Grand Hotel

Franco Cassano

Ognuno di noi dovrebbe provare a essere come un grande albergo, ospitare molte persone al proprio interno. Nella nostra hall dovremmo abituarci a veder passare i tipi più diversi e non sempre una sola persona, un solo carattere costantemente impegnato nel dare ragione a se stesso. Del resto spesso noi stessi non siamo monolitici, ma composti da più persone che si avvicendano sulla scena e prendono la parola. Spesso sentiamo affiorare al nostro interno più voci; capiamo allora che il dilemma che ci attraversa è semplicemente l'arringa delle parti nella nostra aula di giustizia. Il carattere complesso e non monolitico della nostra identità non è una debolezza, l'inizio di un'inattendibilità, ma lo strumento per un dialogo più intenso con gli altri, perché questi ultimi non sono solo al di fuori di noi, ma iniziano già nei nostri conflitti, nelle voci che ospitiamo al nostro interno. Anzi, è solo questa nostra molteplicità interiore che ci permette di uscire dai nostri confini e viaggiare negli altri, dando inizio ad una responsabilità più fine e complessa.
Del resto il modo più vero di viaggiare non è certo quello che ci propongono le agenzie turistiche. Ci sono grandi viaggiatori che sono stati dappertutto, ma in realtà sono rimasti seduti sui propri pregiudizi e hanno fotografato ovunque solo se stessi, recitando sempre un solo personaggio. Si può viaggiare molto di più e con minore spesa visitando tutti i nostri io, fantasticando sulle carte geografiche, parlando con il portiere, andando a un comizio degli avversari politici, domandandosi come vede il mondo una mosca, guardando la nostra città con gli occhi di un forestiero, leggendo un libro, pregando in silenzio, sedendosi in un bar sconosciuto e ascoltando la gente parlare. È bello avere confidenza con l'incredibile varietà degli altri, accoglierli come una nuova canzone che si aggiunge alla nostra cultura musicale, sentire che la nostra fraternità nasce dall'avere un angolo di noi che li capisce, che aiuta tutto il resto a fidarsi e capire.
Qualcuno potrebbe obiettare che questo disinvolto ospitare molti uomini comporta il rischio di metter tutti sullo stesso piano, cade in una sorta di relativismo. Il dubbio è legittimo, ma la risposta può essere forte e chiara. L'apertura agli altri non conduce verso un'opportunistica equidistanza, ma al contrario fornisce un criterio nitido e indiscutibile per giudicare gli uomini: i migliori sono coloro che aiutano gli altri, gli uomini come Joe, l'eroe di uno degli ultimi film di Ken Loach, che si batte per tenere insieme la piccola squadra di calcio dei ragazzi emarginati, resistendo ai ricatti e alle aggressioni degli spacciatori. Joe vale di più perché trasmette valore agli altri, perché spinge ogni figurina, anche la più umile e insignificante, a ritrovare quella dignità che tiene nascosta da qualche parte. I migliori sono quelli che riescono a trasmettere agli altri, nelle forme più diverse, il sentimento della propria dignità, l'onore e il piacere di essere uomini.
Ospitare le differenze non coincide quindi con l'appannarsi dei criteri di giudizio, con quel relativismo assoluto che consente ai peggiori di confondere le tracce e di inquinare i pozzi. Certo, spesso le due qualità, la duttilità necessaria alla tolleranza e la forza di tenere fede ai principi, possono apparire incompatibili: essere coraggiosi molte volte vuol dire non calcolare le conseguenze, una sorta di cecità che può essere in conflitto con quella sensibilità allargata caratteristica dell'uomo attento agli altri. La coerenza, il tener duro sono qualità della resistenza e richiedono quindi un certo grado di impermeabilità, il contrario di quella curiosità e disponibilità a mettersi in discussione che sono necessarie per ospitare gli altri. Questa tensione esiste ed è molto difficile trovare in un uomo (forse meno in una donna) sia la ricettività sottile di chi sente gli altri, sia la forza del cuore, la determinazione che fa affrontare il rischio. Ma questa somma di qualità, difficile in natura, può venire anche dall'accostamento di persone diverse, dall'amicizia e solidarietà tra coloro che hanno qualità complementari.
Bisognerebbe provare a immaginare storie che favoriscono questi incontri, anche se possono sembrare un po' kitsch. Un maitre di hotel è, per mestiere, un po' ipocrita e accomodante, ma proprio perché capisce subito chi ha di fronte non dovrebbe mai confondere gli uomini migliori con gli altri, anche se spesso i primi procurano problemi e non lasciano la mancia. Egli dovrebbe, proprio come nei film, nascondere dietro la maschera dello scettico un'anima romantica, dare una mano ai migliori anche se i loro nemici sono potenti, e aiutarli comporta dei rischi. Un buon maître di hotel deve essere cortese con tutti, e in primo luogo con le belle signore, ma deve saper riconoscere subito i giusti che arrivano nel suo albergo.