La causa espiatoria

Franco Cassano


Quando un cataclisma (un terremoto, un'alluvione, un crollo) colpisce le nostre terre è difficile distogliere gli occhi dalle drammatiche immagini che ci riportano i corpi martoriati, le case travolte, i pianti dei profughi o dei parenti delle vittime. E tutti abbiamo dovuto intrecciare al dolore e alla commozione lo sforzo di capire qualcosa nel terribile e confuso balletto delle responsabilità dei crolli, dei ritardi nei soccorsi, ecc. Su questo incrocio di sentimenti noi vorremmo cercare di fare qualche riflessione meno legata all'attualità stringente della cronaca.
Una volta in occasione di un incidente si usava dire che le persone scomparse erano state chiamate accanto a sé dal Signore. Dominava allora un'illimitata rassegnazione che spesso portava ad attribuire alla volontà di Dio catastrofi (dis-grazie) che avevano origini umane e i cui autori trovavano nell'elasticità della volontà divina una sorta di amnistia preventiva. Quell'atteggiamento copriva molte infamie, molte prepotenze, serviva a far accettare ai meno fortunati come naturale e «voluto dal Signore» un mondo nel quale spadroneggiavano tanti don Rodrigo arroganti. Insomma spesso la volontà di Dio è stata usata per far accettare ai semplici e alle vittime i misfatti degli uomini.
La modernità si è levata contro questa rassegnazione denunciandola come una forma di complicità con il male e impegnandosi a riscrivere l'ordine del mondo secondo i criteri della ragione. Si è trattato di uno straordinario scossone al senso comune, di una luce che ha smascherato l'ipocrisia e i privilegi dei molti corvi che predicavano la santità dell'ordine esistente. La parola d'ordine dell'uguaglianza ha consentito a tutti gli uomini, e non più solo ad alcuni, di guardare al mondo dal punto di vista dei propri diritti. Questa prospettiva è una conquista inestimabile della modernità, qualcosa cui ci sembrerebbe mostruoso rinunciare.
Ma c'è un lato d'ombra di questo processo che occorre porre in luce: la demitizzazione e la convinzione che
ogni volta «ribellarsi è giusto» erodono progressivamente la nostra capacità di accettare il limite. Se una volta subivamo tutto come una manifestazione della volontà divina, adesso Dio sembra veramente morto e ogni sofferenza, ogni catastrofe ci appaiono come l'effetto di un sopruso altrui. I cataclismi naturali con i loro lutti sono un paradigma perfetto di questo ragionamento. Quando arrivano le vittime e il dolore, parte subito la caccia ai colpevoli: chi ricorda la feroce contestazione ai politici durante il terremoto in Irpinia ritrova nelle cronache di quei giorni qualcosa di quella rabbia e di quel bisogno di colpevoli. Sia ben chiaro: ora come allora le colpe umane hanno sicuramente moltiplicato i danni e il dolore, e non si tratta di nasconderle o minimizzarle, ma questa voglia di colpevoli va ben oltre e richiede altre spiegazioni.
Certamente qui è all'opera quel vecchio meccanismo che spinge, di fronte alla durezza non medicabile di un dolore, a cercare dei capri espiatori sui quali scaricare la rabbia. La forma di questa caccia è però molto moderna e intimamente legata al progetto di umanizzazione integrale della natura. Il dominio della ragione e della tecnica con i suoi stessi successi ha infatti diffuso la convinzione che ogni limite sia solo provvisorio e possa essere spostato più in là; così come il corpo e la salute sono diventati costruibili, anche il dolore può essere eliminato.
Nella nostra cultura non c'è più nulla che aiuti a subire un limite e, quando urtiamo brutalmente contro di esso, inizia subito la caccia al responsabile: dietro ogni morte c'è una prevaricazione o una negligenza, una norma disattesa o un inaccettabile limite normativo. Una volta c'erano solo incidenti e mai delitti; oggi gli incidenti sono solo delitti camuffati. Quanto più umanizziamo la natura costruendo protezioni tecnologiche o normative, tanto più allarghiamo l'elenco dei candidati colpevoli.
Questo modo di procedere è del resto coerente con il mondo della tecnica e della ragione: esso ha bisogno ogni volta, per poter funzionare, di esorcizzare l'esperienza del «grande» limite miniaturizzandolo in tante raccomandazioni tecniche, cercando ogni volta un ritardo, un difetto di costruzione, una colpevole omissione da svelare. I difetti e i colpevoli servono all'eterno perfezionamento di un mondo-cantiere, ma questo eterno cantiere non è il mondo freddo del disincanto razionale: è abitato, non solo di notte, da spiriti maligni, dai mille responsabili di ogni nostra sofferenza e ai quali dare la caccia costituisce un grande (e moderno) sollievo.