarono a metà. Ora ciascuna metà dell'intera sfera dell'essere vivente cerca il proprio completamento: «symbolon tou antropu». L'uomo è, per così dire, un frammento.
L'amore, l'uomo è l'attesa di qualcuno, del frammento che venga a completare la felicità, l'incontro.

Il simbolo è relazione

Quando si parla di simboli, il più delle volte si pensa subito a determinate «cose», oggetti, figure: la bandiera d'Italia, il distintivo della Juve, la croce, il cero pasquale, l'ulivo e la colomba, i simboli dei partiti politici.
In realtà nessuna di queste cose rappresenta di per sé un simbolo: nessuna cosa, nessun oggetto, nessuna figura è simbolo in se stessa.
Il simbolo esiste soltanto in rapporto a qualcuno che lo riconosce o comunque lo vive (anche inconsciamente) come tale.

Per comunicare ci vuole...

Osserviamo ancora più attentamente «come funziona» un'azionesegno. Supponiamo che io abbia litigato con un amico. Poi sento un profondo desiderio di far pace.
Appena lo incontro cerco di parlargli, ci spieghiamo: «Scusa sai...», «No scusa tu se io...», andiamo a bere qualche cosa insieme e ci lasciamo con una calorosa stretta di mano, in segno di pace e di amicizia.
Possiamo notare che l'azionesegno si struttura fondamentalmente in base a tre elementi o fattori:
- Anzitutto c'è un'intenzione da parte del soggetto: ciò che si vuol dire, il messaggio che si intende comunicare: «Voglio essere in pace con te»: il significato.
- Affinché detta intenzione possa raggiungere il destinatario della comunicazione (l'amico), è necessario un qualche elemento esterno, sensibile, che possa essere percepito dai sensi delle persone interessate: le mie parole, la stretta di mano: il significante.
- Tutto questo però non basta. Il terzo fattore, la significatività, svolge il ruolo determinante nel funzionamento di segno, cioè quella relazione tra significante e significato.

Parlare lo stesso linguaggio

Per potersi intendere bisogna parlare la stessa lingua: e questo vale per ogni tipo di linguaggio, compreso quello dei segni e dei simboli.
Gli elementi costitutivi sono:
- una realtà che si vuole indicare, es. casa;
- una parola per indicare quella realtà, per esempio il termine «casa» (significante);
- una lingua, comune a chi parla e a chi ascolta, per potersi capire (significatività in base al codice «lingua italiana»).

La matematica e la poesia

Ci sono modalità di espressione e di comunicazione: altro è una conversazione fra amici, altro è un interrogatorio o un'esame, altro è una poesia, altro è un comizio elettorale, altro è una lezione di matematica, un balletto o un affresco. Da una parte c'è il linguaggio di tipo logicorazionale, dall'altra quello di tipo simbolico. Il primo è il linguaggio della ragione, della matematica, della filosofia, della scienza, della tecnica. Il secondo è il linguaggio del sentimento, della poesia, dell'arte, della musica.
Il primo è, per natura sua, analitico, frammentario, discorsivo; il secondo è per natura sua sintetico, globale, intuitivo. Per esempio: un uomo che ama sinceramente sua moglie potrebbe dirglielo (per ipotesi) facendole un discorso di questo genere: «Cara N., io ti voglio bene e sono contento di averti sposato perché sei bella, sei brava, sai cucinare bene, sei una buona mamma per i nostri figli, ecc.». Ma può dire tutto questo (molto di più) anche senza parole, regalandole un mazzo di rose rosse il giorno dell'anniversario del matrimonio e dandole un bacio da innamorato. Nel primo caso avremmo un discorso di tipo logico che analizza razionalmente il come e il perché delle cose (ma proprio per questo comporta una certa freddezza, un certo distacco dall'oggetto). Nel secondo caso abbiamo un esempio tipico di linguaggio simbolico, dove determinate circostanze (quella data), determinate cose (i fiori) e determinati gesti (il bacio) formano insieme un atto di comunicazione che dice molto più delle parole: al di là del contenuto del messaggio in esso implicito, realizza non solo una comunicazione, ma una immediata comunione di persone.

Il segno per conoscere, e il simbolo per riconoscere

Possiamo indicare le due valenze fondamentali del linguaggio umano rispettivamente con i due termini «segno» e «simbolo», dando a queste parole un significato più preciso. Il «segno» è nell'ordine della conoscenza, dei concetti, della comunicazione di informazioni e di idee; il «simbolo» è nell'ordine della relazione, della partecipazione, del riconoscimento, della comunione con le cose e con le persone.
La valenzasegno denota il distacco, l'alterità rispetto alle cose e alle persone; la valenzasimbolo denota la relazione, il coinvolgimento con le persone e con le cose. La valenzasegno è tipica del linguaggio logico; la valenzasimbolo è tipica del linguaggio simbolico. La prima è caratteristica del filosofo, dello scienziato, del tecnico, dell'uomo d'azione; la seconda del bambino, del poeta, dell'artista, del contemplativo.
La funzione profonda e generale di tutta la valenzasimbolo nel linguaggio umano è proprio quella di manifestare e di operare una comunione, quasi un'identificazione dei soggetti con la realtà rappresentata. Simbolo è dunque un segno la cui funzione non è di promuovere la conoscenza puramente mentale di una realtà (indicandola, ricordandola, spiegandola...), ma di stabilire con quella realtà una relazione che coinvolga il soggetto nell'insieme delle sue esigenze e attitudini, in quell'impasto che costituisce il suo bisogno di senso.
Contiene sempre l'idea di una connessione, di un rapporto, uno scambio, attraverso cui avviene un'identificazione e un riconoscimento reciproco.

Per esprimere l'umano più profondo

Il simbolo possiede una duplice capacità o funzione: è rivelatore e operativo:
- Rivela: ci fa percepire quello che sta al di là, la realtà che incontriamo tramite il simbolo stesso, stabilendo un contatto con essa.
- Opera: il simbolo non è solo un aiuto per leggere nella realtà, ma influisce in noi, in vario modo per renderla presente e metterci in comunicazione con essa. Questo si verifica massimamente nei sacramenti.
Il simbolo separa e congiunge, comprende le due idee di separazione e di riunione; evoca un congiungimento tra ciò che è diviso e si può riunire. Può essere paragonato ad un cristallo che ha mille facce.
È vivente.
La percezione del simbolo esclude l'atteggiamento di semplice spettatore, esige una partecipazione d'attore. La proprietà del simbolo è di rimanere in definitivamente soggettivo: ciascuno vi vede ciò che la sua personalità gli permette di percepire.

Il simbolo è un'esperienza

Il decifrare i simboli ci conduce verso le insondabili profondità di noi stessi. Il simbolo deborda sempre gli schemi, i meccanismi, i concetti che servono a produrlo.
Esso non è mai colto da tutti in modo identico per tutti. Si appoggia su di una specie di «tema» dalle variazioni infinite.
L'intuizione non sempre vi giunge: essa deve essere «simpatica», cioè è ne cessario condividerne una certa visione del mondo.
- I simboli sono sempre pluridimensionali. Esprimono relazione tra cielo e terra. spaziotempo, immanentetrascendente.
- Il simbolo è legato a un'esperienza totalizzante. Non se ne può cogliere il valore. se non ci si trasferisce in spirito nell'ambiente globale dove esso vive veramente.
Il simbolo concentra in una sola immagine tutta un'esperienza spirituale. Trascende i luoghi e i tempi, le situazioni individuali e le circostanze contingenti.
Fa solidarizzare le realtà apparentemente più eterogenee.
Il simbolo, nella sua accezione più elementare, è l'espressione di un'esperienza.
La sua funzione specifica consiste in:
- assumere le esperienze più fondamentali o più profonde dell'esistenza umana. Assume il tempo passato, il vissuto, i problemi, i sogni, le sofferenze, le emozioni. La vita;
- tradurre e disciplinare tali esperienze a livello di coscienza.
Il passato ed il futuro sbocciano in memoria. Nel presente faccio sintesi della mia vita: pensiero, azione, cuore. Usare qualcosa come simbolo è come parlare fra virgolette, per farla diventare parola forte, e far esplodere la vita;
- esprimere e comunicare tali esperienze. In modo concentrato, totalizzante.
Tenendo presente che tali esperienze non possono essere accolte né comunicate in altra maniera. Per questo il messaggio emesso da uno sguardo è più comprensivo e più espressivo che non tutto un discorso sull'amore.
È importante qui ricordare che un buon discorso sull'amore trasmette certo su questo argomento più idee che non un semplice sguardo. Ma è quasi altrettanto sicuro che le idee più brillanti e più esatte sull'amore non hanno la capacità di far sì che colui che ascolta il discorso provi l'esperienza di sentirsi amato, mentre lo sguardo suscita tale esperienza.

Contemplare

Il simbolo apre alla contemplazione. In altre parole, il simbolo rimanda sempre aldilà di se stesso.
Perciò l'ineffabile, il misterioso, ciò che per se stesso è essenzialmente invisibile può essere offerto alla contemplazione del simbolo. E solo mediante il simbolo.
Si tratta infatti di realtà che ci rinviano a una totalità di senso nell'esperienza umana; ma una esperienza di totalità non può essere contenuta, neppure a livello descrittivo, in nessuna formula linguistica, in nessun segno convenzionale, in nessuna metafora.
La totalità di senso, sempre inevitabilmente ineffabile e invisibile, ci si mostra e ci si offre mediante il gesto esterno, il gesto simbolico, che rimanda «aldilà» di se stesso. Tra gesto esterno
e totalità di senso esiste una corrispondenza ed è tale corrispondenza a configurare il simbolo, a conferirgli la sua forza interna.
Il simbolo presuppone sempre un codice di comunicazione ammesso dalla società. In altri termini, l'espressione esterna e simbolica, che fa propria e comunica l'esperienza profonda, deve essere socialmente ammessa dalla cultura in cui essa si pone.

Concludendo:
* evoca = è vocazione a uscire da me per vivere la profondità di tutto me stesso;
* provoca = mi spinge a prendere posizione, a fare;

* convoca = realizza la comunione con gli altri.

CELEBRARE LA VITA

Un celebrare giovanile
La celebrazione giovanile rivela una visione ottimistica dell'uomo e della storia e nasce da una spiritualità che si nutre di quotidiano contemplato.
Non è la spiritualità ad intervalli in cui si ha simpatia per l'umano, ma Dio lo si incontra in momenti staccati dalla vita.
Non è neppure la spiritualità della fuga dalle cose, come se Dio fosse geloso della gioia dell'uomo.
È la spiritualità dell'Incarnazione.
Si ama la vita e la si vive con Dio nella trasparenza di ciò che è umano. Dio ha voluto essere uno di noi. Il luogo santo dove incontrare Dio è il quotidiano.
Per cui essa è umile, fiduciosa, apostolica, congiunge spontaneamente l'orazione con la vita. Essa è gioiosa e creativa, semplice e profonda, si apre alla partecipazione comunitaria, è aderente alla vita e si prolunga in essa.
È capace di incidere nel quotidiano, di esprimere il senso della fede e coinvolgere i giovani nella gioia dell'incontro con Cristo.

Celebrare il quotidiano

Da quando l'eterna parola di Dio si è fatta carne, ogni carne può intenderla e trasmetterla: e alla parola umana è dato farsi eco dell'eterna parola di Dio. Certo, chi è celebrato è sempre Gesù Cristo, che salva l'uomo, assumendo fino in fondo la realtà umana, redimendola.
«La liturgia, infatti, in quanto opera di Cristo e della Chiesa, è il luogo dove il divino e l'umano vengono a contatto fra di loro, affinché il divino salvi ciò che è umano e l'umano acquisti dimensione divina.
Per questo, se la comunità cristiana è composta di uomini, per cui la gioia e l'angoscia dell'uomo di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono anche la gioia e la speranza, la tristezza e l'angoscia dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di autenticamente umano che non trovi eco nel loro cuore, sarà allora evidente che non solo riceveranno accoglienza nella liturgia, ma di questa costituiranno il corpo e l'anima, poiché non esiste salvezza che non sia storica, concreta, totale.
In una liturgia disincarnata, nessun uomo concreto, storico, potrebbe mai ritrovarsi, né Dio potrebbe mai apparirgli veramente 'salvatore', perché una salvezza deve essere proporzionata al pericolo che si corre, o che ci minaccia» (RLI23).
La celebrazione cristiana rende viva e operante l'incarnazione.
Si serve di elementi della vita di ogni giorno, li abbraccia con uno sguardo contemplativo e li trova carichi di un messaggio ulteriore, profondo.
I gesti, gli spazi, le cose della vita di ogni giorno divengono sacramenti dell'incontro con il Risorto che fa nuove tutte le cose.
Fiorisce la celebrazione: una assemblea radunata nel nome di Cristo; un tempo particolare in cui le gioie, le angosce e le speranze dell'uomo ricevono luce dalla Parola; i semplici segni del comunicare dell'uomo vengono trasfigurati nel rito e divengono linguaggio simbolico che realizza la comunione con Dio e gli uomini. Nel tempo, fiorito in memoria, sintesi del passato, presente e futuro, la storia dell'uomo salvata da Cristo.
Nella celebrazione, è la verità del dire se stessi che esige l'assunzione della vita e la mediazione delle cose dell'uomo.
La liturgia si è sempre servita di ciò che l'uomo quotidianamente usa: uno spazio per l'assemblea, la parola
nelle sue espressioni, gli oggetti, come vestiti, pane, vino, acqua, olio, candela...
Alla scuola della Parola, che ci ha parlato «molte volte e in diversi modi»,
perché non celebrare usando anche altri segni che popolano la nostra giornata, oltre a quelli suggeriti dalla liturgia?
È necessario contemplare il quotidiano: essere appassionati della vita, unificarla continuamente con uno sguardo d'insieme a cui partecipa l'intelligenza e il cuore, la volontà e il sentimento, per coglierne il senso ultimo.
È abbracciare la vita con lo sguardo del cuore. «E Maria conservava tutte queste cose con il cuore».
E allora le cose parlano. Da semplici oggetti che «usiamo» si trasformano in segni che parlano di Lui, il Dio della vita. Introducono in una esperienza in cui la Parola non è solo udita, ma penetra dentro di noi. Parola viva, efficace.
I giovani li sentono veri, perché segni che hanno il sapore dell'autenticità della vita feriale.

La vita.

Quotidiano snodarsi di sofferenza, gioie semplici, fatica, incomprensione, amore, egoismi e generosità, sogno, desiderio, banale susseguirsi di azioni, monotono rincorrersi dei giorni.
Nel tempo, che racconta la tua storia, s'accende una luce: la celebrazione. Ferialità contemplata. Insieme. Esperienza forte, radicata nell'umano più vero.
Tempo che diviene memoria.
Godiamo il tutto nel frammento. Sintesi, impasto di divino nell'umano. L'opacità diviene trasparenza, riflesso di luci.
La vita esplode, in abbondanza, nella riscoperta del senso.
Dalla frantumazione alla comunione. Le cose dell'umile quotidiano dicono l'ineffabile.
E ti senti ricreato, fatto nuovo da Lui, il Vivente. Risorto.
Colui che fa nuove tutte le cose.
E riparti per la vita. Nuova.
Per dono di Lui, Dio della storia. Dio della vita.
La tua.