La metafora Karamazov

Vittorino Andreoli

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I Karamazov sono i fratelli più noti nella storia, almeno in quella della letteratura. E la loro fama fu immediata subito dopo la pubblicazione del romanzo di Fëdor Dostoevskij, avvenuta a puntate dal 1879 al 1880 su «Il Messaggero Russo» (fino al nono libro della Terza parte) e poi in volume nel 1880, edizione che andò a ruba e fu esaurita in pochi giorni.
I fratelli sono quattro, tutti con il medesimo padre anche se con tre madri differenti. E qui subito si profila una famiglia per certi aspetti strana, anche perché le madri muoiono tutte precocemente o scompaiono e non si occupano dei figli che vengono affidati a qualche protettore. Insomma, una famiglia che mantiene il proprio nome in virtù della esistenza dei fratelli che ne diventano il cemento fondante.
Il padre è Fëdor Karamazov, una personalità negativa: sensuale, furbo e con la sola visione della proprio ego, donnaiolo, con il cognac sempre in mano fino alle sbronze. Privo di un mestiere, è uno che campa cercando di conquistare donne con una buona dote. Un uomo della provincia russa, vive a Skotoprogonevska, una cittadina agricola; con qualche funzionario dello Stato e un monastero: i due simboli della solidità dell'impero zarista: Stato forte e Chiesa.
Il romanzo si apre proprio con il profilo di Fëdor «... era un tipo strano, come se ne incontrano abbastanza spesso, e cioè il tipo dell'uomo non solo basso e corrotto, ma anche in pari tempo scervellato; era tuttavia di quegli scervellati che san fare egregiamente
i loro affarucci d'interesse, e, a quel che sembra, questi soltanto... correva di qua e di là alla tavola altrui, spiava a ogni occasione di fare il parassita...»» E ovviamente in questa prassi dell'esistenza «sposò una ragazza con dote, e bella altresì, d'intelligenza vivace», ed è difficile capire come potesse andare in sposa di «così meschino tisicuzzo».
Adelajda Ivanovna Mjusov «volle forse affermare la sua indipendenza di donna, andar contro le convenzioni sociali, contro il dispotismo del suo parentado e della sua famiglia, e la compiacente fantasia la persuase, mettiamo solo per un attimo, che Fëdor Pavlovič Karamazov, nonostante il suo titolo di mangiaufo, fosse uno degli uomini più arditi e più motteggiatori... Un altro lato piccante fu questo, che la faccenda si risolse con un rapimento che lusingò assai Adelajda Ivanovna». Per lui il problema non era poi difficile dal momento che «durante tutta la sua esistenza, era stato pronto ad appiccicarsi in un attimo a qualsivoglia gonnella».
Il seguito di questa unione è presto detta: si appropria di tutti i suoi soldi, non prova per lei alcun affetto, mettono al mondo un figlio Mitja (diminutivo di Dmitrij) e dopo un po' lei lo abbandona, scappa con un seminarista e gli lascia il figlio che aveva tre anni, di cui certamente egli non si occupa. «Certo, ci si può figurare che educatore e padre potesse essere un tal uomo. Come padre fece proprio quello che doveva fare, e cioè abbandonò nel modo più completo il bambino... semplicemente perché se n'era affatto dimenticato.»
Se lo prese sotto cura Grigorij, il servo fedele di casa. Ecco il primo figlio, ma per noi il primo fratello.
Fëdor Karamazov si sposò molto presto un'altra volta con Sofja Ivanovna, molto bella, «un'orfanella, senza genitori sin dall'infanzia, era la figlia di un oscuro diacono cresciuta nella ricca casa di una sua benefattrice che l'aveva educata e angariata, una vecchia e illustre generalessa, la vedova del generale Vorochov». Insomma anche in questo caso la sposa ha una dote consistente.
«Fëdor Pavlovič le offrì la propria mano, si assunsero informazioni su di lui ed egli fu cacciato, ed ecco che allora, come già per il suo primo matrimonio, propose all'orfana di rapirla... Che poteva capire una ragazzetta di sedici anni, se non che era meglio buttarsi in un fiume che restare con la benefattrice?»
La conduce nella propria casa in cui «convenivano delle male femmine e si inscenavano orge». In questo ambiente, e certo anche per temperamento proprio, Sofja Ivanovna cadeva preda di attacchi isterici e perdeva di tanto in tanto anche la ragione. Tuttavia partorì due figli: Ivan e Aleksej (con il diminutivo di Alga). Uno nacque nel primo anno di matrimonio e il secondo nel quarto. La moglie muore quando il piccolo Aleksej aveva quattro anni e, secondo copione, «essi furono completamente dimenticati e abbandonati dal padre e andarono anch'essi dallo stesso Grigorij e anch'essi nella sua izba». Ed ecco dunque gli altri due fratelli.
Il quarto figlio nasce da una storia molto più squallida che si lega a Lizaveta Smerdjaščaja. Non si celebra un matrimonio, questa volta. Ecco il suo profilo: «La sua larga e rubiconda faccia di vent'anni era completamente idiota; lo sguardo dei suoi occhi, fisso e sgradito, sebbene tranquillo. Era sempre andata, d'estate come d'inverno, a piedi scalzi e con indosso la sola camicia di canapa. I suoi capelli quasi neri, straordinariamente folti, arricciolati come il vello di un montone, le stavano sul capo a guisa di un enorme berretto di pelo. Erano inoltre sempre imbrattati di terra e di fango, e frammischiati a fogliuzze, truciolini e schegge, perché essa dormiva sempre per terra e nel fango». Il padre era morto ed era un etilista, la madre viveva ancora e quando raramente Lizaveta andava a casa era brutalmente picchiata. «Ma lei ci andava di rado, perché come scema e "creatura di Dio" tutti in città la ospitavano.»
Mentre Fëdor l'ha persino posseduta. «Potrebbe mai qualcuno, chiunque egli fosse, considerare come donna una bestia simile..?» Lizaveta rimase incinta e ad averla oltraggiata non poteva esser che lui.
Durante il parto: «Il bambino fu salvato, ma Lizaveta morì verso l'alba». Grigorij, il servo fedele, prese il bimbo, lo portò a casa e lo chiamò Smerdjakov. Ecco il quarto fratello.

Nel romanzo Fëdor Karamazov viene ucciso e la storia si potrebbe stigmatizzare come un parricidio con risvolti giudiziari poiché viene imputato del fatto Dmitrij a seguito di un processo in piena regola, anche se con le leggi della giustizia umana che non funziona. E nel caso specifico è talmente vero che a scagionarlo sarà proprio la confessione di Smerdjakov che ne è l'autore, anche se per la giustizia non esistono prove a suo carico. Del resto in precedenza Dmitrij aveva preso a botte il padre e aveva detto: «Non mi pento di aver sparso il tuo sangue!... Sta' in guardia, vecchio, difendi il tuo sogno, perché ho un mio sogno anch'io! Son io che ti maledico e ti rinnego per sempre!».
E certo ce n'è abbastanza per discutere della giustizia, o meglio delle giustizie: quella terrena e quella del Cielo.
Ma a questo punto occorre tratteggiare le personalità dei quattro fratelli, non solo per metterne in risalto la differenza, ma poiché secondo le intenzioni di Dostoevskij finiscono per rappresentare ciascuno una tipologia di figli e di uomini o forse quattro pezzi di un mondo umano che poi è dentro ciascuno uomo e ciascun figlio. Insomma, rimane il quesito se le differenze siano sostanziali oppure solo di misura e quindi se possa trovarsi, almeno in nuce, anche in Dmitrij, il passionale, qualche cosa di ciò che è dentro Alga, che è invece il meditativo e il mistico. E forse tutto ciò è parte del mondo dello stesso autore che frammenta tra i suoi personaggi tutta la contraddizione tra gli Io che sono diversi ma si trovano in lui.
È inoltre fuori di dubbio che qui il parricidio non inaugura certo un'atmosfera da giallo e da curiosità investigativa, ma è un mezzo per affrontare il problema del male che è centrale al romanzo, non solo nella espressione della uccisione del padre, che è uno dei delitti più orrendi, ma anche nella sofferenza che viene inferta ai bambini che è il punto estremo del male e del dolore senza un significato. Un tema a cui si dedicherà molto Ivan nella bellissima parte intitolata «La rivolta».

Ma ecco i profili di personalità dei fratelli.
Alëša è il fratello meglio definito e lo diventa anche per la propria scelta: quella di fare il monaco e in qualche modo di trovarsi un padre, un padre spirituale, nella figura di Zosima che predica e insegna una religione del cuore senza autorità e dunque senza gerarchie e anche senza miracoli. Una religione che sa persino di saggezza. Gli dice tra l'altro Zosima: «Conoscerai un gran dolore e nel tuo dolore sarai felice. Eccoti il mio testamento: nel dolore cerca la felicità».
Alaa è probabilmente la figura in cui Dostoevskij raffigura il proprio figlio, morto in giovane età. Alga sostiene il perdono e tra i fratelli ha carisma, si fa coscienza, dunque diventa punto di confronto e talora anche di opposizione.
Dmitrij, «era muscoloso e si poteva indovinare in lui una notevole forza fisica... egli era anche irascibile, di spirito impetuoso e strambo», ma ancor più rappresenta la mancanza di volontà, la sfrenatezza delle passioni e quindi la debolezza della razionalità. Uno che prende coscienza di quanto ha combinato solo dopo averlo fatto, come non pensasse troppo alle sue azioni e alle loro conseguenze.
In un certo senso Alga e Dmitrij sono contrapposti, ma rivolto ad Ala quest'ultimo dirà: «Io, fratello, sono proprio uno di questi insetti... e noi tutti, Karamazov, siamo così; anche in te che sei un angelo, vive questo insetto e suscita nel tuo sangue delle tempeste! Sono tempeste poiché la sensualità è una tempesta, peggio di una tempesta. La bellezza è una cosa tremenda e spaventosa». In fondo la sessualità è istinto e poca meditazione, anzi porta a rispondere nell'immediato. «Siamo entrambi sulla stessa scala. Io sullo scalino più basso, e tu in alto, sul tredicesimo o press'a poco.»
È la tesi di fondo: il male è mistero e bene e male sono presenti in ciascun uomo e semmai la differenza è di gradi, ma d'un tratto si può scatenare l'uno o l'altro e quindi cancellare ogni differenza.
Dmitrij è l'uomo anche della poesia e recita ad Alga L'inno alla Gioia di Schiller, sa soffrire ma anche gioire. Quello stesso inno che verrà inserito e musicato da Beethoven nella Nona sinfonia.
Insomma, ogni uomo ha l'ideale di Sodoma, ma anche quello della Madonna e della sua purezza. «Qui il diavolo lotta con Dio e campo di battaglia sono i cuori degli uomini.» Nonostante la malvagità, la carnalità, l'irruenza del personaggio, si trovano in lui il calore e il coraggio dei sentimenti.
Del resto Alga «... era solo un precoce filantropo e, se aveva preso la via del monastero, è unicamente perché essa sola... gli presentava l'ideale dell'anima sua, che dalla tenebra dell'odio terreno si sforzava di uscire alla luce dell'amore».
Ivan è l'orgoglio, un'intelligenza spiccata, il razionalismo, il libero pensiero e l'ateismo. È lui che sogna un mondo nuovo e pensa a descriverlo in uno straordinario racconto di cui un capitolo è dato dal «Grande Inquisitore», in cui si eleva una critica alla Chiesa e una visione triste sull'umanità. La visione per cui non c'è libertà e l'uomo, secondo le parole del Grande Inquisitore, vuole solo avere un padrone e un pezzo di pane. La irruenza di Ivan lo porta a schierarsi contro il male, il male nei riguardi dei bambini, degli innocenti. Egli lotta contro il demonio e giunge ad affrontarlo come se lo avesse davanti, nel gesto in cui gli lancia il bicchiere contro (ripetendo l'atto che fu già di Lutero).
«Abbiamo corretto l'opera tua, [dice l'Inquisitore al Cristo che si pensa tornato sulla terra] e l'abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero, sull'autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono così terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti» (e cioè la libertà e l'amore). «Noi non siamo con te, ma con lui [e cioè con il Diavolo] e noi permetteremo loro di peccare.» E continua: «Ma sappi che adesso, proprio oggi, questi uomini sono più che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia hanno essi stessi recato la propria libertà, e l'hanno deposta umilmente ai nostri piedi».
Insomma, la libertà è una finzione e il popolo vuole soltanto pane e vende facilmente la verità per un tozzo di pane, perché sono «deboli, viziosi, inetti e ribelli». E la soluzione è questa: «Ci sono sulla terra tre forze, tre sole forze capaci di vincere e conquistare per sempre la coscienza di questi deboli ribelli, per la felicità loro; queste forze sono: il miracolo, il mistero e l'autorità».
Ivan diventa pazzo, chiuso nel suo delirio, incapace di relazionarsi con il mondo e in lotta con il Demonio che è una parte di sé. Probabilmente diventa schizofrenico e la malattia si mostra in maniera evidente nella scenata cui si abbandona nel tribunale. Dmitrij finisce suicida. Aléga si farà testimonianza del dolore e del desiderio di un Cristianesimo che però non esiste, e infine, Smerdjakov, che spende la propria vita come servo del padre, considerato uno stupido, finirà per uccidere il padre e poi impiccarsi. È lo stupido che mette in atto i principi predicati dal fratello Ivan, tra cui appunto quello secondo il quale «per chi non crede, tutto è permesso». E dunque la libertà è nel non credere.
Smerdjakov «era oltremodo misantropo e taciturno... come un piccolo selvaggio che guardava il mondo dal suo cantuccio. Nell'infanzia provava un gran piacere a impiccare i gatti e poi a sotterrarli in gran pompa... Sei forse un uomo?... tu non sei un uomo, tu sei nato dall'umidità della stanza da bagno, ecco chi sei...». Soffriva poi di «mal caduco» (epilessia) che non l'abbandonò per tutta la vita.
A lui si deve una espressione straordinaria: «"Non ci sono che cose non vere," biascicò Smerdjakov sorridendo».
Insomma, un mentecatto: «Un fisionomista, dopo averlo considerato, avrebbe detto che non c'era in lui né intelligenza, né pensiero, ma solo una specie di attitudine contemplativa».

Ecco i quattro fratelli Karamazov, il loro temperamento, la loro fine. E non si può certo ignorare che si tratta di un vera tragedia, di un romanzo drammatico che mantiene un'attualità straordinaria, come sempre ogni opera che ci porti dentro il mistero del male e non lo faccia teoricamente, ma analizzandolo nel cuore degli uomini.
E qui, in tutti e quattro, si vede in fondo quella lotta per essere bene e invece si finisce per presentarsi come male. Mostrarsi malvagio nonostante le intenzioni fossero di esser buono. E si trova il male dentro Ala e il bene in qualche tratto di Ivan che giunge all'utopia e alla voglia di giustizia per tutti, a partire dal diritto dei bambini. Quello stesso Ivan che in altre parte dice: «Io non ho mai potuto capire come si possano amare i prossimi».
E persino nel laido padre, Fëdor Karamazov, ci sono aspetti che sembrano appartenere a un uomo giusto e buono.
Ecco dunque il senso di questi fratelli e di questa famiglia, certo rotta e piena di difetti: lottare contro il male anche se ciò significa ricaderci continuamente. Il bene puro rimane una utopia che l'uomo sogna ma non raggiunge mai, o solo per un poco, poiché l'uomo è l'insieme di istinti, passioni, ragione, misticismo, un tutto che visto unitariamente è la sintesi misteriosa di bene e di male, senza possibilità di una purificazione per fare di un uomo solo bene e di un altro solo male.

È veramente incredibile, alla luce degli eventi del tempo presente, avere l'impressione di leggere un romanzo di attualità anche se ormai ha centoventicinque anni. È questo il fascino della letteratura, della grande letteratura ed è anche la grandezza di un uomo come Dostoevskij, pieno di difetti: giocatore d'azzardo, sommerso dai debiti, vizioso, cattivo padre, debole, con idee talora di compromesso. Sì, questo è il grande Fëdor Dostoevskij, anche questo.