Il rumore di fondo

e la tragedia

dei beni comuni

Franco Cassano

È come un rumore sordo che si avverte sullo sfondo, tra le risate e il suono della musica. Chi ne parla ha l'impressione di commettere una gaffe, di guastare la festa, ma il problema è bruciante e bisogna parlarne. Che cosa sta succedendo ai beni comuni, a quei beni che non sono proprietà di singoli individui, ma appartengono a tutti gli uomini?
Proviamo, tanto per essere concreti, a pensare al padre di tutti i beni comuni, la salute del pianeta, un bene che riguarda tutti i suoi abitanti, anche quelli del futuro, al di là delle differenze di lingua, religione e ricchezza. Se ci guardiamo attorno, non è difficile accorgersi che per noi la Terra è soprattutto un fondo per procacciarci risorse e una discarica in cui disperdere impunemente i rifiuti. Le sanzioni che tutelano la sua salute sono limitate e inefficaci, mentre è enormemente cresciuta la nostra capacità di produrre e consumare. È una strana schizofrenia: pochi negano l'importanza della questione, ma tutti fanno poco più di niente. Perché questo divario tra il dire e il fare, tra la gravità del degrado ambientale e la debolezza dei mezzi di contrasto?
Questo scarto schizofrenico e il ritardo che ne deriva sono il risultato non di oscuri complotti di centri di potere, ma di pratiche diffuse e condivise, di abitudini e luoghi comuni difesi dalla grande maggioranza. Le fonti di resistenza sono principalmente due, intimamente legate tra loro. La prima è il dogma della concorrenza internazionale: la competizione, esercitando una pressione continua sui costi, spinge specialmente i concorrenti più deboli a risparmiare su tutto e quindi in primo luogo sulla difesa dell'ambiente. La concorrenza internazionale, esaltando l'egoismo dei singoli attori, li allontana da qualsiasi preoccupazione ecologica. Certo, si possono immaginare sanzioni dure ed efficaci per queste infrazioni, ma oggi non si riesce a vedere un soggetto capace di imporle e farle rispettare. Laddove l'economia anticipa la politica questi comportamenti si diffondono e si consolidano, creando resistenze a qualsiasi tentativo di regolamentazione; la cosiddetta globalizzazione disegna e teorizza un mondo nel quale l'economia anticipa sempre la politica e in cui le sanzioni che dovrebbero difendere i beni comuni sono rare ed inefficaci. Le conferenze internazionali producono qualche effetto, ma l'incidenza di queste misure su un mondo in cui i fenomeni di distruzione aumentano su scala geometrica è irrisoria: per raccogliere l'acqua un cucchiaio è meglio di un cucchiaino, ma se il fiume è in piena si affoga ugualmente.
Il secondo grande ostacolo è l'affermarsi dell'individualismo radicale. Il nostro mondo è sempre più un mondo di individui impegnati a progettare il proprio benessere e il proprio accrescimento, poco propensi a posporre la propria utilità privata a quella generale. Avviene per gli individui ciò che avviene per le imprese: la scelta di comportamenti collaborativi e solidali non conviene e quindi va evitata. L'effetto di questa crescente perdita di significato dell'idea di utilità collettiva è quella che è stata chiamata «tragedia dei beni comuni». Se la nostra società, sempre più individualistica, diventerà (come sta avvenendo) il modello per tutte le altre, i beni comuni sono destinati a una progressiva estinzione. Se l'individuo non urta più contro un limite perché nella nostra società il bene comune non è più rappresentabile, le nostre città saranno attraversate da atomi con l'auricolare che parlano ad alta voce all'interno delle loro automobili, i film e le partite li si vedrà solo da casa, così come da casa si potrà fare tutto da soli, gli acquisti, l'amore e i figli. Anche l'aria, come già l'acqua, diventerà una merce, ma nessuno farà obiezioni perché avrà paura di far tardi alla festa. Agli abitanti di questo mondo la nozione di bene comune apparirà come un'arcaica repressione della libertà individuale, figlia dell'arretratezza tecnologica e sorella laica dell'Inquisizione. Le monadi progettanti troveranno naturali città simili a quelle descritte in Blade Runner, centri commerciali luminosi e allegri, circondati da discariche piene di violenza, in cui anche la parola legge sarà obsoleta.
Non si creda che chi scrive non veda i rischi di ogni richiamo all'importanza dei beni comuni. Chi ha l'autorità di librarsi oltre i punti di vista particolari e di definire il bene comune? E quanta libertà pretenderà di confiscare in nome di esso? È impossibile non vedere la grandezza della società del mercato globale e dell'individualismo radicale, la sua straordinaria capacità d'attrazione, di sollecitare e soddisfare i desideri e le aspirazioni degli uominí. Ma chi ha deciso di non accontentarsi delle ovvietà dominanti non può non parlare di quel rumore di fondo che diventa sempre più forte, anche se questo può disturbare la festa.