I discepoli di Emmaus:

icona di un

itinerario vocazionale

Giuseppe Betori


Quelli che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio” (At 8,4), annota Luca all’inizio del cap. 8 degli Atti, mostrando come la persecuzione che si abbatte sulla comunità nascente porta i credenti a uscire da Gerusalemme e a farsi annunciatori del Vangelo di Gesù nel mondo. Si dà così attuazione al comando dello stesso Risorto che, nel suo dialogo con gli apostoli, aveva proclamato: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). Si compiva così la linea profetica anticotestamentaria che aveva annunciato l’apertura della salvezza a tutti i popoli e che lo stesso Risorto aveva sintetizzato in queste parole: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni” (Lc 24,46-48).
I “dispersi” che, sotto l’infuriare della prima persecuzione, se ne escono da Gerusalemme e prendono le strade che se ne dipartono sanno che quel loro cammino fuori dalle mura della città santa non è evadere, ma dare corpo al disegno di salvezza di Dio. La loro non è una fuga impaurita e delusa: il loro è il passo gioioso dell’evangelizzatore. Aveva esclamato Isaia: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza… Prorompete insieme in canti di gioia” (Is 52,9). Ora però, diversamente dalla profezia isaiana, non si gioisce più per il ritorno della gloria del Signore in Sion, ma perché quella stessa gloria, e cioè la manifestazione di Dio, si va diffondendo da Gerusalemme in tutte le città e i villaggi. Così Luca potrà commentare la prima evangelizzazione di Filippo in una città della Samaria: “E vi fu grande gioia in quella città” (At 8,8).
Di questa dimensione dinamica e itinerante della esperienza cristiana hanno piena consapevolezza i primi discepoli. Si formano comunità cristiane, ma esse non vivono per se stesse, bensì si preoccupano di promuovere e sostenere, direttamente o indirettamente, una missione che non può mai fermarsi, “fino agli estremi confini della terra”. Tale era stata la comunità di vita dei primi discepoli con il Maestro, percorrendo le strade della Palestina alla continua ricerca di un contatto con folle sempre più numerose, mentre “se ne andava per le città e i villaggi” (Lc 8,1), alla ricerca della pecora che si era perduta (cfr. Lc 15,3-7). La consapevolezza di essere in cammino, senza neanche la bisaccia ma solo con la parola di pace del Vangelo (cfr. Lc 10,4-5), si manifesta fin nella denominazione che i cristiani danno di sé: se infatti per i loro avversari essi sono una “setta” (At 24,14) e se chi li osserva dall’esterno ne nota il legame a Cristo per cui li chiama “cristiani” (At 11,26), i credenti si definiscono come la “via” (At 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22). In questa definizione si esprime il carattere dinamico dell’esperienza cristiana, per cui essa non può ridursi a dottrina e neppure ad etica, ma si realizza come un evento. C’è anche però la consapevolezza che questo carattere dinamico non è qualcosa di puramente interiore, ma prende figura sulle strade del mondo. Il cristiano è l’uomo della via perché la sua vita si fa strada per ogni uomo che voglia incontrare Cristo. È la “via di Dio” (At 18,26), è la “via del Signore” (At 18,25), è la “via della salvezza” (At 16,17). Si è cristiani in quanto ci si costruisce come tali nella storia, con la storia dell’umanità e con la storia di ciascun fratello e ciascuna sorella.
Il cammino del cristiano non è però determinabile da lui stesso. Un cristiano che si mette in cammino non può avere come via che la strada stessa di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me… mi segua” (Lc 9,23). Se dunque la Chiesa è un cammino e se non esiste altro cammino per un credente che non sia il cammino di Dio e se per un cristiano questo cammino è Gesù stesso, solo nel cammino di Gesù potremo cogliere le caratteristiche che deve assumere il cammino del credente. La parola di Gesù ai discepoli è chiara: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Lc 9,23). E la via di Gesù ha due caratteristiche fondamentali. È anzitutto un “discendere”: è la via dell’incarnazione che conduce il Figlio di Dio a farsi uomo a porre la sua dimora tra gli uomini, “assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,7) e poi a “umiliarsi” “facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). Ma la via di Gesù è poi anche un “ascendere”, é il risorgere da morte che lo porta a salire alla gloria del Padre, “innalzato alla destra di Dio” (At 2,33). La dinamica della Pasqua segna la via del cristiano. Ed è questa dinamica, questo cammino che i discepoli faticano a comprendere fin dall’inizio, fin dal muoversi di Gesù verso Gerusalemme (cfr. Mt 16,21-23) e poi nella notte del tradimento (cfr. Mt 26,31.56) e sotto la croce (cfr. Lc 23,49). Ciò che è qui in questione è il senso di un itinerario cristiano, dell’itinerario di un cristiano e quindi di un cammino che risponde alla chiamata di Dio.
Possiamo finalmente accostarci ai due viandanti verso Emmaus, per verificare il loro cammino e capire in che senso esso può essere un utile paradigma per noi e per la ricerca vocazionale dei credenti. Anche i due uomini che nella sera della domenica di Pasqua si muovono sulla strada tra Gerusalemme e Emmaus si stanno allontanando dalla città santa; ma non lo fanno perché pressati da una persecuzione, né perché pensano di dover attuare una missione. Al contrario, la loro ha tutto il sapore di una resa, dell’abbandono, della ritirata dopo una disfatta. Il loro sguardo è “triste” (Lc 24,17), e rivela il vuoto e il peso che portano nel loro cuore. A chi si avvicina loro con amore, il volto dei due uomini non può nascondere le angosce e gli interrogativi che essi portano con sé.
Come per molti credenti e non credenti la domenica dei due discepoli sulla strada di Emmaus non inizia avendo scelto di incontrare il Signore e i fratelli in un’assemblea, in cui esprimere rendimento di grazie e lode al Padre di tutti. Occorre pur prendere atto che proprio qui, su queste strade non sacre, su questi sentieri interrotti, su questi cammini non qualificati si colloca la maggior parte dei nostri interlocutori. Restringere il nostro interesse ai soli che si trovano già a Gerusalemme, che esprimono nella festa del gesto sacramentale la loro figliolanza divina e la loro fraternità, significherebbe limitare in modo indebito il nostro rivolgerci a tutti. Così non faceva Gesù. C’è un primo dovere della missione che possiamo definire come presidiare tutti i crocicchi delle strade degli uomini. Non è facile, perché lontano da Gerusalemme si incrociano tante strade e non tutte immediatamente riconoscibili. C’è il pericolo che molta parte dell’umanità se ne vada senza che noi la incontriamo mai; che nel suo girovagare alla ricerca di mete accettabili si allontani dai nostri luoghi, linguaggi, esperienze. Entra qui in gioco quella dimensione del progetto culturale che ci invita ad entrare con coraggio nel confronto con le mentalità e gli stili di vita correnti, con gli orientamenti filosofici e le espressioni artistiche prevalenti, con i “nuovi areopaghi” della comunicazione e delle diverse forme di socializzazione. L’atteggiamento è quello che ci ha insegnato Gesù: l’apertura al dialogo e l’accoglienza di tutte le domande, nella chiarezza della verità, di cui siamo sempre e solo servitori.
Molte volte queste domande non sono espresse. Anzi il problema dell’uomo contemporaneo è proprio quello di non saper tematizzare il proprio malessere e i propri problemi. Non così invece sulla strada di Emmaus. I dubbi e gli interrogativi lì si moltiplicano: quale senso dare alla vita, verso quale direzione orientarla dopo che l’esperienza di discepoli di Gesù sembra essersi conclusa sotto la croce da cui pendeva il Maestro? “Noi speravamo…” (Lc ,24,21): la speranza appartiene ormai al passato; ora c’è solo spazio per la disillusione. Il disinteresse non è totale, in quanto non mancano segni che invitano ad approfondire la ricerca: “Alcune donne, delle nostre, … non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli… Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro… ma lui non l’hanno visto” (Lc 24,22-24). L’ascolto delle molte voci non scalfisce la superficialità dell’approccio: alla fine su tutto regnano i fatti verificabili, diremmo oggi scientificamente verificabili, e su questo piano appare chiaro che non si può scambiare l’impensabile, l’assurdo con il dato che si impone nella sua oggettività: “Non l’hanno visto”.
Il lento narrare e ragionare dei due sulla strada di Emmaus ha qualcosa di estremamente attuale. L’identità, la vocazione di una persona, il cammino che essa può e deve compiere è racchiusa nella sua stessa storia e in quella di cui si è parte. Farsene consapevoli protagonisti è un passo necessario di una vicenda identitaria e vocazionale. Aiutare a farlo è un compito non secondario di una pastorale della maturità di fede e della vocazione. Non è affatto scontato. Al contrario: per lo più ciascuno vive la propria vicenda come un frammento, anzi un insieme di frammenti, e rischia di non saper mai dare una linea logica a quanto vive e al contesto in cui vive. Occorre aiutare a narrarsi e a narrare, a ritessere il tessuto delle storie umane in cui si è collocati, avendo la consapevolezza che la trama che tutto regge è la storia dell’amore di Dio verso tutti gli uomini.
Per fare questo occorre farsi compagni di viaggio, come Gesù. Fin quando lui non si fa loro vicino, tra i due viandanti verso Emmaus si intrecciano discorsi e discussioni, magari dispute. È la domanda di Gesù che permette di dare a una serie di interrogativi un percorso logico, in cui ciascuno ritrova il proprio posto: Gesù il Nazareno; la potenza profetica che si era manifestata nelle sue parole e opere; la consegna, la condanna e la crocifissione; la speranza di una liberazione; il tempo trascorso senza novità; le voci di donne e discepoli, un sepolcro vuoto, la sua assenza. Un compito essenziale di una pastorale vocazionale è questo farsi specchio per le donne e gli uomini in cerca del senso della propria vita, perché i tratti scomposti del volto di ciascuno siano reintegrati in una immagine coerente, che permetta di far emergere l’interrogativo di fondo, quello che impedisce di fare il passo della fede e della dedizione al Signore.
Questo passo nasce dall’incontro con lui, quello che permette di rovesciare l’affermazione desolante: “Non l’hanno visto”. Perché diventi consapevolezza occorre però prima un lungo tragitto. All’inizio Gesù che si accosta e cammina con i due discepoli non è riconosciuto come il Signore risorto: “I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo” (Lc 24,16). Eppure non mancava loro la familiarità con lui. Con lui avevano vissuto a lungo, camminando con lui lungo le strade della Galilea, della Samaria e della Giudea, fino a Gerusalemme. Non era certo la prima volta che lo ascoltavano: lo avevano fatto tante volte, sia quando parlava alle folle sia quando si intratteneva con i più vicini a lui. Avevano visto numerosi prodigi e segni da lui operati. Eppure lì, sulla strada di Emmaus, non lo riconoscono. Lo avevano visto e ascoltato, ma non lo avevano mai guardato con gli occhi della fede. Glielo rivela Gesù stesso: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere!”. Non solo allora, in quel momento; ma fino ad allora, per un lungo tempo, in una consuetudine che si era fermata alla soglia della fede senza mai oltrepassarla.
Per i discepoli sulla strada di Emmaus e per ogni discepolo del Signore il passaggio dalla consuetudine alla fede si fa attraverso la Parola. Gesù stesso rinnova l’annuncio della parola di Dio. Vale per loro come per noi. L’ermeneuta delle Scritture, e attraverso le Scritture della storia, è solo Cristo: “E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27). Le parole del libro sacro vanno tutte riferite a Cristo e, lette così, diventano luce per la storia dell’uomo Gesù e di tutti gli uomini. Interpretando le Scritture, Gesù fa scoprire il significato del sepolcro vuoto e delle apparizioni degli angeli che lo annunciano vivo; svela il mistero della sua Pasqua di morte e risurrezione, fondamento di speranza e di vita per ogni uomo.
Non ogni discorso sulla Bibbia è luce per l’uomo: occorre che esso sia il discorso di Gesù. Troppe volte pensiamo che la semplice giustapposizione tra parola biblica e vicenda umana sia per sé risolutiva. Al contrario, essa può generare fondamentalismi o, al contrario, sensazioni di estraneità. È necessaria la mediazione della persona di Cristo. Un itinerario vocazionale è sempre un itinerario con Cristo, alla scoperta della sua persona, perché solo con lui Parola e storia si illuminano a vicenda e svelano il loro significato per me. Il cammino dell’annuncio, che è parte essenziale di ogni percorso di fede è anzitutto un cammino di incontro personale con Gesù e esperienza viva di lui.
“Resta con noi” (Lc 24,29): è l’invito dei due discepoli allo sconosciuto viandante che si è affiancato a loro e che ha gettato con la sua parola una nuova luce sulla vicenda umana di cui sono stati protagonisti, riferendo a Gesù le parole della Scrittura. Una precisazione si impone. L’espressione è: “Resta con noi”; non: “Resta con noi, Signore”, come siamo soliti dire, andando oltre il dettato del testo biblico. Qui, però, la fedeltà al dettato è essenziale, per non travisare intenzioni e significati. L’espressione dei due discepoli non è l’invocazione a Cristo Signore, perché egli continui ad essere loro vicino. È piuttosto un invito allo sconosciuto viandante, la cui identità rimane ancora misteriosa, perché non resti solo lungo il cammino, quando ormai si fa sera, ma si fermi con loro.
L’invito è espressione di sollecitudine verso una persona incontrata mentre, solitaria, si avventurava per le strade insicure e pericolose del paese. Non è una richiesta di aiuto, ma un gesto di spontanea accoglienza, l’offerta di condividere un luogo in cui rifugiarsi per la notte, una mensa a cui rifocillarsi e, anzitutto, una fraternità che aiuti a superare solitudine ed estraneità. In una parola, è un gesto di solidarietà. Lo sconosciuto, per il momento, è soltanto un povero, a cui i due offrono un gesto d’amore.
È il primo frutto del cammino compiuto nell’ascolto della Parola. I discepoli stessi lo riconosceranno, dicendo: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32). L’ascolto della Parola ha generato uno slancio di generosità. Quella Parola li ha trasformati: la chiusura e la tristezza hanno ceduto il posto all’apertura del cuore e all’accoglienza. I loro cuori vengono trasformati da quell’ascolto e ardono di amore mentre accolgono la verità. L’accoglienza della verità si traduce nell’accoglienza dei fratelli. La parola di Dio dona la fede e la fede genera la carità.
Non si dà vero cammino nella fede che non generi frutti di carità e non si dà cammino nella fede che non si intrecci con i gesti dell’amore. Questo vale anzitutto per la comunità cristiana nella sua globalità. Sappiamo bene il pericolo che essa venga percepita come una semplice agenzia sociale, capace di una presenza di umanizzazione nelle situazioni più difficili. Questo deve farci attenti alle motivazioni che ci guidano nell’esercizio della solidarietà e della carità; deve renderci particolarmente impegnati a rendere ragione della speranza – quella escatologica e che solo la fede giustifica – che anima i gesti della carità; ma non deve fare venir meno il nostro impegno storico nel renderci vicini a ogni povertà, sapendo che sarà la carità la misura della nostra fedeltà al Vangelo. In questo Gesù non ha mancato mai di fare chiarezza, evidenziando proprio nella concretezza dell’amore l’autenticità della fede (cfr. Mt 25,31-46).
Questo vale anche per i percorsi individuali, nel cammino di fede e in quello specificamente vocazionale. Non pochi potrebbero testimoniare come sia stato all’interno di un servizio di carità che è brillato per la prima volta un interrogativo sulle ragioni ultime del gesto e su come renderlo stabile nel tempo e radicato in un progetto che ne svelasse l’identità. Di fatto molte volte il cammino vocazionale assume oggi la forma di aiutare a fare un passaggio dal dare qualcosa di sé, nel tempo e nelle cose, verso un lasciarsi coinvolgere come persona dagli altri, sentendoli parte di quella “moltitudine” per la quale il Signore dona il suo corpo e versa il suo sangue (Mt 26,28). Anche in questo ambito c’è da combattere quella cultura della frammentarietà che mina alla radice ogni persona, rendendola capace magari di altissimi gesti, ma impedendole di fare della propria vita intera un gesto di amore per il Signore e per gli altri.
Come nel cammino verso Emmaus, riconoscimento della fede e slancio di carità non sono mai divisi. Ne va della natura stessa della rivelazione cristiana. “Dio è amore: chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio in lui” (1 Gv 4,16): al centro della vita cristiana sta il mistero stesso di Dio che è amore. Riconoscere questo mistero, con l’adesione della mente e con la consegna della vita, è il compito che attende ciascuno. La rivelazione di Dio amore ci è infatti donata perché anche noi diventiamo capaci di amare come Dio ama, con lo stesso amore con cui egli ci ha amati nel suo Figlio.
“Come io vi ho amato, così amatevi voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). In quel “come” sta tutta l’identità cristiana e quindi anche il centro di ogni progetto vocazionale. Quel “come” ci aiuta a sfuggire alle riduzioni solidaristiche del cristianesimo, che ne fanno un’ideologia tra le altre, e a rispettarne la essenziale dimensione rivelativa e di dono. Il “come”, infatti, è legato intimamente alla croce, alla sua totale gratuità, che supera ogni umana progettualità e si esprime come puro dono. Il cammino vocazionale incrocia qui gli ostacoli che vengono da una cultura diffusa di stampo strumentale e utilitarista. L’ultimo feticcio da abbattere, in questa prospettiva, è il mito della realizzazione di sé, ma anche della realizzazione della comunità, persino della realizzazione del mondo. Un cammino vocazionale autentico deve prendere sul serio, in tutte le sue sfaccettature, l’affermazione decisiva che: “Tutto è grazia”. E, in fedeltà a ciò, si è cristiani facendosi strumento di grazia per gli altri.
Fede e carità hanno preparato il contesto per l’incontro decisivo. L’invito dei due discepoli è accolto dallo sconosciuto viandante. Ma ora, seduti alla mensa della fraternità, il volto del povero si trasfigura e la parola del sapiente compagno di viaggio prende tonalità nuove: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24,30). Il pane dell’ospitalità, offerto allo sconosciuto, viene preso da costui nelle mani per farne oggetto di benedizione, prima di essere restituito diviso ai due discepoli. Il gesto è ben conosciuto, tante volte ripetuto sulle tavole del popolo ebraico; è il gesto del capofamiglia, che con la preghiera del ringraziamento apre il pasto ed esprime nel segno la condivisione. Non è più uno sconosciuto viandante, ricco di biblica saggezza e al tempo stesso bisognoso e povero, quello che sta ora di fronte ai due discepoli: lui che è l’ospite è diventato il capo della casa. Una rivelazione sta accadendo: l’identità dello sconosciuto sta per essere proclamata.
Convocati dalla Parola e trasformati dalla carità, i fratelli si ritrovano insieme, e Gesù è in mezzo a loro come il Signore della comunità. Che cosa altro è una celebrazione eucaristica, quella che si svolge ad Emmaus nella sera della domenica di Pasqua, come pure quella che si celebra ogni domenica in tanti angoli del mondo, se non il luogo e il modo con cui i cristiani riconoscono e proclamano Gesù come il loro Signore? Tutto qui, nulla di più; ma nulla di più grande ed essenziale per la vita di un uomo. L’essenziale è riconoscere il proprio Signore: “Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24,31).
Il gesto che lo sconosciuto compie, e che lo rivela, richiama alla mente i gesti simili che Gesù aveva compiuto moltiplicando i pani per le folle, soprattutto il gesto, e le parole che lo accompagnarono, che egli aveva compiuto nell’ultima sua cena con i discepoli prima della passione: l’istituzione dell’eucaristia. Nel chiedere ai discepoli di ripetere quel gesto, Gesù aveva invitato a fare memoria di lui, in particolare del sua Pasqua, del dono della sua vita per la salvezza degli uomini. Nell’eucaristia si dà la comunità cristiana. È quanto accade anche alla locanda sulla strada di Emmaus. Quando infatti lo sconosciuto viandante spezza il pane e lo dà ai discepoli, i loro occhi si aprono ed essi finalmente riconoscono in lui Gesù, il Signore risorto. Solo ora il cammino della fede è compiuto: non è stato sufficiente accogliere la Parola e neppure aprirsi al gesto della carità; la meta del cammino della fede è nel segno dell’eucaristia, nella celebrazione del memoriale della Pasqua.
Un cammino vocazionale non è un riconoscimento di sé, ma il riconoscimento del Signore e lo scoprirsi discepoli davanti a lui. I due discepoli sulla strada di Emmaus si ritrovano tali davanti al volto di Cristo che l’eucaristia rivela. L’eucaristia, come segno supremo dell’identità di Cristo, dono del Padre e dono di sé agli uomini nel profondo della condizione umana, è il luogo in cui ogni vocazione può e deve essere autenticata. Solo lì la ricerca di sé si sublima e diventa, nel riconoscimento di Cristo, la scoperta del modo con cui ciascuno di noi, assimilati a lui, può farsi dono agli altri. Questo vale in modo del tutto particolare per il sacerdozio ministeriale, ma vale anche in analogia per ogni altra vocazione cristiana, quelle di speciale consacrazione e tutte le altre con cui ci si fa servitori del Regno e dell’umanità.
La centralità dell’eucaristia non è una pura centralità celebrativa. La celebrazione però ne fa emergere la struttura del tutto gratuita: gratuitamente a noi data e, pur nella nostra imperfezione, gratuitamente offerta al Padre e ai fratelli. Come ogni celebrazione questa dimensione del “non dovuto” avvolge l’eucaristia e ne esprime la sua indipendenza dai cicli vitali, dalla catena dei bisogni primari, dalla rete dei doveri sociali. Essa è segno del dono, è un segno lasciato come dono, è un gesto donato e mai perduto. Ma quello che la celebrazione significa nella gratuità è soprattutto il senso stesso dell’eucaristia e il perché del suo essere al centro della vita cristiana e del percorso vocazionale. Solo lì attingiamo infatti il centro del mistero d’amore che è Dio, così come si è svelato sulla croce eretta sul Golgota: l’innocente ha preso su di sé i nostri peccati, per sollevarli con sé e portarli attraverso la coltre della morte e annullarli nella luce della risurrezione.
Il mistero cristiano, che ogni vocazione è chiamata a riproporre, non è altro che il mistero della Pasqua e per il cristiano non è dato altro accesso pieno al mistero della Pasqua se non nell’eucaristia. Non è forse la crisi della domenica e della celebrazione eucaristica l’indizio più forte di come la fede si sta distaccando dalla vita della gente? È proprio perché la Pasqua non è più percepita come la chiave di lettura e di soluzione della vita che la gente non sente più l’eucaristia, o la esteriorizza e ne percepisce solo le valenze estetiche e sentimentali, ovvero quelle aggregative e sociali. Si fa fatica a credere che solo attraverso l’umiliazione e l’abbassamento, fino al rinnegamento di sé, si raggiunga il vertice della vita, l’esaltazione piena di essa. La logica pasquale è rifiutata dalla cultura corrente, e anche da non poche correnti spirituali, adagiate su un cristianesimo amputato di una parte del suo dinamismo. La riconquista della fede pasquale – fede nella morte reale del figlio di Dio fatto uomo e fede nella reale risurrezione di lui a vita nuova – è il passaggio centrale di un cammino vocazionale che voglia dirsi autenticamente cristiano. Questo passaggio si fa nel corpo per noi donato e nel sangue per noi versato.
La vicenda di Emmaus mostra bene come l’eucaristia si collochi al vertice della vita cristiana e dia compimento ad ascolto della Parola e a esercizio della carità. Ma proprio quella stessa vicenda ci dice che l’eucaristia non si consuma in se stessa, nel piccolo o grande gruppo che la celebra, come pure in se stessi non si consumano l’ascolto della Parola e l’accoglienza del fratello nella carità. L’esperienza comunitaria così edificata, l’esistenza cristiana così restituita rimandano ad altro. Il Signore, infatti, appena intravisto, sparisce allo sguardo dei due discepoli. Il mistero contemplato non è il termine del viaggio. Si potrebbe dire che il Signore non sta ad Emmaus. Infatti, il Cristo “totale”, il capo e le sue membra stanno altrove: a Gerusalemme, dove la comunità di tutti i credenti in lui sta riunita e dove, quindi, i passi dei due discepoli subito si dirigono.
Nessuno appartiene alla piccola locanda sulla strada di Emmaus. Tutti invece siamo legati a quel gruppo di credenti che fa unità attorno agli Undici. I due discepoli che ritornano in fretta non trovano più deserta la sala al piano superiore. Sono scomparsi lo sgomento e lo scompiglio. I dispersi sono tornati e sono riuniti insieme. Al centro si trovano gli Undici: essi ne sono il fondamento, le guide, i pastori lasciati dal Maestro a vegliare sul piccolo gregge. Ai due discepoli appare subito che quella che ora incontrano è una comunità con un connotato ben preciso: è una comunità apostolica.
Tornando dalla strada di Emmaus, da una esperienza così singolare, i due discepoli si saranno probabilmente aspettati un’accoglienza piena di curiosità, mille domande sul perché del ritorno, su che cosa era accaduto, ecc. Essi potevano pensare di trovare una comunità in attesa di novità e di poter contribuire in modo essenziale alla fede dei loro amici con il riferire la loro straordinaria vicenda. E invece trovano una comunità che non chiede, ma offre; che non domanda, ma che con sicurezza fa la propria professione di fede: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (Lc 24,34). La professione di fede della comunità cristiana è fondata sull’autorità della testimonianza degli apostoli, del primo degli apostoli, Simon Pietro.
Non c’è accenno ad altre apparizioni. I due discepoli potranno dire quanto è accaduto sulla via, ma la loro resterà una testimonianza personale, che non aggiungerà nulla, non sarà decisiva per la fede della comunità. Al fondamento di questa sta l’apostolo. Attorno all’apostolo potranno fiorire poi la molteplicità dei carismi, dei ministeri, delle vocazioni; attorno alla saldezza della fede da lui assicurata potrà dispiegarsi la varietà delle parole e dei gesti che la spiegano, la mostrano e la testimoniano. Da lui partirà anche la missione per cui quella stessa Chiesa, allora ancora racchiusa nella piccola sala, si sentirà dire di lì a poco dal Risorto: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni” (Lc 24,46-48). Si chiude così il cerchio del cammino da cui avevamo iniziato: i discepoli, dal cammino sbagliato verso Emmaus, possono e debbono di nuovo ripartire verso tutte le genti. Ma ora questo è possibile perché la loro identità missionaria si è costruita attraverso il passaggio della Parola, della carità, dell’eucaristia e dell’apostolicità.
Quest’ultima nota merita ancora un approfondimento. Non si può negare che ci fa fatica riconoscerla. L’autenticità viene troppo spesso scambiata con lo spontaneismo. La vitalità viene troppo spesso ricercata nella separatezza offerta da una forte identità. L’apostolo sembra qualcosa di lontano, di inafferrabile, quando non viene confuso con una dottrina arida e con una disciplina rigida. In realtà, dietro l’immagine dell’apostolo e la realtà dell’apostolicità della Chiesa sta la garanzia delle radici. Esse sono però radici vive, per cui l’unica dottrina degli apostoli viene ancora oggi proclamata nella sua intangibile verità nelle forme più adatte all’uomo del nostro tempo. Così pure il legame sacramentale che viene tramandato è un segno che assicura perenne vitalità a chi ne è destinatario ma fiorisce in forme nuove e rispondenti ai bisogni dei tempi, come la storia della santità ci insegna. E, infine, la comunione che il successore degli apostoli deve assicurare nella comunità che gli è affidata non si traduce in imposizione dall’alto ma in animazione della ricchezza dei diversi servizi e ministeri per una piena evangelizzazione.
A questa immagine apostolica di Chiesa deve ancorarsi anche un autentico itinerario vocazionale. Non si tratta di aprirsi ciascuno un proprio cammino, ma ciascuno di rispondere per la sua parte al dovere di farsi strumento della vita della Chiesa sotto la guida dei pastori. La partecipazione viva alla vita della Chiesa non è un di più che si aggiunge all’essere cristiani, ma ne è la condizione. Per questo non si dà vocazione se non nella verifica del pastore e nell’ascolto obbediente delle attese che egli esprime per il gregge. Il riferimento ecclesiale non sta al termine di un itinerario vocazionale, ma ne è una condizione imprescindibile.
Il riferimento ecclesiale è anche il fondamento della missionarietà di ogni vocazione cristiana. La pericope che segue all’episodio dei due discepoli sulla strada di Emmaus è quella che fa da ponte tra il vangelo lucano e gli Atti degli apostoli e che, come abbiamo visto, apre lo scenario della missione. Ebbene, questa pericope inizia con queste parole: “Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro” (Lc 24,36). Le cose di cui stanno parlando sono gli eventi accaduti sulla via di Emmaus e chi ne parla sono i due protagonisti con i restanti membri della comunità. Gli uni e gli altri sono ora coinvolti dalla manifestazione di Gesù che, nel rivelare il senso degli eventi pasquali, li proietta verso la salvezza di tutte le genti. Non esiste percorso di vita cristiana senza missionarietà. Se la missione può e deve caratterizzare in modo specifico alcune vocazioni, la missionarietà è una nota di tutte le vocazioni. Se oggi essa ci viene richiamata come un’urgenza tipica di un’epoca di minacciata cristianizzazione, essa però appartiene alla nostra stessa natura di cristiani. Non più una persecuzione violenta ma oggettive difficoltà di accoglienza della testimonianza cristiana nella nostra società ci dicono che, per chi è stato sulla strada di Emmaus, è ora di prendere la strada verso la Samaria. Lì, in una vita cristiana riscoperta nella sua destinazione al Vangelo, potremo nuovamente fare esperienza della gioia che esso genera ogni volta che viene seminato e trova cuori pronti ad accoglierlo.
Il cammino verso Emmaus risuona di molte voci e le immagini che esso proietta presentano molteplici volti. Ho cercato di coglierne alcuni, che potessero aiutarci a meglio definire i caratteri di un itinerario vocazionale e quindi la pastorale che deve sostenerlo. Essi disegnano un preciso dinamismo, che ha un primo passo nell’incontro con la Parola che illumina la storia delle persone e quella dei popoli collocandole nella luce di Cristo, un secondo passo nell’esercizio della carità come luogo di rivelazione del volto di Dio che è dono di amore, un terzo culminante passo nel segno eucaristico che ci fa passare dalla ricerca di sé al riconoscimento del Signore della nostra vita trasformata a immagine della sua Pasqua, così che da questi tre passi si possa giungere a riconoscere un disegno di Dio su ciascuno radicato nella comunione ecclesiale e proiettato nella missione evangelica. Per chi è capace di questo cammino la tristezza si trasforma in gioia, la preoccupazione di sé lascia posto al dono, il Signore non è più perduto per sempre, la Chiesa è la salda radice di una vite che allarga i suoi tralci sul mondo. Alla sera succede la luce del mattino della risurrezione.