Tecnica e paranoia

Franco Cassano

Gli italiani sono abituati alle disfunzioni del loro sistema ferroviario e, con il progresso, si sono abituati anche agli incidenti dei treni superveloci. Quando si producono questi eventi dolorosi tutti i cronisti conoscono in anticipo il colpevole: l'inefficienza italiana, la madre di tutte le spiegazioni, diventata un luogo comune comodo per evitare riflessioni più inquietanti e impegnative. Quando, però, un incidente grave si verifica in paesi più moderni ed efficienti, non si può più far ricorso a quel luogo comune e si è costretti a confrontarsi, senza esorcismi, non solo con il dolore e la morte, ma anche con il centro del problema. C'è di più: si potrebbe addirittura scoprire che la famosa inefficienza degli italiani potrebbe trasformarsi in un inaspettato vantaggio, in una sorta di assicurazione preventiva contro i danni che derivano dalla fede cieca nell'efficienza.
Infatti è proprio la circostanza che gli incidenti si verifichino anche nella civile e moderna Inghilterra oppure nella precisa e scrupolosa Germania ad aprire la strada a qualche riflessione interessante. In questi casi, in cui scompare l'argomento della scarsa affidabilità, siamo un passo più vicini alla verità: è come se in un esperimento di fisica fossero state azzerate tutte le cause di attrito e si potesse finalmente osservare senza disturbi la dinamica reale dei corpi.
In altri termini questi incidenti suggeriscono subito un'elementare considerazione: anche dove tutto funziona qualcosa può andare di traverso e causare la tragedia. Certo, in un paese efficiente eventi simili sono rari, ma forse è proprio per questa ragione che lì il numero delle vittime, quando si verifica un incidente, è molto più alto. La considerazione più importante è però che, proprio perché in quei paesi il sistema ferroviario è efficiente, si deve inserire nell'elenco dei sospettati anche l'alta velocità. Quando i treni iniziano a competere in velocità con gli aerei l'incidente è sicuramente raro, ma quando si verifica è terribile, e si deve continuare a scavare per giorni interi tra le lamiere contorte.
La richiesta di una velocità sempre maggiore è la vera causa del disastro perché essa rende sempre più feroce la pressione sui sistemi e sugli uomini, e chiede una soglia di sicurezza così alta che anche un sistema perfetto, ma pur sempre umano, non riesce ad assicurare. Se il treno deve, pur rimanendo a terra, competere con l'aereo, i pericoli si moltiplicano e la richiesta di sicurezza diventa altissima, una sorta di paranoia organizzata. I fattori di rischio da controllare aumentano continuamente e, anche a un'organizzazione seria e capace di controllarne molti, prima o poi, qualcosa sfuggirà. Il mondo diventa sempre più rischioso, non perché il sistema non funziona, ma proprio perché, funzionando bene, accresce sia le prestazioni sia le situazioni di rischio. La complessità aumenta in modo direttamente proporzionale alla velocità e il sistema diventa sempre più difficile da controllare.
I sostenitori dell'alta velocità non devono comunque temere: ben presto gli infamanti sospetti saranno fugati e serie commissioni d'inchiesta troveranno la causa particolare del disastro (il mozzo di una ruota, una massicciata non costruita ad arte, un'automobile caduta dal cavalcavia), che permetterà di scagionarla. Il sistema della velocità verrà salvato e in carcere finiranno un bullone, un ingegnere o chissà chi. L'importante è scagionare l'architrave del sistema, la ricerca della massima velocità, scaricando la responsabilità sui singoli e vulnerabili segmenti dell'organizzazione. Una volta scagionata la dea velocità tornerà, come tutti i padroni, ad alzare la voce chiedendo sistemi sempre più efficienti. Ripartirà la spirale: maggiore sicurezza, maggiore velocità, controllo sempre più esteso di un numero crescente di fattori di rischio, crisi di questo megasistema, incidente più catastrofico dei precedenti.
Noi non discutiamo il valore della velocità, ma il suo dominio incontrastato sul nostro modo di pensare e sulla nostra forma di vita. A irritarci è quel dogmatismo che avvicina i sostenitori moderni della velocità a quei popoli che, quando gli oracoli fallivano le loro previsioni, se la prendevano con lo stregone. Il nostro vero avversario sono l'arroganza e la vigliaccheria di un meccanismo mentale che spinge, nella nostra come nelle altre culture, a escludere dalla lista degli indiziati chi è veramente potente e manda in galera solo i più deboli. Il nostro avversario non è la velocità, ma il dogma.