Rosa dei venti

Franco Cassano

I venti, si sa, sono più di venti. C'è il vento del nord, asciutto e gelato, decollato da grandi distese di neve oppure da pianure deserte, che immaginiamo a stento. C'è il vento dell'est, che prende noi italiani di traverso, talvolta lucido e tagliente, talvolta gonfio di nuvole grandi, duro come i Balcani oppure umido e fraterno come la Grecia. C'è il vento dell'ovest che prende la rincorsa dagli oceani, il vento delle perturbazioni che, strada facendo, spesso si addolcisce e si asciuga, rendendo nitidi i tramonti, come se promettessero qualche cosa. C'è poi il vento del sud, pieno di sabbia, che arriva alta dai deserti, carico di cammelli e carovane. Quando questo vento severo perde la durezza del deserto e si siede sul mare, rende l'aria sudata e irrespirabile, costringe alla sosta, al riparo. Ce ne sono poi tanti altri, incroci meticci tra questi quattro venti, tutte le sfumature possibili dei punti cardinali.
In ogni luogo i venti sono diversi, arrivano da passaggi che non sono mai gli stessi, bagnati dal mare, asciugati dalla montagna, affannati per aver attraversato di corsa le pianure o taglienti per essersi frantumati contro le colline. Volano e attraversano gole, città, isole, portano dentro qualcosa di tutto, grandi eserciti di molecole nomadi e guerriere, che corrono per migliaia di chilometri e poi si placano, si imborghesiscono, integrandosi in qualche aria quieta e sempre uguale. Imprevedibili e capricciosi, rispondono a una fantasia infaticabile, sono una piccola prova del caos, si beffano delle previsioni della scienza. Il vento che senti addosso è un grande viaggiatore che ha sfiorato tante cose e persone, una forza che passa e va via, un moto senza cervello che non s'interroga sul proprio destino.
Ci sono venti che invochi perché vuoi che asciughino qualcosa, che puliscano l'aria dagli umori rancidi del ventre della terra. Allora arrivano come arrivano i nostri, cavalieri del cielo, e tu senti sbattere porte e finestre, ti affacci grato a guardare, segui il movimento delle nuvole, guardi pinnacoli e bandiere. Sono arrivati e tu li accogli per casa, torni a respirare profondo. Talvolta invece arrivano come piccole maledizioni: quelli gelati ti chiudono in casa e requisiscono le strade, spopolando le città come se ci fosse un'occupazione straniera; quelli caldi e umidi invece rubano l'aria, ti gettano giù, e il cielo opaco ti grava addosso.
Gli uomini li annusano, li commentano e li valutano, ne stimano vita, morte e miracoli, ne studiano gli usi possibili e cercano di piegarli alle loro geometrie regolari. Il vento invece è inquieto, è come lo spirito, non lo vedi mai direttamente, ma solo dai suoi effetti sulle cose, è mobile e non lo puoi afferrare. Proprio questa inquietudine inafferrabile rende, ancora oggi, magica la vela e il mulino, astuzie piene di grazia, punti delicati e forti d'intersezione tra cielo, mare e terra. Poche cose rendono onore all'uomo come una vela gonfia di vento o un crinale di collina pronto al decollo per il roteare delle pale dei mulini.
Pochi disegni alimentano più sogni di una rosa dei venti, con quei colori e quella raggiera, che ricorda a noi cristiani un cuore trafitto, con tutte le direzioni del mondo, i mille venti che vengono e vanno, le loro rotte di volo per tutti i luoghi della terra. Poche cose sono più belle delle galoppate delle nuvole bianche o nere, dell'ombra in movimento sui campi, delle onde disegnate sulle distese di grano, del mutamento dei colori, della loro risonanza con il nostro stato d'animo, quel vento che portiamo dentro da sempre, quel lato folle e imprevedibile di noi che ci porta paura e speranza. Ogni vento mescola le carte, sfida il bisogno dell'uomo di tener fermi i confini, le porte e le cose. Ci sono uomini che si sentono vento e uomini che si sentono terra: i primi sono senza casa, spirito senza corpo e senza zavorra, molecole in eterno movimento, i secondi sono chiusi nelle trincee del proprio ordine, impauriti da ogni stormir di fronde. I primi ridono guardando dall'alto gli altri, gretti contadini impauriti. I secondi guardano i primi come angeli del male o streghe da bruciare. Non è facile trovare la misura giusta, l'uomo è a metà tra la talpa e l'angelo, tra la terra e il cielo, ma non sta mai nel mezzo.
Saggezza vorrebbe invece che si capisse la bellezza dell'equilibrio, che si ricordasse sempre com'è bella una terra meridionale asciugata dai venti del nord, una terra calda, ma capace di respirare e di fare, o com'è bella una terra settentrionale, quando la durezza della disciplina, incrinata dalla follia dello scirocco che soffoca il respiro, fa guardare la vita da un altro lato, quello dove fermarsi è l'unico sollievo. Se li sai sentire, i venti portano un messaggio invisibile della saggezza altrui, sono un ospite pieno di storie. E sono molto più di venti.

(Modernizzare stanca, il Mulino 2001, pp. 82-84)