L'innocenza conservata

Franco Cassano

È raro che un adulto non conservi un ricordo dolce e affettuoso della sua infanzia. Solo quando il destino si abbatte ferocemente su un bambino, o lo mette nelle ma­ni di chi lo mortifica e lo opprime, può accadere che il dolore soffochi e bruci i giorni belli e felici. Spesso però, anche in questi casi, accanto al dolore, rimangono indele­bili brevi lampi di vita serena, assaggiata per caso e solo per un attimo.

Questa memoria felice porta a rimpiangere come mi­gliore un tempo che spesso non lo è stato, nel quale la crudeltà e le ingiustizie parlavano un'altra lingua e proce­devano a minore velocità, ma attraversavano il mondo con le loro ali nere, esattamente come oggi. Quel mondo non era un idillio e il ricordo luminoso non deriva dalla sua qualità, ma dal fatto che i bambini vengono tenuti al­l'oscuro delle ferocie del mondo, e che spesso gli adulti pretendono e riescono a rappresentarsi ai loro occhi come migliori di quello che sono. E come se, di fronte ai bam­bini, il mondo si vergognasse della propria follia e crudel­tà e, non sapendo come giustificarle, tentasse di nascon­derle, di travestirle. È come se tutti, di fronte ai bambini, recitassero un po', mettessero il loro vestito migliore, riu­scissero, per una volta o per una sola scena, a essere come avrebbero dovuto o voluto essere.

I bambini vivono quindi una vita in parte vera e in par­te rappresentata, in cui si celano loro molte verità, in cui i cattivi sentimenti possono irrompere, ma sono dissonanti, in contrasto con l'immagine che tutti cercano di tenere in piedi. Talvolta questa rappresentazione diventa una peno­sa ipocrisia, una recita di pessimi attori e il contrasto tra le parole e i fatti non permette al bambino di capire get­tandolo in un conflitto. Talvolta lo porta a scoprire la ve­rità all'improvviso e da solo, in una stanza buia, in un ori­gliare per caso, e allora le maschere cadono, i suoi giochi saltano e iniziano le ferite.

Quello riservato ai bambini non è però semplice in­ganno: di fronte a essi non si mente soltanto, ma si tenta di dare il meglio di sé nascondendo i propri lati peggiori. Ecco perché l'infanzia è così dolce nella memoria, perché gli adulti che ricordiamo sono migliori di quello che real­mente erano. Ecco perché, nell'infanzia, è possibile pen­sare che la vita sia degna di essere vissuta e che le storie abbiano l'obbligo di finire bene. Ed è per questa ragione che l'infanzia è il serbatoio più grande dei nostri sogni, il punto del nostro interno in cui è più radicata l'utopia, il desiderio di un mondo migliore, in cui gli uomini sono più simili alle loro promesse. All'origine dell'utopia è quindi una menzogna, ma una menzogna del tutto parti­colare, allo stesso modo del sogno, della rappresentazione scenica, dell'invenzione dello scrittore, dei suoi personag­gi, di un dipinto. È quella menzogna che fa vivere, che mescolandosi alla vita la rende migliore, quella menzogna che sono le fiabe, che sono le speranze quando tutto sem­bra morire.

Il realismo ci racconta tutta la vita senza nascondere nulla, dalla violenza alla morte, ma rischia spesso di tra­sformarsi in una resa infinita, in una lucida rassegnazione a priori. Per fortuna esiste l'infanzia, quell'antica menzo­gna, quell'età in cui siamo stati ingannati e gli uomini sembrano all'altezza delle idee che proclamano, quell'età in cui il coraggio, la verità e l'onestà hanno qualche chan­ce di vincere, in cui i giusti non perdono, gli uomini man­tengono le promesse e non accettano le prepotenze. Cre­scere significa capire, scoprire la rappresentazione, i truc­chi che ci hanno nascosto la verità. Ma un uomo è tale so­lo se capisce che questa scoperta amara, e assolutamente necessaria, non falsifica la sua infanzia. Una biografa di Hannah Arendt ha scritto di lei: «Se c'è una qualità che sopra le altre Hannah Arendt apprezzava nelle persone, questa era l'ingenuità, ma di un tipo particolare: l'inge­nuità combinata con una estesa esperienza del mondo: l'innocenza conservata». La capacità di far convivere qua­lità contraddittorie è il primo passo verso il progresso mo­rale.