Vuole cioè comprendere e vagliare fino in fondo le ragioni dell'altro, chiedere la più radicale e critica attenzione per le proprie. In questo senso, come scrisse Jaspers parlando di Socrate, «la verità comincia a due».
E questo, diceva Jeanne Hersch, è tutto il contrario della semplice tolleranza. Ma questa lotta fra due assoluti per l'esistenza è il contrario anche della lotta per la vita. Mentre la lotta per la vita ha ricorso a tutte le armi, l'astuzia e la menzogna vi sono inevitabili, qui la posta in gioco è proprio che l'altro sia se stesso. Questa comunicazione si distingue dalla semplice trasmissione del sapere, e anche dal confronto puramente oggettivo (ammesso che questo veramente esista) di due teorie scientifiche in competizione: se ne distingue precisamente perché, a differenza che in quest'ultimo caso, la posta in gioco è pur sempre l'identità e la vita dei dialoganti. Vale a dire, se ne distingue per un più alto rischio, per una più radicale disponibilità: anche a «morire» alla vita di prima, se l'avversario riuscirà a persuadermi che le sue ragioni sono migliori delle míe.
Ecco come descrive questa comunicazione Jaspers stesso:
«Goethe ha detto che non bisogna ammettere quello che va contro le condizioni della propria esistenza. Ma a una simile obiezione bisogna opporre questo: la riflessione filosofica ha questo di superbo, che qui, e qui soltanto, questa obiezione è senza valore. Chi vi si impegna è avido di ogni evidenza accessibile, altrimenti non farebbe filosofia. ...È per questo che il filosofo cerca la critica più estrema. Vuole che niente resti nascosto, velato, vuole che gli sia dato da vedere con una franchezza senza riserve, vuole per così dire fondersi al fuoco della critica per resuscitare se stesso».
Aprire ogni fede all'infinita trascendenza del vero, e dunque alla discussione potenzialmente infinita, in cui chiedo all'avversario di vagliare le mie ragioni e mi impegno, senza limiti di tempo e di linguaggio, ad ascoltare le sue. Credo sia questa la vera vocazione della filosofia: la scoperta del ruolo che l'amore per la verità ha nel rispetto per la libertà e l'esistenza, dunque anche per la trascendenza o l'«assoluto» altrui. Questa sembra anche la sola risposta adeguata alla barbarie dell'altra interpretazione che il XX secolo ha dato al conflitto tragico. L'interpretazione, cioè, che consiste nel considerarlo una varietà del conflitto «politico», dopo aver ridotto quest'ultimo alle categorie amico-nemico. Non a caso quest'ultima risposta nasce e cresce dalla radice dello scetticismo nietzscheano nei confronti della filosofia, e dell'amore di verità. Confrontate l'oggi glorioso Carl Schmitt, che già abbiamo avuto modo di evocare, con l'oggi quasi dimenticato Karl Jaspers. Confrontate l'infinita disponibilità ad ascoltare e criticare le ragioni dell'avversario – e finché uno ragiona con te non uccide –con la riduzione dell'avversario all'assolutamente altro, al nemico, contro il quale è lecito ricorrere alla guerra. Confrontate la dottrina del combattimento amoroso con quella – sinistramente mafiosa e violenta, all'orecchio di chi scrive – delle categorie di amico e nemico.
Questo confronto non è pretestuoso. Scrivendo le loro pagine sulla comunicazione filosofica Jaspers e Jeanne Hersch pensavano anche a quella che è e resta una delle più grandi ferite inflitte dalla volontà di potenza all'amore di verità. Pensavano al celebre filosofo tedesco, che l'uno ebbe per collega, l'altra per docente, Martin Heidegger: la cui arte era quella contraria all'arte socratica del far nascere gli altri a se stessi, alla coscienza e alla critica.
Per trent'anni, Jaspers non cessò di aspettare che l'antico amico rispondesse al gigantesco e doloroso perché che in tante pagine e lettere gli andava ponendo: perché il suo tradimento di Socrate nel nome del Fiihrer, il peggiore nella storia del pensiero. Anche questa attesa fu un «combattimento d'amore». Ma fu vana.