Paolo, evangelizzatore e vangelo


Rubrica: Paolo e i giovani /12

Juan J. Bartolomé

(NPG 2010-05-3)


Con questo e l’articolo che segue chiudiamo la rubrica «Paolo e i giovani», iniziata nel novembre 2008 e comprendente due dossier e 13 articoli.

In tempi di nuova evangelizzazione, come il presente, non abbiamo troppi modelli cui ispirarci per una rinnovata azione missionaria, e forse scarseggiano pure motivazioni che ci ridiano un impulso a tale compito e aspettative speranzose per esso. Oggi si parla molto sul come si deve fare l’evangelizzazione, e poco di coloro che devono portarla avanti; sembra quasi che i problemi si concentrino su «l’ardore, il metodo, le espressioni» (Giovanni Paolo II, AAS 75 [1983] 778) della nuova evangelizzazione, quando, in realtà, la questione cruciale continua ad essere quella degli evangelizzatori, se sono o no sufficientemente evangelizzati.
Fare memoria di Paolo apostolo può essere un cammino di ripresa apostolica. Intenzionalmente nel nostro caso si è optato per ricordare due elementi essenziali della evangelizzazione paolina che, se fossero presi oggi in considerazione, ridonerebbero alla nuova evangelizzazione l’entusiasmo e l’efficacia degli inizi.
In primo luogo, la missione paolina fu, precipuamente, urbana; i suoi destinatari, abitanti di popolose città, e i suoi primi «templi», case private; ciò conferì all’evangelizzazione paolina un tono di universalismo cosmopolita e, allo stesso tempo, un gran senso di famiglia. In secondo luogo, quella di Paolo fu una evangelizzazione che era opera di testimoni. Ed una evangelizzazione testimoniale obbliga l’evangelizzatore a diventare realizzazione viva di quanto annuncia, avendo l’audacia di presentarsi come modello palese del vangelo che predica.

PAOLO, MODELLO DI EVANGELIZZATORE

La scelta di Paolo come stimolo e ispirazione di evangelizzatori è più che giustificata. La comunità cristiana, che ha sempre avuto un vangelo da proclamare, Gesù Cristo e questi crocifisso (1 Cor 2,2), ha considerato Paolo come l’evangelizzatore per antonomasia.
La prima «canonizzazione» dell’apostolo è opera dell’autore degli Atti. Ma l’accettazione canonica di tale libro fu una decisione ecclesiale, così come lo era stata, precedentemente, la salvaguardia della corrispondenza paolina e la considerazione normativa di essa per la vita cristiana. È, quindi, la stessa comunità cristiana che ha presentato Paolo come il suo miglior evangelizzatore, modello e misura di apostolo. E questo, sapendo che l’apostolo di Cristo non era stato discepolo di Gesù, né scelto né educato da Lui mentre predicava il regno di Dio. Paolo, che può anche darsi non abbia conosciuto personalmente Gesù di Nazaret (2 Cor 5,16), è stato, indubbiamente, colui che meglio lo ha dato a conoscere.
Risiede in questo la perenne attualità dell’apostolo: se uno che non è stato evangelizzato da Gesù poté esserne il migliore evangelizzatore, coloro che non sono ancora giunti ad essere buoni discepoli non dovrebbero perdere la speranza di arrivare un giorno ad essere eccellenti testimoni.

La missione paolina

Paolo non fu l’iniziatore della missione cristiana al mondo pagano e nemmeno ne stabilì i presupposti. Appena convertito, questo sì, si inserì in una comunità missionaria e, come suo delegato, assunse il compito evangelizzatore (At 13,1-3). Ma, abbandonando molto presto il terreno in cui egli non aveva seminato (Rm 15,20), cercò di predicare senza altre frontiere che non fossero quelle impostegli dai limiti del mondo (Rm 15,24.28). Tentava in questo modo di pagare il debito contratto con Cristo, che lo aveva inviato a predicare il vangelo (1 Cor 1,17) ai pagani (Gal 1,15-16; Rm 1,14; 15,15-16).

Inviato ai pagani

La consapevolezza di essere apostolo dei gentili motivò il suo instancabile missionare «predicando dappertutto il vangelo di Cristo» (Rm 15,19). Viveva la sua vocazione come un evento definitivo per cui comprese la propria vita e missione in un modo radicalmente innovativo, convinto che il «giorno del Signore» era imminente (Fil 2,14-16; 1 Cor 4,3-5): il vangelo doveva essere predicato con urgenza ai pagani perché «la notte è avanzata, il giorno è ormai vicino» (Rm 13,12). Per questo non accettava limiti per la sua missione, né frontiere geografiche, culturali o sociali, per il suo vangelo (Gal 3,25-28).
L’unico a cui si sente vincolato, irrimediabilmente e senza soluzione, è a Cristo (2 Cor 11,23), al vangelo (1 Cor 1,17; Gal 1,6-9.11-12), del cui annunzio non si vergogna (Rm 1,16) e la cui proclamazione costituisce per lui il daffare ineludibile, poiché guai a lui se non evangelizza! (1 Cor 9,16). Nella sua evangelizzazione quel che era in gioco non era il successo della sua vita personale ma «la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16).

Costruttore di vita in comune

Paolo intese se stesso più come fondatore di comunità che come loro accompagnatore, come primo predicatore anziché catechista permanente (1 Cor 1,17; 3,6).
Come fondatore, Paolo era consapevole di essere padre di comunità (Corinto: 1 Cor 4,15; 2 Cor 6,12; 12,14. Filippi: Fil 2,22. Tessalonica: 1 Ts 2,11) e di credenti individuali (Onesimo: Flm 10. Timoteo: 1 Cor 4,17; Fil 2,22; 1 Tm 1,2.18. Tito: Tt 1,4). Sentiva per i suoi profondo amore (2 Cor 2,4; 6,11-13); la loro sorte lo angosciava (1 Ts 2,17; 2 Cor 11,28-29); lo scuotevano le loro crisi (Gal 1,6-9; 4,16-20; 2 Cor 1,13-14); gli dava gioia la loro fedeltà (Fil 4,1). La sua preghiera per essi era costante, con gioia (Fil 1,4) o con preoccupazione (1 Ts 3,10). Il suo affetto era così grande che poté dichiararsi disposto a spendere la vita per coloro che sapeva che non lo amavano troppo (2 Cor 12,15).
L’amore e la tenerezza, ciò nonostante, non lo facevano rinunziare alla sua autorità (2 Cor 10,6; Fil 2,12; Flm 2), conferitagli da Cristo per l’edificazione delle sue chiese (2 Cor 10,8; 13,10). Seppe mantenere con le sue comunità un rapporto differenziato e personale. Anche se non tutte le comunità da lui fondate gli furono sempre fedeli, nessuna gli rimase indifferente. Le lettere che ci ha lasciato lo dimostrano e, allo stesso tempo, provano l’interesse dell’apostolo a mantenersi informato delle loro vicissitudini e preoccupato della loro permanente formazione. Il fatto di dover creare nuove comunità non lo liberò dalla responsabilità di continuare ad accompagnare la crescita di quelle già da lui fondate.

L’ambiente urbano, campo di missione e centro missionario

Paolo concentrò il suo sforzo evangelizzatore su poche città in cui non era ancora giunto il vangelo (Rm 15,20). Le grandi città, situate lungo le strade romane, erano più facilmente raggiungibili; solo in esse Paolo poteva sempre farsi capire in greco. La metropoli ellenistica era il luogo in cui si poteva prendere contatto con la nuova civiltà, dove ci si imbatteva nelle novità, dove si potevano presentare dei cambiamenti, «dove risiedeva l’impero e dove cominciava il futuro» (W. Mecks).
Veramente, l’influsso che le comunità di recente creazione avrebbero potuto esercitare sul loro territorio era realmente scarso, dati i numeri esigui e la scarsa rilevanza sociale dei loro membri; a Corinto, per esempio, la comunità cristiana poteva contare un centinaio circa di membri, mentre la metropoli superava il mezzo milione di abitanti. Ciò rende più significativa la tattica evangelizzatrice dell’apostolo; volle seminare l’impero di piccole cellule, strategicamente situate e permanentemente legate alla sua persona, e che incaricava di proseguire la sua missione personale. Le comunità recentemente fondate dovevano subito assumere la responsabilità dell’evangelizzazione dell’intera regione: Filippi, della Macedonia (Fil 4,5); Tessalonica, della Macedonia e Acaia (1 Ts 1,7-8); Corinto, dell’Acaia (1 Cor 16,15; 2 Cor 1,1); Efeso, dell’Asia Minore (Rm 16,5; 1 Cor 16,19; 2 Cor 1,8).

Un cristianesimo molto «domestico»

In permanente pellegrinare, Paolo dovette ricorrere frequentemente all’ospitalità dei fratelli in case private. Giuda a Damasco (at 9,11), Lidia a Filippi (At 16,14-15.40), Giasone a Tessalonica (At 17,5-7), Aquila e Priscilla a Efeso (1 Cor 16,19; At 18,18-19; Rm 16,3) così come Tizio Giusto e Caio a Corinto (At 18,2-3.7) furono alcuni dei suoi ospiti abituali. È probabile che, a volte, sia ricorso a case in affitto (ad Efeso: At 19,9-10; a Roma: At 28,16.30).
La casa privata gli offrì alloggio e riparo e, inoltre, un ambiente adeguato per la propaganda e il culto (Rm 16,5). Nella residenza di Aquila e Priscilla si riuniva la comunità di Efeso (1 Cor 16,19); qualche anno più tardi, quella di Roma (Rm 16,3.5); in quella di Filemone, la comunità di Colosse (Flm 1-2); in quella di Ninfa, quella di Laodicea (Col 4,15). Senza questi luoghi di accoglienza, che forzosamente esigevano comunità di numero ridotto (1 Cor 1,14), sarebbe stata impensabile la missione paolina.
Unico luogo di riunione nei grandi nuclei urbani, l’ambiente familiare della casa contribuì alla familiarizzazione della vita cristiana, delle sue strutture, del suo governo, dei suoi codici di condotta (Col 3,18-4,1; Ef 5,21-6,9; 1 Pt 2,18-3,7). Il vocabolario paolino la riflette: i cristiani sono fratelli (1 Cor 8,11.13; 15,58; Fil 2,25; 3,1; 4,1; Col 4,7; Flm 7), sorelle; l’apostolo si vede come padre (1 Ts 2,11; 1 Cor 4,14-15; Flm 10; Fil 2,22), come madre (Gal 4,19; 1 Ts 2,7); Paolo parla di costruire la comunità come se si trattasse di una casa (1 Ts 5,11; 1 Cor 10,23; 14,12.26; 2 Cor 10,8; Ef 13,10; Rm 14,19) e considera se stesso come l’amministratore (1 Cor 4,1-2) o architetto (1 Cor 3,10).

Una missione in collaborazione

Paolo ricorse all’aiuto di collaboratori per prendersi cura dei suoi in sua assenza, data l’impossibilità di visitarli più spesso. Le fonti conoscono quasi un centinaio di persone che lo aiutarono nella sua missione; solo alla fine della sua lettera ai Romani giunge a citare 26 collaboratori (Rm 16,3-16). Anche se At, in modo indebito, riduce il loro ruolo a quello di semplici compagni di viaggio, in realtà alcuni furono autentici apostoli, con iniziativa propria, come Barnaba (At 11,25-30; 12,24), Apollo, giudeo di Alessandria (1 Cor 1,12; 3,4-9; 4,6; 16,12; At 18,24-28) o la coppia Aquila e Priscilla (At 18,2-3. 18-26; 1 Cor 16,19; Rm 16,3-5).
Altri accompagnano permanentemente Paolo, come Sila (At 15,40-18,17; 1 Ts 1,1; 2 Cor 1,19) e compiono missioni molto difficili: Timoteo sarà inviato a Tessalonica (1 Ts 3,2), a Corinto (1 Cor 4,17; 16,10) e a Filippi (Fil 2,19) a risolvere situazioni molto delicate; Tito, dopo il fallimento di Timoteo a Corinto, otterrà successo (2 Cor 7,6-7) e sarà mandato di nuovo là per organizzare la colletta (2 Cor 8,6-7).
Tanto At come la corrispondenza paolina affermano la presenza attiva di donne nella missione paolina. Alcune erano convertite, come Lois ed Eunice (2 Tm 1,5), Damaris (At 17,34) o Lidia (At 16,14); altre giunsero ad occupare posti di responsabilità nelle comunità locali, come Cloe (1 Cor 1,11) e Ninfa (Col 4,15); alcune condivisero con Paolo la missione apostolica: Evodia e Sintiche (Fil 4,2); altre arrivarono, probabilmente, ad esercitare funzioni ministeriali, come Febe, diaconessa a Cencre e protettrice dell’apostolo (Rm 16,1.3; cf 1 Cor 3,5; 2 Cor 3,6; 6,4) e Giunia, illustre tra gli apostoli e compagna di prigione di Paolo (Rm 16,7); con alcune, la cara Perside e la madre di Rufo, che considera come la propria (Rm 16,12-13), mantenne rapporti di affetto.
Paolo seppe mobilitare attorno al suo progetto missionario molte persone e programmare un lavoro articolato ed efficace di propaganda. Solo così si spiega che la sua attività evangelizzatrice, che durò una ventina d’anni, si sia potuta estendere tanto e abbia raggiunto risultati così lusinghieri. Paolo si rendeva perfettamente conto che quei collaboratori non erano suoi, ma della missione (1 Ts 3,2; 1 Cor 3,5-9; 2 Cor 6,1-4). Nel suo modo di rapportarsi ed educare personalmente i collaboratori, a cui concede libertà totale di azione e di iniziative, mentre si aspetta da loro che si attengano al vangelo e mantengano l’unità con lui (1 Cor 1,11-12; 3,10-11), risiede la grandezza di Paolo apostolo.

Scrittore per necessità

La corrispondenza che mantenne con le sue comunità era il modo efficace di fare presente la sua voce e la sua autorità apostolica quando, assente (Gal 4,20; 1 Cor 4,19-21; 2 Cor 10,11), non poteva visitare la comunità (1 Ts 2,17-18) né mandarle un emissario personale (1 Ts 3,1-2; 2 Cor 12,17-18). Le sue lettere furono solo parte della sua missione e, a suo avviso, non la più importante.
Sorte come reazione personale a certe circostanze (cf 1 Cor 1,14; 7,1; 16,23), avendo come destinatari diretti un gruppo ridotto di persone, le lettere di Paolo furono scritti di occasione. A eccezione di 1 Ts, redatta mentre l’apostolo evangelizzava Corinto (At 18,5), le altre videro la luce probabilmente durante il suo lungo soggiorno ad Efeso (At 19,1-20,3). Nonostante la loro origine circostanziale, le sue lettere ne costituiscono la più preziosa eredità: il motivo principale del loro influsso permanente nella Chiesa è la testimonianza letteraria più antica e, senza dubbio, la più riuscita della novità del cristianesimo nascente.

Prima letteratura cristiana

Quando apparvero le lettere paoline, tra gli anni 50 e 60 d.C., non si conosceva ancora il vangelo scritto e, tutt’al più, circolavano nelle comunità raccolte di sentenze, riassunti di miracoli e alcuni racconti degli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme. La corrispondenza paolina, la testimonianza letteraria più vicina agli eventi pasquali che sia giunta fino a noi, riflette le tensioni e i successi, le difficoltà e i risultati di una evangelizzazione già universale.
Le lettere di Paolo, conservate dalle comunità destinatarie, scambiate tra comunità affini e posteriormente raccolte per evitarne la scomparsa, furono l’occasione per la nascita tra i primi cristiani della consapevolezza di avere tra le mani un «testamento nuovo».

Due importanti conseguenze

La prima è la più ovvia. Prima che esistesse il NT, vi fu un apostolo, la cui urgenza di rimanere in comunicazione con le proprie comunità provocò la nascita di un epistolario. Paolo, sicuramente, non ha mai pensato che le sue lettere avessero un valore oltre a ciò per cui furono scritte: essere lette dalla comunità destinataria. Il fatto è che con la sua corrispondenza nacque il NT.
Fu lo zelo di un apostolo, la sua volontà di accompagnare il processo di conversione al vangelo che si sviluppava nelle sue comunità, assumendone i problemi e indicando soluzioni nuove, la causa storica affinché il Dio che aveva rotto il silenzio risuscitando Gesù dai morti incominciasse a trasmettere per iscritto il suo nuovo piano di salvezza. È bastato, quindi, che un apostolo scrivesse quando non poteva essere presente, che non abbandonasse le sue comunità anche stando assente, che prendesse a cuore le preoccupazioni dei suoi cristiani, perché Dio lasciasse per iscritto la propria volontà, rinnovata, di vicinanza: un testamento nuovo. Se il NT fu iniziato da un apostolo che, proprio perché lontano dai suoi, voleva che lo sentissero vicino e attento ai loro problemi, solo apostoli vicini alle loro comunità potranno avvicinarle al vangelo.
Che Dio abbia voluto una nuova rivelazione mediante la corrispondenza di un apostolo fu, indubbiamente, una decisione personale di questo nuovo Dio che va al di là dell’intenzione dell’apostolo autore delle lettere. Questo stesso fatto – ed è questa la seconda conseguenza – ci svela un tratto tipico di questo Dio nuovo. Il fatto che Dio abbia scelto la lettera come genere letterario predominante nel NT (20 dei 27 libri del NT sono tali) ha come conseguenza che ci ha già voluto parlare attraverso la vita delle comunità. Mentre il Dio dell’AT si svelò piuttosto attraverso la storia del suo popolo, il Dio del NT si svela nella cronaca quotidiana delle sue comunità credenti. Non è più il racconto delle imprese passate quel che identifica il nostro Dio, né sarà l’esperienza degli antenati il criterio della nuova esperienza di Dio. Basterà che ci si racconti la propria vita comune, piena di tensioni e di sforzi di fedeltà; basterà fare esperienza della fede e del peccato comune, per incontrarsi col Dio del Signore Gesù.

PAOLO, CONTENUTO DEL VANGELO

Per fortuna nelle lettere paoline abbondano confessioni, strappate quasi sempre in circostanze polemiche, con cui Paolo, legittimando il suo vangelo e la sua missione, tradisce l’origine e la ragione del proprio apostolato (Gal 1,11-12.15-16; Fil 3,6-9). Se ora ci atteniamo a quel piccolo trattato dell’esistenza apostolica che è 1 Cor 9,1-27, è perché in esso Paolo espone, tanto brevemente quanto sicuramente, le proprie credenziali di apostolo e alcune delle opzioni strategiche che ressero il suo operato evangelizzatore.
Il fatto che tali riflessioni paoline fossero destinate ai cristiani di Corinto fa sì che esse siano, se possibile, ancora più significative. In nessun’altra città ellenistica evangelizzata da Paolo la sua missione incontrò tante resistenze né suscitò tanto fervore. I cristiani a Corinto, una minoranza in una metropoli popolosa, celebre per i suoi giochi e i suoi vizi, provenienti da una cultura estranea, quando non contraria, alla tradizione in cui era sorto e si era affermato il vangelo, avevano accettato la predicazione paolina con molto entusiasmo e con altrettanta superficialità.
La lettura di 1 Cor ci permette di rivedere da vicino gli sforzi per adattare un movimento religioso, sorto in un ambiente agricolo all’interno del mondo orientale, ad una popolazione urbana della parte occidentale dell’impero romano; ci permette, inoltre, di ricordare le incomprensioni del nuovo vangelo che inevitabilmente produceva la diversità culturale in cui vivevano i nuovi destinatari e che spesso arrivavano ad essere perversioni dell’unico vangelo.
Ciò, senza dubbio, rende più seducente la personalità di Paolo e meno idillico il suo lavoro come evangelizzatore. Gli sforzi di Paolo per trasmettere il vangelo a alcuni ascoltatori di diversa fede e cultura, potrebbero riempire di immaginazione e di coraggio coloro che oggi devono predicare quello stesso vangelo in un mondo in cui sta emergendo una cultura al margine della fede in Cristo.

Una fede non ancora matura (1 Cor 8)

La comunità di Corinto, come qualunque altra sorta nel mondo greco-romano, dovette affrontare problemi che sorgevano più dal suo passato non credente che dalla nuova fede; appena convertita al cristianesimo, non si era ancora svincolata dalle credenze e dalle usanze del suo ambiente pagano.
Il caso delle carni immolate agli idoli è qualcosa di più di un semplice aneddoto; può persino sembrarci obsoleto, ma per i nuovi cristiani la questione rappresentava una grave sfida alla purezza della loro nuova fede e un grave pericolo per una vita comune appena inaugurata. Buona parte della carne che si vendeva nei mercati delle grandi città ellenistiche o che si offriva nelle festività pubbliche procedeva dai templi: era carne sacrificata agli dèi. Questa origine sacra metteva i nuovi cristiani nel dilemma di accettare inviti di amici e familiari, non rinunciando alla convivenza con essi, oppure declinare una familiarità per cui rimanevano socialmente emarginati.
Le soluzioni che man mano si incontravano ad un livello personale creavano tensioni, incluso scandalo, nella comunità. L’obiezione a mangiare carne sacrificata si alimentava di un paganesimo, diluito ma non superato, in alcuni cristiani; altri, più sicuri nella loro fede monoteista, seppero liberarsi facilmente dalla ripugnanza e dare testimonianza concreta di quella libertà di fronte ai falsi idoli che la fede nella signoria di Gesù concede ai suoi fedeli. La paura di essere liberi, prodotto di una fede immatura, attanagliava alcuni; per altri, la certezza di non avere che un solo Dio li metteva nella tentazione di perdere i loro fratelli pur di mantenere una libertà appena inaugurata. La vita di fraternità era messa in questione a Corinto perché non tutti ricavavano le stesse conseguenze da una stessa confessione di fede.
Paolo reagisce irrefutabilmente, come è sua abitudine. Elabora in tre momenti una risposta che formula leggi fondamentali dell’esistenza cristiana: afferma l’assoluta libertà del credente ma, allo stesso tempo, stabilisce i limiti della libertà cristiana nel fratello che non si può perdere perché anche per lui è morto Cristo (1 Cor 8,1-13); rivendica per sé la libertà apostolica e si presenta come esempio di rinuncia ai propri diritti (1 Cor 9,1-27); ricorda, basandosi tanto sulla memoria apostolica come sulla vita sacramentale cristiana, i pericoli di una ricaduta nel paganesimo (1 Cor 10,1-11,1).

La vita dell’evangelizzatore, vangelo per la comunità (1 Cor 9)

Per motivare la rinuncia che si esigeva a coloro che vivevano la loro fede con maggior coerenza, Paolo si presenta come modello. La sua vita apostolica è argomento della sua esortazione e misura di vita per la sua comunità; più che con le parole, evangelizza la comunità con la propria esistenza apostolica in cui si compie già quanto desidera dai suoi: egli ha saputo sacrificare la propria libertà e alcuni privilegi a beneficio di altri. Quanto ha appena imposto loro con autorità può proporlo come già da lui vissuto e, pertanto, come possibile per loro; osando di proporre la sua forma di vita apostolica come norma di vita cristiana, si presenta davanti alla comunità come evangelizzatore ed evangelo.

Le credenziali dell’apostolo di Cristo (1 Cor 9,1-2)

Prima di affermare la rinuncia ai suoi diritti apostolici (1 Cor 9,3-14), Paolo si presenta come autentico apostolo di Cristo (1 Cor 9,1-2). Sa di essere libero, perché inviato. Ha coscienza di essere apostolo perché ha visto il Signore. La coscienza apostolica si basa, perciò, sull’esperienza pasquale vissuta da Paolo.
L’origine della sua vocazione è stata nella scoperta del Figlio che Dio si compiacque di concedergli (cf Gal 1,15-16); la meta si raggiunge quando la testimonianza personale diventa efficace e visibile in una comunità di credenti.
È apostolo di Cristo presentandosi alla comunità come testimone personale del Risorto e davanti a Dio con una comunità concreta come segno di riconoscimento del suo apostolato.
Entrambi i titoli, più che privilegi da accaparrare, sono motivo di liberazione: aver visto il Signore e aver costruito comunità lo liberano dal sentirsi costretto ad accampare diritti.
Un apostolo che conosce coloro a cui egli è debitore non perde il tempo pretendendo di essere riconosciuto; la certezza di avere un incarico da compiere lo rende capace di prescindere dalla considerazione che gli è dovuta, sentendosi già ricompensato perché compie il servizio assegnatogli.
Se incontrarsi col Signore Gesù costituì Paolo apostolo di Cristo, la radice della missione cristiana si trova nell’incontro col Risorto: chi non ha esperienza pasquale non ha il mondo come compito apostolico. Si potrà mettere in discussione, allora, una evangelizzazione da cui non sorge vita in comune; così come si deve dubitare di un cristiano, che crede nella ­risurrezione di Gesù, che non si consideri, per ciò stesso, suo inviato.

La rinuncia apostolica alla considerazione dovuta (1 Cor 9,3-14)

Paolo, che è apostolo libero, ha rinunciato a vivere a spese della comunità. Non devono – e i suoi lettori lo sanno bene – mantenere la donna che, come era uso nella prima missione cristiana, accompagnava i predicatori itineranti. Nel suo caso, non devono nemmeno provvedere a lui (Fil 4,10-18). Potrebbe esigerlo, e con meriti maggiori di altri, essendo fondatore e padre. Se rinuncia al salario dovuto, ha le sue buone ragioni : un vangelo della libertà dev’essere presentato senza ritagliarsi delle libertà; l’annuncio di un operato gratuito di Dio è irrefutabile se si realizza gratuitamente.
Il vangelo non deve essere sovraccaricato con altre imposizioni che non siano quelle che il vangelo stesso comporta. L’evangelizzatore non deve diventare un peso, a causa del vangelo, per colui che serve. Una evangelizzazione liberata da intralci personali rende più gratuito il vangelo di Dio; se non si deve soddisfare il portavoce, ci si può concentrare sulla realizzazione della Parola. Chi ha liberato i suoi dal servizio ad altri signori non può pretendere di diventare signore di essi; la libertà che raggiunge il destinatario della missione apostolica, sia effettiva o affettiva, pecuniaria o sentimentale, non può venire ridotta a motivo delle necessità dell’apostolo. Il vangelo della libertà diventa credibile se crea comunità libere, anche dai loro evangelizzatori. La rinuncia al diritto apostolico rende più gratuita la predicazione e più credibile l’apostolato.

Un buon motivo per una rinuncia esemplare (1 Cor 9,15-18)

Non è, quindi, per avventatezza che Paolo rinuncia al salario dovuto. Chi serve il vangelo della grazia deve farlo gratuitamente; è lì la base della sua autorità personale. Essere apostolo è già il suo salario; la sua gloria risiede nel potersi presentare come inviato di Dio; quando ciò avviene, si sente già ripagato. Il potere dell’apostolo, quello che si esercita come rinuncia a ricevere il sostento dalla propria comunità, nasce e si basa sulla coscienza apostolica: se il fatto di predicare non è elettivo per l’evangelizzatore, deve risultare gratuito l’essere evangelizzato.
Paolo ha la consapevolezza di essere obbligato, irremissibilmente, alla proclamazione del vangelo. Non fa quel che vorrebbe ma bensì ciò per cui è stato voluto: il vangelo è il suo compito e il suo daffare, il suo incarico e la sua sorte. Vive sotto il peso della sua chiamata come uno mandato; quanto fa non merita paga né ricompensa, trattandosi di obbedienza dovuta. Accettare di essere servo di Cristo fa di lui un servitore dei cristiani; e come tale, è liberatore e credibile come apostolo.

L’obiettivo della libertà apostolica (1 Cor 9,19-23)

La rinuncia ai diritti che gli spettano per l’operato apostolico non è, quindi, per Paolo, semplice stratagemma o tattica utile in uno sforzo di proselitismo. La libertà apostolica è finalizzata al servizio dei destinatari. Ed è quel che l’apostolo esplicita di seguito.
Si tratta di un testo chiave, tanto per comprendere l’atteggiamento personale di Paolo come per cogliere il suo concetto di apostolo. Infatti manifesta il criterio basilare che regge il suo agire apostolico: il servo di Dio sa di essere libero da qualsiasi altra ubbidienza, ma vuol essere servitore di coloro che Dio gli ha indicato come destinatari della sua chiamata.
Dover predicare un vangelo che non è proprio non significa che l’apostolo debba imporlo agli altri; essere a disposizione del messaggio impedisce di metterlo a propria disposizione. Ma, non potendo cambiare il contenuto del messaggio, ciò non significa che il predicatore debba essere un testimone freddo, persona insensibile di fronte ai propri ascoltatori. L’evangelizzatore deve al suo uditorio il vangelo e la propria persona, la parola di Dio e la vita che vi presta voce e cuore. Eleggendolo come suo inviato, Dio ha fatto diventare l’apostolo padrone di nulla, di nessuno; è diventato, piuttosto, servo di tutti e del vangelo.
La libertà apostolica non si realizza come liberazione dei destinatari ma come servizio di amore reale che porta all’identificazione. L’apostolo si fa uguale a loro e, finché è inviato di Dio davanti a loro e per loro, abbraccerà il loro modo di vivere e i loro modi di giudicare la vita. Prezzo da pagare sono l’adattamento alle leggi o preferenze che reggono l’esistenza delle loro comunità, l’assunzione di ostacoli da cui l’apostolo sa di essere libero, l’indifferenza di fronte ad usi che gli sono familiari, prendere in considerazione degli scrupoli che egli non ha e accettare debolezze che gli sono estranee. Testimone di una salvezza per via di incarnazione, l’evangelizzatore non l’annuncia credibilmente senza accettare sinceramente e radicalmente il mondo degli evangelizzati.
Affinché questa assimilazione di usi e di idee non finisca per costituire una perdita di identità apostolica, Paolo indica due criteri. Il primo, e principale, riguarda la causa: l’apostolo non ha altra legge o meta se non Cristo (1 Cor 9,21); se può essere uno come tanti è perché è radicato in Uno; se si dà a tutti è per essere debitore unicamente a Lui. Il secondo criterio, che è una conseguenza, fissa l’obiettivo: lo scopo di tutto questo sforzo non è quello di ottenere maggior libertà per l’apostolo e nemmeno l’assicurare maggior efficacia alla sua attività di proselitismo; pretende unicamente salvare in ogni modo qualcuno (1 Cor 9,22). La volontà di servire è universale, la capacità di cambiamento e di adattamento non ha altri limiti se non i destinatari che incontra la sua evangelizzazione; ma i risultati, non essendo in rapporto allo sforzo occorrente, possono essere scarsi. L’apostolo lo sa: il suo lavoro può essere improbo; e lo sarà se pretende assomigliarsi ai suoi destinatari; ma ciò non garantisce il successo che è assicurato solo dall’intervento di Dio. Paolo sa che Dio dal suo apostolo non si attende risultati ma fatiche.
Che la decisione di essere uguale ai suoi destinatari non sia facoltativa per Paolo, lo si deduce dalla sua confessione: fa tutto per il vangelo di cui spera di diventare partecipe un giorno (1 Cor 9,23). Il servo non riceve ricompensa per i suoi lavori né gli si tengono in conto le rinunce; colui che è inviato non si salva perché fa quello per cui è inviato; l’apostolo potrà attendersi di essersi assicurato l’incontro con Cristo quando sarà sicuro di averlo reso possibile ai suoi. La certezza di giungere a possedere Dio dipende dal suo dovere apostolico: non dai trionfi ottenuti, ma dal servizio prestato.

L’atleta Paolo o l’evangelizzazione come competizione (1 Cor 9,24-27)

Col paragone della competizione sportiva, un’esperienza molto vicina alla comunità di Corinto, i cui giochi atletici erano ben noti nel mondo grecoromano, Paolo avverte che non basta agire per trionfare, che il solo partecipare non conduce a vedersi incoronato. La vita cristiana, e quindi quella apostolica, non esime dallo sforzo, per il fatto di essere grazia ricevuta; piuttosto, lo richiede. Chi fa parte dei corridori deve partecipare alla corsa; un buon inizio non garantisce l’arrivo alla meta. All’atleta, che desidera il trionfo, non rincrescono le rinunce che lo agevolano; si impone una disciplina che può portarlo ad astenersi anche da ciò che sarebbe lecito, pur di mantenersi in gara; la meta a cui aspira trasforma in perituro tutto ciò che non ne rende possibile il raggiungimento.

LIBERTÀ APOSTOLICA, METODO DI EVANGELIZZAZIONE

Presentandosi come esempio nella sua rivendicazione della libertà cristiana come libertà con un solo limite, il fratello più credulo e meno credente per cui Cristo è morto (1 Cor 8,12), Paolo ha avuto il coraggio di appellarsi al suo modo di vivere il ministero apostolico. Presentando la sua vita come argomento di evangelizzazione ne risulta come conseguenza che si presenta come esempio vivo del vangelo che predica.
La libertà apostolica diviene così motivo e tema della sua evangelizzazione a Corinto, perché l’esercizio legittimo della libertà cristiana poteva mettere in pericolo la fraternità tra i credenti. Difendendo una libertà che si mantiene solo quando si deve sacrificare per non sacrificare il fratello, Paolo si è proposto come esempio di libertà «condizionata».
Pur essendo consapevole di essere inviato di Dio e libero da qualsiasi altro signore, l’apostolo sa anche che la sua libertà è ipotecata finché il fratello non riesce anch’esso a vedersi libero. La rinuncia all’esercizio della libertà, diritto inalienabile che nasce dalla fede, trova un’unica giustificazione nel mantenimento della fraternità (libertà del credente) o nella garanzia per essa di nuovi candidati (libertà dell’apostolo). Il cristiano libero si fa servo dello scrupolo del fratello pur di non essergli di scandalo. E per ricordarglielo, l’apostolo deve vivere così libero da potersi affratellare con tutti i suoi destinatari, privilegiando i deboli. Un apostolo così liberato da se stesso diventa, per la sua comunità, più che un semplice modello da ripetere, vangelo che salva.
Se le nostre comunità oggi, come ieri quella di Corinto, disponessero di evangelizzatori che potessero presentare la libertà apostolica come argomento e paradigma delle loro esigenze, sarebbero, senza dubbio, nuovamente evangelizzate. Se, come ieri Paolo, oggi gli apostoli incentrassero le loro speranze/attese nell’esercitare la loro libertà facendosi solidali coi loro destinatari, non diminuirebbe la capacità di salvare che ha il vangelo cui servono come inviati di Dio.