L'«esperienza» etica: 

riflessione

sulla coscienza

Armido Rizzi

Questo è probabilmente il capitolo più difficile, perché passiamo – dopo la riflessione di carattere storico e di carattere biblico – a un tema che a un certo punto prenderà il nome di "nuova laicità". Sappiamo che la coscienza etica non si trova solo nei credenti, ma che è universale: cerchiamo allora di capire il fenomeno della coscienza, appunto come esperienza universale. Si noti bene: non come una teoria, né religiosa né laica, ma come un'esperienza.
Per capire che cosa è l'esperienza cerco di portare aneddoti, similitudini, analogie, e riscriverò alcuni brevi testi miei scritti in passato.

1. Due aneddoti

A) Nel 1981 ho tenuto una conferenza a due voci sulla morale, in cui le due voci si dovevano alternare parlando ogni volta solo cinque minuti. Il mio partner era l'etologo Giorgio Celli, che parlò per primo, e in cinque minuti propose la tesi che la sostanza dell'etica è una razionalizzazione dei nostri istinti, dare cioè ragioni elevate a ciò che in noi è istintuale. Portò un esempio: supponiamo che io abbia un amico molt
sensibile a determinati valori, un giorno l'invito a cena mettendomi d'accordo con gli altri commensali, e porto il discorso su questi valori, demolendoli. Prevedo che si arrabbierà, e in qualche modo perderà la ragione. La discussione si anima, l'amico s'infuria, fino ad afferrare un bicchiere e a scagliarlo contro il muro...
Mentre l'etologo parlava, dentro di me mi sentii perduto, perché per spiegare che le cose non stanno così era necessaria almeno mezz'ora. Ma di colpo mi si accese la lampadina, e quando mi diede ironicamente la parola ("a lei, signor, teologo") gli chiesi: "Ma lei lo ha fatto? Sarebbe disposto a farlo?" "Ah, no!", fu la sua risposta. "Bene, dissi io, questa è l'etica. A lei, signor etologo".
Dalla filosofia scolastica la mia risposta/domanda verrebbe chiamata un argomento ad hominem: vuol dire che in questo momento io non parlo all'interlocutore come scienziato (o filosofo o anche teologo), ma alla sua coscienza.
La coscienza etica è quella che si è espressa in lui non quando ha trattato la sua teoria etologica, ma quando ha detto "non l'ho mai fatto, e non lo farei" alla mia domanda.

B) Dodici anni fa è successo il tragico episodio di Erica e Omar che hanno ucciso la madre e il fratellino di Erica a Novi Ligure. Dopo una prima caccia agli albanesi (considerati allora i più facilmente accusabili), i due sono stati riconosciuti colpevoli e condannati. Quando Erica ha sentito di essere stata condannataa 16 anni, e Omar soltanto a 14, ha gridato: "Non è giusto, non è giusto!".
Leggendo questa reazione sul giornale sono trasecolato, da una parte; dall'altra ho avuto una sorta di soddisfazione intellettuale. Qui stava parlando la coscienza etica; certo alterata, quella del cuore pietrificato, che è diventato così immorale da rovesciarsi e da attribuire a se stesso il diritto di ridefinire la moralità.

Proprio l'affermazione del diritto individuale come valore primo e incontestabile è, suo malgrado, una testimonianza della verità morale. Ma in tal modo la verità morale, dislocata e tradita, continua a far sentire la propria potenza nella modalità di legittimazione dei miei diritti nei confronti degli altri. La testimonianza della coscienza non è abolita, la sua sacralità non è cancellata: continua a dirsi "sub opposita specie", nella mimetizzazione dei "miei sacrosanti diritti". È questa la figura vissuta della più profonda crisi morale, più ancora che non la declamata cancellazione della verità morale.

2. La coscienza morale è un'esperienza che va affrontata attraverso una fenomenologia

La coscienza morale è la percezione che c'è un bene e un male, cioè un giusto e un ingiusto, nell'accezione più forte e potente di questi due termini.
Il "giusto" ha almeno tre accezioni diverse: prima di tutto quella funzionale (una scatola dalla misura giusta), poi quella estetica (avere le misure giuste per vincere un concorso di bellezza), e infine quella mo rale, che va oltre la funzionalità e l'estetica. Dire che qualcosa è giusto vuol dire che deve essere fatto, che appartiene al dover-essere essenziale. In Luca, al cap. 17, c'è la parabola dove il servo, quando il padrone torna a casa e trova tutto in ordine perfetto, non deve dire "quanto sono stato bravo", ma semplicemente "sono un servo senza meriti, senza eccedenze, ho fatto né più né meno del mio dovere". E anche la parabola del buon samaritano, che ho messo sotto il segno dell'amore di alterità, adesso la rimetto pari pari sotto il segno della giustizia. Giustizia è l'amore giusto, l' agàpe che alla luce della mia coscienza mi fa cogliere i bisogni degli altri come i loro diritti.

In che modo le tradizioni hanno concepito la coscienza? Tutte, religiose o laiche, l'hanno concepita in modo sostanzialmente corretto, non quanto ai contenuti ma quanto alla forma, all'anima della legge, che è appunto l'amore dovuto, l'amore comandato. Nella grande tradizione romana il diritto era chiamato ius: non era quindi l'insieme dei diritti, ma l'insieme dei doveri. Ius può venire da iustum o anche da iussum (comandato). E anche l'inglese ha conservato la differenza fra i diritti (rights) e il diritto (law = legge). Il "giusto-ingiusto" è un giudizio che attiene all'azione umana; non è giusta o ingiusta la vita umana, perciò un incidente non è un fatto immorale; il fatto immorale è l'atto che provoca la cessazione della vita. L'immoralità è nell'azione; e può avere una reazione che si esprime al negativo, come indignazione, sdegno, rabbia morale. E questo "indignatevi" è una contro-immoralità, che esprime una certa forma di moralità.
"Troppo a lungo siamo rimasti indifferenti. Abbiamo accettato l'inaccettabile: il divario tra ricchi e poveri non è mai stato più profondo. Vengono minacciati diritti elementari come quello alla cura, la pensione, la rappresentanza sindacale, l'accoglienza agli immigrati. Dobbiamo tornare a difendere un sistema di valori che la mia generazione ha contribuito a creare e sul quale si basano le democrazie moderne, come la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo ..." (Intervista su La Repubblica a Stéphane Hessel, autore di Indignatevi!, ADD edizioni).
L'indignazione non è il top della moralità, ne è comunque l'inizio.
Ricordiamoci anche la manifestazione delle donne il 13 febbraio 2011, rinnovata l'anno dopo con ampiezza globale contro il "femminicidio".

Il terzo punto (o meglio, la terza modalità di approccio al nostro tema) è l'orizzonte ultimo: da che mondo è mondo la coscienza morale è orizzonte ultimo, che a volte può arrivare anche al dono della vita. Ricordo la storia di Cheikh Sarr, senegalese di 27 anni, che si è gettato in acqua (nel mare di Marina di Castagneto) per salvare un bagnante in difficoltà: un atto eroico che ha salvato una vita, ma è costato a lui la propria. Il comune ha proposto per lui la cittadinanza onoraria, e l'allora Presidente della Repubblica Ciampi gli ha conferito la medaglia d'oro. (Si noti che l'uomo salvato non si è neppure fermato per ringraziare. È stato qualche minuto steso a terra a pancia sotto, forse per riprendersi dallo choc. Poi se ne è andato). Il fratello del senegalese ha poi raccontato: «Stanotte ho sognato Cheikh, mio fratello. Sorrideva. Mi ha detto di non essere pentito, anche se ha perso la vita, e che si tufferebbe in quel mare in tempesta altre mille volte." Come dice Paolo, l'agàpe non tramonta mai, e questo ragazzo vive nell'agàpe, con il suo Dio che è anche il mio Dio.

Un altro esempio è quello dell'obiezione di coscienza contro il servizio militare. Non bisognerebbe dimenticare che l'obiezione di coscienza non è la scelta di un mio comodo o di un mio più ragionevole progetto contro il servizio militare: questa non è obiezione di coscienza. Può essere ragionevole, invece di andare a perdere i 12 o 15 mesi di naia, scegliere di fare cose più utili: ma questa non è obiezione di coscienza. L'obiezione di coscienza è quella che io faccio allo Stato non in nome della mia libertà o di un progetto alternativo, ma perché è l'obiezione che la coscienza fa a me a proposito dell'attività contestata. L'obiezione di coscienza non è libertà contro obbedienza, ma è richiamo a un'obbedienza superiore. Negli Atti degli Apostoli san Pietro dice che dobbiamo obbedire a Dio prima che agli uomini: ecco, nell'obiezione di coscienza devo obbedire a quella immanente trascendenza che è la mia coscienza, prima che a ogni istanza esteriore, compreso lo Stato. La grande obiettrice di coscienza, Antigone, afferma che ci sono leggi non scritte che bisogna servire, anche se queste leggi si contrappongono alla legge dello Stato (che comunque lei non disprezza). Una legge non scritta, una legge scritta nel cuore: questa è l'obiezione di coscienza.
Allora uno deve essere disposto a pagare dei prezzi. Antigone muore, uccisa come traditrice della patria. Fino a non molto tempo fa chi obiettava andava in carcere. Io non dico che sia bene da parte dello Stato mettere in carcere gli obiettori; dico che non ci può essere obiezione di coscienza che non sia disponibile a pagare un prezzo. La coscienza è "a caro prezzo" (per riprendere un motivo che Bonhoeffer formulava a proposito della grazia). Quando parliamo di coscienza, dobbiamo dire che la "mia" coscienza non è mia come aggettivo possessivo, ma è mia come aggettivo di relazione: è mia non perché mi appartenga ma perché io le appartengo; è mia perché io sono suo, è mia come dico "mio Dio", e questo non vuole dire che Dio mi appartiene ma che io appartengo a lui, che la mia vita è sua.
A questo punto voglio leggere anche il testo di un teologo sull'obiezione di coscienza:
"Al di sopra del papa, come espressione della pretesa vincolante dell'autorità ecclesiastica, resta comunque la coscienza di ciascuno, che deve essere obbedita prima di ogni altra cosa, se necessario anche contro le richieste dell'autorità ecclesiastica. L'individuo, a cui la coscienza si fa innanzi come supremo e ultimo tribunale, e che in ultima istanza è aldilà di ogni pretesa da parte di gruppi sociali, compresa la Chiesa ufficiale, stabilisce inoltre un principio che si oppone al crescente totalitarismo".
Questo teologo è Josef Ratzinger (il testo è tratto da Commentary on the Documents on the Vatican II, vol. V, p. 134, a cura di H. Vorgrimler; trad. dal tedesco, 1967-1969).

Si comprende allora come, non potendo definirla, le tradizioni religiose e morali si siano espresse attraverso un linguaggio simbolico.
Chiariamo prima di tutto che coscienza ha almeno due significati: la coscienza come consapevolezza, cioè essere consci, e la coscienza morale. (Purtroppo le lingue che derivano dal latino hanno una sola parola per dire ambedue queste realtà; l'inglese ha consciousness e conscience, il tedesco Bewusstsein e Gewissen).
Uno dei simboli più belli è "voce" (la voce della coscienza); altre volte si usa il simbolo della "luce", soprattutto ai tempi dell'illuminismo che aveva la percezione dell'uomo che esce dalla sua età minore e arriva alla maggiore età assumendosi delle responsabilità in prima persona; o ancora "strada", che parte di fronte al bivio del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto. Anche la negazione della coscienza, cioè la colpa, viene in genere espressa con due metafore: la macchia e il debito. E la penitenza è espressa come lavacro o come pagamento del debito.
La coscienza non può essere definita, perché è una trascendenza; non cosmologica – nei cieli – ma assiologica, immanente, come qualcosa che è dentro di me ma che viene da un altrove. Si potrebbe applicare qui il detto di Agostino: intimior intimo meo, dentro di me, ma nelle profondità che sono sotto la mia semplice consapevolezza; e dire che viene dal profondo insondabile o che viene da altrove sono la stessa cosa.
L'eros è la radice e la somma di tutte le nostre motivazioni endogene; mentre la coscienza, la giustizia, il dover-essere vengono da questo "altrove". La coscienza morale disegna un nuovo orizzonte, un nuovo livello di realtà che trasforma le cose in valori e la loro negazione in controvalori: dicendo "non uccidere" affermo il valore della vita e condanno la violenza; dicendo "non commettere adulterio" presuppongo e difendo il valore della fedeltà coniugale; esigendo il "non mentire" dichiaro il valore della sincerità; ordinando "non rubare" riconosco il valore dell'avere come modalità dell'essere... La coscienza morale trasfigura e transustanzia le realtà, innalzandole dal livello del puro darsi a quello della necessità: non una necessità di fatto ma un'esigenza, un'istanza assoluta.

Cerchiamo di distinguere questa conoscenza esperienziale dalle conoscenze nozionali. Conoscenza esperienziale non è soltanto l'esperienza etica, ma anche l'esperienza estetica, in qualche modo anche scientifica.
Supponiamo che uno studente si stia recando in treno dal suo paese nella grande città dove frequenta l'università, per darvi un esame. Sullo stesso scompartimento sale un signore di una certa età, che lo vede tutto affannato sui suoi appunti e gli chiede del suo esame, che è di fisica e verte sulla teoria della relatività. Il signore si dimostra interessato, gli dice di averla studiata anche lui da giovane, e comincia a spiegargliela; e a mano a mano che spiega lo studente sente nascere dentro di sé una sorta di passione per la fisica moderna e soprattutto una comprensione mai avuta prima. Arrivano, scendono, e prima di lasciarsi si presentano: il signore anziano gli dice: sono Albert Einstein.
Chiedo: quand'è che quello studente ha veramente conosciuto Einstein? Mentre spiegava, o quando gli ha detto il suo nome? Ovviamente nel primo caso. La vera conoscenza è avvenuta quando ha capito quel qualcosa che Einstein aveva scritto, attraverso la sua capacità esplicativa.

Vi racconto tre aneddoti miei, che credo possano aiutare a capire cos'è una conoscenza esperienziale a prescindere dalle conoscenze nozionali.
Il primo riguarda la Gioconda di Leonardo. L'avevo vista riprodotta centinaia di volte e, pur sapendo che era ritenuta un capolavoro, non mi era mai piaciuta: il sorriso misterioso mi sembrava melenso. Nell'estate '67, tornando dal Belgio, mi fermo un giorno a Parigi e vado a vedere il Louvre, puntando, per curiosità, sulla sala dove era esposta la Gioconda. Era ancora senza vetro di protezione: sono rimasto ammaliato, ho capito quel sorriso: l'ho capito attraverso l'esperienza diretta.

Il secondo aneddoto riguarda Leopardi, di cui amo moltissimo la poesia pur senza condividerne la visione della vita. In particolare amo A Silvia, la sua bellezza. Nella seconda parte della poesia, quegli "occhi ridenti e fuggitivi", annunciati nei primi versi, a un certo punto si chiudono, portandosi via la breve speranza di Leopardi, preda del destino che ci comanda e che rende illusione tutto quello che di bello vediamo: "all'apparir del vero tu misera cadesti". Se dovessi andare a vivere da solo su un'isola, tra i pochi testi che porterei con me c'è questo di Leopardi.

Il terzo aneddoto riguarda un film che ho visto a 10 anni, Luci nelle tenebre, che mi ha commosso profondamente soprattutto per una musica che tornava spesso. In seguito l'ho dimenticata, anche se con dispiacere, e non sapevo chi l'avesse composta. Vent'anni dopo, in Spagna, di colpo, sento di nuovo quella musica, chiedo a un amico cosa sia, e scopro che è il Sogno d'amore di Listz. Ma quello che mi ha preso, al punto da riconoscerla subito, anche dopo tutti quegli anni, era quella melodia, non le conoscenze oggettive (autore, nazione, secolo, ecc.) che la riguardavano. Non voglio evidentemente negare il valore di queste conoscenze, ma sottolineare che a renderle significative è il riferimento all'esperienza che le precede e l'apertura ad altre esperienze analoghe.

La coscienza etica non è la coscienza della bellezza, ma c'è anche una bellezza etica. Nell'anno giubilare del 2000, su una pagina dedicata alla moda, lessi la testimonianza di un'ex modella che aveva lasciato il suo lavoro ed era diventata suora di Madre Teresa di Calcutta, e andava in giro di notte a raccogliere poveri e disperati. A chi le chiedeva perché avesse abbandonato il suo precedente lavoro, essa rispondeva di averlo fatto perché c'era una cosa "più bella" che fare la modella, ed era servire Gesù nei poveri. E pochi giorni fa ho letto che una suora del Cottolengo, mentre curava un ammalato irriconoscibile, si sentì dire da un visitatore: "Quello che lei sta facendo io non lo farei nemmeno per tutto l'oro del mondo"; e lei rispose: "Nemmeno io".

La "fallacia naturalistica" è un'espressione inventata da Hume, che consiste nel dedurre il dover essere dall'essere: è dalla concezione del mondo che io traggo una serie di imperativi e di leggi. Hume contesta questa convinzione: e tale contestazione risponde a verità, perché l'etica è un conoscere che ha dentro di sé la ragione della propria validità, che non è possibile trarre da una teoria o da una rivelazione perché non necessita di un supporto discorsivo, di una dimostrazione da cui trarre la garanzia della propria tenuta veritativa. L'etica non deve andare in cerca di ragioni che le diano un fondamento logico. Nel caso della conoscenza morale, il suo carattere di conoscenza esclude che essa debba la propria convalida a idee e concezioni già note, siano esse di tipo religioso o di acquisizione razionale.
Nella sostanza io sono d'accordo, e traduco questo accordo in questa formula: le teorie non sono fondazioni dell'etica, ma ne sono interpretazioni. Non si trae dall'essere – neppure della religione biblica – il dover-essere; se ne trae un'ipotesi, un'idea di dover essere. Le teorie, le visioni del mondo che dicono che cosa è l'etica e che sembrano stare alle spalle di un'etica sono delle interpretazioni: prima c'è l'etica come esperienza, poi vengono queste interpretazioni.
Ci sono le interpretazioni positive : le religioni, tra cui bisogna distinguere quelle che hanno al centro l'etica, e sono quelle che derivano dalla Bibbia (Antico Testamento, Nuovo Testamento e Corano), e quelle della Madre Terra, della pienezza armonica del creato. Ci sono poi le visioni secolarizzate, come l'Illuminismo, che pongono una realtà con la maiuscola – la Ragione, l'Uomo, la Società...

Ci sono poi altre interpretazioni che demistificano l'etica, in particolare l'interpretazione freudiana. Come diceva Ricoeur in un suo articolo, ci sono due tipi di demitizzazione: c'è quella che è la lettura del mito per togliere tutti gli elementi superflui e arrivare al suo cuore di verità (e che è più corretto chiamare de-mitologizzazione); e c'è invece una demitizzazione che del mito non riconosce il cuore di verità, e che è appunto la demistificazione. Per Freud la coscienza etica è un falso perché è l'introiezione dei comandi e delle proibizioni, dei sì ma soprattutto dei no detti dai genitori, in particolare dal padre, che per andare contro il principio di piacere del bambino pone il principio di realtà. Questi "no" sono il principio di realtà che disciplina il principio di piacere, e che hanno per definizione un valore funzionale in ordine al vivere una vita corretta.
Ascoltiamo però alcune righe di Bertrand Russell, filosofo ateo: "È uno strano mistero che la natura, onnipotente ma cieca, nelle sue rivoluzioni attraverso gli abissi dello spazio, abbia infine dato alla luce un bambino, ancora e sempre soggetto al suo potere, eppure dotato della capacità di vedere, di conoscere il bene e il male, di giudicare tutte le opere della sua madre priva di ragione".
C'è qui una cornice demistificatrice, eppure dentro c'è un cuore che non riesce a sottrarsi a quel l' imprrs sione che è il dover essere, che è l'uomo che conost e il bene e il male, e che è capace di giudicare tutte le opere di questa sua madre (madre natura) priva di ragione.
Parlando da credenti, l'esperienza etica è quello che la Bibbia chiama il "cuore", e che è il nucleo della religione. Da credente continuo a pensare che se non esistesse il Dio della Bibbia non esisterebbe la coscienza etica, di cui Dio è il fondamento ontologico. Ma non posso dimostrarlo, non posso portare ragioni argomentative con cui convincere un altro; perciò Dio non è fondamento logico.

A questo punto arriviamo al tema della laicità e della ricerca di una "nuova laicità". Laicità è un termine usato abitualmente per esprimere tutto ciò che si differenzia da un credente: lo stato laico, la cultura laica, l'individuo laico. Ma laico è una parola che viene dal greco laos, che vuol dire il popolo; e qui io Io vorrei usare per dire il popolo delle coscienze etiche, di tutti gli uomini, in quanto tutti hanno una coscienza etica; e vorrei chiamare laicità questa condizione che è propria di tutte le coscienze e che non ha bisogno di avere alle spalle né una religione né una concezione laica. Il modo di essere esperienziale della coscienza etica permette di parlare di nuova laicità, che dice che essa non è né religiosa né laica, e che vede l'appartenenza religiosa o laica come strumenti di interpretazione di quel mistero che è la coscienza etica. Questa nuova laicità è quella in cui sono nate prima la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, e poi quel progetto di Dichiarazione dei doveri dell'uomo di cui abbiamo trattato nel capitolo precedente. Già quindi nella Dichiarazione dei diritti (e a maggior ragione nella Dichiarazione dei doveri ) è inclusa questa percezione che esiste una sorta di laicità che va aldilà delle religioni e delle non religioni, e va all'umano come principio di responsabilità.
Padre Ernesto Balducci, fra le molte sue opere, ha scritto L'uomo planetario, che era fondata sul bisogno di trovare la pace, perché "fino a ieri l'uomo individuo era mortale, ma la specie era immortale, mentre oggi, dopo la bomba atomica, anche la specie è mortale". In questo libro Balducci elaborava una comunione tra le religioni, ma finiva dicendo: "Se accanto al marxista, al laico, volete anche il cristiano, non chiamate me. Io non sono che un uomo". Nel senso, appunto, di quell'umano planetario che sta dietro e più a fondo delle religioni e del mito. Nella Gerusalemme celeste non ci saranno più le religioni, ma resterà questa laicità, e saremo tutti il popolo umano di Dio, comunione di coscienze etiche.

Un accenno a coscienza e libertà, intendendo con libertà quella che è presupposta proprio per essere responsabile, cioè la capacità di una scelta "mia". Perché una scelta sia davvero mia devo essere libero, e non una somma di condizionamenti. C'è una definizione di libertà che si avvicina, ed è quella che dà Sartre: "la libertà è quello che io faccio di quello che gli altri hanno fatto di me". Io sono anzitutto la somma dei condizionamenti che vengono dagli altri (il DNA, la cultura, gli incontri, la scuola...); io però sono di più di tutto questo, e posso avere la capacità di trasformarlo in una decisione che è mia, e basta questo perché io sia responsabile.

Kant ha formulato in cosa consista questa libertà di scelta: quando mi sento responsabile di quello che faccio, vuol dire che sono libero, che la mia azione è stata libera. La libertà è quindi un postulato della ragione pratica, cioè della ragione etica.
Ma quest'idea va approfondita.

(Armido Rizzi, L'etica tra fede e laicità, Cittadella 2014, pp. 97-112)

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