Il pubblico

come discarica

Franco Cassano

Chi prova a chiamare qualcuno da un telefono pubblico sempre più spesso si sente rispondere: «Il numero chiamato è inesistente». Spesso l'incidente non dipende da un errore di chi chiama, ma dal fatto che non tutti i pulsanti funzionano. I telefoni pubblici, si sa, sono telefoni di strada, esposti alle intemperie e alle intemperanze degli anonimi passanti, e quindi la loro manutenzione è più difficile. Il cattivo stato di salute dei telefoni pubblici segnala però un fatto nuovo: la loro manutenzione è diventata sempre meno conveniente, perché ormai il telefonino sta soppiantando gli impianti fissi. Non c'è più bisogno di cercare una cabina telefonica, basta possedere un cellulare, bene ormai diffuso in tutti gli strati sociali. Non può quindi sorprendere la notizia che poco meno della metà dei telefoni pubblici sarà smantellata dalla Telecom entro il 2001. I telefoni pubblici servono ormai solo a chi è così povero da non avere il cellulare, a chi l'ha dimenticato o lo ha temporaneamente fuori uso, alle telefonate anonime, e a Superman quando deve abbandonare o riprendere gli abiti di Clark Kent (operazione difficile con un telefonino). Il cellulare, con la sua straordinaria capacità di personalizzare la comunicazione, di fatto distrugge il telefono pubblico che diventerà sempre più raro: possiamo iniziare a dimenticare quegli apparecchi color arancione disseminati per le strade e cominciare a guardare con tenerezza e nostalgia le scene dei film in cui compaiono le vecchie care cabine.
Il declino del telefono di strada è solo una delle tante espressioni di un fenomeno più generale, l'irresistibile tendenza verso la scomparsa dei beni pubblici. Il progresso sembra aver preso una direzione ín cui tutti i beni e i servizi offerti alla collettività non hanno più senso: ben presto gli uomini perderanno la memoria del loro significato. Già oggi le strade sono attraversate da persone sempre più disinteressate al paesaggio che le circonda, e sembrano rifiutare l'idea che la vita urbana possa esistere anche al di fuori delle macchine: molte città sono città per le automobili e l'idea stessa di marciapiedi ricorda l'epoca dei film in bianco e nero. I luoghi pubblici sono diventati una discarica degli interessi privati, una sorta di gigantesco non-luogo, un territorio che non appartiene a nessuno. Il disincanto, dopo aver colpito i vecchi dèi, si sta rivolgendo contro i loro surrogati laici, sta colpendo uno dopo l'altro tutti i simboli che pretendono di incarnare l'idea di bene pubblico e di trascendere l'immediato interesse privato. È la tendenza verso una sorta di secolarizzazione infinita: se Dio è morto, lo Stato (entrambi, si sa, invenzioni dei comunisti) non si sente più tanto bene, mentre l'unica terra solida, l'unico fondamento inconcusso è l'interesse individuale, il regno dell'io, anch'esso sempre più microfisico, sempre più ridotto al qui ed ora, a un soggetto sempre più volubile e incontinente.
Non si tratta di demonizzare il telefonino, la cui utilità è in certe occasioni difficilmente contestabile, ma solo di osservare quale trasformazione subisce un paesaggio dove ciò che trascende l'interesse individuale diventa una landa desolata, una terra di nessuno, dove tutti scaricano i rifiuti e vige la legge del più forte; ogni bisogno viene soddisfatto attraverso il mercato e l'idea stessa dell'esistenza di beni a disposizione di tutti i cittadini appare una bizzarria. Si permetta un ricordo personale che testimonia bene questa metamorfosi degli spazi pubblici. Fino a tutti gli anni Settanta, quando si entrava in una farmacia notturna spesso si doveva chiamare ad alta voce il farmacista perché questi stava riposando nel retro. Oggi le farmacie notturne sono bunker ipercorazzati con feritoie e nidi di mitragliatrici, alle quali è prudente avvicinarsi con le braccia alzate o sventolando la ricetta come una bandiera bianca. Certamente le medicine che oggi acquistiamo hanno un'efficacia superiore, ma è altrettanto certo che lo spazio pubblico di una società di trenta anni fa, meno ricca di comfort personalizzati, era un luogo infinitamente più sicuro di quel gigantesco non-luogo che circonda le nostre piccole o grandi roccaforti private e le risucchia nella loro ordinaria paranoia.
Noi non amiamo i toni apocalittici, ma vorremmo continuare a guardare tutto, senza rimuovere ciò che è scomodo dal campo visuale. Abituarsi allo squallore e all'insicurezza del paesaggio è una forma d'impoverimento sensoriale, che dovrebbe trovare un posto tra quegli indicatori della qualità della vita che troppe volte vengono costruiti solo sulla base di grandezze economiche.