Camposcuola perché?

Inserito in NPG annata 1993.


Gli animatori della parrocchia di S. Marta - Pisa

(NPG 1993-05-76)


Raccontare l'esperienza di un camposcuola permette certamente di comunicare e condividere quel che di bello può scaturire da una settimana di vita comune, e in tal modo di far partecipi delle ricchezze e delle scoperte che emergono nel tempo privilegiato di rapporti intensi che è il campo.
Nel nostro cammino parrocchiale questo «momento forte» è sempre stato centrale lungo l'itinerario che il gruppo giovanile andava facendo; si è sempre collocato come punto di arrivo e di verifica di un anno, e come fonte ispirati- va e prospettica dell'anno seguente. Tutti gli stimoli ricevuti durante il cammino possono essere ripresi e rielaborati in maniera viva; possono essere resi autentici nelle scelte concrete e quotidiane che ognuno si trova a fare durante il campo: luogo dove i rapporti e le relazioni «strette» forniscono un terreno fertile nel quale poter vivere e sperimentare con passione la «verità» su se stessi. Nel contatto profondo con gli altri ciascuno trova uno specchio in cui si riflette, e imparando a convivere con la diversità dell'altro in definitiva impara ad accogliere la propria diversità: impegno questo che non è solo del singolo ma che, nello sforzo di ognuno, diventa impresa comune per il benessere di tutto il gruppo.
In questa prospettiva il camposcuola si pone non come esperienza «aliena» dal cammino ordinario di un gruppo, ma come spazio in cui si autentica con la vita e si rende vero l'itinerario che il gruppo ha scelto di percorrere.

IL CAMMINO ANNUALE DEL GRUPPO: VERSO LA COMUNICATIVITÀ

Prima di passare alla descrizione delle varie fasi in cui si è articolato il camposcuola, è opportuno tracciare a grandi linee quello che è stato il cammino annuale del gruppo giovanile.
Questo, all'interno dell'itinerario dell'evangelizzazione, dal bambino al giovane-adulto, era pensato come un unico itinerario alla comunità e alla fede articolato in quattro fasce che vanno dall'iniziazione fino all'inserimento del giovane nella comunità cristiana alla quale sceglie di donarsi con il proprio servizio. Lungo tutto il cammino abbiamo previsto che il passaggio attraverso le quattro fasce avvenga mediante degli scrutini che permettano di verificare la misura della crescita del giovane nella ricerca di fede e nell'appartenenza alla comunità.
Abbiamo individuato questi temi per ogni scrutinio:
I° scrutinio: «Faccio parte della comunità» [passaggio dalla prima (3.-4. elem.) alla seconda fascia (5. elem.)]
II° scrutinio: «Scelgo il gruppo» [passaggio dalla seconda (5. elem.) alla terza fascia (1.-2. media)]
III° scrutinio: «Divento comunicativo» [passaggio dalla terza (3. media/I. e II. sup.) alla quarta fascia (III. sup.)]
IV° scrutinio: «Unito e disposto a donarmi» [passaggio dalla quarta fascia (III. e IV. sup.) all'inserimento pieno nella comunità adulta].
Concretamente, quest'anno, è stata data particolare attenzione al passaggio dalla terza alla quarta fascia (scrutinio sulla comunicatività).
La novità più grande ci è sembrata consistere nel fatto che nelle fasce impegnate in questo passaggio è stato possibile tenere insieme ragazzi tra i 12 e 19 anni; questo ci ha permesso di sperimentare che è possibile vivere una ricerca comune nel rispetto dell'individualità di ognuno, e che anzi la diversità può contribuire ad arricchire di stimoli il cammino verso quegli obiettivi che sono ritenuti validi per tutti (l'essere comunicativi per un giovane di 19 anni e un ragazzo di 12 anni concretamente si può manifestare in modi differenti, ma la fatica di perseverare in questo impegno è qualcosa a cui entrambi sono chiamati).
Il tema del III° scrutinio («Sono comunicativo per vivere») ci ha fatto ragiungere così un altro grande obiettivo, che è stato quello di creare unità nella diversità. Tendere a questa meta ulteriore ci ha richiesto di elaborare una strategia con cui procedere, che possiamo riassumere schematicamente:
Strategia - superare la paura della diversità nell'unità della ricerca e della maturazione personale con lo strumento privilegiato (pedagogico-educativo) del gruppo:
- «oltre la paura della diversità...»: le accolgo, non mi costituiscono problema, ma mi diventano risorsa;
- «nell'unità della ricerca...»: accolgo e credo alla possibile unità che si crea fra le fasce a partire dalla ricerca, nell'accoglienza dei disagi e delle problematiche;
«nella maturazione personale»: accetto che la persona maturi e accetto la possibilità di una maturazione che non segua i miei schemi (età, catechismo, maschio/femmina, ecc.);
- «con lo strumento privilegiato del gruppo...»: il gruppo diventa luogo di comunità e di comunione che favorisce la comunicatività e il sostegno fraterno.

I momenti del cammino

Due sono stati i momenti principali del cammino di quest'anno: i gruppi di ascolto e gli itinerari differenziati, ai quali tutto l'anno si sono affiancati i gruppi di servizio.

Gruppi di ascolto
Prima di Natale si è svolta un'attività in piccoli gruppi (5-6 ragazzi con un animatore) che ci ha permesso di metterci in ascolto per cercare di capire quali sono i bisogni, le esigenze e le richieste che i ragazzi della nostra comunità si portano dentro.
È stato il luogo in cui i ragazzi hanno vissuto il loro «farsi comunicativi» provando ad ascoltarsi e ad esprimere ciò che percepivano come necessità più urgenti per dotarsi di quegli strumenti adatti per rispondere a tali esigenze.

Itinerari differenziati
Sono state le esperienze di gruppo diversificate sorte dall'elaborazione delle richieste venute dai gruppi d'ascolto.
Gli itinerari proposti sono stati tre:
* l'itinerario del come
- obiettivo: scoprire insieme come siamo, cosa sentiamo, come reagiamo alle situazioni e ai sentimenti, come manifestiamo agli altri quello che abbiamo dentro
- e allora: crescere nella conoscenza di sé e nella capacità di comunicare:
* l'itinerario del perché
- obiettivo: interrogarci sulle ragioni profonde che ci portano ad assumere certi atteggiamenti, a fare certe scelte: chiederci quale immagine di noi proponiamo agli altri e perché
- e allora: imparare a confrontarci sulle scelte che facciamo e sul nostro modo di porci in relazione con gli altri;
* l'itinerario del da dove
- obiettivo: metterci in ascolto della nostra storia personale e scoprire il modo che abbiamo di vivere l'affettività, la corporeità
- e allora: scoprirci nel nostro essere e nel nostro diventare uomini e donne.

Gruppi di servizio
Sono stati gli ambiti (gruppo missionario, animazione liturgica, animazione della catechesi, gruppo biblioteca/informazione, ecc.) nei quali i ragazzi hanno fatto esperienza concreta di servizio scegliendo l'assiduità nell'impegno e la collaborazione con gli adulti della comunità. I gruppi sono stati strumento per riscoprire che far parte di una comunità cristiana significa essere partecipi della sua vita basata sulla fede nel Cristo e formata dal contributo di tutti quelli che ne fanno parte.
Ha voluto quindi dire vivere in un continuo atteggiamento di scambio che ha richiesto ai ragazzi di essere accoglienti e attivi nei confronti degli altri.
Scegliere la dimensione del servizio alla comunità è stato il modo di essere comunicativi, nel tentativo di far parte agli altri di qualcosa che i ragazzi hanno sentito loro: il loro tempo, le loro capacità, la loro creatività e la loro crescita come persone e come cristiani.
Dopo questa sintetica descrizione del cammino anomalo del gruppo, cerchiamo ora di comunicare come tutto questo è culminato nell'esperienza, per noi animatori preziosa ed entusiasmante, del campo-scuola, a Casore del Monte (Pistoia), durante l'estate del 1991.

IL CAMPOSCUOLA

«Progettare» il campo per noi animatori ha voluto dire fare il punto sul cammino dell'anno e sugli obiettivi che ci eravamo dati nel nostro vivere accanto ai ragazzi, in modo da precisarli e farli essere una ispirazione-guida nell'affrontare l'esperienza di vita comune che il campo rappresenta. Non si è trattato quindi di «pianificare» quello che avremmo fatto momento per momento: concretamente le giornate si sono strutturate a seconda delle necessità che emergevano mentre il campo procedeva.

Strutturazione del tempo

Descriviamo ora come il tempo è stato strutturato, con l'intenzione di permettere «a chi non c'era» di avere un'idea concreta su come si è svolto il campo, perché si possa orientare meglio nel racconto di questa esperienza.
È vero comunque - e vale la pena di sottolinearlo - che c'è stata grande elasticità nella gestione dei tempi e che, soprattutto, abbiamo programmato il futuro immediato a partire dall'esperienza e dal vissuto che via via prendeva forma. Descrivere la «struttura-base» delle giornate ci permetterà anche di spiegare qual è stato il senso per noi il senso di alcuni momenti importanti che si sono ripetuti quotidianamente.
Mattina
- colazione
- tempo libero
- gruppi di verifica
- annuncio
Pomeriggio
- pranzo
- tempo libero
- testimonianza
- partita
Sera
- cena
- gioco/canto/incontro

I gruppi di verifica
(Ogni gruppo era composto da un animatore e da 4 o 5 ragazzi; i gruppi sono restati gli stessi per tutto il campo).
La mattina ci siamo incontrati in gruppo con l'obiettivo di comunicare qualcosa che avevamo vissuto il giorno precedente, e che per noi era significativo.
Questo è stato il punto di partenza per far riflettere i ragazzi su di loro e sul loro modo di porsi nei rapporti con gli altri, per poter così tentare dei cambiamenti, prendendo «impegni» da vivere nella giornata stessa e da verificare il mattino dopo.
Nelle comunicazioni mattutine valevano alcune «regole» implicite (che - se necessario - venivano rese esplicite), valide anche per i momenti di gruppo vissuti durante l'anno:
* comunico di me: comunico sentimenti e pensieri miei, ma non giudizi sugli altri e sul loro sentire;
* comunico andando in profondità fino al punto che io scelgo. Se voglio fermarmi lo dico;
* domando, quando l'altro sta comunicando di sé, per capire meglio e non per inquisire.
Questo momento, oltre che formalizzare uno spazio nel quale vivere il nostro «essere comunicativi», ci ha permesso di puntare l'attenzione sulle relazioni che viviamo: relazioni che sono il luogo in cui si gioca il nostro essere uomini/donne, e uomini/donne di fede.
Inoltre, per noi animatori, le comunicazioni del mattino sono state il punto di partenza per intervenire sui ragazzi, là dove lo abbiamo sentito necessario, tenendo conto il più fedelmente possibile della loro storia, dei loro bisogni e delle loro risorse.

L'annuncio e la testimonianza
Cristo si è fatto comunicativo come Parola incarnata: e la Parola viene spezzata per noi dal ministro nel momento dell'annuncio.
Il nucleo fondamentale dell'annuncio fatto al campo è raccolto nelle parole che aprono la predicazione di Gesù nel Vangelo di Marco:
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15).
In questo momento di ascolto i ragazzi erano sollecitati ad accogliere la Parola attraverso la mediazione di chi presiede la comunità. Alcune volte a questo momento è seguito un periodo di meditazione personale dei brani annunciati.
Le reazioni dei ragazzi sono state diverse anche in base a quanto, durante l'anno, erano stati assidui alla meditazione della Parola in parrocchia.
Tra le reazioni che abbiamo raccolto ne riportiamo una. Il giovane dice che Gesù, uomo, incarnato, è per lui vicino e significativo, e ci porta contemporaneamente la sua difficoltà di fronte alla consapevolezza che l'incontro con il Cristo dipende dalla presenza di qualcuno che gliene parli in modo credibile.
È perplesso perché gli sembrerebbe di «dover fare da solo» nel confrontarsi con il Vangelo.
Queste osservazioni ci hanno fatto riflettere perché le abbiamo sentite collegate alla scelta di vivere nel campo un momento di «testimonianza», in cui ogni animatore ha riletto coi ragazzi la propria storia alla luce della propria relazione con Dio.
E il collegamento che sentiamo è la consapevolezza che l'incontro con il Cristo si realizza proprio attraverso la presenza di persone intorno a noi, che esso si realizza all'interno e non all'esterno della rete di rapporti che è il tessuto del nostro vivere.
Quindi in questa esperienza si possono individuare tre passaggi:
* dall'annuncio: Cristo si fa comunicativo come Parola incarnata
* alla testimonianza: Cristo si è fatto comunicativo con qualcuno accanto a me
* per arrivare alla contemplazione: Cristo si fa comunicativo con me così come sono, nella mia storia.
La testimonianza che ognuno di noi ha fatto a gruppi di cinque o sei ragazzi, gruppi che ruotavano di giorno in giorno, è stato un momento intenso e anche faticoso: ci ha spinto ad interrogarci ancora una volta sul cammino percorso finora e ci ha chiesto di essere il più possibile veri ed umani.

Il gioco
Lo spazio dedicato a calcio/musica/giochi di gruppo non è stato uno spazio da «riempire» in qualche modo, tanto per far passare il tempo, ma ha avuto senso in continuità con tutti gli altri momenti del vivere insieme, perché ha chiesto di togliersi dall'isolamento e di mettersi in rapporto con gli altri.
In particolare l'esperienza del gioco ci ha chiamato a riflettere su:
- come viviamo la competizione; - quanto approfittiamo dell'agonismo per scaricare tensioni che si accumulano in altri momenti;
- come viviamo la nostra corporeità;
- come la nostra personalità si rivela nel modo che abbiamo di vivere il gioco e il movimento;
- come può avvenire che divertirsi diventi alienarsi dal proprio sentire, diventi «sballare».

La regola

Abbiamo scelto che l'esperienza di vita comune nel campo si aprisse, fin dalla prima sera, affrontando l'esigenza di darci una regola, cioè delle norme che ci facilitassero nel fare esperienza di comunità e di fraternità.
Questa nostra esigenza non è chiaramente un bisogno isolato, ma ha un riscontro preciso nella tradizione, monastica e laica.
Ogni comunità tende a formulare la propria regola, e questa è tanto più significativa quanto più mira a favorire la crescita delle persone che costituiscono la comunità stessa, anziché essere solo una imitazione delle libertà personali in vista di una convivenza formalmente pacifica e senza conflitti. Così, nel proporre la formulazione della nostra regola ai ragazzi, abbiamo fatto riferimento a delle fonti che ci potessero ispirare, e a delle esperienze concrete che ognuno di noi vive nella quotidianità:
* la prima ispirazione è venuta dalla Parola: abbiamo ascoltato i brani che descrivono le esigenze della sequela, del porsi al seguito di Cristo;
* col contributo di uno dei padri francescani che ci hanno ospitato a Casore, abbiamo fatto riferimento all'esperienza monastica e al significato della Regola francescana;
* infine abbiamo richiamato le situazioni concrete in cui noi stessi più o meno esplicitamente ci troviamo a confrontarci con una regola:
- in famiglia;
- in parrocchia;
- nel Centro di Accoglienza per Minori;
La nostra regola ha coperto «tre aree» che noi animatori (forti della nostra esperienza!) abbiamo indicato, perché poi i ragazzi formulassero regole più precise e concrete capaci di calare nel quotidiano le intenzioni ispiratrici. Abbiamo denominato le tre aree così:
- no allo sballo;
- rispetto per la casa, per l'ambiente;
- l'obiettivo del campo: le relazioni.

1993-05-81

La «festa danzante» che abbiamo fatto domenica sera - quinta sera del campo - è stato il momento in cui più esplicitamente si è trattato di incarnare il nostro «no allo sballo». È stata un'esperienza positiva: di musica, di ballo, di movimento, di lotta contro le proprie resistenze a «buttarsi» e contro il proprio imbarazzo.
Quando la musica è finita ci siamo seduti in cerchio nel prato di fronte alla casa, e abbiamo vissuto un momento comune di silenzio e di preghiera. La capacità di affrontare questo momento serenamente è stato un buon indice di verifica per ognuno di noi: se mi diverto e non mi sballo, trovarmi a tu per tu con me stesso nel silenzio è possibile e non provoca angoscia o disagio.
Il clima percepibile negli istanti di raccoglimento che sono seguiti a quelli di musica e ballo era effettivamente se reno: allora è davvero possibile «ballare» e non «sballare», ed essere presenti a se stessi e agli altri vivendo con libertà i propri movimenti, la propria espressività. Lo sballo interviene semmai quando ciò che sento nel profondo e ciò che esprimo sono sganciati, non in sintonia.

Il passaggio

Il campo, inteso come una tappa del cammino che si realizza lungo tutto l'anno, è stato il momento del passaggio: momento per vedere, riconoscere, ratificare il percorso già fatto, e per scegliere di proseguire aggiustando il tiro verso obiettivi nuovi; in modo da rendere sempre più completo e responsabile il coinvolgimento della propria vita con quella di Cristo.
Il passaggio essenziale, diversificato sì, ma valido per tutti, e che avevamo individuato tra gli obiettivi del campo, consisteva in questo:
* passare da
- vedere
- toccare
- ascoltare se stessi, la propria realtà, la propria storia, le relazioni con gli altri; (come avevamo sperimentato negli itinerari differenziati)
* a
- contemplare
- interiorizzare ciò che si è e ciò che si vive, passando così anche dalla percezione del nostro essere creatura alla percezione del nostro essere figli, in relazione con il Padre.
Inoltre al campo alcuni dei ragazzi sono stati chiamati a vivere un momento di passaggio più specifico per loro, che li ha portati a ridefinire il significato della loro stessa presenza nel gruppo e nella comunità.
Questo aspetto ha coinvolto sia un gruppetto tra i ragazzi più grandi, sia i ragazzi più piccoli che per la prima volta al campo si sono trovati a fare parte del gruppo dei giovani.
Tra i ragazzi che da anni vivono l'esperienza di parrocchia, alcuni dei più grandi (17-19 anni) sono cresciuti nella conoscenza di sé, nella consapevolezza della propria storia, nell'ascolto della Parola, abbastanza da poter vivere nel servizio una disponibilità concreta che permetta loro di crescere ancora di più «trafficando» i propri doni.
Al campo li abbiamo incontrati in momenti particolari, propri perché ognuno prendesse coscienza della possibilità di essere «unito e pronto a donarsi» (cf obiettivi del cammino)
A partire dall'esperienza degli itinerari differenziati vissuta durante l'anno, che ci ha dato l'opportunità di avere un contatto abbastanza profondo con tutti i ragazzi, noi animatori abbiamo segnalato chi, secondo noi, poteva essere un candidato al passaggio.
Fare queste valutazioni non è facile: indichiamo di seguito alcuni criteri che ci hanno guidato nella scelta:
* impegno, assiduità (al gruppo/all'Eucarestia/all'ascolto della Parola);
* essere in cammino, disponibilità al cambiamento;
* consapevolezza della propria storia, dei propri doni/limiti;
* capacità di essere responsabili.
Fatta la scelta, noi animatori tutti insieme, con il prete, abbiamo incontrato uno alla volta i ragazzi «candidati».
L'intenzione era quella di comunicare loro la proposta ad impegnarsi ancora più da protagonisti nella vita della comunità, e soprattutto di comunicare loro il perché della scelta fatta:
- io, animatore, ti «presento» agli altri animatori;
- e ti comunico cosa vedo nel tuo percorso, nella tua maturazione, che ti rende capace di slancio e di dono;
- ti comunico le ragioni per cui sento che ne vale la pena;
- ti comunico la commozione nell'averti visto crescere, e la gioia nel consegnarti ora un «testimone» che significa impegno a servire e a crescere;
- ti comunico la consapevolezza che «non è un caso» se tu sei qui ora, e che la nostra chiamata è preceduta da e ha senso per la Sua chiamata.
L'incontro personale, vissuto nei momenti che ufficialmente erano di tempo libero, è stato molto intenso e si è concluso con la «consegna» ai ragazzi di un brano della Scrittura significativo per la loro vita.
La celebrazione fissata per l'ultima mattina del campo è stata anche l'occasione per celebrare questo passaggio.
Prima ancora della celebrazione noi animatori, il prete e i ragazzi prescelti, abbiamo vissuto un momento di gruppo con l'obiettivo di offrire a ciascuno dei ragazzi la possibilità di specchiarsi nell'esperienza meditata di chi li precede nel cammino
Ogni ragazzo ha ricevuto la comunicazione di uno di noi che, mostrando qualcosa di sé (della propria storia, dei propri limiti/risorse/difficoltà) ha dato la possibilità al ragazzo stesso di riflettere sul proprio vissuto, e di cogliere le similitudini con ciò che gli veniva comunicato.
Quindi il passaggio lo abbiamo vissuto attraverso:
* la chiamata personale;
* il gruppo - specchio;
* la celebrazione finale, che è stata un momento di ascolto e di annuncio della Parola, e un momento di preghiera in cui i ragazzi si sono espressi davanti al Signore e a tutta la comunità dei giovani sulla propria esperienza di passaggio.
Per i ragazzi più piccoli l'esperienza del passaggio consisteva nel raggiungimento dell'obiettivo «scelgo il gruppo», cioè aderisco a un cammino che mi chiama in causa personalmente e mi chiede assiduità e responsabilità nello stare in relazione con gli altri.
A cinque ragazzi tra quelli di età compresa tra i 9 e i 13 anni, che durante l'anno avevano fatto esperienza di animazione nel gruppo dell'«arcomedie» (separatamente dai gruppi degli itinerari differenziati) è stato proposto di venire al campo in vista del loro inserimento nel gruppo dei giovani. Abbiamo fatto questa scelta perché pensiamo che i problemi e le domande che i più piccoli portano con sé, siano tali da invitarci a tenerli insieme a persone più grandi: il tentativo è quello di vivere un'unità nella ricerca che non annulli le diversità, ma che ne tenga conto senza dover per forza separare.
Ed è così che cinque ragazzi più piccoli sono entrati a far parte del gruppo giovani: al campo hanno vissuto momenti in cui hanno fatto gruppo tra loro (le verifiche del mattino), e momenti in cui sono stati a contatto con tutti gli altri (annuncio, testimonianza, gioco).
Molte volte nel gruppo-verifica di fine-campo ci siamo resi conto che l'inserimento è stato buono: i più pic coli si sono sentiti accolti e sono arrivati a scegliere il gruppo, e i più grandi si sono sentiti capaci di accogliere e di stare insieme anche a chi può apparire diverso da loro.
Con la celebrazione questo passaggio è stato ratificato davanti a tutti; per il resto ogni momento del campo che i piccoli hanno vissuto è servito a orientarli in questa direzione, senza che fossero necessarie «convocazioni» particolari.

Le relazioni

Per raccontare veramente il campo bisognerebbe parlare di ognuno dei ragazzi e di ognuno di noi, perché al campo 32 storie di persone si sono intrecciate ed è proprio questo il tessuto su cui sono diventati riconoscibili i percorsi, le tappe, i processi di cui abbiamo parlato finora.
Il grande sforzo che ci ha animati nel vivere questa esperienza è stato in particolare il tentativo di muoversi all'interno di quest'intreccio con occhi attenti alla persona e ai suoi bisogni.
In alcuni casi è stato possibile intervenire là dove abbiamo percepito problemi, difficoltà, dinamiche nelle relazioni che non aiutavano la crescita, ma coprivano bisogni senza ammetterli o risolverli. Questo aspetto del campo è stato particolarmente importante, complesso e significativo... e ci permette adesso di formulare alcune riflessioni e conclusioni che nascono veramente dall'esperienza.
Nel riportarne alcune, mettiamo l'accento su due aspetti che nel nostro modo di muoverci si sono rivelati importanti e fecondi:
- lavorare «in squadra» e
- agire tenendo conto della «rete» che ogni persona ha attorno a sé.

Lavoro di squadra
Per noi (animatori e prete) è stato estremamente importante lavorare «in équipe», cioè:
* comunicare tra noi costantemente, informandoci su ciò che i ragazzi ci dicevano e su come li sentivamo nel vivere il campo (e di questa nostra collaborazione i ragazzi erano consapevoli);
* elaborare insieme strategie di intervento.
* verificare in gruppo i nostri interventi, e cogliere ciò che la verifica ci svela di significativo a proposito di noi stessi e dei ragazzi;
* stare accanto a loro senza logiche di possesso, di giurisdizione («di quel ragazzo mi occupo io», «... lo conosco meglio io»). Così è possibile utilizzare come risorse le nostre stesse diversità, tentando contatti diversificati con i ragazzi, ed avendo perciò maggiori possibilità di stare loro accanto in modo costruttivo.

Lavoro di rete
Con questo termine, un po' improprio, intendiamo riferirci alla necessità di cogliere il problema che una persona porta, anche nelle ripercussioni che esso ha sulle persone che con lei sono in relazione.
Tenere conto di questo significa non solo intervenire sulla persona stessa, ma anche su chi le è accanto, perché intorno a lei cresca la consapevolezza della portata del problema che sta vivendo, e perché cresca la consapevolezza delle dinamiche che tende a scatenare intorno a sé.
Questo permette di mobilitare risorse positive «di guarigione», «di vita», in modo che agiscano in sinergia per arrivare a favorire la crescita e la promozione della persona.
Altrimenti spesso queste risorse si disperdono in tentativi di «salvataggio» più o meno isolati, che lasciano troppo spazio a logiche di scambio, di «mercato»: logiche che si traducono in complicità magari convenienti, ma né costruttive né feconde.
Dietro all'applicazione di queste strategie riconosciamo la fede nel fatto che la persona, e la persona in relazione con gli altri, ha a disposizione doni, ricchezze, sorgenti di energie vitali, che le permettono realmente di cambiare e di camminare verso l'autonomia. Queste ricchezze vanno riconosciute e attivate.
Obiettivo-campo, quindi, sono state le relazioni: o meglio la persona in relazione con gli altri.
Ci ha molto stimolato il fatto che concretamente il campo non ha avuto dei «contenuti», dei temi già prestabiliti, ma anzi che il contenuto sia sorto in modo spontaneo dall'elaborazione di ciò che succedeva quotidianamente.
Siamo convinti che le relazioni possano davvero diventare il contenuto di un'animazione chiamata ad evangelizzare quello che siamo «integralmente», a partire proprio dal nostro vissuto (e molte volte anche dal nostro non-vissuto!).
E il campo, come è stato detto, è un tempo privilegiato proprio perché si raccoglie tutto intorno alla vita comune: è nello stare insieme che troviamo la possibilità di «rivelare noi a noi stessi», e di renderci disponibili all'incontro con l'altro e con il Padre.